Bisognerà ammettere prima o poi che dal prima al poi qualcosa è accaduta. Alcuni di quelli che si fregiavano di scudi antimafia sono passati, armi, armature e bagagli, con la mafia. Alcuni di quelli che stavano con la mafia, oggi indossano i fregi dismessi dai primi. Non meritanddoli, ovviamente, come i predecessori. Se prima si rubava un poco, oggi ho l'impressione che si rubi di più. Se prima lo Stato redistribuiva più reddito, oggi ho l'impressione che lo faccia di meno. Se prima l'informazione era quel che era, oggi è quel che è. E la Cultura è un attrezzo sgangherato. Paese tristissimo, il nostro. Dal prima al poi qualcosa è cambiato. Forse siamo cambiati noi. Prima o poi, bisognerà dirlo.
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venerdì 17 giugno 2011
PRIMA E POI
Bisognerà ammettere prima o poi che dal prima al poi qualcosa è accaduta. Alcuni di quelli che si fregiavano di scudi antimafia sono passati, armi, armature e bagagli, con la mafia. Alcuni di quelli che stavano con la mafia, oggi indossano i fregi dismessi dai primi. Non meritanddoli, ovviamente, come i predecessori. Se prima si rubava un poco, oggi ho l'impressione che si rubi di più. Se prima lo Stato redistribuiva più reddito, oggi ho l'impressione che lo faccia di meno. Se prima l'informazione era quel che era, oggi è quel che è. E la Cultura è un attrezzo sgangherato. Paese tristissimo, il nostro. Dal prima al poi qualcosa è cambiato. Forse siamo cambiati noi. Prima o poi, bisognerà dirlo.
giovedì 4 ottobre 2007
I FUNERALI DEL NOSTRO RIMPIANTO

Pensavo che fosse oramai giunto il tempo di celebrare i funerali di Leonardo Sciascia: quelli del Mito, dopo quelli dell'uomo. E lo pensavo da lettore di Leonardo Sciascia. Il Contesto, per spiegarmi meglio, ritenevo fosse stato spogliato, con gli anni, di quel contesto culturale (e politico) che lo aveva reso assai provocatorio nei confronti dell'establishment comunista, e democristiano a ben pensarci (oggi diremmo Casta), e che pure l'aveva reso comprensibile, agli occhi dei lettori. E su quel filone, ritenevo fossero incastonati anche altri scritti: giornalistici, per lo più.
Pensavo che occorresse recuperare l'altro Sciascia, ancora vivissimo: quello, anzitutto, de Il Consiglio d'Egitto (e dell'arabica impostura dell'Abate Vella, che, se non fosse stata struccata dall'austriaco Hager, avrebbe forse comportato la fine anticipata del latifondismo nell'Isola); e quello delle Parrocchie di Regalpetra, di Nero su Nero, del Giorno della Civetta, delle Feste Popolari: lo scrittore terragno, legato alle tradizioni profonde della Sicilia, a danno del pamphlettista ipocritamente rimpianto (ad ogni cantone di giornale, fino a pochi anni fa).
Lo pensavo, e lo penso ancora. Tra l'imperfetto ed il presente, però, c'è un frammento, che impedisce a quel pensiero di girar bene come dovrebbe: il frammento di un diverso ragionamento, scacciato, per affetto, e rientrato a forza.
Tra la terra e il cielo, tra il Mistero e la Luce, Sciascia non ha mai scelto per davvero. E in questa contrapposizione, in questa dialettica, ha scritto del suo meglio.
Se proprio dobbiamo celebrar qualcosa, è il funerale del nostro rimpianto: di un intellettuale capace di tagliare ogni nodo, con una spada.
A Sciascia, che scrisse di molte eresìe, siamo debitori, in fondo, di una sola grande lezione, che potremmo sintetizzare così, con parole nostre: Non c'è Ragione senza Memoria. Nella conoscenza di quel che è stato, e nella libertà, che un autore può concedersi, di plasmar la storia, è la comprensione del presente.
lunedì 18 giugno 2007
GODIAMOCI IL PASSATO

Trascorrerò qualche giorno, come ogni anno, nel lontano Oriente siciliano.
Le infinite coltivazioni, tra i confini tracciati a secco come la Grande Muraglia. I carrubbi e gli ulivi centenari. Le masserie. Le greggi al pascolo.
Andrò in automobile. Un po' di autostrada e poi su e giù per i declivi del nisseno, fra Butera, Riesi, Mazzarino: con tappa intermedia a Gela, dentro le invisibili nubi del Petrolchimico, e poi, lungo la costa, tra le plastiche esauste delle serre e le costruzioni incompiute.
Tre ore, all'incirca.
In treno, servirebbero fino a nove ore e un quarto. L'aeroporto di Comiso potrebbe servir da scalo ad un Charter da Palermo.
E' una delle due parti della Sicilia che preferisco, il Val di Noto, insieme alle Madonie: luoghi di arretratezza operosa.
Temo che prima o poi, anche per loro, s'accenderà l'interesse del turismo di massa: che le riserve naturali saranno prese d'assalto, che le piazze di Modica e di Scicli, di Petralia e di Gangi, saranno colorate di neon e assordate da comitive ciacolanti, clacson e motorini.
Il turismo è il futuro, dicono.
Dovremmo goderci tutto il passato che ci resta da vivere.
domenica 3 giugno 2007
URLO

Avete letto qualcosa, di recente, sulla necessità di erigere un muro sanitario tra Letteratura e Genere? Illustri critici hanno scritto un libretto incandescente, sull'argomento.
Non so voi, ma io non capisco il problema.
Prendete l'Urlo, del simpatico Munch.
Alle spalle del protagonista, ad una decina di passi di distanza, camminano due uomini. Su quello che sembra un ponte. Forse lo stanno seguendo. Forse stanno per raggiungerlo. Lui è terrorizzato. Usa le mani come un megafono. E urla. Per chiedere aiuto. A te che lo stai guardando.
Oppure.
I due parlano tra di loro. O si scambiano pigre impressioni. Nemmeno lo hanno notato, quell'ometto. Lui, per parte sua, non vuole che essi si accorgano della sua disperazione, e cinge quell'urlo con le mani: a contenerlo. E a rivolgerlo a te, soltanto a te (che sei la causa di tutto).
La paura è comunque sua. Ma cambiano le ragioni di quella paura.
E i due in fondo alla strada? Che intenzioni hanno? Vogliono fargli del male? Sono dei matti?
E tu che guardi? Sei coinvolto? Sei una possibile vittima casuale, alla maniera del buon vecchio Hitchcock? O sei il possibile assassino? E per quale ragione l'assassino, in un giallo, non è mai il Lettore?
E' un giallo, Sissignore.
E di conseguenza, mi chiedo: l'Urlo è pittura di serie B? Arte di genere? Degenerata?
domenica 6 maggio 2007
LAISSEZ FAIRE

Lasciate fare. Nel caso del "Mercato", la Mano invisibile profetizzata da Adam Smith, e cioè l'incontro tra la domanda e l'offerta, determinerà esattamente i livelli della produzione, attraverso il meccanismo regolatore del prezzo.
Un miracolo al quale non credono i critici socialisti o corporativisti del Liberalismo. E che presuppone, per funzionare, l'astensione da ogni pratica capace di influenzare indebitamente il "Mercato", e cioé al di là del semplice selvatico incontro tra acquirenti e venditori. Per garantire un "Mercato" puro - sostengono alcune famiglie liberali (neocontrattualisti, liberal, liberaldemocratici, liberalsocialisti) - occorrerebbe l'arbitraggio severo ed efficace di autorità terze.
Il Laissez faire può dunque teoricamente assurgere a pratica opposta ai principi del Liberalismo, eticamente fondati sulla responsabilità individuale, sul rispetto di un patto fondamentale.
In Italia, quest'accezione inversa del Laissez faire si traduce in "Lassismo", filosofia che s-regola numerosi sistemi vitali del nostro Paese.
Due esempi.
L'Università, anzitutto.
A Palermo, la Facoltà di Lettere e Filosofia conta 14.000 iscritti. Duemila e cinquecento i nuovi iscritti, nel 2006. Un'enormità, a fronte della scarsa richiesta di Letterati e Filosofi.
Numeri chiusi e criteri d'esclusione per gli studenti fannulloni? Manco a parlarne.
La teoria empirica, fondata sulla prassi, è che non bisogna in alcun modo limitare il diritto a studiare, nonostante l'affollamento riduca le risorse a disposizione dell'Università: tanto - lasciando fare al "Mercato" del Sapere - si sa già che 22 studenti su 100 abbandoneranno gli studi entro i primi 12 mesi. E molti altri lo faranno poco tempo dopo.
C'è chi difende apertamente teoria e prassi.
La prima e più evidente conseguenza di questo modo di pensare e d'agire è che le risorse destinate a quei 22 studenti su 100, e sottratte agli altri 78 (e più ancora a quei 50 che effettivamente arriveranno alla laurea, e a quei 20 che la useranno), andranno bruciate, e chi può prevederlo, non fa nulla per impedirlo. La seconda conseguenza è che comunque occorrerà un numero più alto di docenti per garantire lezioni inutili a studenti svogliati, moltiplicando un'offerta di corsi buona a soddisfare i sogni dei futuri disoccupati e non il fabbisogno dei potenziali datori di lavoro (ciò vale, evidentemente, per chi annette alla Laurea un'utilità legata alla ricerca del lavoro). E si potrebbe proseguire a lungo.
Secondo esempio. La Giustizia.
Nessun limite all'azione penale. Milioni di procedimenti penali aperti. Nell'ultima eccellente puntata di Report, in onda mentre scrivo, si racconta dei rinvii continui di gran parte di questi procedimenti per futili motivi (mancata notifica della citazione ai testimoni, fra l'altro), e dell'impatto delle prescrizioni, che comporta l'impunità di molti mascalzoni.
Intendiamoci. Le prescrizioni sono sacrosante. Un processo breve è già la metà di un processo giusto: sia per gli imputati, sia per le vittime. Un processo lungo aiuta solo i colpevoli.
Ma quell'obbligatorietà dell'azione penale - così come nelle Università il libero accesso agli studi - comporta una quantità di lavoro inassolvibile dai nostri Tribunali. Se i giudici fossero pure dieci volte il loro numero, non ce la farebbero comunque, nel sistema attuale di accesso al giudizio e di elaborazione processuale del giudizio stesso. Chi dovrebbe aver paura della Giustizia, sa che per delinquere impunemente dovrà solo pagare un'abile difesa e allungare a dismisura i tempi di un processo. Della giustizia civile, cosa dire, che non sia stato detto?
Il "Mercato" della Giustizia è nell'incontro senza regole tra offerta indistinta di Processi e loro domanda, a fini di ristabilimento della legalità altrove calpestata. Il prezzo di accesso al servizio è bassissimo, ma in cambio della moneta (il danno, le spese legali, le spese processuali, e su questi elementi pesa l'effetto moltiplicatore del tempo), spesso non si riceve alcun corrispettivo.
Si potrebbe proseguire con altri sistemi: la Sanità, ad esempio, o i trasporti.
Il Laissez faire nella versione italiana - "Lassismo" mascherato da buon principio liberale, e mischiato a progressismi di varia natura - provoca sprechi e ingiustizie.
Verrebbe da dire, con linguaggio un po' retrò: difendiamo i principi e massacriamo il popolo.
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