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sabato 23 gennaio 2010

TUTO VA BEN

Li licenziano e salgono sulle gru. Se ne occupa la TV. Un mecenate compra la fabbrica e promette il rilancio. Altri licenziati, altra gru. Ma sono immagini già viste. E di mecenati non ne fabbricano a dozzine. Il vento della crisi spira fortissimo. Per non sentirlo, basta coprirsi bene, e dire che tuto va ben, madama la marchesa.

sabato 26 dicembre 2009

POSSIBILI USI DELL'INFLUENZA A

Ci sono giorni in cui non avresti voglia di fingere nemmeno una pettinatura, e invece, quell'abbozzo d'individuo maltonso che eviti ad ogni scavalcamento di marciapiede ti viene incontro con la mano destra tesa, sudaticcia.
Ha nel volto i tratti abitudinari dell'accattone, le sopracciglia adagiate sullo scavo della finzione, le labbra stirate in un sorriso pendulo. Pare appena uscito dalla sesta bolgia dell'Inferno dantesco, quella degli ipocriti: piegato sotto una cappa di piombo dorata.
Non hai scampo: un'auto con una ruota sul marciapiede ti impedisce la fuga, una mamma accucciata su un bambino in lacrime ti taglia la ritirata.
Devi rispondere a quel saluto.
In uno scatto, l'invenzione.
"Di questi tempi, niente effusioni. Sa, l'influenza A!".
Ecco, a qualcosa è servito, il maledetto virus.

sabato 12 dicembre 2009

MA COS'E' QUEST'INFLUENZA?

L'Influenza A era stata presentata come la Pandemia del secolo, e l'attendevamo con la serenità d'animo dei milanesi dinanzi alla peste che nei Promessi Sposi bussava alle porte della città.
Abbiamo fatto incetta di antivirali, mentre il governo commissionava alle multinazionali farmaceutiche milioni di dosi di un vaccino da distribuire prima ai medici ed ai poliziotti poi ai soggetti a rischio e infine a tutti coloro che tra un'età ed un'altra avessero deciso di sottoporsi al marchio.
Ma i medici, in gran parte, non si sono sottoposti al quasi obbligo del vaccino, e nulla si sa dei poliziotti, o dei carabinieri.
In Sicilia, con prussiana determinazione, si è ordinato di rivolgersi ai medici di famiglia ed ai pediatri che a loro volta consigliavano o sconsigliavano il marchio, per via della presenza di Squalene nel vaccino e delle eventuali complicanze neurologiche, e nella migliore o peggiore delle ipotesi indirizzavano i pazienti ai centri di vaccinazione: prima pieni come un centro commerciale nel giorno dell'inaugurazione poi desolatamente vuoti come alla presentazione di un libro di un critico letterario che non cito.
L'Influenza A, che da mesi infettava delicatamente la popolazione, si è a questo punto diffusa senza alcun freno inibitorio, e la stessa nozione di rischio è mutata, insieme a quella dei soggetti titolari del rischio medesimo.
La programmazione della vaccinazione, così farseggiando, è scivolata in avanti.
All'inizio di questa costosissima commedia, il picco della malattia era stato annunciato tra novembre e Natale, e i soggetti a rischio - s'era detto, con malcelato disprezzo della logica - sarebbero stati marchiati non prima di gennaio.
Poi, le dosi avanzate hanno abbondantemente superato il previsto, e dunque - a questo punto è solo un si dice senza alcuna conferma ufficiale - tutti quanti potranno richiedere d'esser vaccinati, e in qualsiasi momento essi preferiranno.
L'Influenza A, si è anche scoperto, non fa male: è un taxi che al momento trasporta un passeggero di buon carattere, un taxi veloce, che non bara sul percorso e sul tassametro.
Il virus, però, potrebbe mutare.
In genere, dicono i soliti esperti, le mutazioni abbattono la pericolosità del virus primario. Ma non è detto che una mutazione x non smentisca le statistiche, sicché, un giorno, su quel taxi potrebbe salire un passeggero malintenzionato, e chiedere d'esser condotto ovunque, in un batter d'occhio.
Il bello è che non ce accorgeremmo in tempo. I tamponi e le analisi sugli infetti si fanno solo a campione. E i vaccini avanzati, accumulati a milioni di dosi nei centri di vaccinazione, sarebbero ancor meno utili di quanto non si siano rivelati finora.
E allora, ricapitolando: l'influenza A, così com'è, non fa male; i vaccini sono stati solo un grande spreco di danaro pubblico; se l'influenza A dovesse far male, servirebbero altri vaccini.
Non ci avete capito niente? Vi pare ridicolo, tutto questo?
E' la Sanità, Bellezza.
Ci sarebbe anche da dire dei dirigenti che a più riprese mi hanno detto: "Guardi che se Lei dice così, si crea il panico... Non è sbagliato, ma insomma... Non so che dirle, io rispondo agli ordini... Lei, piuttosto, dovrebbe dire...".
Ci sarebbe da dire che noi giornalisti avremmo dovuto insorgere contro questa commedia.

domenica 11 ottobre 2009

IL NOBEL AL TALENTO FUTURO

Ma è possibile? Un Nobel a Obama nove mesi dopo l'elezione e senza aver ritirato un solo milite dal fronte orientale?
L'avrei votato, fossi stato americano, ed ora, me lo vedo insignito come una Noemi qualsiasi: con una medaglia al Talento Futuro!

giovedì 9 luglio 2009

HOMUNCULUS LECCACULUS

Homunculus Leccaculus - sm - Tipo umano non eretto, frutto di una involuzione della specie, dotato di lingua capace e morbida, privo della ghiandola dignitaria. Ama circondarsi di propri simili. Costruisce la propria tana sottoterra, e lontano da ogni superficie riflettente. Diffuso nei luoghi di lavoro.

mercoledì 24 giugno 2009

QUELLI CHE SE NE FREGANO

Ci sono di quelli che assistono ad un massacro e dicono: sì, vero, hanno ucciso degli innocenti, ma chi siamo noi per giudicare, e chi lo sa se quegli altri, con gli americani, gli inglesi, gli israeliani...
Ci sono di quelli che assistono al massacro dei giovani iraniani e semplicemente non gliene importa nulla. Farsi liberamente un'opinione su qualcosa, per loro, è più faticoso che ripetere un'idiozia.

martedì 2 giugno 2009

REAGAN A PALERMO

Nessun conflitto di lavoro negli anni recenti finì più più drammaticamente della collisione tra Ronald Reagan e l'organizzazione dei controllori di volo professionali (negli Usa, ndr). Due giorni dopo la protesta illegale del 3 agosto dell'81, decisa per stipendi, benefits e condizioni di lavoro, un arrabbiato Presidente ordinò all'Amministrazione dell'Aviazione Federale di licenziare 11.345 scioperanti e di rimpiazzarli. Solo 500 di loro furono riassunti. Gli altri rimasero fuorigioco.

Così scriveva il Time, il 6 ottobre dell'86, a proposito di un tentativo di riorganizzazione del sindacato americano dei controllori di volo, decimato dal Presidente Reagan dopo uno sciopero illegale. Erano passati cinque anni da quello sciopero e dall'immediata reazione del capo del governo americano. Il sindacato prendeva in esame la possibilità di riorganizzarsi. Ne hanno discusso per 23 anni, ma non hanno mai più lasciato un passeggero a terra.
Chissà perché mi è tornato in mente quello sciopero, mentre cammino per le strade ricoperte d'immondizia, a causa di uno sciopero dei netturbini palermitani.

sabato 30 maggio 2009

L'IMMORALE SAGGEZZA DI ORSON WELLES


Pour mémoire.

"In Italia per 30 anni sotto i Borgia ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano 500 anni di pace e democrazia. E cosa hanno prodotto? L'orologio a cucù".

Orson Welles, ne "Il terzo uomo"

P.S. Dicono gli storici contemporanei che Lucrezia Borgia fosse una ragazzina assai per bene, e che non avesse mai intrattenuto rapporti illeciti con il padre, S.E. Rodrigo Borgia, meglio conosciuto come Papa Alessandro VI, e che le dicerie sul suo conto si dovessero all'odio insanabile di Francesco Guicciardini, convinto che tutto il male d'Italia fosse da addebitarsi alla famiglia Borgia (Davide Camarrone).

venerdì 29 maggio 2009

RIPARARE AI TORTI


Devi dar ragione a chi sembra aver torto, per riparare ai torti di chi ha sempre ragione.

giovedì 28 maggio 2009

NON OCCUPARSI DI POLITICA


Non occuparsi della politica di questo Paese sta diventando sempre più difficile.
Scavalcare certi torrenti melmosi, certe polemiche urticanti, schivare moralismi malpuntellati, evitare gli eroi della dimenticanza e dell'incoerenza, ignorare le dicerie su certi fatti che di sicuro devono essere avvenuti, rimanere asciutti dopo una pioggia di conferme da parte di chi sa e non dovrebbe sapere e se sapesse per mestiere dovrebbe mantenere un etico e giuridico e professionale riserbo, intendo. Ché di questo si tratta, e non di dibattito fra idee contrapposte, di analisi sul disastro presente e su quello futuro, imponente.
La lordura di questi anni copre magnificamente il cambiamento, e non occuparsi di politica è la sola condizione per osservarlo dal vero.
I riflettori scacciano le lucciole.

mercoledì 18 febbraio 2009

STUPRATORI DELLA LINGUA ITALIANA

Ci son di quelli che il congiuntivo è sempre ipotetico: ossia allo stato di ipotesi.
Quelli che pensano al congiuntivo troppo spesso, e diventano ciechi.
Quelli che la copula mai al di fuori del matrimonio...
Quelli che la condizionale si può solo una volta: poi finisci in galera.
Quelli che l'indicativo è troppo approssimativo...
Quelli che l'Infinito sanno solo la prima strofa.
Quelli che l'accento è tutto, se vieni dal Sud.
Quelli che la gran matica è troppo gran...
Quelli che l'attributo - se insisti con la gran matica - te lo fanno vedere.
Quelli che, se ancora non ti basta, ti fanno dare due punti...
Quelli che ridono di Totò - hai aperto la parente? - solo perché tutti gli altri ridono: ma che c'era da ridere?
Quelli che il vocabolario l'hanno rivenduto dopo il liceo. Praticamente nuovo.
Quelli che la dizzione ha tre zeta.
Quelli che l'ortografia è come il giardinaggio.
Quelli che ci vorrebbero i sottotitoli, quando parlano.
Quelli che si offendono, se provi a difenderla, la lingua italiana.

domenica 18 gennaio 2009

I MILANESI NON SANNO DOVE ABITANO

I milanesi non sanno dove abitano.
Non lo sanno i passanti, non gli edicolanti, non i negozianti. Gli chiedi: per via Tal dei Tali?
Non so, dicono, anche se quella via è indiscutibilmente a due passi, e loro vivono e lavorano lì da otto generazioni almeno.
Accade tre volte su quattro.
Una volta, poi, la risposta è articolata.

- Ma lei è fuoristrada.
- Rispetto a dove?
- A via Tal dei Tali.
- In che senso?
- Sta da un'altra parte.
- Ecco, appunto: sto provando ad arrivarci.
- E come? Da qui...
- E sì, da qui.
- Guardi, non vorrei darle indicazioni sbagliate...
- Me ne dia una approssimativa.
- Non saprei.
- Mi hanno detto che dalla via Qualunque si può arrivare alla via Tal dei Tali.
- Ah sì?
- Sì. E dunque: sa dov'è la via Qualunque?
- Guardi: è di là.
- Lì a sinistra?
- Sì.
- La prima?
- BRAVO! - E qui, il volto della Sciùra s'illumina d'immenso, nel complimentarsi per la tua brillante deduzione.

La frequenza statistica di simili accadimenti è preoccupante, sicché - sotto l'ombrello, flipperando da un passante all'altro, in cerca di indicazioni per tornare a casa - ho elaborato una serie di spiegazioni:

1) Molti milanesi, in realtà, si perdono durante il giorno, nel tragitto fra casa e lavoro, e vengono recuperati da speciali squadre addestrate al ritrovamento; di molti, però, si smarrisce ogni traccia.

2) Molti milanesi hanno dei Tom Tom innestati con una capsula invisibile dietro le orecchie, e un fischio impercettibile li guida fino al traguardo, deviandoli a destra o a sinistra.

3) Molti milanesi detestano i meridionali, in special modo coloro i quali si permettono di importunarli per strada, sotto la pioggia, con una borsa in mano, e godono come cinghiali nel prenderli per le terga.

La verità sta in mezzo, di frequente.

lunedì 21 luglio 2008

MAESTRI E ALUNNI

Più dei maestri di tutti gli alunni, detesto gli alunni di tutti i maestri.

venerdì 20 giugno 2008

IL POTERE E I CRETINI

Sostiene il filosofo francese Michel Onfray che la ricetta della Felicità consista anzitutto nel tenersi lontani dal Potere e dai Cretini. Pleonastico.

venerdì 13 giugno 2008

GLI ATTI RELATIVI

Sostiene, il Procuratore della Repubblica a Palermo, Francesco Messineo, che presto a Palermo la raccolta dei rifiuti, o per dovuta precisione la mancata raccolta, ci precipiterà in una condizione simile a quella di Napoli. E al riguardo, in Procura è già stato "aperto" un fascicolo. Di atti relativi. Il che, letterariamente, ci riconduce ad altri "atti relativi", ad inchieste mai approdate a nulla, su suicidi propriamente detti, ed altrettanto inspiegabili. Se Palermo corre verso il suo, e per nulla vorremmo assistervi, non sarebbe il caso di arrestarlo, l'Angelo della Morte? Che, nel caso, si chiama imperizia, o incapacità organizzativa.
Le entità chiamate ATO, Ambiti Territoriali Ottimali, si sono rivelate delle macchine mangiasoldi. Andrebbero abolite per decreto, e sostituite con aziende a partecipazione pubblica.
Non siamo nella condizione di poter licenziare alcuno, purtroppo, e dunque, la cosiddetta privatizzazione, dalle nostre parti, è solo un modo per spendere di più, e per affidare ai privati le scelte che la politica non può legittimamente compiere: ad esempio, l'assunzione di cognati, figli e cugini di politici.
Non resteranno che "Atti relativi", altrimenti: dove il termine "relativi" mostrerà soltanto l'insufficienza degli atti medesimi.

martedì 15 aprile 2008

X FACTOR E LE ELEZIONI

Ora che la Seconda Repubblica è fatta, con l'approdo alle sacre rive di Britannia e delle sue ex colonie (bipartitiche, obviously), non resta che occuparsi del corredo culturale di questa nuova Italia.
Ieri, ad X Factor, format dal titolo a prima vista incomprensibile (senonché, parrebbe trattarsi di quel Fattore X che qui da noi si tradurrebbe in Fattore C come il sinonimo di terga), si è esibito un concorrente, Emanuele. Suonava e cantava, in modo eccellente, e con qualche vezzo country, uno dei masterpieces degli U2, Sunday Bloody Sunday. Canzone simbolo della rivolta irlandese, e della feroce repressione inglese.
Una delle tre giurate, dal viso solitamente cattivo, ha abbozzato: "Bene bene". Simona "Simo" Ventura, che aveva mulinato le braccia come una sedicenne al suo terzo concerto, ha pronunciato una Lode senatoriale. Morgan, ex di Asia Argento, da Pirata par suo si è contraddetto: hai suonato da Dio, ma era una canzone da dilettanti. Sunday Bloody Sunday. Due giri di chitarra e stop.
Io, devo confessarlo, in quel frullatore di concetti, in quel vuoto pneumatico provocato dalla velocità della centrifuga, ho ripensato alla campagna elettorale che si era appena conclusa, e al posato periodare di uno dei candidati - assai professionale in verità, chiarezza ironia voce sguardo mani taglio d'abito gambe accavallate, con qualche vezzo country - e ho pensato che anche lui aveva suonato da Dio. Ma anche in questo caso, doveva trattarsi di una canzone da dilettanti.

martedì 8 aprile 2008

L'OMICIDIO SECONDARIO

Trent'anni di galera. Per omicidio. Il giudice l'ha condannato per aver pestato a sangue la fidanzata incinta e averla sepolta viva. Per l'omicidio del figlio, no. Nessuna aggravante, per il duplice omicidio. Il giudice, secondo i giornali, avrebbe considerato la morte del bambino un effetto secondario, non voluto. L'assassino, difatti, avrà pensato che il bambino per il quale aveva litigato, sarebbe sopravvissuto: al pestaggio, alla sepoltura, alla morte della madre. Farà giurisprudenza, la sentenza? Lo sparo di un proiettile, talora, provoca l'effetto secondario della morte di qualcuno. Così, l'auto che punta il passante, la bomba sull'aeroplano, l'esplosivo su un traghetto e via ipotizzando. A volte, per citare una vecchissima filosofica vignetta di Altan, penso cose che non condivido, o mi trovo a condividere cose che non avrei mai pensato. Come certe dichiarazioni, sulla necessità di valutare periodicamente la capacità di giudizio di un magistrato.

lunedì 7 aprile 2008

QUEL TRENO PER PUNTA RAISI

I biglietti li trovi dal tabaccaio, e fai la fila con l’ansia dell’ex fumatore. Glielo chiederò un pacchetto?
Niente binario, sul tabellone. Sarà una svista. Qualcuno dice che quello giusto è sicuramente il numero 3. La tabaccaia conferma. Una ragazzina, pietosa, t’insegue e guardandosi intorno ti dice sottovoce che è il 4, in realtà. A chi credere? Due minuti dopo, lo speaker conferma. Ufficialmente. Il treno per l’aeroporto di Punta Raisi parte dal binario 4. Alle 7 e 52.
Ma non si chiamava Falcone e Borsellino, l’aeroporto? Ci fu pure un dibattito, sull’opportunità di ricordare ai turisti che a Palermo si muore di mafia. Punta Raisi, ribadisce lo speaker. Qui, alla Stazione Notarbartolo, risolsero la questione. Niente mafia. Il paradosso è che pure Emanuele Notarbartolo, datore del proprio nome alla Stazione medesima, morì di mafia. Accoltellato su un treno.
Dunque. Ricapitoliamo. Si parte alle 7 e 52. Dovremmo farcela ad arrivare all’aeroporto rinominato per le 9.40, orario d’imbarco del volo per Milano Linate. Lo speaker non ha dubbi. E in effetti, il treno si presenta puntualmente al binario di partenza.
Ricordavo, per la verità, una specie di pendolino. L’avevo magnificato: finalmente una bella cosa, europea. Un treno modernissimo. Pulito. Luminoso. Vale la pena di risparmiarsi un taxi. E invece, qui davanti c’è una specie di reperto archeologico, tornato alla vita come per miracolo.
Sembra di stare sul set di Una Notte al Museo. Se è così, tra un poco si presentano il dinosauro, Teddy Roosvelt a cavallo, Attila con gi Unni, i soldati romani con i Confederati della guerra di secessione americana. Tutti vivificati dalla tavoletta magica del Faraone che certamente dev’esser conservato qui, da qualche parte, nel suo sarcofago.
E’ un treno tutto verde, il nostro reperto. Verde come la tela di panno della giacca dello steward dal volto rassegnato che si materializza al di là della porta scorrevole.
La porta si apre con lo sbuffo regolamentare. A vapore. Seduti ai loro posti, ci sono quelli che vanno a lavorare, i ragazzini delle scuole, i viaggiatori con trolley al seguito.
Seduti, dunque. Cinquecento metri tranquilli. L’illusione di un viaggio sereno. Libro in mano e un accenno di conversazione. Galleria. Luce spenta. Buio come la notte, sul vagone. Alla fine, appena usciti, la luce si riaccende. Se ci fossero gli interruttori, ai lati delle porte, penseremmo allo scherzo di un buontempone. Ma gli interruttori non ci sono. Che fu, allora?
C’è puzza di bruciato? Ma no. E’ un’impressione.
Solo che dalla Stazioncina nominata Francia il treno non riparte. Riaccendono i motori elettrici. Un metro e stop.
Tutti si guardano negli occhi. Bigliettai e capotreni pattinano lungo i corridoi, telefonini incollati alle orecchie. Qualcosa dev’esser successo. Niente avvisi. Niente spiegazioni.
Al terzo passaggio, a domanda uno risponde: “Sì, in effetti, c’è qualche problema. Speriamo”. E’ il massimo dell’informazione.
Il treno riparte lento lento. La puzza di bruciato si fa insopportabile. Tutti in piedi, verso le uscite.
Fino alla Stazioncina di San Lorenzo Colli. Tutti giù. “Guardate che non si sa. Forse lo ripariamo”.
Chi ci crede, resta sopra. Gli altri, tutti giù. Ad aspettare il prossimo per Punta Raisi.
Il treno verde, intanto, si è messo sul binario sbagliato. Il numero 3. Doveva mettersi sul numero 2, spiega il Capostazione, baffo gitano e camicia sbottonata sulla maglietta della salute.
E il prossimo per Punta Raisi? Passerà? Sì, certo. Tra un poco.
Va a Punta Raisi? Certo. Ma ora si deve fare tutte le fermate intermedie che l’altro non ha fatto più.
E quello delle 9? Cancellato.
Si vede che era destino.
Il nuovo treno sarà modernissimo. Pulito. Luminoso. La speranza rinfranca. Consola. E invece, ne arriva uno uguale uguale all’altro.
Lo steward ha le occhiaie.
Quasi tutti decidono di sedersi. Il passeggero di fronte aveva previsto tutto. “Ho preso il treno precedente, pensando che magari si poteva guastare e allora prendevo il successivo”. Dalla tasca, tira fuori un orario ferroviario aggiornatissimo. Sottolineato per bene.
Il milanese della compagnia, rimane nel corridoio. Una telefonata dopo l’altra. Scarpe abbottonate marroncino chiaro, pantaloni neri di lana grossa, giacca doppiopetto con bottoni d’oro stile country club e cravatta rossa regimental. Il tutto, sigillato da un impermeabile beige. Dal tascone, occhieggia il Corriere dello Sport.
Fuori, scorrono gli intestini di Palermo. Non si sa come, ma ai binari le città offrono sempre il peggio. Pareti scrostate. Balconi eccessivi. Biancheria affollata su cordoni estenuati. Serbatoi cotti dal sole. Parabole spaziali. Superato il confine, è uno spaccato sociologico sullo storico fenomeno dell’abusivismo. Case, casette e casine di tutti i tipi. Dalle parti di Isola delle Femmine, si apre osceno uno squarcio triangolare sul mare, contenuto dal cielo e su due lati da tonnellate di cemento indurito male.
Leggere è impossibile. Quel che sta fuori, urla. Anche il vagone, per la verità. Un clangore metallico. Che dopo un po’, fortunatamente, si spegne.
Arriva. Dopo 40 minuti, il secondo treno verde, finalmente arriva.
Dalla Stazione Notarbartolo all’aeroporto Punta Raisi, già Falcone e Borsellino, un’ora e venti minuti. Di corsa al check in.
La prossima volta, in taxi.

venerdì 28 marzo 2008

IL FALLIMENTO DI ALITALIA

Provate a richiamare il Call Center di Alitalia. Dopo che un addetto vi ha comunicato lo spostamento di un volo già pagato, ad un orario non concordato, quattro ore dopo il previsto, ciò che avrebbe qualche conseguenza pratica: ad esempio, quella di vanificare le ragioni stesse del tuo volo, quel giorno, in quella città. E magari sono ragioni importanti. Provate a richiamare dopo che avete provato a spiegarglielo, e lui - l'addetto - vi ha "messo in attesa". Ed è caduta la linea. Provate a chiamare il Call Center di Alitalia. Una, due, tre, quattro volte. E ogni volta l'addetto vi "mette in attesa". E cade la linea. Per singolare coincidenza, proprio dopo che avete ricordato che Alitalia non può "avvisarvi" dello spostamento di un volo: può concordare con voi uno spostamento, semmai: perché un biglietto è un contratto, un patto fra due soggetti. Provate a scontrarvi con quel muro di gomma che sono i Call Center: "Noi siamo solo degli intermediari"; "Noi non siamo autorizzati a..."; "Non so cosa dirle..."; "Faccia un reclamo"; "Vada alla Biglietteria Alitalia di Palermo. Dov'è? Ma all'aeroporto. Fuori città. Sì, a trenta chilometri da casa sua, sull'autostrada. Sotto la pioggia. Con il traffico". Provate a farlo, a guastarvi il pranzo, a ipotizzare fantastiche Class Action alla Bersani, rivoluzioni e "Prese della Magliana" (per una vaga assonanza con la Bastiglia), e infine, riaprite i giornali di oggi, laddove si parla del destino di Alitalia, e dell'obbligo morale di soccorrere questa Compagnia in crisi, con i nostri soldi. Sono certo che, al riguardo, la penseremmo allo stesso modo.

giovedì 18 ottobre 2007

ABBIAMO BISOGNO DI EROI?


Ci sono delle frasi che per la loro apoditticità mi hanno sempre attratto.
Ho girato loro intorno, come un'ape sul favo.
Mi sono avvicinato loro, provando a scovare un appiglio logico, un barlume di contraddizione ed una luce che la risolvesse: giacché la perfezione del ragionamento è nel superamento della contraddizione, e non nella sua assenza (il resto è Fede).
"Felice la terra che non ha bisogno di eroi" è una di quelle frasi: Bertolt Brecht la introduce in un dialogo della sua "Vita di Galileo".
Suggestiva.
Oscura.
A me ha sempre fatto pensare ad una "Terra" grigia, priva di emozioni, di vittorie eroiche, per l'appunto, del Bene sul Male: mi pareva che dietro la sparizione di quel conflitto, incarnato da eroi ed anti eroi, si nascondesse la scomparsa dei principii che quegli antagonisti incarnavano.
Ci penso ogni qual volta m'imbatto nelle nostre paurose definizioni della Paura.
E mi dico: fortunati noi, per i nostri eroi.