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mercoledì 16 giugno 2010

LA CROSTA DELL'INFERNO

Da oggi in libreria, "La crosta dell'Inferno", Rizzoli HD.

Palermo può essere una città feroce. Sara Salemi, vicecapo della Sezione Minori, viene aggredita e accoltellata in uno stanzino della questura. Solo un caso fortuito la salva da una morte certa. La convalescenza è lunga, la paura e il rancore la tormentano ma, più forte di ogni cosa, un pensiero la guida: trovare la Bestia, la minaccia sospesa sulla città che colpisce, si nasconde e ogni volta scompare senza lasciare traccia. È lui l'assassino, lo psicopatico prezzolato che permette un traffico ignobile di innocenti, un giro di affari gestito da insospettabili professionisti e padri di famiglia. Solo con l'aiuto del suo capo Marcello Porzio, Sara potrà scoprire l'ultima verità. Simon Daniels è lo pseudonimo di uno scrittore che conosce il mondo criminale siciliano e i suoi retroscena più inquietanti.

sabato 2 gennaio 2010

RILEGGERE GUARESCHI

My Sky è fondamentale. In un tempo di palinsesti scombiccherati, aggiusta ogni cosa. Puoi recuperare vecchi film e registrare documentari preziosissimi.
In questi giorni, ho ripescato i film dedicati a Peppone e Don Camillo, tratti dai romanzi di Giovannino Guareschi. Tutti quanti, dalla prima all'ultima pellicola.
La serie cinematografica durò vent'anni: dal Don Camillo del '52 fino al Don Camillo e i giovani d'oggi del '72, in cui Gastone Moschin e Lionel Stander interpretano appena dignitosamente i personaggi immortali che erano appartenuti a Fernandel e Gino Cervi.
Ad un paio di metri dalla mia tv, occhieggia una vecchia raccolta del Candido. Copertina rigida. Satira e vignette imperdibili. La storia d'Italia si rilegge anche così, tra Guareschi e il suo omologo di parte comunista, Fortebraccio. Ma i libri di Guareschi, per me, sono altrettanto importanti dei film che ne furon tratti. Esempi di buona scrittura novecentesca e ingiustamente dimenticati.
Il mio amico Marco Ferrazzoli ha scritto un saggio, il suo secondo, su Giovannino Guareschi, Non solo Don Camillo, uscito a fine 2008 per L’Uomo Libero e mio primo consiglio di lettura, per quest'anno.

Cito da un'intervista de Il Fondo a Marco Ferrazzoli:

Indro Montanelli fu lapidario: “La storia del XX secolo la si può fare senza chiunque altro ma non senza Guareschi”. Io lo confermo, evidenziando che Guareschi non solo fu un grande scrittore, giornalista, disegnatore e umorista, ma soprattutto un grande intellettuale e personaggio italiano. È un autore centrale della nostra letteratura, un giornalista politico fondamentale e un raro esempio di coerenza umana e intellettuale.
Già nella prima metà del ‘900 Giovannino Guareschi è un celebre giornalista del Bertoldo. Nel 1943 viene deportato nei lager nazisti, divenendo una figura di spicco della “resistenza bianca”. Al rientro fonda e dirige il Candido, il maggior settimanale politico-satirico del dopoguerra. Nel ’46 sostiene la monarchia al referendum istituzionale. Fornisce un contributo essenziale alla vittoria democristiana nelle elezioni del 1948 con i famosi manifesti «Nell’urna Dio ti vede, Stalin no» e «Mamma votagli contro anche per me». Diviene un importante opinion-leader, uno dei più feroci fustigatori del partitismo e il principale polemista anti-comunista. Nel ’53 finisce in carcere per diffamazione di Einaudi e De Gasperi.
Già questa sommaria lettura della sua biografia dimostra come l’autore di Don Camillo sia stato uno dei più importanti intellettuali civili italiani del ‘900. Naturalmente, ci sono anche i libri del Mondo piccolo e molti altri: venduti e tradotti in milioni di copie, hanno ispirato film ancor oggi di grande audience. Ma, forse, a questo successo si deve un paradossale fraintendimento: l’edulcorazione dell’importanza storica e culturale di Guareschi e la sottovalutazione della sua statura morale. Un rischio che egli corre a causa sia dei “nemici” ansiosi di minimizzarne l’importanza, sia di taluni “amici” che sembrano confermarne l’immagine debole.
Guareschi è invece un autore centrale della nostra letteratura, un giornalista politico fondamentale e un raro esempio di coerenza umana e intellettuale.


Sottoscrivo.

sabato 26 dicembre 2009

VIAGGI IMMOBILI


Il libro è il treno di chi non parte mai.

giovedì 19 novembre 2009

LA STRADA GIUSTA


Cerchi la strada, imbocchi il boulevard de Stendhal, infili una strada laterale, rue de Tolstoj, e alla fine, il posto che cercavi è lì, dove sapevi: in place de Hemingway.

giovedì 15 ottobre 2009

QUESTO E' UN UOMO


Il 29 ottobre in libreria, il mio romanzo, pubblicato da Sellerio.

sabato 5 settembre 2009

QUESTO E' UN UOMO

Ad ottobre, sarà in libreria il mio "Questo è un uomo". Il racconto apparso nell'antologia "Il sogno e l'approdo" è diventato un romanzo, pubblicato sempre da Sellerio.

venerdì 20 giugno 2008

BARICCO E SAVIANO

Qualcuno di voi avrà, come me, letto della polemichina sull'editing profondo al quale sarebbero ritualmente sottoposti gli articoli di Roberto Saviano; e del giudizio di Alessandro Baricco su Gomorra: "Non mi è piaciuto".
Ora, che non si possa dir male di Saviano, mi sembra evidente, per il coraggio delle sue scelte; così come, mi sembra evidente che anche i libri di Saviano possano non piacere, a Baricco o ad altri.
Nessuno, credo, sarà rimasto sorpreso.
Non poteva che andare così. Lo scrittore più contenutistico, rasato e scamiciato, dispiace allo scrittore più formalistico, al fondatore della Scuola Holden, capelluto e button down.
E' l'eterno conflitto tra lo scrittore e il riscrittore. Tra la botte che invecchia e la barrique che affina. Tra un rosso giovane e robusto e un bianco in bollicine.
Questione di gusti.

lunedì 3 dicembre 2007

IL PESO DELL'INNOCENZA


Mi hanno chiesto: perché mai Alfredo Caltabellotta, uno dei protagonisti de "I Diavoli di Melùsa", sente il bisogno di tornare in Sicilia e di affermare la totale estraneità di suo padre alla vicenda criminale nella quale, mezzo secolo prima, era stato ingiustamente coinvolto? Era un vecchio caso giudiziario, dimenticato. E lui, Alfredo, stava per morire. Perché, dunque, rimestare nel passato?
Con la colpevolezza, dico, facciamo i conti. E' l'innocenza il problema. E l'innocenza dei padri, si sa, ricade sempre sui figli.

mercoledì 31 ottobre 2007

IL NUOVO DI EDMONDO BERSELLI


E' il più bravo di tutti. Ed ora, torna in libreria, con un volume che so già mi piacerà quanto e forse più degli altri. Non ne so nulla, fatta salva un'anticipazione letta sull'Espresso.
Ne conosco il titolo - "Adulti con riserva. Com'era allegra l'Italia prima del '68" - e la casa editrice: Mondadori.
E lui?
Lui è Edmondo Berselli, che mi aveva già deliziato con "Il più mancino dei tiri" e "Venerati maestri" (ve li raccomando!).
Berselli è autore di scrittura colta e grassa, ebanista di legni stagionati e tirati a lucido, ragionatore reazionario per quel che po' che basta.
Mi viene in mente, descrivendolo, che ogni giudizio contiene i germi del pregiudizio altrui.
Bene.
Se non apprezzate quelle virtù rabelaisiennes, e siete affezionati a certe modulazioni asinine della lingua e del pensiero - soggetto, predicato e complemento; tesi, antitesi e sintesi; logica e caos - Berselli non fa per voi. Tenetevene alla larga.

lunedì 29 ottobre 2007

LE VERITA' NASCOSTE


I libri non cambiano il mondo. Raccontano il cambiamento, però, e in certe occasioni, provano ad anticiparlo.
Il carattere visionario di certe letterature è dunque solo apparente, e il profetismo di certi autori è solo un'etichetta.
E' invece il frutto di un ragionamento, di un divertimento sui segni che anticipano, in ogni epoca, i cambiamenti.
Ne deriverebbe, se tutto ciò fosse vero, che non vi è, né può essere invocata, una supremazia del realismo sulle altre forme del narrare, e che il cosiddetto impegno è una forma volgare di quella più alta forma di narrazione che legge la realtà e ne riproduce una differente, per restituire - con la manipolazione - una verità che si è nascosta.

giovedì 18 ottobre 2007

SCRITTORI DEL MISTERO


Bisogna portarsi appresso i propri oggetti incompresi, ciò che per la strada abbiamo raccolto senza averne intuito il senso o l'utilità.
Così, l'estate scorsa, è capitato d'inciampare in una polemica sul tradimento degli scrittori "noir" palermitani: della loro città.
Molto di buono è giunto da quell'oggetto incompreso.
C'è un documentario, di Floriano Franzetti e Chiara Lo Cascio, che opportunamente è stato dedicato agli Scrittori del Mistero: palermitani, di nessuna scuola, e di nessun tradimento.
Dal quale, ricavo che vi è almeno un fraintendimento visibile, orbitante intorno a quell'oggetto incompreso.
Se si debba scrivere "per" qualcosa, o "di" qualcosa.
Doris Lessing afferma che nel dar vita ad un Manifesto Politico, si uccide il romanzo.

In Friendly Fire c'è il sito della società di produzione di Franzetti e Lo Cascio, La Tulipe Noire.

lunedì 27 agosto 2007

AMORE DI LIBRO


Sono gli ultimi giorni di timidissima scaramanzia. L'attesa è quella di un parto. Nessun esame preliminare. Nessuna ecografia. Quel che verrà fuori, si saprà alla fine. O all'inizio, per meglio dire. Sai solo quanto gli hai voluto bene. Ed ora, che sarà in mano a degli sconosciuti, che prenderà vie imprevedibili, ti preoccupi solo del suo destino. Un libro è un libro.

P.S. Questa splendida foto (Sicilia, Corleone, 1989), trovata sul Web, è di un Maestro, Francesco Cito.

giovedì 14 giugno 2007

PUBBLICARE UN LIBRO E' QUASI MEGLIO CHE SCRIVERLO


Si può dire: non capisco nulla di editoria.
Non si può dire: adesso ho capito.
La sola cosa utile, il solo discrimine possibile tra il prima e il dopo, tra assenza e presenza, è lasciarsi attraversare dalla vista di qualche migliaio di libri freschi di stampa e accatastati in magazzino in attesa del distributore.
Quelle parole ripetute e umide d'inchiostro, stampate sulle pagine e avvolte dalla plastica dura degli imballaggi, si staccano dal pensiero che le ha partorite, e si preparano ad una vita adulta.
Ci sarebbe un altro paio di considerazioni.
I libri, dal punto di vista dell'editore, si sentono. Dietro gli occhi che li leggono, la cucina dell'editore s'illumina di rado. Quando accade, i cuochi e gli inservienti si precipitano al banco e alle pentole. Voglio dire che troppi calcoli - sul best seller possibile, da progettare a freddo - sono inutili.
E infine, bisogna conservare manualità, tatto, fiuto. Le case editrici che perdono il gene dell'Officina medievale, il piacere della lettura del manoscritto, il gusto della pubblicazione del libro minore, la passione per quello strano animale che è lo scrittore, hanno dimenticato che pubblicare un libro è quasi meglio che scriverlo.

LO SCOPRIRETE SOLO LEGGENDO


Oramai, carissimi, è come ricevere una Lettera da Vigata.
Ogni libro, ogni racconto, è una confidenza di quel narratore onnisciente che conta i passi e i pensieri di Salvo Montalbano (e le insonnie, ultimamente).
Quest'ultimo, poi, dà una mano ai miscredenti.
Trovandosi a discutere con un cretino, Montalbano glielo dice papale papale: "Sono il gemello dell'Ispettore Maigret".
Per il resto, spiacentissimi per Livia, non vedevamo l'ora che si concedesse, il Commissario, alle generosissime grazie di Ingrid. E se accadde o no, se ci si avvicinò tanto o macari, lo scoprirete solo leggendo La pista di sabbia.

domenica 10 giugno 2007

ASSASSINIO AD AMSTERDAM


Di morti ce ne sarebbero due, in realtà. Pim Fortuyn e Theo Van Gogh, uccisi ad un paio d'anni di distanza l'uno dall'altro. Da due fanatici, di fanatismi diversi.
Il libro di Ian Buruma racconta anche di altri morti. Degli ebrei uccisi durante l'occupazione nazista, dei colonizzati (indonesiani) uccisi dai colonizzatori (olandesi).
Il libro racconta della morte della perfetta società olandese: Welfare + Tolleranza + Multiculturalismo. Racconta di una città, Amsterdam, che nel 2015 sarà abitata, al 52%, da stranieri: musulmani, per lo più.
Non è un libro politically correct.
E' per altri lettori, per altri occhi, per altre viscere.

martedì 5 giugno 2007

BREVE RITORNO DI LORENZA E IL COMMISSARIO


Il 25 giugno sarà in libreria "Tutto il nero dell'Italia": un’antologia, pubblicata da Noubs (piccola casa editrice abruzzese di qualità), di 20 più o meno giovani scrittori italiani, compresi tra i 17 e i 44 anni.
Racconti nerissimi, ovviamente.
L’antologia reca due firme di Thriller Magazine: del curatore della collana “Le Api”, Mauro Smocovich, e della curatrice del volume, Chiara Bertazzoni.
Tra i 20, c’è anche un mio racconto. Ricompaiono Lorenza e il Commissario. Stavolta, però, la voce narrante è quella di Giuliano Paternò.

“Il "genere" - è scritto nel Comunicato Stampa - fornisce oggi in modo più rapido e immediato una chiave di lettura del reale. Un'altra qualità è la coralità di descrizioni di cui è capace questo tipo di racconto. L'Italia delle diversità, l'Italia delle regioni e dei tanti campanili emerge prepotente anche da questa antologia, con tutte le sue peculiarità e differenze irredente all'omologazione televisiva e del mondo delle merci. Leggendo i racconti di questa raccolta possiamo mettere a fuoco un quadro preciso degli squilibri fra il mondo metropolitano e quello rurale, tra la nausea da benessere della provincia più appartata e la vita agra delle città del sud, tra l'improvvisa follia che deflagra in un tranquillo mondo valligiano e la vendetta atroce contro un padre padrone, tra le morti bianche provocate da chi specula sull'uomo e sulla natura e l'inquietudine mortale che prende chi smarrisce il senso della propria vita in un quartiere degradato, in una delle tante banlieu”.

Le note di copertina sono di Carlo Lucarelli, Giancarlo De Cataldo e Sergio Altieri.

lunedì 28 maggio 2007

CANDIDO INTERVISTA CAMILLERI


Tempo fa, un mio carissimo amico (un clone, direi), decise di scrivere sotto pseudonimo. Scelse quello di Candido da Regalpetra. Alludendo al Maestro di Regalpetra, ovviamente. E su Capital, diretto dal Supremo Pietro Calabrese e poi dal primo allievo Giovanni Iozzia, pubblicò - sotto l'anzidetto nome di fantasia - un po' di articoli e di interviste. Una, quella che segue, ad Andrea Camilleri. Ha quattro anni. Ma resiste.

Mettiti seduto, tranquillo. La questione è di qualche importanza.
Non ti pare, caro lettore, che da un poco di tempo a questa parte siculi e sicule presero possesso delle tue risate, delle tue letture, per non dire della tua musica, della tua televisione e del tuo cinema?
Possesso, sì. E neanche possiamo dire che lo fecero zitti zitti, ammucciuni, di nascosto.
Allora, sei seduto? Non ancora? Ma che stiamo scherzando? Te lo devo ripetere?
Ricominciamo. Il discorso è questo. Te lo ricordi il Regno delle due Sicilie? Ora ce ne sono perlomeno cinque o sei, di Sicilie in questo Regno, e il Re si chiama Camilleri. Camilleri Andrea. Che è uomo per l’appunto di ironia, essendo della terra di Pirandello Luigi, Agrigento; e di letteratura, per conseguenza; e travagliò per la televisione, alla Rai, scrivendo le scene e le battute di telefilm e sceneggiati, vecchi, ancora in bianco e nero; e per il teatro, insegnando all’Accademia d’Arte Drammatica, e al Cinema.
Ora, Camilleri scrive libri che ci vorrebbero petroliere per trasportarli tutti in libreria. Insomma. Un Imperatore, altro che Re.
Andiamo al fatto. Troppi siculi si contendono i titoli del Regno. E alla domanda - “chi è il più siciliano del Reame?” - viene difficile rispondere. E dunque, chi meglio del Re, dell’Imperatore, Camilleri Andrea insomma, può fare ordine in questa Corte di stravacanti, di attori, di registi, belle fimmine, musicisti e scrittori?
Se finalmente sei comodo, cominciamo, caro lettore!
Maestà, scusasse il disturbo, ma chi è il più siciliano del Reame?
“Difficile dire chi è più siciliano. Anche perché è difficile pensare a un comun denominatore dell’esser siciliani. Secondo me, è una partenza sbagliata. La complessità del siciliano è nota, credo. C’è un bella frase di Vitaliano Brancati: il signor x e il signor y abitano sullo stesso pianerottolo. Sono tutti e 2 siciliani. Ma quando si va dalla casa dell’uno a quella dell’altro, è come passare da un continente all’altro. I siciliani, tra loro, sono diversi fisicamente, culturalmente, psichicamente”.
Ma non sarà proprio questo ad accomunarli, la complessità?
“Naturale. C’è una domanda di Leonardo Sciascia nel Consiglio d’Egitto, formulata ad un certo punto dal Vicerè: come si fa ad esser siciliani? Come si fa a sopportarlo? Come si fa a vivere essendo siciliani?”.
Le dispiace se assegniamo qualche titolo, così, per principiare a mettere ordine? Se è d’accordo, comincerei da due attori. E il primo, Zingaretti Luca, lo facciamo siciliano sul campo, ad honorem. L’altro è Fiorello Rosario. Lo Zingaretti arriniscì a dare vita al suo Commissario Montalbano, che personaggio di fantasia è: sbirro buono, con senso di giustizia, simpatico e vincente. E il Fiorello, invece, uomo in carne e ossa, pare personaggio di fantasia: imitatore, presentatore, cantante, attore, uomo finito insomma, epperò riesce a dire cose intelligenti, e a fare una cosa intelligentissima come la Radio.
“Sempre di due attori stiamo parlando. Fiorello imita, presenta canta, ma è anche un grande attore. La capacità di trasformarsi da attore disinvolto e cantante ad uomo capace di dire cose intelligenti e serie, è tipica di un grande attore di intrattenimento. Essere siciliano qui è molto, molto relativo. Andiamo a toccare quel meraviglioso mestiere che è l’attore, che poi è la capacità di essere altro da sé. A questi livelli di bravura, sarebbe persino possibile una trasformazione di Zingaretti in Fiorello e viceversa. Quando si è bravi, ci si riesce. Non mi meraviglia per niente”.
Lo Zingaretti non aveva le carte in regola per essere Montalbano. Stando ai suoi romanzi.
“No. Era tutto sbagliato, ragionando con il vecchio schema del phisyque du role. A cominciare dall’età: Montalbano oggi ha 53 anni: io ho scritto che è nato nel 1950. Montalbano, poi, ha capelli e baffi. Zingaretti, invece, anche se più giovane e calvo, dà l’idea di essere l’unico possibile Montalbano. Io non ho mai detto è lontano dal mio personaggio. Io sapevo che era uno straordinario attore. Valeva la mia esperienza”.
Sì, perché lei fu suo professore, all’Accademia.
“Io lo considero mio nipote. E lui, mi tiene per zio. Ricordo che quando cominciò a fare questo personaggio, ebbe una crisi di impatto, come accade spesso agli attori, e mi fece la prima e ultima telefonata dal set, dicendomi: Andrea, da dove lo devo prendere questo personaggio? E io più o meno gli risposi: da te stesso, e non rompere i coglioni. Non ci furono altre parole”.
Solo in Sicilia ci possono essere nipoti adottivi, e difatti il rispetto si esprime nella ziitudine, nel dare a qualcuno dello Zio. E poi, il modo di parlare dice tutto: “da dove lo devo prendere questo personaggio, da quale verso…”
“Sì, Zingaretti è un siciliano ad honorem”.
E dunque, passiamo alla cerimonia della spada? Che titoli gli diamo a questi due, il Fiorello e lo Zingaretti?
“Principi, senz’altro”.
E Baglio Aldo?
“Quello di Aldo, Giovanni e Giacomo? Io mi ci diverto da matti con loro. Merita senz’altro un marchesato”.
Il Baglio pare uno che lavora all’antica. Grande artigiano da avanspettacolo. Un classico contemporaneo.
“Anche questo è un bel problemino. Non è che conti molto l’innovazione. Conta, semmai, quanta intelligenza metti in quello che fai. Ora, per quel che riguarda noi siciliani – e qui ho uno scatto d’orgoglio – devo dire che siamo leggermente più reattivi di molti altri. Perché siamo dei bastardi”.
Nel senso letterale? Nel senso che siamo figli di molti padri?
“Proprio. E’ come la storia del cane di razza. Ha un bel pedigree, ma è po’ scemo. I cani di strada sono più reattivi. Tornando ad Aldo Baglio, che mi fa ridere davvero assai, mi sembra che incarni una delle nostre maschere, Giufà. Giufà ha due facce, è stupido e intelligente. E’ il nostro Bertoldo. Baglio ha veramente grande tradizione”.
E Ficarra e Picone?
“Li seguo da molto tempo. Sono due palermitanazzi, in senso buono. Nel loro lavoro c’è una cosa, una sorta di intelligenza del gioco, che arriva immediatamente e ti lascia presuppore un risvolto che non è quello che vedi: un sottotesto, un’allusione continua”.
Meritano almeno un Granducato.
“Perlomeno”.
La spada pesa. Se la vuole riporre un attimo, le volevo fare una domanda. Ma come se lo spiega questo fenomeno di colonialismo siculo nel territorio difficilissimo della comicità?
“Mica si può avere il ciclo continuo. Era inevitabile che avvenisse una sorta di ritorno. Questo succede spesso. Abbiamo avuto l’epoca catanese di Angelo Musco, al quale il grande D’Amico dedicava pagine e pagine, ed era in grado di farsi capire in tutta Italia. Poi venne De Filippo, che era napoletano. Sono fatti ciclici. Non so quanto durerà. Ma bisogna anche dire che questo è il tempo dei comici siciliani alla ribalta, non il tempo della caricatura della Sicilia. Ricordo quegli spaventosi doppiaggi, con un siciliano improbabile, che diventavano una parodia involontaria. Questi nuovi comici, al contrario, fanno parodia con i loro linguaggi della loro realtà, e l’autenticità paga”.
I siciliani fanno ridere. Ed è una buona notizia. Ma sanno anche ridere di sé. Prenda La Russa Ignazio e Schifani Renato. Fatti a pezzi da Fiorello e Marcoré. Eppure, uno va in diretta a farsi fare il verso – “digiamoolo!” – e l’altro si mette con la famiglia davanti alla televisione a ridere del suo riporto!
“Si vede che sono dei buoni siciliani. A quella domanda di Sciascia, come si fa ad esser siciliani, una volta risposi: con l’ironia e l’autoironia. E questo non corrisponde al canone del siciliano irascibile, che è di per sé falsificante”.
Sono diventati due maschere, il La Russa e lo Schifani. O no? Che facciamo, glielo diamo un titolo?
“Niente titoli. E le dico la verità. A me viene molto difficile chiamarle maschere, che poi sono simboli, figure esemplari. Loro sono due uomini politici – dai quali peraltro sono lontano mille miglia - che reagiscono bene alla satira, non reagendo, ridendo a denti stretti. Reagire è la cosa più brutta che si possa fare contro la satira. Ci fu un grosso personaggio politico che ricorse al giudice contro un atto di satira. Io lo trovai delirante. Un uomo politico sa che è esposto alla satira. Deve reagire solo alla diffamazione”.
Torniamo agli attori. Che ne dice di Lo Cascio Luigi, che coi Cento Passi fece un figurone?
“Anche lui è stato allievo mio. E’ cresciuto benissimo, e continuerà a crescere. E’ un tipo alla Zingaretti. Mi dispiace non poterli vedere vecchi. Sono vini di classe, e miglioreranno con il tempo”.
Diventerà Principe, insomma. E i registi? Ce ne sono tanti, ormai. C’è Torre Roberta, milanese di nascita e palermitana di adozione. C’è Scimeca Pasquale. E c’è Tornatore Peppuccio. Uno, il Tornatore, che ha assimilato il grande cinema, o il cinema dei grandi, e che muove la cinepresa come un grande pennello. Epperò, si disse pure che i suoi colori, a volte, sapevano di melassa.
“Io non vedo tutta questa melassa nell’Uomo delle Stelle. E proprio quel finale va letto in un altro modo. Qualsiasi cosa sia una rinunzia, non è mai una melassa”.
Il Tornatore racconta spesso un sentimento alla volta: con Nuovo Cinema Paradiso, la nostalgia; con Una pura formalità, la paura della morte; e con Maléna, l’erotismo.
“Noi uomini siamo anche uno alla volta. La sua forma narrativa è quella di una cosa alla volta: ma bene, però”.
Principe, abbiamo capito. Parliamo di musica? Anche qui sono tanti i siculi. C’è Battiato Franco, c’è Consoli Carmen, c’è Sollima Giovanni, violoncellista e compositore. E ce ne sono altri ancora.
“Battiato lo ascolto ma non posso dire di nutrire molta simpatia nei confronti della sua musica. Ma lo facciamo Conte. La Consoli mi piace tantissimo. Trasgressiva, moderna, mi piace anche per questo. Sollima, poi, lo considero tra i più importanti compositori italiani, per quel che ho sentito fino a questo momento. Gli diamo un Granducato”.
E la Consoli, Maestà?
“Principessa. Anche se non voglio spodestare la bellissima nostra attrice, Maria Grazia Cucinotta”.
Di belle donne ce ne sono assai, in Sicilia. C’è Riccobono Eva, che comparve in televisione e fece strage di telespettatori. E poi Valle Anna, già Miss Italia, che per qualche anno, da ragazzina, visse a Lentini, e potrebbe chiedere il passaporto. E La Rosa Marina, che frequentò il Grande Fratello e si spogliò davanti a un fotografo.
“Bé, la Riccobono giustamente aspira al titolo, e ha tutte le carte in regola per acquisirlo. La Valle? Boh, faccia lei. Cavaliera, magari. Marina La Rosa non la conosco: il Grande Fratello è escluso dal mio orizzonte. Senta, ma una domanda, io, gliela posso fare?”
Sicuro.
“Di letteratura non ne parliamo?”.
Mancanza! Può essere mai che non ne parliamo?
“E qua i talenti sono tanti. Tanti e importanti. Vincenzo Consolo lo facciamo principe da subito. Un ducato va a Giuseppe Bonaviri: ce ne scordiamo troppo spesso. Dietro, vengono una schiera di aspiranti nobili, che fa piacere farli conti: Roberto Alajmo, con il suo Repertorio dei pazzi della città di Palermo. E poi Santo Piazzese, Giosuè Calaciura, Piergiorgio Di Cara, Silvana Grasso e Silvana La Spina”.
Grazie, Maestà. Anzi, torno a chiamarla Professore, ché la Repubblica non ci dispiace. Se abbiamo scherzato sui titoli, lo si deve al ritorno dei Savoia, pure se preferiamo il purissimo giglio dei Borboni.

venerdì 25 maggio 2007

IL DIZIONARIO DEI PERSONAGGI DA ROMANZO


Ne scrisse uno Gesualdo Bufalino. Tutt'ora insuperato. Ma sono trascorsi degli anni, ed è come fossero secoli. La televisione ha cambiato la nostra lingua, ed era già accaduto, al tempo del ribellissimo Bufalino. Ora, ci si è messo anche il Web, che ha cambiato il mondo. A far nuovi dizionari, si dovrebbe tener conto di questo. Un esempio. Partendo dalla prima lettera dell'alfabeto. Abbondio. Don, per completezza. Come lo descriverebbe, oggi, Alessandro Manzoni? Come un pretonzolo tutto macchie sul talare? O come un prete ragazzino, o un laico, timoroso del suo tempo? I Don Abbondio, ai giorni nostri, si sono evoluti. Sorridono. Ostentano vite quasi normali. Si son fatti maestri dell'arte della dissimulazione. Ma il coraggio, quello, ancora non se lo possono dare. E' tutto in quel quasi. Quasi normali.

VOGLIA DI BALZAC


Che ciascuno la pensi a suo modo. Ma sulla Commedia Umana non può esservi dibattito. I tipi, i caratteri, descritti da Honoré de Balzac, sono quelli che intravvediamo ancora, in certi nasi aggrottati, paurosi che un centesimo scivoli dalle tasche cucite segretamente nel pastrano; in certi tremori, che svelano il tradimento; in certi scoppi d'ira, apparentemente improvvisi come piogge estive, e covati a lungo, invece, in segno di rivolta per la gioventù altrui, e per la rabbia d'aver rinnegato ogni cosa, ogni promessa. La Commedia Umana è la Letteratura. È Esiodo. È Omero. È Aristofane. È Apuleio. È Shakespeare. È Brancati. Ed è gran parte di quel che sta tra l'uno e l'altro. Osservare i Caratteri con attenzione è un piacere appena più lieve del riprodurli.

giovedì 24 maggio 2007

ANTROPOLOGIE CITTADINE


Tempo fa, fui coinvolto in una polemica "inqualificabile" su cosa fosse opportuno narrare della città. Risposi, insieme ad altri, con l'arma che uso di più, l'unica in realtà: l'ironia. Penso però che anche di altro dovremmo occuparci, nei libri: di quella mutazione antropologica metropolitana che comincia ad interessare anche Palermo, dopo aver riguardato le grandi città del mondo. Abbiamo anche noi, a guardar bene, le tribù, che si costituiscono per tentativi di approssimazione, le violenze di strada, che infrangono codici di antica data, i colori di guerra, ovvero l'aspetto esteriore, i linguaggi, i riti quotidiani, nelle grandi are collettive. Palermo comincia a somigliare ad altro dalla sua storia. E questo, piaccia o non piaccia ai polemisti un po' retrò, è "il fatto" di cui dovremmo occuparci. Ciascuno a suo modo.

P.S. E un antropologo che ci spieghi queste tribù, non c'è?