Visualizzazione post con etichetta Mafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mafia. Mostra tutti i post

venerdì 4 febbraio 2011

LO STATO UMANO E LA MAFIA DISUMANA

Ciò che ha fatto Bernardo Provenzano nella sua vita è francamente ripugnante, e non può esservi alcuna pietà per gli uomini di Cosa Nostra, colpevoli di vessazioni e violenze d'ogni tipo. Ma lo Stato, che è comunità di uomini liberi, deve saper sempre mostrare la propria superiorità. Anche un boss come Provenzano va curato, se ammalato, e se le sue condizioni sono incompatibili con la detenzione in carcere, allora va ricoverato altrove. Non rinunciando, è ovvio, alla sicurezza.

giovedì 8 gennaio 2009

IN ARRIVO LA VERITA' SULLE STRAGI?

Le deposizioni di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, potrebbero far luce su una pagina oscura della recente storia d'Italia: il '92, le stragi, la trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato italiano. Su L'Espresso da domani in edicola, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, due bravi giornalisti, autori fra l'altro de 'L'Agenda rossa di Paolo Borsellino', parlano di queste deposizioni. L'articolo contiene fatti e nomi. In coda, ripubblico un mio vecchio Post: risale al 19 luglio 2007, quando non si aveva ancora notizia di queste deposizioni. Post che sottoscrivo ancora oggi, anche nella parte in cui mi dico pessimista sul raggiungimento della verità.

L'Espresso - Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
Dopo il «botto» sull'autostrada di Capaci, nei 56 giorni che separarono l'attentato a Giovanni Falcone da quello a Paolo Borsellino, l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino sarebbe venuto a sapere che pezzi dello Stato avevano intavolato una «trattativa» con Cosa nostra per far cessare il terrorismo mafioso, in cambio di alcune concessioni legislative: prima fra tutte la revisione del maxiprocesso. Sarebbe stato uno dei protagonisti di quel negoziato, Vito Ciancimino, a chiedere alcune «garanzie istituzionali», tra cui quella che Mancino fosse informato. E avrebbe ottenuto, attraverso canali tuttora al vaglio dei magistrati, che l'informazione giungesse al destinatario. È uno dei passaggi più delicati delle nuove rivelazioni fatte nei giorni scorsi ai pm di Palermo da Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di Vito, l'ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano che fu per decenni la longa manus del boss Bernardo Provenzano nel cuore della Dc. I nuovi verbali, trasmessi subito a Caltanissetta, sono già sul tavolo del procuratore Sergio Lari, che coordina l'ultimo fascicolo rimasto aperto sui mandanti esterni della strage di via D'Amelio e contengono rivelazioni che potrebbero imprimere una svolta alle indagini sull'eliminazione di Borsellino, la pagina più inquietante della sfida mafiosa sferrata contro le istituzioni all'inizio degli anni Novanta. Gli stessi verbali sono confluiti nella nuova indagine della procura di Palermo sui «sistemi criminali» in azione in Italia durante la stagione delle stragi. E non è escluso che Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, venga chiamato dalle due procure siciliane nelle prossime settimane per fornire la sua versione dei fatti. Massimo Ciancimino, l'unico dei quattro figli di don Vito a vivere con lui fino alla fine dei suoi giorni, è un personaggio assai controverso: condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio del tesoro accumulato dal padre in quarant'anni di attività politico-amministrativa, imprenditore di una miriade di società grandi e piccole, è noto a Palermo per le sue abitudini da bon vivant, tra auto di lusso, yacht miliardari e vacanze esclusive. Da qualche mese, il figlio dell'ex sindaco "collabora" con gli inquirenti e nelle ultime settimane ha ricostruito nei dettagli con i magistrati di Palermo le fasi cruciali del negoziato che gli uomini del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, a cavallo tra le due stragi del '92, avviarono con don Vito per chiedere al boss Totò Riina di fermare l'attacco allo Stato. «Mio padre», ha detto Ciancimino, «era molto prudente, comprendeva tutti i rischi della situazione, e voleva essere sicuro che ci fosse una copertura istituzionale al negoziato. Voleva accertarsi che gli uomini del Ros avessero concretamente l'approvazione delle istituzioni». È questa una circostanza che Mori e De Donno hanno sempre negato, sostenendo di essere andati da Ciancimino in assoluta autonomia, spinti solo dalla necessità di stringere il cerchio attorno a Riina. Ma Ciancimino jr la racconta in un modo diverso, sostenendo davanti ai pm di Palermo di aver visto con i suoi occhi il famoso «papello», il foglio con le richieste che Cosa nostra presentò allo Stato in cambio di uno stop alla stagione delle stragi. «Il medico personale di Riina, Antonino Cinà», ha raccontato, «era il collegamento diretto. Tutte le volte che mio padre ha iniziato la trattativa, l'ho visto spesso a casa mia». Ma a portare il «papello», secondo il giovane imprenditore, sarebbe stata un'altra persona, un «signore distinto», che avrebbe consegnato materialmente la busta con le rivendicazioni di Cosa nostra. «Mio padre lo conosceva», ha aggiunto Massimo Ciancimino, «lo aveva incontrato varie volte a Roma. Non so perché la busta gli venne consegnata a Palermo». Quel «signore distinto» il figlio di don Vito non lo conosce, non sa chi sia. I pm di Palermo gli hanno sottoposto una serie di fotografie, ma l'esito degli accertamenti è ancora top secret. È a questo punto della trattativa che l'ex sindaco di Palermo, secondo il figlio, avrebbe chiesto una «garanzia» istituzionale per procedere nel negoziato con lo Stato. Chiedendo di informare il ministro Mancino degli incontri avviati tra Roma e Palermo con gli uomini del Ros. Secondo Ciancimino jr, quella richiesta sarebbe stata esaudita. Il padre avrebbe avuto la conferma che Mancino era stato informato. Dopo questa rivelazione, l'attenzione investigativa si è concentrata sull'incontro del 1° luglio 1992, il giorno in cui Paolo Borsellino venne convocato al Viminale durante la cerimonia di insediamento di Mancino, che subentrò a Vincenzo Scotti alla guida del ministero degli Interni. I pm hanno acquisito l'interrogatorio reso da Mancino ai magistrati di Caltanissetta nel '98: «Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla», ha detto Mancino ai pm, «era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza». Un incontro che, invece, ricorda l'avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò che quel giorno accompagnò Borsellino sulla soglia della stanza del neo-ministro. Ricorda di averlo visto entrare, di averlo visto uscire poco dopo, e di essere entrato a sua volta, ma da solo. Perché questo incontro è importante per le indagini? Perché, ipotizzano i magistrati, se è vero che Mancino fu avvertito della trattativa in corso, anche Borsellino, erede di Falcone, in quel momento uomo-simbolo della lotta alla mafia in Italia, e candidato in pectore alla Superprocura, potrebbe esserne stato a sua volta informato quel giorno al Viminale. E se davvero Borsellino avesse saputo che lo Stato era sceso a patti con Cosa nostra, è la tesi investigativa, la sua posizione di netta contrapposizione o di presa di distanza potrebbe averne determinato la morte. È certo, sottolineano in procura, che ad un certo punto la trattativa si arenò, le richieste di Cosa nostra vennero giudicate inaccettabili, e Riina decise di provocare un nuovo «botto» per riavviare i contatti istituzionali. E le sentenze di due processi, quello per la strage di Firenze e il Borsellino-bis concluso a Caltanissetta, acquisite a Palermo agli atti della nuova inchiesta, hanno sostenuto che fu proprio la trattativa interrotta a provocare una ripresa della stagione delle stragi. «Dopo la morte di Borsellino, mio padre si sentiva in colpa», ha rivelato Massimo Ciancimino. «Mi confidò le sue riflessioni su tutta questa storia: disse che avviare la trattativa era già stata una prova di debolezza da parte dello Stato, ma che fermarla aveva avuto un effetto disastroso». Fin qui le rivelazioni del figlio di don Vito, che nei giorni scorsi a Palermo è rimasto vittima di un'intimidazione che lo ha costretto ad anticipare la partenza per la città del nord Italia dove vive attualmente con la famiglia. Chiarezza sugli incontri di quel primo luglio al Viminale hanno sempre reclamato i fratelli di Paolo Borsellino, Rita e Salvatore. «Chiedo soprattutto al senatore Nicola Mancino del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al '92, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo», ha scritto Salvatore Borsellino in una lettera aperta nel luglio del 2007, «lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi e abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di cosa si parlò nell'incontro con Paolo».
Latinera - 19 luglio 2007
La Solitudine di Borsellino
Oggi ricordiamo Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.Borsellino sapeva che la sua sorte era segnata. Glielo diceva la logica, e glielo dicevano le informative dei Ros sul tritolo già consegnato ai suoi assassini, i tanti segnali colti in incontri ufficiali o riservati, e infine, l'assenza di concreti provvedimenti a sua tutela.Era consapevole d'esser rimasto solo, Paolo Borsellino: contro Cosa nostra e i suoi complici.In quel dibattito alla Biblioteca Comunale, promosso da Micromega (era forse il 27 giugno, tre settimane prima del suo appuntamento con la morte), pronunciò parole insolitamente dure, su quel che aveva preceduto e accompagnato la morte di Giovanni Falcone.Credo anch'io che le cause degli eventi che si scatenarono in quel terribile periodo, iniziato nel '92 con la morte di Salvo Lima e conclusosi nel '93 con gli attentati di Firenze, Milano e Roma, siano da addebitarsi ad un complesso ragionamento, che per consuetudine sociologica si potrebbe dire "politico".Furono assunte delle decisioni, probabilmente, in Sicilia e altrove (principalmente altrove). E queste decisioni, a cascata, ne determinarono delle altre.Non credo alle teorie dette del "Grande Vecchio". Mi pare probabile, piuttosto, che si sia giocata una sorta di partita a scacchi, con più attori, molti dei quali hanno fatto presto a metter da parte ogni scrupolo.Se lo hanno fatto, o erano stretti in una falange sin troppo compatta, o intravvedevano dei vantaggi, da quel cedimento.E poiché nessuno ammetterà d'aver partecipato a quella sfida, ritengo che difficilmente si giungerà alla verità.Alcuni tra i protagonisti, assolutamente insospettabili, potrebbero essere ancora in giro, a godersi i frutti di quella stagione, e a vegliare sul silenzio.

venerdì 30 novembre 2007

LA NUOVA ANTIMAFIA


Il 2007 sembra esser l'anno della svolta.
La maggior parte dei siciliani, recita un sondaggio, si dice convinta che la mafia sarà sconfitta, e i risultati concreti di questi ultimi anni, rendono concreta quest'ipotesi: i colpi inferti a Cosa Nostra, i no alla mafia pronunciati dagli imprenditori e dai lavoratori.
Ma in questo formidabile 2007 accade anche dell'altro.
Tra ieri e oggi, a Palermo, per iniziativa dell'Università cittadina e di altri atenei italiani, si è tenuta una due giorni sulle Mafie e gli strumenti penali di contrasto, in tutt'Europa.
Tra le tante cose delle quali si è parlato, una più di altre ha meritato titoli e spazio sui giornali: il gran numero di inchieste, oltre settemila, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, e la percentuale ridottissima di sentenze, intorno all'8 per cento. Si può ipotizzare che le condanne siano la metà. E non è di certo un bell'ipotizzare.
Ora, in tanti, hanno chiesto che questo reato - d'origine giurisprudenziale, e cioè "inventato" dalla Corte di Cassazione - sia finalmente tipizzato: trasformato in fattispecie, inquadrato con apposita norma esplicita dal Parlamento.
Forse questo è un primo segno tangibile di un processo culturale più ampio, che conduce a far dei due maggiori problemi della Giustizia Italiana, l'efficienza e le garanzie delle parti, le facce di una stessa medaglia.
Se più generale, la questione dovrebbe indicare la necessità di un disboscamento del Codice Penale e di una semplificazione del Codice di Procedura Penali: meno reati e un vaglio più stretto per quelle indagini che i pm chiedono di condurre a giudizio. E per quel vaglio, che in Italia è costituito dai Gip e non dai Gran Giurì, occorrerebbero forze e risorse.
Un processo culturale che accosti efficienza e garanzie, poi, sia detto per inciso, potrebbe spingersi fino ad una più netta divisione di compiti tra le forze di polizia.
Sarebbe opportuno che di questa nuova temperie, che forse sarebbe piaciuta a Leonardo Sciascia, si tenesse conto, nel dibattito sul Testo Unico Antimafia che presto sbarcherà in Parlamento, nella forma di una Legge delega al Governo.
Palermo lancia un segnale.
Nessun doppio binario è possibile. Non si può pensare a Tribunali Speciali Antimafia. Quel che è accaduto con il Terrorismo non è ripetibile. Ma la lentezza endemica della Giustizia Italiana, quando contamina i processi di mafia, determina conseguenze orribili. Per lo Stato e per i Cittadini.

mercoledì 7 novembre 2007

I ROLEX DEI BOSS


Leggo che i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, largheggiavano in generi di lusso: orologi rolex, scarpe di gran marca, cachemire e flanelle (acquistati negli empori della ricchezza cittadina, con i 40.000 euro al mese e le stock option del pizzo); che il figlio frequentava i pub della città, la movida palermitana; che i poliziotti, in quel covo di Giardinello, così chiassoso, poco elegante, hanno ritrovato una sorta di Decalogo del perfetto mafioso, stilato dall'erede di Provenzano alla guida di Cosa Nostra: un prontuario di virtù virili, immagino, dall'omertà all'obbedienza.
Mi pare di cogliere in questi fatti una contraddizione: per quegli uomini, i segni esteriori della ricchezza contavano qualcosa, e la funzione di quei segni (l'attrazione del consenso altrui) prevaleva sulle inviolabili regole della latitanza, sin da quella aurea: la dissimulazione, l'invisibilità.
Quanta differenza con Bernardo Provenzano, arrestato, con la sua cicoria e la sua ricotta, in un vecchio casolare del corleonese!
Forse, a decretar la fine della mafia - insieme alla rivolta sociale, e alla repressione di polizia - sarà la televisione, con la pubblicità: rolex, scarpe, cachemire e flanelle.

lunedì 5 novembre 2007

LA TESTA DI COSA NOSTRA


L'hanno preso. Che sia o no l'erede di Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo ora è in manette. E con lui, il figlio Sandro.
Fuori, adesso, resta Matteo Messina Denaro. Il boss di Castelvetrano preoccupa gli investigatori più del suo (ex) concorrente al trono di Capo dei Capi, perché ritenuto più violento.
La partita che si chiude oggi, decapita definitivamente la mafia palermitana: e in che modo, gli investigatori lo scopriranno analizzando il materiale ritrovato nel covo di Giardinello, dov'era in corso un summit.
Ma l'altra partita, quella che si apre oggi, riguarda, più generalmente, il futuro della lotta alla mafia in Sicilia.

martedì 18 settembre 2007

I NUOVI VESPRI


Tempo fa, avevo visitato, per lavoro, una discarica, tra Montallegro e Siculiana, in provincia di Agrigento (vedi Post dell'11 maggio scorso). Una discarica di concezione modernissima. Rifiuti trattati e interrati, in grosse fosse dalle quali, una volta esaurite, è possibile estrarre del biogas.
Uno dei proprietari, Giuseppe Catanzaro, è al vertice di Confindustria in provincia. La sua impresa ha ricevuto un'intimidazione chiarissima. Un attentato incendiario. Si pensa al Racket, o al fastidio che quell'attività può arrecare agli affari mafiosi sui rifiuti.
Catanzaro ha risposto che non cederà di un millimetro.
Per lui e per gli altri imprenditori che ad Agrigento, a Caltanissetta, a Catania, a Palermo, a Trapani, hanno trovato la forza di dire no alla mafia, la situazione non è semplice.
Andrea Camilleri è tornato a sostenere la proposta del Vice Presidente di Confindustria, con delega al Mezzogiorno, il palermitano Ettore Artioli: "Inviate l'esercito in Sicilia".
Siamo in tanti a chiederci: cosa aspetta il governo a dare il via ad una nuova operazione "Vespri Siciliani"?

giovedì 6 settembre 2007

SOTTOBRACCIO, CONTRO LA MAFIA


Negli anni Quaranta, Cinquanta - e l'uso proseguì per qualche tempo ancora - se gli uomini di rispetto, si fa per dire, d'un Paese siciliano, infastidivano l'uomo della legge - colui che portava gli alamari, il crisma del potere statuale -, allora, dal capoluogo, giungeva un uomo che ancor più autorevolmente incarnava quel potere.
Sottobraccio al suo sottoposto, egli passeggiava per il corso principale del Paese. Fin sotto i balconi degli uomini di rispetto, si fa per dire, e dinanzi a quelle sedie vuote, per dispetto, a lato del circolo civile.
"Ho ascoltato la vostra sfida", significava, "ma è con me che dovete prendervela".
Sabato mattina, alle 10.30, in piazza Croci, a Palermo, saranno in tanti a prender sottobraccio Lirio Abbate.

mercoledì 29 agosto 2007

LA PACE E' FINITA?



Due boss, due ex nemici giurati, Leoluca Bagarella, corleonese, e Nitto Santapaola, catanese, si scambiano le celle, su disposizione del DAP, il Dipartimento Penitenziario del Ministero di Grazia e Giustizia. Ciascuno dei due, stando a quel poco che sappiamo, lascia sul tavolino la propria fede nuziale, e poi, ne denuncia lo smarrimento alla Polizia penitenziaria.
Allo stesso tempo, viene diffusa la notizia della spedizione di due cartoline illustrate da uno sconosciuto mittente a due destinatari d'eccezione: Totò Riina e Bernardo Provenzano. Le cartoline riportano l'immagine dello stadio di San Siro, una scritta eloquente - "La pace è finita" - ed un falso indirizzo: Via Borsellino.
L'interpretazione che se ne dà, almeno in apparenza, è la seguente.
Per quel che riguarda le fedi, lasciate sui tavolini: è uno scambio di fedi, tra Bagarella e Santapaola. Ciò che equivale ad un'unione: un'alleanza.
Per quel che riguarda le cartoline: la rievocazione del fallito attentato allo stadio Olimpico, la minaccia insita nella frase "La pace è finita" (la pax mafiosa, la tregua dopo le stragi del '92 e del '93), l'allusione alla strage di Via d'Amelio contenuta in quel falso indirizzo: Via Borsellino.
Probabilmente, si tratta di un'interpretazione corretta.
Ma vi è forse una seconda possibile interpretazione, che non divergerebbe dalla prima, se non per le sue conseguenze.
Ecco il ragionamento, in sintesi.
Bagarella e Santapaola, vigendo il regime carcerario duro, il cosiddetto 41 bis, non hanno grandi opportunità di comunicazione all'esterno. Concordano, dunque (e in ciò è già una curiosa contraddizione: "concordano", superando il 41 bis), un'azione simultanea, contando sulla dirompenza mediatica di un piccolo gesto, sulla sua significanza (altra contraddizione, sull'efficacia del 41 bis: qualunque sia il suo significato, stiamo parlando di un gesto che è stato amplificato, fino a farne un messaggio pubblico).
Bagarella e Santapaola, dunque, concordano di lasciar le fedi. Ovvero, ecco la differenza con la prima interpretazione del fatto, concordano di smarrirle: e cioè, intendono affermare d'aver smarrito la Fede.
La fede minuscola, naturalmente: termine da intendersi come fedeltà.
Fedeltà a chi?, verrebbe da chiedersi. E' una disobbedienza, quella annunciata dai due boss? Una presa di distanza? O qualcosa di più? L'annuncio di una guerra? Di una scissione?
Bernardo Provenzano - successore di Riina "nonostante", così sembra, il volere di Bagarella - è stato arrestato. La lotta per la successione è aperta. Anche in questo caso, è da precisare: così sembra.
Nel 2006, contro il palermitano Salvatore Lo Piccolo, uno dei due pretendenti al trono (l'altro essendo Matteo Messina Denaro, più vicino - almeno caratterialmente - a Bagarella), sono state intercettate delle conversazioni che dicono di progetti di morte. L'intercettazione risale ad un'inchiesta che ha decapitato le cosche mafiose di Palermo Centro. E Lo Piccolo, molto criticato per questo, avrebbe dato il via libera al ritorno degli "scappati" negli Stati Uniti, ai mafiosi dell'era Bontate sconfitti dai corleonesi, nella grande guerra di mafia dei primi anni Ottanta, e fuggiti per evitare la morte.
Uno smacco, questo ritorno, per i corleonesi.
E dunque. Chi ha probabilmente mal digerito la ritirata strategica di Provenzano, la "sommersione" (e cioè Leoluca Bagarella), annuncia d'aver perso la Fede, e lo fa simultaneamente a Nitto Santapaola. Per curiosa coincidenza, due cartolina identiche, spedite da San Siro (che ruolo ebbe Bagarella negli attentati del '93?), affermano che "La pace è finita" (l'allusione a Borsellino è univoca, nel suo significato).
Se la vicinanza temporale tra lo smarrimento delle fedi e la spedizione delle cartoline non fosse una curiosa coincidenza, quest'alleanza potrebbe esser stata annunciata, all'esterno, con un evento mediatico studiato attentamente: a significare una generale chiamata alle armi (La pace è finita), un invito a schierarsi nella guerra per la successione a Provenzano.
E' tutta qui la differenza, rispetto alla prima interpretazione: riguarda le conseguenze di quel messaggio, contenuto in due fedi e due cartoline.

giovedì 19 luglio 2007

LA SOLITUDINE DI BORSELLINO


Oggi ricordiamo Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.
Borsellino sapeva che la sua sorte era segnata. Glielo diceva la logica, e glielo dicevano le informative dei Ros sul tritolo già consegnato ai suoi assassini, i tanti segnali colti in incontri ufficiali o riservati, e infine, l'assenza di concreti provvedimenti a sua tutela.
Era consapevole d'esser rimasto solo, Paolo Borsellino: contro Cosa nostra e i suoi complici.
In quel dibattito alla Biblioteca Comunale, promosso da Micromega (era forse il 27 giugno, tre settimane prima del suo appuntamento con la morte), pronunciò parole insolitamente dure, su quel che aveva preceduto e accompagnato la morte di Giovanni Falcone.
Credo anch'io che le cause degli eventi che si scatenarono in quel terribile periodo, iniziato nel '92 con la morte di Salvo Lima e conclusosi nel '93 con gli attentati di Firenze, Milano e Roma, siano da addebitarsi ad un complesso ragionamento, che per consuetudine sociologica si potrebbe dire "politico".
Furono assunte delle decisioni, probabilmente, in Sicilia e altrove (principalmente altrove). E queste decisioni, a cascata, ne determinarono delle altre.
Non credo alle teorie dette del "Grande Vecchio". Mi pare probabile, piuttosto, che si sia giocata una sorta di partita a scacchi, con più attori, molti dei quali hanno fatto presto a metter da parte ogni scrupolo.
Se lo hanno fatto, o erano stretti in una falange sin troppo compatta, o intravvedevano dei vantaggi, da quel cedimento.
E poiché nessuno ammetterà d'aver partecipato a quella sfida, ritengo che difficilmente si giungerà alla verità.
Alcuni tra i protagonisti, assolutamente insospettabili, potrebbero essere ancora in giro, a godersi i frutti di quella stagione, e a vegliare sul silenzio.

mercoledì 23 maggio 2007

IL SILENZIO ANTIMAFIA


Ha fatto più rumore, oggi, alle 17.58, il silenzio suonato da una sola tromba con straziante basso continuo di sirena dinanzi all'albero Falcone, che non il clacson delle auto infastidite da quindici minuti d'attesa nei pressi di via d'Amelio, al passaggio di uno dei due cortei in ricordo della strage di Capaci. Ha risuonato, quel silenzio, per chi c'era e per chi non c'era, per chi è rimasto a casa, per chi non si è nemmeno affacciato alla finestra. Un magistrato ha detto, giustamente, che siamo al ricordo, di quel che è accaduto. Non ancora alla Memoria.

CAPACI COME PEARL HARBOUR


Ero a casa dei miei, fuori città. Era un luminoso pomeriggio di quasi estate. La televisione era accesa, come sempre. Un fastidioso sottofondo, un collegamento con il mondo.
Le scritte cominciarono a dettare un rapido crescendo. Esplosione. Bomba. Attentato. Forse. Forse. Forse. Falcone!
Poi, gli aggiustamenti, a pochi secondi l'uno dall'altro, nel corso dell'Edizione Straordinaria del Telegiornale.
Ferita la scorta. Ferito Falcone. Ferita la moglie. Gravi condizioni. Morti!
Bastarono pochi minuti perché la tragedia dispiegasse tutta la sua potenza, oscurando il cielo di Palermo.
Ricordo che tutto cominciò con la morte di Salvo Lima. Si ipotizzò che Cosa nostra avesse detto basta; o che Cosa nostra, al contrario, avesse voglia di dar vita a qualcos'altro, insieme ad altri.
Ricordo che, rapidamente, in quel crescendo del '92, si pensò ad un'ipotesi folle: l'Europa; Maastricht; i cambiamenti politici, e i cambiamenti finanziari; Cosa nostra; Mani Pulite, poi Tangentopoli; il Crollo della Prima Repubblica.
Si pensò, in poche parole, che tutte queste cose potessero esser delle tessere di un solo grande mosaico.
Si pensò agli interessi di alcune grandi potenze, nazionali e multinazionali.
Io pensai che questo pensiero fosse eccessivamente astratto: dietrologico, si diceva fino a qualche anno fa.
Mi par di capire, adesso, che quest'astrattissima opinione - che fu d'improvviso messa nero su bianco da alcuni politici visionari - riemerga con qualche concretezza.
Ora che qualche anno è trascorso, immagino che vi sia una sola reale differenza tra le guerre apertamente dichiarate (come in Colombia, Perù, etc.) e quelle che lasciano al clamore degli eventi (una strage a Palermo anziché un semplice omicidio a Roma), il compito di suggerire la loro esistenza.
Una sola differenza: la posta in gioco.
Le guerre occulte, a differenza di quelle apertamente dichiarate, puntano all'intero piatto.
Capaci fu per l'Italia una sorta di Pearl Harbour.
Chi avrebbe dovuto capire, non capì: dopo Lima e Falcone, infatti, vennero Borsellino e Salvo. A chiudere il cerchio, furono le bombe di Roma, Firenze e Milano.
Fu il massimo della violenza esercitabile contro un'opinione pubblica schiacciata dal dolore, e dalla velocità degli eventi.
La vecchia Italia era crollata, e sulle sue macerie, si stava svolgendo una guerra terribile.

martedì 22 maggio 2007

LA MAFIA, I COMPLICI


Lirio Abbate, giornalista dell'Ansa, a Palermo, è un buon giornalista. Uno di quelli che sa osservare, e raccontare. Lo fa così bene, che Cosa Nostra, della quale lui si occupa, sta pensando di violare quella regola di understatement che si era data dopo le stragi: basso profilo, niente sangue, più pizzini che pallottole. Le minacce e alcune intercettazioni hanno persuaso il Ministero dell'Interno a porre subito Lirio Abbate sotto scorta. Ora, a parte i giornalisti (che hanno a disposizione il loro lavoro, a Palermo e altrove, per offrire la loro concreta solidarietà), che cosa può fare un comune cittadino per far sentire la sua vicinanza a Lirio Abbate? Una cosa semplice: leggere quel che ha scritto, in un libro agghiacciante pubblicato da Fazi. "I Complici", si chiama, e lo firma - insieme a Lirio Abbate - anche Peter Gomez, giornalista de L'Espresso.

P.S. Se non lo avete già fatto, leggete anche "Il Codice Provenzano", di Salvo Palazzolo e Michele Prestipino, pubblicato da Laterza.

UOMINI SOLI


Prima di Giovanni Falcone, e di Paolo Borsellino, altri uomini - e ne cito tre, ma potrebbero esser molti di più: Piersanti Mattarella, Pio La Torre, il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa - avevano compreso quale fosse il codice di comportamento di Cosa Nostra, e su quali complicità fondasse il suo potere; e di conseguenza, avevano compreso quali fossero le strategie più opportune di "disarmo" sociale, economico e militare dell'organizzazione criminale. Poi, per loro, venne la solitudine: per Mattarella, per La Torre, per dalla Chiesa.
Sulla conoscenza e il contrasto della mafia, Falcone e Borsellino giunsero in seguito ad un punto d'osservazione ancora più elevato: e questo, non gli fu perdonato.
Sarebbe giusto se in quest'anniversario, il prossimo 23 maggio, riflettessimo sul fatto che anche Giovanni Falcone visse la sua solitudine fino in fondo, fino all'esito più prevedibile.
La solitudine nel Palazzo di Giustizia, nella sfiducia di una parte dei suoi colleghi; la solitudine nei confronti di due parti politiche differenti: di chi la mafia avrebbe voluto lasciarla in pace, e di chi la mafia avrebbe voluto combatterla, non si sa come, senza il ricorso a strumenti straordinari (come sarebbe stata - nelle intenzioni, nel disegno di Giovanni Falcone - la Superprocura nazionale antimafia).
Ora che Giovanni Falcone è una bandiera, all'ombra della quale sentirsi più uniti, dovremmo, anche nel chiuso delle nostre coscienze, ragionare su quel che fu.

venerdì 18 maggio 2007

MAFIA E PAURA


La mafia c'è ancora, ce n'è tanta, e sta cambiando. A San Giuseppe Jato, dopo le manette a due "esterni" in rapida ascesa (profittando dell'arresto, un mese fa, del Boss locale), percepisco la paura. Gli amici degli amici pattugliano le strade, controllano le case degli arrestati. Le vittime delle estorsioni hanno paura. La vincono, e collaborano con la giustizia. Mi chiedo cosa stiano pensano, adesso. Se riescano a guardare al loro futuro. Lo Stato deve usare le maniere forti, mi rispondo. Serve una paura più forte. E' la sola cosa che riesco a immaginare: un argine, una diga che impedisca alla paura di mafia di tanta gente di tracimare, di travolgere quel po' di fiducia che faticosamente in questi anni è cresciuta.