giovedì 14 agosto 2008

NEL FONDO DEI GIORNALI D'ESTATE

Sono brutti, i giornali d'estate. Come idrovore, estraggono ogni cosa dal fondo dei fiumi limacciosi. Parlano dei soldi degli altri, di corna e di rapine in villa.
Quest'anno, anche delle Olimpiadi e delle guerre dei signori del gas.
Capita, però, nel fango, di scovare dei piccoli tesori.
Tra le notizie minori, e solitamente impubblicabili, ne emergono alcune straordinarie.
Come quella del rapinatore di pizzerie, che a diciott'anni, a Castrofilippo, si è preso una pala in testa, vibrata dal padrone. Interrogato, al suo risveglio, e riconosciuto dagli avventori, è stato lasciato andare. Nella notte, forse per il colpo ricevuto, ha deciso di presentarsi ai Carabinieri. Arrestatemi, ha detto. Ho tentato di rapinare una pizzeria. Denunciato, sarà processato a piede libero.
C'è un sapore vero, terragno, in questa storia. Che ha poco sangue e molta umanità.

domenica 10 agosto 2008

IL GRIGIO IMPERO

Qualche giorno prima dell'accensione della fiaccola, i solerti organizzatori delle Olimpiadi di Pechino hanno sparato dei metalli pesanti contro le nuvole, per scaricare la pioggia che avrebbe potuto minacciare lo svolgimento dei Giochi. Per ridurre l'umidità, e per abbattere al suolo tutto ciò che va sotto la generosa definizione di smog.
In Cina, non vanno troppo per il sottile con l'inquinamento. Nei confronti dell'ambiente, hanno lo stesso atteggiamento usato nei confronti dei diritti umani. Altro che vecchia Europa.
Oggi, la corsa dei ciclisti si è svolta sotto la pioggia. Quaranta gradi e un muro di umidità da penetrare a forza di gambe e polmoni, con gli occhi che bruciano costantemente e le mucose in allarme. Sotto un cielo perennemente grigio e un sole invisibile.
E dire che la Cina era chiamata Il Celeste Impero.

sabato 9 agosto 2008

SPOT DI TIRANNIA

La propaganda, il partito principe, il centralismo contro le autonomie, il sostegno ai regimi autoritari africani e orientali, la galera per il dissenso, la repressione religiosa, la pena di morte, il controllo sul web e la censura dell'informazione.
La Cina è questo e altro ancora, e ieri ha dato vita ad un'impressionante manifestazione di potenza: una sfilata di indossatori di maschere felici, perfetti esecutori di un copione totalitario sotto lo sguardo vigile del dittatore coreografo. Con la trovata simbolica del confucianesimo a sostituire i miti rivoluzionari, e Steven Spielberg a sceneggiare lo spot più macabro del ventunesimo secolo: con l'elencazione dei primati culturali e la fiaccola che passava dalle mani dei primi vincitori cinesi delle Olimpiadi a quelle del primo ginnasta imprenditore dell'immenso paese.
Uno spot che sottintendeva un solo messaggio: un quarto dell'umanità è cinese, e su quel miliardo e trecento milioni di persone vegliano due milioni e mezzo di soldati che sfilano ancora al passo dell'Oca, reggendo la bandiera rossa.
Sembrava di assistere alla sfilata inaugurale delle Olimpiadi del 1936 a Berlino.
Speriamo in un nuovo Jesse Owens.
Post Scriptum Non è un caso che in queste ore sia scoppiata una guerra vera: tra la Russia e la Georgia. Altro spot, a significare che anche Putin fa sul serio.

domenica 3 agosto 2008

AGRODOLCE

Senza la voce di Olivia Sellerio, senza la maestria di un compositore come Andrea Guerra, senza l'arrangiamento straordinario di Pietro Leveratto, non avrei saputo mettere una parola dietro l'altra. E invece, verso dopo verso, è venuta fuori una canzone: scritta, limata e riscritta cento volte, intramata di omaggi segreti, di allusioni. Occhi neri come il vino, si chiama. Ed è la sigla di Agrodolce.

Agro e dolce vento che
Ci separa ci avvicina
E resto qui a vegliare il mare
In quest’onda che risale
Sulle mie rive tu ritornerai…

Siamo isole lontane,
arcipelago nel mare.
E nel mare, c’inseguiamo noi.

Se trovassi le parole per cantare,
questa gioia che s’avvera...
Senza vele né bandiera
Potrei ancora navigare.
Trovassi le parole, come nuvole,
su questo mare
farei piovere le lacrime
che oramai non so più piangere.

Agrodolce amore che,
canta forte sopravvento.
Uva che matura al sole,
miele arancio dentro il cuore.
E gli occhi tuoi li vedo amore ormai…

Occhi neri come il vino,
come l’alba trova il mare.
Nel soffio del maestrale tornerai…

lunedì 21 luglio 2008

MAESTRI E ALUNNI

Più dei maestri di tutti gli alunni, detesto gli alunni di tutti i maestri.

QUEI BAGNANTI DI TORREGAVETA


In Germania, prima e dopo il '33, per strada si marciava al passo dell'oca, si bruciavano i libri, si fracassavano le vetrine dei negozi degli ebrei, si pronunciavano parole deliranti, si dileggiava la vita umana e con essa ogni fondamento civile dell'Europa antica e cristiana.
O forse non è così.
In Europa, per secoli, la vita umana era stata vilipesa e derisa: gli auto da fé, i processi burla, la gogna, la giustizia asservita ai potenti, le oligarchie, le monarchie.
Vado inutilmente in cerca di una legge umana superiore che condanni, e tolga ogni sostegno all'indifferenza dei bagnanti di Torregaveta dinanzi ai corpicini di due bambine rom annegate sotto i loro occhi, stesi sulla sabbia e coperti da due poveri asciugamani.
Quei bagnanti sono rimasti ai loro posti: sulle sdraio, o distesi, esposti all'azione purificatrice del sole.
Delle leggi superiori non dico: è cosa per definizione incommentabile.
Ma la cultura? Il senso comune? La bocca aperta che regala ai bambini lo stupore dinanzi alla scoperta del vero e del bello? E quella scoperta, che fine ha fatto, in quegli adulti indifferenti?
Ogni volta che accade una cosa del genere, che si pubblica una foto così dura, una parte della mia fede nell'uomo rischia la cancrena, l'idea stessa della giustizia va in malora.
Di cosa si punisce un uomo, infatti, se non della perdita del suo senso medesimo?

POLITICA E TRADIMENTO

Le immagini imbarazzanti dell'ultimo congresso dei Verdi, le urla e gli insulti, e quel che essi nascondono, i rimaneggiamenti da corridoio e i voti preordinati, dicono della democrazia più di un libro: della sua natura, del tradimento e del doppiogiochismo connaturati al meccanismo elettivo. Se tutti mi voteranno, non potrò difendere gli interessi di alcuno. Se alcuni mi voteranno, dovrò pure occuparmi degli interessi degli altri. Sicché, sostiene Giuliano Ferrara, la politica è sangue e merda. Chi ha più voglia di far politica?

giovedì 26 giugno 2008

LA PIETRA

Renzo Bellanca ha chiesto ad alcuni autori italiani di affiancare dei racconti alle sue sculture. Ne è venuta fuori la mostra Doppio Linguaggio, che in questi giorni può esser visitata al Chiostro del Bramante, a Roma. Questo è il mio racconto.

Non c’è pietra grezza o lavorata nel mio villaggio che i Maestri non abbiano ordinato di custodire al chiuso o proteggere all’aperto, rilevandone con un raggio antimaterico l’irripetibile composizione e applicandovi un microscopico sensore a carica infinita.
I regolamenti, approvati dal Sinedrio, sono chiarissimi anche sui metalli, la proprietà dei quali spetta all’Ente Supremo: occorre denunciarne il possesso antecedente il Decreto Universale, e le leghe e gli impasti vanno autorizzati per periodi definiti, al termine dei quali, occorre restituirli agli Uffici del Ripristino.
I legni sono esposti nei Musei delle essenze viventi. Gli alberi sono stati sostituiti dagli Osmoti: apparecchiature anfibie di natura organica che si nutrono di anidride carbonica e producono ossigeno, all’aria aperta e nelle profondità marine.
Le antiche civiltà umane hanno dilapidato le ricchezze naturali.
Al termine della prima grande guerra dell’acqua, mille anni fa, i Maestri hanno deliberato la Restituzione alla terra del maltolto.
Io, Silvestre, inventore dell’inchiostro capace di cancellare ogni libro, dello specchio che mostra ciò che è alle nostre spalle, della macchina che conduce nel passato, ho ottenuto dal Sinedrio il possesso di questa pietra, sulla quale incido la nostra storia presente e rivolgo un monito ai nostri predecessori.
La tensione all’Assoluto in terra, diffusa dalla Letteratura e dalle Arti, ha condotto l’Umano al di là dei confini per esso stabiliti.
In questa Pietra, scrivo tutte le parole di tutti i libri e riproduco tutte le figure di ogni disegno, affinché siano esse riconosciute per tempo e poste al bando dalle generazioni che son venute a me e che da voi proverranno.
Ho cancellato i libri, ho guardato alle mie spalle, vi invio questa pietra con la mia macchina del tempo.
Fatene buon uso.

Questa pietra, Maestro, ho rinvenuto alcuni mesi fa nei pressi del Lago, e vi si specchiava con il suo messaggio, dal contenuto ancora per me oscuro. A prima vista, i caratteri parevano intelligibili, ma ad uno sguardo più attento, nulla di ciò che vi era inciso, era comprensibile. Mi apparve come un Codice, e ho pazientemente tentato di decifrarlo, senza però alcun apprezzabile risultato. Mi auguro che Voi, nella Vostra infinita saggezza, possiate penetrarne il mistero. A questo Convento, che mi ha accolto giovanissimo, offro pure un mio progetto, che è scaturito dall’osservazione di questo Codice. La stampa. L’incisione su pietra e su metalli mediante apposita fusione dei testi sacri e profani che ancora trascriviamo manualmente. La stampa ci consentirà di diffonderli su tutta la terra. Il vostro fratello amanuense Angelo.

NIENTE ZTL? NIENTE AUTO!

A Palermo il Tribunale Amministrativo boccia l'ordinanza comunale sull'istituzione delle Zone a Traffico Limitato, le famose Ztl, e al pasticciaccio brutto di un provvedimento costoso e inefficace, s'aggiunge il pasticcetto dei rimborsi a chi aveva già pagato per il permesso di circolazione.
Ma il mondo è cambiato, e non in meglio, e il diritto alla salute vale di più del diritto all'automobile, se l'automobile inquina.
Dunque, un appello. Niente Ztl. Un no alle auto, semplicemente, da via Libertà alla Stazione Centrale, con poche eccezioni. Per gli invalidi, quelli veri. E dei semplici corridoi d'attraversamento per i residenti.
Punto.
Il resto, verrà da sé.
Gli autobus andranno più veloci. E se si tratta di autobus vecchi ed inquinanti, pazienza: saranno sempre meno delle auto. E prima o poi funzioneranno i tram e quel po' di metropolitana che sarà possibile realizzare nel difficile sottosuolo di Palermo.
Di un paio di effetti collaterali, invece, si potrà subito disporre: l'aria buona sul viso di chi cammina o riscopre la bicicletta, e un incentivo gratuito per le case automobilistiche: sostituite il petrolio con l'idrogeno.
Per farlo, per pronunciare un secco no all'inquinamento, serve coraggio.
E la consapevolezza che il mondo è cambiato, e l'automobile non è più un diritto.

martedì 24 giugno 2008

LE SOLITUDINI DI PAOLO E GIOVANNI

Nella navata sinistra di San Francesco d’Assisi, ad una certa ora del giorno, la luce prende corpo, e stende i suoi raggi fra il tetto e il pavimento spoglio.
Non c’è modo di restare all’ombra, se non rimanendo perfettamente immobili.
Alle mie spalle, il portale era spalancato sul sole di quella mattina di giugno di sedici anni fa.
Il sacerdote diceva qualcosa, a proposito di quei morti che anch’io ero venuto a ricordare. Parlava quasi sottovoce. In suffragio di cinque anime.
Le scale, il portale spalancato, la luce. Ero appena entrato, e con un passo, mi ero spostato a sinistra, infrangendo un muriciattolo d’ombra e passando per quel reticolo di luce e polveri in sospensione.
Le cose andavano così oramai da secoli, a San Francesco.
Ombre e luci, disegnate dalle abili mani di architetti di imperscrutabile sapienza, costituivano il solo arredo celeste di una Basilica scarnificata, di pietra appena squadrata; vennero dopo, gli stucchi e i marmi.
Feci un passo, dunque, e mi spostai a sinistra.
Il caldo di quel giugno stretto tra due mesi di sangue, tra il Maggio di Capaci e il Luglio di via Mariano d’Amelio, era temperato dal soffio di vento misericordioso che giungeva dal fondo.
Superai la prima colonna, e avanzai ancora.
Solo il viso affiorava oltre la coltre di buio che avevo scelto per ripararmi.
Lui, fu scosso da un tremito. Era seduto alla mia destra, da solo, su una panca di legno, forse regalata da una famiglia di fedeli, come usa da noi, in ricordo di qualcuno, o a futura memoria. Le braccia appoggiate sulle gambe, le mani giunte, la testa un po’ incassata tra le spalle.
Si volse lentamente, come per una presa d’atto.
Il suo sguardo si poggiò su di me, ed io lo riconobbi solo un attimo dopo averlo incrociato; in quel momento esatto, compresi che non poteva esservi paura, in quegli occhi.
Lo salutai, con un piccolo movimento del capo, e forse, con le labbra, con gli occhi, riuscii a dirgli che un poco del suo dolore era anche il mio.
Quella mattina, accompagnavo alcuni giornalisti stranieri, venuti a Palermo dopo il tritolo di Capaci: come si andava a Beirut, a Saigon, a Kabul.
Quando tutto fu finito, quando il sacerdote ebbe impartito la benedizione, quando era oramai troppo tardi per un’intervista, quando lui era già andato via, dissi loro che in Chiesa avevo intravisto Paolo Borsellino.
Il vento spazzava la città. Almeno credo. Ricordo dei giorni caldi, afosi, rabbiosi. Le sere, invece, pareva che il fresco del mare aperto ripulisse le strade impolverate.
Rividi quel volto irrigidito, quei gesti secchi e rassegnati, solo pochi giorni dopo. Alla Biblioteca comunale.
Quella sera, il dibattito non sarebbe stato il solito dibattito. Non sarebbe stato uguale a nessun altro.
Paolo Borsellino volle parlare ai palermitani che s’erano dati appuntamento nell’atrio di quel convento sconsacrato nonostante qualcosa, visibilmente, glielo impedisse. Era come se avesse deciso di ribellarsi ad un ordine imperioso, all’ingiunzione del silenzio che, da qualche parte, qualcuno gli aveva rivolto.
Disse della solitudine che aveva accompagnato gli ultimi anni di Giovanni Falcone, e i suoi.
Disse del tradimento.
Disse di un Giuda.
La voce, nel racconto interminabile di ciò che, fino in fondo, non poteva esser detto, si arrochiva del fumo delle sigarette che andavano e venivano; e s’incrinava, per il dolore acutissimo.
Ero sicuro che la sua voce, quella sera, qualsiasi cosa fosse scaturita dalle sue parole, non si sarebbe spenta. Non potevo muovermi da quel gradino sul quale avevo trovato posto. Non lo avrei fatto per nulla al mondo.
La sua voce non incontrava ostacoli.
A noi, invece, la voce mancava.
Paolo Borsellino diede la sua versione dei fatti; nel suo racconto - quello di un sopravvissuto al potere reale, alle sue insidie, ai suoi trucchi, alle sue ipocrisie - disse che una ragione c’era, perché Giovanni finisse a quel modo i suoi giorni: un movente per il suo assassinio.
Credo lo chiamasse Falcone.
Falcone, e cioè Giovanni, era riuscito a penetrare i segreti di Cosa Nostra, le sue relazioni con la finanza, l’intelligenza tra poteri legali e poteri criminali. Il solo compagno di quel viaggio, era lui stesso, Borsellino. E cioè, Paolo.
Parlò, Borsellino, per un tempo che mi apparve interminabile. Nel silenzio impaurito di tutti noi. Nel silenzio complice di Palermo. Nel silenzio ebete di tutto il Paese su quel che davvero si era consumato a Capaci.
Mentre parlava, di tanto in tanto, osservavo i volti di chi ascoltava; diversi, tra loro: attenti, commossi, impietriti, preoccupati, silenziosi, rabbiosi.
Volti coscienti.
Volti incoscienti.
Se tutti quanti pagassero un piccolo tributo alla verità, mi dicevo; se tutti quanti, questa sera, aggiungessero un segno concreto di condivisione, forse, potremmo difendere quest’uomo.
Potremmo salvarlo.
A Palermo, avevano sparato in tanti su Borsellino, e su Falcone.
Ricordo odi e invidie, dentro e fuori il Palazzo di Giustizia, che fu per questo ribattezzato “Palazzo dei Veleni”.
Ricordo che, per mesi, per anni, circolarono degli anonimi, stilati da un Corvo: rimasto misterioso nonostante inchieste e processi.
Palermo, come Beirut, Saigon, Kabul, doveva formicolare di agenti segreti, in quegli anni, e questa consuetudine, fra Stato e Antistato, dovette proseguire, per molti anni ancora; le loro parole d’ordine dovevano per forza esser depistaggio, diffamazione, dissimulazione.
Ricordo che a Falcone alcuni rimproverarono la scelta di lavorare al fianco di Claudio Martelli, al Ministero di Grazia e Giustizia; ricordo che lo accusarono di voler dar vita, con la Superprocura nazionale antimafia, ad una struttura d’asservimento della magistratura al potere esecutivo.
Una delle parole che più erano di moda, in quel momento, era “normalizzazione”. Con la Superprocura, che lui stesso avrebbe guidato, Falcone avrebbe dato il suo contributo alla “normalizzazione”.
Ricordo che, dopo la morte di Falcone, qualcuno candidò Borsellino a guidarla lui, la Superprocura. Ricordo che Borsellino reagì rabbiosamente a quell’imprudente candidatura.
Ricordo Leonardo Sciascia, e la sua recensione di un libro di Christopher Duggan, “La Mafia durante il Fascismo”, e penso che una gran parte del suo ragionamento era giusto, e una parte piccola ma decisiva non lo era; e Leonardo Sciascia, sia chiaro, è per me un Maestro di etica, ragionamento e stile, difficilmente eguagliabile.
Ricordo che era difficile, per me, capire tutto quanto, per bene; districarmi in quel purgatorio di si dice, in quel roveto di allusioni, in quel cespuglio in fiamme di verità più verità di altre.
Ricordo la mia laurea, a luglio.
Pensavo di festeggiare la fine dei miei studi, il 19 di luglio.
Quel pomeriggio, il telefono squillò minaccioso. Un amico mi disse d’aver sentito un’esplosione. Lui abitava in via Marchese di Roccaforte. E il rumore, assordante, inequivocabile, proveniva dalla Fiera del Mediterraneo, da quella direzione.
Presi subito a telefonare. All’agenzia Ansa, dall’altra parte della città, non sapevano nulla. Fecero delle telefonate.
Pensammo tutti, immediatamente, ad un attentato, meno di due mesi dopo Capaci. Pensammo ad un altro magistrato. Non sapevamo che da quelle parti viveva la madre di Paolo Borsellino.
Non ci volle molto. Pochi minuti. E sapemmo quel che era accaduto.
Andammo, tutti quanti, con i ragazzi del movimento antimafia, in via Mariano d’Amelio, a respirare un poco del fumo nero della morte. E la sera, tutti quanti, andammo in piazza Pretoria.
Quella sera, per tutti noi, non c’era più Stato; non c’era più autorità.
Scalammo il Palazzo delle Aquile, approfittando di una finestra lasciata aperta, e occupammo la sala delle Lapidi.
Non ci cacciò nessuno.
Passammo giorni e notti, in piazza.
L’Italia s’era fermata.
Destra e sinistra, allora, importavano pochissimo. Concetti astratti, a Palermo.
Ricordo i funerali. La rabbia.
Poi, anche quella protesta, finì. Ci furono altre morti, e le bombe di Firenze, Milano e Roma. Ci furono gli arresti. Cosa nostra decise di consegnare Totò Riina, e di immergersi, per qualche anno, nelle acque scure delle latitanze e delle trattative occulte.
Non ho mai festeggiato la mia laurea. Il cibo finì nella spazzatura, e il vino, andò a male.
Per Palermo, cominciò tutto così. O meglio, ricominciò.
Prima, c’erano stati gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta.
La cementificazione della Conca d’Oro, l’espansione mafiosa, la guerra dei clan, le prime indagini. I morti. La decapitazione dello Stato, l’incenerimento della società civile. Il pool. I poliziotti. Il maxi processo. I Vespri Siciliani, con le autoblindo, i soldati disarmati e i giubbotti di carta stagnola.
Quella lunghissima fase, si era chiusa con le autobomba esplose a Capaci e in via Mariano d’Amelio.
Ma si poteva non capire che quelle autobomba avrebbero aperto una fase nuova? Avrebbero potuto, almeno.
Ad ogni anniversario, mi ripassa tutto quanto per la mente, ripenso al fatto che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano rimasti soli, e che anche noi, tutti noi, li avevamo lasciati soli.
Non avevamo capito.
Non saprei dire il giorno esatto. Ricordo Paolo Borsellino ad una fiaccolata, una sera.
Sei anni dopo la sua morte, ho visitato la Terra Santa. I luoghi Santi, conosciuti attraverso le Letture. I luoghi dello studio, delle predicazioni, del martirio.
Era Natale. Tra israeliani e palestinesi covava una seconda drammatica Intifada. I militari distribuivano maschere antigas. Temendo una strage.
Vidi Betlemme, Nazareth. Gerusalemme. La città delle tre religioni, dei due popoli, del solo Dio.
Per giungere al Santo Sepolcro, occorre piegare la testa, e passare per una porticina, e discendere per una scala molto ripida, illuminata appena.
Sul tetto altissimo di Sant’Elena, nell’ombra profumata d’incenso, c’è un foro stellato, che si apre sul cielo.
Mi hanno raccontato, o forse ho letto, della cerimonia delle fiaccole, che si tiene nella Basilica, e del fuoco sacro che tutti si passano di mano in mano.
E ho compreso, il senso di quella fiaccola. Tutto quello che c’era da capire. Il ricordo del sacrificio, e il prender quel fuoco sulle proprie mani, tutti insieme. La memoria. E la promessa.

sabato 21 giugno 2008

LA CULTURA CHE PIACE ALL'IMPRESA

27 Giugno ore 19.00
Galleria d’Arte Moderna
P.zza Sant'Anna 21, Palermo

La cultura che piace all’impresa: storia, territorio e contemporaneità.

Saluti
Mario Milone, Assessore alla Cultura, Comune di Palermo

Introduce
Elisa Fulco, curatore Fondazione Borsalino

Intervengono
Antonella Purpura, Direttore Galleria d’Arte Moderna, Palermo
Roberto Gallo, Amministratore Delegato della Borsalino S.p.A. e della Fondazione Borsalino
Marco Montemaggi, Vice Presidente di Museimpresa
Vito Planeta, azienda vinicola Planeta
Francesca Appiani, curatrice del Museo Alessi

modera
Davide Camarrone, giornalista e scrittore.
Sabato 28 Giugno ore 21.00
Expa, via Alloro 97 - Rassegna sul cinema industriale d’animazione.

L’incontro è organizzato in occasione della mostra "Perdere la testa. Il cappello tra moda e follia", Collezione di arte outsider dell’Atelier di Pittura Adriano e Michele 31 Maggio / 6 Luglio Palab via Del Fondaco, Palermo tutti i giorni 18.00 / 24.00 ingresso libero / catalogo edizioni di passaggio

venerdì 20 giugno 2008

BARICCO E SAVIANO

Qualcuno di voi avrà, come me, letto della polemichina sull'editing profondo al quale sarebbero ritualmente sottoposti gli articoli di Roberto Saviano; e del giudizio di Alessandro Baricco su Gomorra: "Non mi è piaciuto".
Ora, che non si possa dir male di Saviano, mi sembra evidente, per il coraggio delle sue scelte; così come, mi sembra evidente che anche i libri di Saviano possano non piacere, a Baricco o ad altri.
Nessuno, credo, sarà rimasto sorpreso.
Non poteva che andare così. Lo scrittore più contenutistico, rasato e scamiciato, dispiace allo scrittore più formalistico, al fondatore della Scuola Holden, capelluto e button down.
E' l'eterno conflitto tra lo scrittore e il riscrittore. Tra la botte che invecchia e la barrique che affina. Tra un rosso giovane e robusto e un bianco in bollicine.
Questione di gusti.

IL POTERE E I CRETINI

Sostiene il filosofo francese Michel Onfray che la ricetta della Felicità consista anzitutto nel tenersi lontani dal Potere e dai Cretini. Pleonastico.

venerdì 13 giugno 2008

DOPPIO LINGUAGGIO

Doppio Linguaggio – Mostra-Evento di opere di Renzo Bellanca a cura di Juan Carlos García Alía, con i racconti inediti di Gaetano Savatteri, Roberto Cotroneo, Luigi Galluzzo, Fabrizio Falconi, Giosuè Calaciura, Davide Camarrone, Giacomo Cacciatore, Amara Lakhous, Paola Pastacaldi e Lia Bellanca.
Roma - Chiostro del Bramante - Sala delle Capriate - Dal 5 al 22 giugno.

Artista siciliano, residente a Roma da più di vent’anni, Renzo Bellanca mostra una tecnica personalissima, frutto di una elaborata ricerca artistica e di una profonda indagine sulla materia che è intesa non come puro mezzo di rappresentazione ma come metafora delle esperienze di vita vissuta nella quale, si deposita e si stratifica, il flusso inarrestabile di continue coesioni e di incessanti trasformazioni. Il titolo della mostra nasce da una nota incisione dell’artista che accosta il segno materico a quello linguistico e che ben sintetizza la natura dell’operazione: un dialogo tra due arti, la pittura e la letteratura, in un gioco di rimandi, di simboli, di allegorie, in cui la letteratura trae ispirazione dal testo pittorico che, a sua volta, diventa pregnante di nuovi significati e di originali suggestioni derivanti sia dalle evocazioni poetiche che da quelle letterarie.

Il progetto scaturisce dall’idea di Renzo Bellanca, Luigi Galluzzo e Gaetano Savatteri, amici di lunga data e conterranei, e dal desiderio di creare un evento che istituisse un forte ed unico filo conduttore tra le loro diverse e reciproche abilità artistiche. Si delinea, così, l’intenzione di scrivere un racconto inedito, ispirato ad un quadro dell’artista che troverà, nella Mostra-Evento Doppio Linguaggio, una prima ed immediata forma di comunicazione. La contaminazione di epoche e di linguaggi del passato e del presente, di culture e di segni è una prerogativa dell’opera di Bellanca con la quale gli scrittori citati provano affinità. Bellanca nelle sue opere scava nella memoria per capire l’origine e il divenire del nostro destino e per questo adopera alfabeti, numeri, segni, elementi, forme e colori che ci parlano del prima e del dopo che è in ognuno di noi. Arte e vita, storia ed esistenza viaggiano insieme nella sua elaborazione artistica.

La partecipazione si allarga ad altri scrittori, ognuno dei quali sceglie un’opera e, senza alcuna informazione o spiegazione in merito, vi si immerge per poi riemergere con la propria creazione letteraria. Dal Dialogo tra il mondo di Bellanca e quello degli scrittori citati, l’opera dell’artista si arricchisce , di rimando, di ulteriori significati letterari che amplificando l’idea iniziale la consegnano allo spettatore sotto una nuova prospettiva e una nuova chiave di “lettura”.

Catalogo Silvana Editoriale

MAFIA FILM

Una volta, entravi in libreria, scusandoti con il commesso, appena assunto, o scambiando uno sguardo d'intesa con il proprietario, e senza aggiungere altro, vagabondavi per tavoli e scaffali, osservando la mercanzia, sfogliandola, pesandola, osservandola dalla prima alla quarta di copertina. Con You Tube, è un po' più triste e veloce. Però. Di tanto in tanto, per intuito, o per caso, ti capita tra le dita il capolavoro. Editore sconosciuto, fattura poverissima. Autore, quello sì: te ne ricordi. Il nome. Ma sarà lui? Ugo Giuliani? Il tuo vecchio compagno di scuola? E' successo. Date uno sguardo a questo film scovato in rete. Mafia film, si chiama. Girato a Palermo. Geniale. Risposta ad un sacco di domande. Tranne una. Ma Ugo è proprio Ugo?

www.google.com/s2/sharing/stuff?user=115182503647860734563

GLI ATTI RELATIVI

Sostiene, il Procuratore della Repubblica a Palermo, Francesco Messineo, che presto a Palermo la raccolta dei rifiuti, o per dovuta precisione la mancata raccolta, ci precipiterà in una condizione simile a quella di Napoli. E al riguardo, in Procura è già stato "aperto" un fascicolo. Di atti relativi. Il che, letterariamente, ci riconduce ad altri "atti relativi", ad inchieste mai approdate a nulla, su suicidi propriamente detti, ed altrettanto inspiegabili. Se Palermo corre verso il suo, e per nulla vorremmo assistervi, non sarebbe il caso di arrestarlo, l'Angelo della Morte? Che, nel caso, si chiama imperizia, o incapacità organizzativa.
Le entità chiamate ATO, Ambiti Territoriali Ottimali, si sono rivelate delle macchine mangiasoldi. Andrebbero abolite per decreto, e sostituite con aziende a partecipazione pubblica.
Non siamo nella condizione di poter licenziare alcuno, purtroppo, e dunque, la cosiddetta privatizzazione, dalle nostre parti, è solo un modo per spendere di più, e per affidare ai privati le scelte che la politica non può legittimamente compiere: ad esempio, l'assunzione di cognati, figli e cugini di politici.
Non resteranno che "Atti relativi", altrimenti: dove il termine "relativi" mostrerà soltanto l'insufficienza degli atti medesimi.

martedì 3 giugno 2008

TERREMOTO RIFIUTI

In Campania c'è stato il terremoto rifiuti. E' ancora in corso, a dire il vero.
In Sicilia, in vitro, stiamo forse assistendo allo stesso fenomeno.
Le avvisaglie, le prime scosse, sono di questi mesi, e di questi giorni.
La chiusura temporanea di Bellolampo, da parte di un pm, per fatti amministrativi (anch'essi rivelatori: ritardi, proroghe) e l'annuncio della prossima chiusura definitiva, comunque, per via dell'inevitabile riempimento dell'ultima vasca disponibile.
I rifiuti accumulati sulle strade di Messina, per via di un vortice di stipendi non pagati, scioperi, cassonetti bruciati e inchieste della magistratura.
I rifiuti di Enna, anche qui, per via di stipendi non pagati et cetera. Qui, però, ad Enna, mancano i soldi. Le tasse sui rifiuti le pagano solo 3 cittadini su 10. Troppo care, visto che, con il nuovo tariffario, sono aumentate del 300 per cento.
Tornando a Palermo, ci sarebbe da dire dell'Amia, dei lavoratori che si apprestano ad uno sciopero dello straordinario, e in provincia, del Coinres, già al centro di uno scandalo per un'infornata di assunzioni, delle proteste dei lavoratori vecchi e nuovi.
Insomma, il sistema sta esplodendo.
Brutto affare.
Di chi è la colpa?
Qualcuno dice che sia degli Ato Rifiuti. Inefficienti e costosi? Tocca alla Regione accertarlo. E in fretta. E già che ci siamo, Palazzo d'Orleans potrebbe dare uno sguardo anche agli Ato Idrici.

sabato 24 maggio 2008

GESTI SARKOZISTI

Al programma elettorale di Raffaele Lombardo hanno lavorato sindacalisti, imprenditori e docenti universitari.
Ci sono delle novità, in quelle pagine. Dal punto di vista ambientale, anzitutto, e dell'approccio alle questioni dell'energia e dello sviluppo.
La scelta di nominare Massimo Russo alla Sanità, inoltre, può costituire un ulteriore segno di novità rispetto al passato. Un magistrato, e non dei più docili, alla guida dell'assessorato più delicato: per gli interessi in gioco, per l'enormità del deficit da ridurre, per l'efficienza da restituire al sistema.
C'è chi parla di scelta sarkozista. In piccolo. Di un laboratorio siciliano. E' presto per dirlo. Ed è prestissimo per anticipare giudizi. Vedremo quante altre intelligenze saranno coinvolte, nell'opera promessa di ricostruzione: con quale spirito, e con quali obiettivi.
Un paio di cose, però, possono esser già dette.
Lombardo, anzitutto, è stato eletto con un consenso pari quasi al 70% dei voti: il più alto mai registrato finora, probabilmente, nelle passate elezioni regionali svoltesi nel nostro Paese, con il sistema dell'elezione diretta. E questo dà all'inquilino di palazzo d'Orleans un potere d'investimento politico enorme.
In secondo luogo, il recupero del modello politico autonomistico consente un superamento delle culture politiche tradizionali, peraltro già in crisi da tempo, e una straordinaria capacità d'attrazione.
E' un capitale, questo, da amministrarsi con cura e con coraggio.
Nessuna illusione, ovviamente. Non ci vorrà molto per scoprire se questi talenti sono stati spesi bene, nell'interesse della Sicilia: per porre rimedio alle arretratezze, alle devastazioni. E naturalmente, contro la mafia.

GUAI A PARLAR BENE

Una volta si diceva: non parlar mai male di nessuno.
Ora, coi tempi che corrono, si rischia di più a parlar bene di chicchessia: un giorno, è un santo; l'indomani, scopri che trattavasi di Belzebù.
Accade coi medici, coi magistrati, coi giornalisti.
La qualifica non salva.
E' il razzolare, il problema.
A predicare, siamo quasi tutti buoni.

mercoledì 7 maggio 2008

QUANDO MARCELLETTI INVOCAVA IL CAMBIAMENTO

Per chi ha buona memoria. E per chi dimentica. Due prese di posizione di Carlo Marcelletti, il cardio chirurgo infantile arrestato per concussione, peculato e truffa. Sul Corriere della Sera e su Repubblica. Entrambe risalgono allo scorso anno. Il 2007. Buona lettura.

Corriere della Sera.

Sicilia, il chirurgo Marcelletti da Cuffaro a Veltroni

DAL NOSTRO INVIATO PALERMO - Molti fremono per la nascita del Pd. Perché la creatura potrebbe presentare qualche affanno già ai primi vagiti. Ma c' è un medico di fama, un cardiochirurgo pediatrico come Carlo Marcelletti, pronto a dare una mano in sala parto per aiutare il leader che più gli piace, Walter Veltroni. E qualcuno forse si sorprenderà di ritrovarlo nella lista dei 33 componenti del coordinamento siciliano pro Walter visto che, con sfortunate e brevi incursioni in politica, oltre al camice bianco del suo ospedale palermitano, Marcelletti ha indossato quattro casacche. Passando dall' «illusione» di Forza Italia con Gianfranco Micciché alle «promesse senza seguito» di Totò Cuffaro, dalla «ribellione» di Francesco Musotto contro gli azzurri a quello che definì il «finto autonomismo» di Raffaele Lombardo. Deluso, ma tenace, deciso a spendersi per «denunciare gli intrecci fra sanità e mafia, politica e malaffare», lo specialista zompato su tutte le tv del mondo ai tempi degli interventi sulle gemelline siamesi spera adesso nel successo di Veltroni e azzarda la diagnosi sul nascituro: «La creatura non sembra venir fuori robusta. Perché ha da fare i conti con tutte le tensioni correntizie che ci sono». Come proteggerla? Propone incubatrice e terapia intensiva? Si limita a un consiglio: «Tocca a Veltroni non cedere agli apparati. Se vuole fare una cosa buona per questo Paese non può riciclare l' 80% di quelli che hanno già avuto un ruolo. Occorrono facce nuove». Lo ha detto anche a Veltroni, dopo i contatti stabiliti attraverso uno dei candidati alla guida del Pd in Sicilia, Giuseppe Lumia, vice presidente dell' Antimafia. Una telefonata del sindaco di Roma che ringraziava, come riferisce Marcelletti: «Mi ha parlato di meritocrazia e ammodernamento del mercato, le cose che volevo sentirgli dire. Mi sono sembrate simili a quelle di Montezemolo. Quel che cattura è il Veltroni progressista, kennediano, non massimalista. I suoi discorsi non appartengono né alla destra né alla sinistra. Vi si ritrovano ideali fortemente ispirati anche da Montezemolo e non solo...». Lo dice mentre le sue mani preziose sfiorano i testi di Ichino, Giavazzi e Alesina, confusi fra quelli di patologia.

Repubblica. Edizione di Palermo.

Intervento di Carlo Marcelletti.

C’è del buono nel Regno di Sicilia. E chissà che non spazzi via il marcio. Proprio così. È entusiasmante la campagna elettorale che si profila per le prossime elezioni regionali. Addirittura travolgente, poi, potrebbe essere il dopo 13 e 14 aprile, quando si tratterà davvero di voltare pagina e di chiudere con il «cuffarismo», un «sistema» che ha allargato le distanze dell’isola dal resto del Paese tanto sul piano economico quanto, soprattutto, sul versante morale. È bello osservare che la Sicilia torna a essere quel laboratorio politico che è sempre stata. In cui il confronto avviene sulle idee, sui programmi, sulla voglia di cambiamento e non sulle logiche di schieramento, di appartenenza e, in definitiva, di puro potere.Chiaro, è un segnale importantissimo quello lanciato dal Partito democratico, che ha scelto un candidato forte. Chi meglio di Anna Finocchiaro, ex capogruppo del Pd al Senato, che di questa terra è figlia e profonda conoscitrice? Sono stato tra i primi a credere nell’importanza della nascita, in Italia, di una forza progressista moderna, pragmatica, senza lacci e laccioli ideologici, capace di rinnovare l’Italia adottando come criterio principale la valorizzazione del merito degli individui. Non ho avuto difficoltà, malgrado mi pesassero addosso le «sbandate» del passato per Raffaele Lombardo e per lo stesso Salvatore Cuffaro, ad aderire al Comitato pro-Veltroni, a poche ore dalla sua istituzione qui a Palermo. Bene, se Veltroni voleva dimostrare che il nuovo avanza realmente e che il cambiamento è possibile anche in Sicilia, con Anna Finocchiaro ha scelto la persona giusta. Tutti i siciliani liberi, davvero in buona fede, lo riconosceranno. Non solo quelli di sinistra.Ma attenzione, le carte si sono rimescolate anche nel centrodestra. Ed è stato quasi un terremoto. Temo che Gianfranco Miccichè avrà i suoi problemi a fare digerire la candidatura a Silvio Berlusconi e ai vertici del Partito della Libertà. Ma la sua «Rivoluzione siciliana» appare esattamente come una piccola, grande rivoluzione. Destinata a rompere gli schemi consolidati a destra e a porsi come una novità con la quale pure Anna Finocchiaro e il Pd dovranno fare i conti. C’è una sintesi fulminante nelle dichiarazioni programmatiche di Miccichè. Che cos’è il «cuffarismo»? «Un sistema clientelare che ha bloccato la Regione, che ha trasformato il lavoro da diritto a favore, che fa fuggire le imprese del Nord stanche di dovere passare sotto le grinfie della politica».So perfettamente che Pinocchio in confronto ai politici nostrani è un dilettante. Ma fino a prova contraria sarebbe importante dare credito a Miccichè. Anzi, prenderlo alla lettera e verificare se alle parole vuole aggiungere i fatti. Per questo non sono d’accordo con Anna Finocchiaro quando lo accomuna a Lombardo e conclude, tranciante, che nemmeno lui può diventare un interlocutore credibile. Per carità, in campagna elettorale è giusto che ognuno faccia la propria corsa. Né io caldeggio «inciuci» o grandi coalizioni che dir si voglia. Il mio sogno è un altro. Perché non provare a vedere se con Miccichè, indipendentemente dai risultati delle elezioni di aprile, fosse possibile stendere una sorta di Carta per la rinascita della Sicilia? Un accordo di metodo, le classiche regole del gioco da stabilire insieme, in perfetto stile bipartisan, su dieci punti chiave: legalità, meritocrazia nelle nomine pubbliche, sicurezza dei cittadini, trasparenza negli appalti e nei finanziamenti, snellimento degli apparati e della burocrazia, rilancio economico, lavoro e precariato, investimenti in alta tecnologia, freno alla fuga dei cervelli. E, naturalmente, riordino della Sanità, per abbattere gli sprechi e puntare al raggiungimento di standard di eccellenza.Meglio che Miccichè ci rifletta sopra, perché su questi nodi dovrà misurarsi. E tutti potranno scoprire se effettivamente, come sostiene, a muoverlo è unicamente l’amore per la Sicilia. Ma per quanto non ne abbia alcun titolo, mi sento allo stesso tempo di rivolgere un invito ad Anna Finocchiaro affinché verifichi la disponibilità dell’avversario quanto meno alla nascita di un clima di confronto. L’unico clima dentro al quale è possibile produrre un vero cambiamento. Lo chiede la Sicilia. E questa terra è la nostra terra.

lunedì 5 maggio 2008

SMETTERLA PURE CON LE AUTO

Da fumatore, ero d'accordo con il Ministro della Salute Sirchia: stop alle sigarette al chiuso.
Da automobilisti, con SUV, sono d'accordo con il Sindaco di Palermo, Cammarata, sulle restrizioni al traffico in città.
Il fatto è che dopo qualche tempo con le sigarette ho smesso.
La vedo dura, invece, per le auto.
Avete mai provato ad andare in bicicletta, a Palermo?

giovedì 24 aprile 2008

UNDICI VARIAZIONI

La scrittura piena di svolazzi e la firma, con quella Effe svettante verso Occidente, erano senz'altro di don Felipe, che conoscevo da lunghi anni. Il mio nome, abbellito da alcuni recentissimi titoli, al suo confronto appariva miserabile.
Nella sua lettera, mi lusingava con il ricordo miracolosamente dettagliato di un'udienza reale alla quale avevo preso parte, alcuni anni prima.
Il Protocollo aveva previsto che io e gli altri magistrati della Real Corte di Giustizia ci schierassimo, coi nostri pastrani, dinanzi alla statua che nel Palazzo Normanno raffigurava un uomo alquanto pensieroso; e che attendessimo lì il passaggio della Famiglia Reale, Dio Guardi.
Dopo quel far velo al pensieroso sconosciuto, compito dei giudici era di condursi rapidamente e in tutta dignità fino alla Sala del Trono – nel tredicesimo ordine, dietro la Nobiltà di sangue, l'Alto Clero, i Generali di tutte le Armi e la Nobiltà terriera, e prima dei Capitani del Regno – per rendere omaggio ai Sovrani, Dio li Conservi.

Vi chiedo dunque – diceva don Felipe, Duca de Valencia y Cordoba – di porvi alle mie dirette dipendenze, per il tempo che vi occorrerà, ospite presso il mio Palazzo, a Palermo, e di arricchire la mia Biblioteca con un saggio del vostro preziosissimo pensiero.
In considerazione della Vostra benemerita esperienza, in seno alle Corti della Corona di Spagna, Dio La Protegga, desidero che voi componiate una mirabilissima opera d'invenzione su quella perigliosa arte del navigare tra le ragioni del Bene e del Male: nel giudicare colpevoli e innocenti per l’esclusivo abbisogno del Regno.
Arte, la Vostra, del Giudicare, che il nostro popolo, sempre in procinto d'affogare nel mare delle rivoluzioni, induce all'obbedienza.
Auspico che quest'opera sia l'esca d'accensione delle nostre facoltà intellettive, sopite dal silenzio.

Era una sorta di gioco, per don Felipe.
Dietro quel linguaggio ampolloso, quelle formule così vaghe, si nascondeva un losco disegno: attrarre uno stimato magistrato a riposo, e farne un Eretico Civile, al riparo delle mura del proprio Palazzo.
Avrei formulato, in apparente libertà, la più severa delle accuse contro la Spagna e le sue Leggi: dicendo dei processi, delle pene, dell'arbitrio, delle carceri.
Nel segreto, avrei vergato una Teoria del Bene e del Male.
Sarebbe rimasta nelle sue mani, ed io, se pure fossi uscito da quel Palazzo, non avrei più vissuto un giorno senza chiedermi se i gendarmi, per strada, non stessero cercando me; se il Capitano mio genero, che con mia figlia aveva preso possesso di un piano del nostro modesto Palazzo, parte di un’eredità ricevuta da mia moglie, non avrebbe cancellato nel sangue la vergogna di un mio arresto per alto tradimento.
Ebbi per un attimo la tentazione di sfuggire a quell’invito. Mi dissi, però, che non avrei potuto sottrarmi. Don Felipe era tra i primi Famigli della Santa Inquisizione di Spagna.
Scrissi dunque la mia risposta, e la consegnai al Valletto più giovane affinché di corsa la recapitasse al Palazzo del Duca.
Salutai mia moglie e i miei famigliari come se non dovessi più rivederli, e nel congedarmi da essi, rivolsi partitamente alcune raccomandazioni.
La prima è che nessuna denuncia della mia scomparsa era da presentarsi, nel caso in cui non avessi più fatto ritorno.
Poi, dissi dell'uso del patrimonio, della salute e degli studi dei nipoti, il primo dei quali sarebbe nato entro poche settimane, da mia figlia Eleonora.
La carrozza era pronta. I bagagli erano stati preparati e caricati in pochi minuti.
Guardai le vie di Palermo e mi sorpresi ad osservare i volti dei mendicanti. Loro erano liberi. Il Cassaro era illuminato da un sole ardente come il volto del Diavolo.
Fui ricevuto dal Segretario del Duca, un giovanissimo sacerdote portoghese, di bell'aspetto, devotissimo al Sacramento e ancor di più, si diceva, al suo padrone.
Padre Alfonso mi condusse fino alla scala di marmi rossi e verdi, e sollevando appena la sua tonaca, mi fece segno di precederlo.
Spolverai la mia giubba, impolverata dal vento libico di giugno, e varcai la porta che conduceva allo studio privato del Duca.
La grande sala era deserta. La porta si richiuse alle mie spalle.
Gli affreschi, sulle altissime volte, raffiguravano le dispute olimpiche, ed i volti maschili erano indiscutibilmente quelli di Dionisos e Apollo, benché una mano pietosa avesse pennellato i nomi di Pietro e Paolo, coprendo di un velo nero e avorio piedi e zoccoli degli Dei.
Sull'imponente scrittoio di quercia, vi erano dei preziosi volumi rilegati in pelle. Ne scorsi un paio. Origene e Tertulliano. Feci appena in tempo a riporli, che alle mie spalle udii la voce tonante del Duca.

– Dovreste leggerne, don Alejandro. Dobbiamo protegger le nostre anime, esposte ai pericoli dell'eresia e del giudaismo.
– Stavo ammirando i vostri libri, e questa biblioteca, così...
– Così insultante, per la Fede. E così bella, come immagino foste per dire.
– Il Maligno usa le armi della Seduzione.
– E del Pensiero. Per questo, l'Indice abbisogna del suo contrario. E' bene che si scrivano dei libri proibiti, e che alcuni di noi possano leggerli.
– Posso parlare liberamente?
– Vi ho chiamato per scrivere liberamente. Dunque, potete anche parlare.
– Come mai mi avete chiesto di venir qui?
– Ora che siete a riposo, che avete abbandonato la bilancia e le altre insegne della magistratura, credo che possiate rispondere ad un quesito, al quale io non posso e non debbo rispondere.
– Ditemi.
– Io ho ucciso mia moglie. Sono colpevole per questo?
– Lo siete agli occhi di Dio. – Ora, la mia paura si era fatta solida, come di pietra, dinanzi ad un'eventualità che non potevo figurarmi. Pensavo di dover far filosofia, ed ero chiamato, invece, a far sofismi da avvocato.
– A quella giustizia so già che non potrò sottrarmi. Ma sono un famiglio dell'Inquisizione, e non posso essere arrestato, processato, condannato e incarcerato al pari di un suddito qualsiasi.
– Salvo che il Re non lo disponga. Vostra moglie era una sua cugina.
– Voi reagite troppo freddamente alle mie parole. Poco importa. Voglio che voi scriviate per me un breve trattato, per la mia lettura. Non provate a fornirmi gli strumenti perché altri sia accusato della morte di mia moglie. Desidero undici motivi per non considerarmi colpevole: pur se i giudici sapranno che sono stato io, in effetti, ad averla colpita. I motivi, undici come gli anni del mio matrimonio, riguarderanno me, la mia posizione, gli interessi della Giustizia, della Spagna, della Corona.
– So cosa intendete.
– Mettetevi al lavoro. Occuperete gli appartamenti che furono di Caravaggio. – E mi congedò.

Si diceva che quegli affreschi, che io vedevo per la prima volta, si dovessero alle mani di Caravaggio, che li avrebbe dipinti durante il suo esilio siciliano.

Due servi, di robusta complessione, mi accompagnarono.
Le stanze erano tre, sul margine orientale del Palazzo, affacciate sull'antico mercato della Vucciria. Stanze spoglie, le pareti tinteggiate: di azzurro, la prima, con un salotto ed un tavolo; verde, la seconda, uno spogliatoio; rosso sangue la terza, con un letto a baldacchino.
I miei vestiti erano già stati riposti. La cena era servita. Avrei vissuto in quelle stanze, a quanto pareva.
Da solo.
La famiglia era a lutto.

Non toccai cibo.
Scrissi invece un rapido brogliaccio, attingendo alla casistica dei miei processi.
Le circostanze di quell'omicidio mi erano oscure. Doveva trattarsi di un atto d'impeto. Il Duca era facile all'ira.
Undici motivi.

La Duchessa era gravemente inferma, a causa di un male oscuro che di notte la induceva a lamentazioni e sanguinamenti. Il duca aveva pietosamente posto fine a quelle sofferenze.
La Duchessa si era segretamente convertita al giudaismo, e in un'occasione, era stata vista bere del sangue, probabilmente di un bambino di religione cristiana. Il Duca, sconvolto da quell'orrore, l'aveva uccisa.
La Duchessa aveva alzato la mano contro il marito, e armata di un coltello, aveva tentato di assassinarlo. Il Duca s’era difeso.
La Duchessa era posseduta dal diavolo, e l'azione violenta del Duca era stata ispirata dalla carità divina.
La Duchessa era dominata dalla tentazione carnale, ed era stata sorpresa in compagnia di uno stalliere. Il Duca aveva il diritto di vendicarsi dell'onta subita.
La Duchessa aveva tentato d'appiccare il fuoco alla biblioteca del marito, gelosa dei libri con i quali egli soleva trascorrere la parte maggiore del suo tempo. Il Duca l’aveva colpita per impedire la distruzione dell’intero Palazzo.
La Corte palermitana era incompetente a giudicare sull'assassinio di un membro della Famiglia Reale, Dio Guardi.
Il Duca aveva agito in una condizione di ristretto raziocinio per la malattia che l'affligge, un rigonfio maligno del fegato, e che potrebbe condurlo presto alla morte.
Il Duca può esser talvolta accecato da improvvisi accessi di follia, e pertanto non è responsabile delle sue azioni.
La Duchessa aveva chiesto al marito di ucciderla, e di porre così termine alla sua vita, così difficile, e inutile, per l'assenza di figli.
La Duchessa è stata effettivamente colpita dal marito, ma è sopravvissuta, e dopo la guarigione, ha preferito partire per la Spagna.

Passai i due giorni successivi a dar corpo a quelle ipotesi. Citai a memoria passi interi di alcune mie vecchie sentenze, e trascrissi in latino i miei appunti, in bella copia, sulla carta pergamena che Don Felipe mi aveva fatto trovare sul tavolo.
Chiesi ad un servo di comunicare al Duca che il mio lavoro era da considerarsi concluso.
Fui nuovamente convocato al suo cospetto. Lo attesi nella Biblioteca di Caravaggio. Lo scrittoio era sgombro.
Dopo qualche minuto, la porta alle mie spalle, si aperse, e quel che vidi, mi paralizzò.

– Spero che sia riuscito nel suo intento.
– Ho solo osservato le indicazioni.
– Sapevo che l'avrebbe fatto. Posso avere il vostro manoscritto? Sono certa che troverò le prove di tutti i vostri crimini.

Lesse con attenzione, e approvò. Mise il manoscritto sul piano intagliato, e fece un cenno. I servi, alti e robusti come soldati, mi si fecero accanto, e mi afferrarono le braccia.

– Siete in arresto, giudice – disse Padre Alfonso.
– Non comprendo, Duchessa. Dovevate esser morta. E poi, perché questi uomini mi arrestano?
– Con il loro aiuto, ho persuaso mio marito a convocarvi, e a chiedervi, per la seconda volta, di elaborare una strategia per la sua assoluzione dalla colpa di omicidio. Il mio omicidio, stavolta. Una strategia che si componesse di undici diverse ipotesi d’innocenza: tante quanti gli anni trascorsi dal nostro matrimonio, e dall'assassinio di mio fratello Juan, che investigò sulle origini della ricchezza del mio pretendente, il Duca de Valencia y Cordoba. Don Felipe era caduto in disgrazia, in Patria. A Palermo, invece, era divenuto ricchissimo: con la Santa Inquisizione, denunciando falsi eretici e appropriandosi dei loro beni.
– Non sapevo nulla.
– Voi non dovevate sapere. Non rientrava nei vostri compiti, sapere. E poi, siete stato pagato perché nessuno sapesse. Io ho fatto solo da poco tempo la stessa scoperta che undici anni fa aveva fatto mio fratello: pagandola con la vita.
– Qual è la mia colpa?
– Siete ostinato, don Alejandro. Dovreste arrendervi all’evidenza. So tutto del vostro commercio di sentenze. Voi avete assolto l’assassino di mio fratello: un domenicano, che aveva dichiarato d'avere agito dopo aver visto Juan bere del sangue, quello di un bimbo, un cristiano. Il frate era stato pagato dal Duca, mio futuro marito.
– Io non sono stato corrotto da alcuno.
– Verissimo. Il vostro compenso lo ricevette vostra moglie, in forma di eredità. Ma la famiglia che le donò un palazzo e delle terre, era morta nelle carceri del Sant'Uffizio, dove il Duca, spietatamente, l'aveva fatta rinchiudere.
– Voi mostrate di sapere molte cose.
– Le so, don Alejandro, ed è tutto merito di Padre Alfonso. O meglio, di don Alfonso Alenteja, della Gendarmeria Reale. E' il più grande cercatore di criminali della Spagna. Mio cugino, il Re, ha voluto prestarmelo. Ha dovuto fingere un accento portoghese per non sollevare sospetti. Mio marito si fidava ciecamente di lui. E voi. Siete riuscito ad assolvere tutti gli assassini che erano in grado di pagarvi.
– Vostro marito?
– Due giorni fa, dopo aver parlato con voi, è stato imbarcato su un Postale. Tra qualche giorno, sarà accolto a Madrid e alloggiato in una fortezza. In attesa del boia.

Sono finito anch'io in una fortezza, e messo ai ceppi.
Al processo, celebrato a Madrid, l'accusa ha mostrato le mie sentenze, falsificate ad arte, e le motivazioni, riportate nelle undici variazioni riportate sulla carta pergamena del Duca, hanno convinto la Corte della mia colpevolezza.
Sono stato condannato a morte, per aver venduto la Giustizia di Spagna.
Ho scritto la mia Teoria del Male, e del Bene, e contrariamente a quel che pensavo, l'hanno letta in tanti.

martedì 22 aprile 2008

L'EMERGENZA INSICUREZZA

Ancora per qualche giorno, l'emergenza sicurezza sarà a parole in cima all'agenda politica dei nostri rappresentanti in Parlamento.
Ieri sera, a Porta a Porta, Di Pietro ha detto che agli imputati di certi reati occorrerebbe vietare il Gratuito Patrocinio. Pensavo d'aver sentito male, o d'aver capito peggio. No. L'ex pm, leader dell'Italia dei Valori, lo ha ripetuto. Eppure. Il rischio che si rinvii a giudizio un innocente è elevato. E pure un colpevole confesso di omicidio ha diritto ad un processo che con equità distingua tra occasionalità non ricercata e sistematica spietatezza. A riportare su un terreno "occidentale" il dibattito, è stato Castelli, della Lega.
Simili rovesciamenti servono. La resa dei conti con certi pregiudizi è già iniziata. Però. Mi chiedo. Quanto tempo occorrerà per giungere ad una riforma della Giustizia che restituisca a ciascuno il timore dello Stato?
Il rischio che certi reati si ripetano è una delle condizioni per l'applicazione della custodia cautelare. Ciò che potrebbe soccorrere alla durata del processo, se fosse ragionevole.
Il tema, allora, è far sì che vadano a processo le sole inchieste capaci di passare un vaglio di fondatezza, e che questo vaglio, a maggior ragione, vi sia tra il primo e il secondo grado.
Ciò però imporrebbe una qualche modifica al concetto di obbligatorietà dell'azione penale, e una qualche variazione dell'ordinamento giudiziario.
Da noi, come sempre, l'emergenza vera è l'insicurezza: dinanzi ad un problema vero, non sappiamo - quasi mai - come comportarci.

domenica 20 aprile 2008

INTELLETTUALI E POLITICA

Nel suo editoriale di oggi, Paolo Mieli analizza con proprietà e concretezza le cause della vittoria dell'alleanza tra Pdl e autonomisti, della sconfitta dell'alleanza tra Pd e Italia dei Valori, dell'esclusione dal Parlamento dei partiti della Sinistra Arcobaleno.
Nelle pagine interne, alle quali è rinviata la seconda parte del suo editoriale, Mieli scrive: "I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quello che si dibatte nel resto del Pianeta); quello di aver prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un'attenzione strutturalmente diversa".
Qualche considerazione, al riguardo.
L'editoriale di Mieli, anzitutto, è un editoriale politico. Nel senso che ha un'intenzione sommamente politica, e non punta, non solo, ad una mera analisi dei fatti secondo le categorie del Politico.
Il direttore del Corriere vuol spingere il PD ad una presa d'atto delle mutate condizioni del nostro Paese. Dal punto di vista economico e sociale.
Mieli, però, trasferisce dalla prima pagina alla trentesima (nella parte interna dell'editoriale) la riflessione che dovrebbe apparire centrale, nel suo quasi del tutto condivisibile ragionamento.
Il PD - sostiene Mieli, che è giornalista e storico di vaglia - non ha una solida base culturale di riferimento.
Il PD, tuttavia, è l'erede di almeno tre tradizioni politiche e culturali.
Quella comunista. Quella democristiana. Quella laica progressista (almeno in parte).
La prima di esse ha di fatto dominato la Cultura italiana per oltre mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, avendo di fatto rappresentato la prima delle opposizioni al Fascismo, durante il ventennio che precedette il conflitto.
Al di fuori di quell'Universo, un intellettuale non poteva dirsi tale: per la sua distanza dalle masse, per la sua non adesione allo schema gramsciano. Le conseguenze di questo stato di cose potevano esser misurate nell'insegnamento, nel giornalismo, nella letteratura, nelle arti.
Potremmo dire anche del contributo del cattolicesimo politico al nostro Paese, e di quello di parte laica.
Quasi a metà degli anni Novanta, l'avvento di un'alleanza autodefinitasi di Centro Destra violò due tabù.
Destra era parola impronunciabile: nell'accezione italiana, era sinonimo di Fascismo, Golpe, Repressione, Arretratezza.
Con il Centro Destra, si schierarono numerosi "intellettuali": Colletti, Ferrara, Melograni, Urbani (solo per citarne alcuni, tra i più celebri).
Oggi, rispetto ad allora, la situazione sembra affatto rovesciata.
Ed è da questo punto che bisogna ripartire: dalla centralità della questione culturale. La sinistra non ha più intellettuali in grado di decodificare la realtà e indicare punti d'approdo, nuovi territori. E ciò non vale solo con riferimento all'interpretazione dei segnali del popolo delle partite iva del Nord.
Non è un Tradimento dei Chierici.
E' il mondo che sta cambiando. Il mondo intero.
Siamo certi che nel Centro Destra non se ne siano accorti?

sabato 19 aprile 2008

TELEFONARE UCCIDE

Dieci al giorno. A volte, anche venti. Non riesco a farne a meno.
Se per caso non l'ho in tasca, mi sembra di impazzire.
Sono un addict anch'io, ma a volte entro in una stanza, mi guardo intorno e devo scappare: tutti quanti...
Presto, sarà riammesso sugli aereoplani.
Lo so bene che dovrei diminuire. O smettere.
I medici cominciano a parlarne. La dentista, quando le ho detto che avevo un po' di sensibilità a sinistra, un fastidio sordo, e persistente, mi ha chiesto se, per caso, non avessi un ponte metallico. Le ho detto di sì. Bé, capita, allora. Se ne fai uso regolarmente, capita.
Regolarmente?
Ora, mio figlio dice che anche lui vorrebbe. E io gli rispondo che fa male. E tu, allora? Dovrei smettere, rispondo. Tristemente. Come mi ripeto ad ogni mal di testa.
Di dati scientifici ce ne sono pochi. Diciamo che le case produttrici non incentivano le Università alla ricerca. E i governi, tutti quanti, non obbligano a scriverci sopra che fa male.
Isolati ricercatori azzardano che, tra qualche anno, il suo uso sarà forse la prima causa di morte. O la prima causa di cancro, che è poi la stessa cosa.
Dovrei spegnerlo e non riaccenderlo più.
Il telefonino.

giovedì 17 aprile 2008

GLI EFFETTI DEL VOTO

L'assenza della Sinistra Arcobaleno dal Parlamento produce già adesso i suoi primi effetti. Tra i militanti dei quattro partiti che avevano dato vita al raggruppamento, anzitutto. Sono effetti dolorosi, per il valore attribuito all'esercizio dell'attività politica. Per i valori messi in gioco. Per la funzione salvifica attribuita al partito.
Serviranno degli anni per riassorbire i conflitti che inevitabilmente si apriranno in quello schieramento, e per costruire un nuovo sistema di relazioni.
Occorre avere del rispetto per questo processo. Ed è stato un segno di raggiunta civiltà politica l'ascoltare le parole di attenzione che sono state pronunciate da numerosi esponenti degli altri schieramenti.
Ma ci saranno degli effetti anche su questi ultimi.
Per il PD, saranno effetti tendenzialmente inclusivi di porzioni della Sinistra Arcobaleno.
Nel Centro Destra attuale, una duplice probabile conseguenza: un atteggiamento di pacificazione, nei confronti della principale opposizione parlamentare (il PD), e di apertura alle istanze sociale dei ceti più deboli, che molti anni fa avevano un rapporto simbiotico con la sinistra radicale ed ora, sempre di più, si rivolgono alla Lega.
C'è un aspetto, infine, che occorrerà valutare meglio. Il mutamento del rapporto dei cittadini con la politica. Più individualistico, e più diffidente nei confronti del potere ordinativo delle istituzioni. Anche in questo, più anglosassone: vogliamo contare - sembra che dicano i cittadini elettori - sulla nostra libertà, e su uno Stato che la garantisca, e sia meno invadente. Vale per il Fisco, vale per lo Stato Sociale, per la Sicurezza e per l'Immigrazione.

mercoledì 16 aprile 2008

OLTRE IL NOVECENTO

Nel prossimo Parlamento nazionale, i soli eredi delle tradizioni politiche novecentesche saranno i rappresentanti dell'Udc, con poco più del 5 per cento dei voti, buona parte dei quali siciliani. Gli altri, comunisti e socialisti in primo luogo, resteranno fuori.
Il partito più vecchio sarà la Lega, che guarda al cuore tedesco d'Europa.
I due partito più nuovi traggono invece la loro prima ispirazione dalla tradizione politica anglosassone (nella variante d'oltre atlantico).
E' questa la Seconda Repubblica, sgusciata finalmente fuori da un uovo deposto sedici anni fa, al culmine della stagione conosciuta come Mani Pulite.
Ora, sarebbe un errore prendere atto della nuova situazione ed usare comunque i vecchi criteri d'analisi: la divisione in destra e sinistra, anzitutto.
Come hanno intuito alcuni commentatori che s'autodefiniscono di sinistra.
Non è un caso che Marco Revelli, studioso d'area della Sinistra Arcobaleno, individui nella strutturazione territoriale della Lega una possibile risposta alla crisi irreversibile del suo schieramento di riferimento (Revelli però si ferma lì, e non coglie l'elemento fondamentale del successo della Lega: i Lumbard rappresentano gli interessi popolari, siano essi il Fisco, il Welfare o la Sicurezza).
E nemmeno è un caso che il Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo, simmetrico corrispondente della Lega al Sud, abbia di fatto inaugurato la seconda e più importante fase della sua esistenza: aprendosi ad altre aree culturali, già nella fase di composizione delle liste, ed ora nel tentativo di dar vita ad una giunta regionale siciliana "nuova".
Il punto d'arrivo, per l'MPA, è un Partito del Sud. E già, tra gli scontenti del Partito Democratico, par di cogliere alcuni rilevanti segni d'interesse.
Se la Seconda Repubblica è cominciata, non tutto - del suo concretarsi - è ancora visibile. E la gestazione, ancora in corso, di PDL e PD, riserverà certamente delle sorprese. La prima delle quali potrebbe esser questa: ci saranno altre robuste formazioni politiche, nel complicato scacchiere italiano.

martedì 15 aprile 2008

X FACTOR E LE ELEZIONI

Ora che la Seconda Repubblica è fatta, con l'approdo alle sacre rive di Britannia e delle sue ex colonie (bipartitiche, obviously), non resta che occuparsi del corredo culturale di questa nuova Italia.
Ieri, ad X Factor, format dal titolo a prima vista incomprensibile (senonché, parrebbe trattarsi di quel Fattore X che qui da noi si tradurrebbe in Fattore C come il sinonimo di terga), si è esibito un concorrente, Emanuele. Suonava e cantava, in modo eccellente, e con qualche vezzo country, uno dei masterpieces degli U2, Sunday Bloody Sunday. Canzone simbolo della rivolta irlandese, e della feroce repressione inglese.
Una delle tre giurate, dal viso solitamente cattivo, ha abbozzato: "Bene bene". Simona "Simo" Ventura, che aveva mulinato le braccia come una sedicenne al suo terzo concerto, ha pronunciato una Lode senatoriale. Morgan, ex di Asia Argento, da Pirata par suo si è contraddetto: hai suonato da Dio, ma era una canzone da dilettanti. Sunday Bloody Sunday. Due giri di chitarra e stop.
Io, devo confessarlo, in quel frullatore di concetti, in quel vuoto pneumatico provocato dalla velocità della centrifuga, ho ripensato alla campagna elettorale che si era appena conclusa, e al posato periodare di uno dei candidati - assai professionale in verità, chiarezza ironia voce sguardo mani taglio d'abito gambe accavallate, con qualche vezzo country - e ho pensato che anche lui aveva suonato da Dio. Ma anche in questo caso, doveva trattarsi di una canzone da dilettanti.

sabato 12 aprile 2008

NEL CRETTO RIVIVE GIBELLINA

I vecchi passeggiano tra i vicoli del Grande Cretto e additano i luoghi della loro vita precedente, senza un filo di tristezza, sapendoli ben conservati, nella loro memoria, e sotto quella pietra dolce senza iscrizioni: la Chiesa, le case, e le putìe, i negozi, delimitati dal filo dei solchi.
Le vecchie foto in bianco e nero di Gibellina, conservate al Museo della Fondazione Orestiadi, raccontano di un paese abbarbicato al fianco scosceso di una collina esposta ai venti.
Le case, tutte affacciate sulla valle, dinanzi alla scena verde e gialla delle stagioni, erano più alte davanti, con un piano terreno per riparare gli animali e conservarne il calore, e più basse di dietro, con un solaio per dormire.
C'erano le fontane, e la piazza. Ovunque, le scale, ripide come sentieri di montagna, e ostinate, come l'erba che cresceva in ogni loro interstizio. Acchianate e scinnute si facevano a dorso di mulo, e più spesso a piedi.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Le donne portavano il bummulo di terracotta pieno d'acqua sulla testa, avendo appreso il segreto dell'equilibrio.
Gli uomini trascorrevano le settimane in campagna: a badare alla terra, madre di frumento, e agli animali: pecore, per lo più. Il sabato, la pelle cotta dal sole, o ispessita dal freddo e dalla neve, i cristiani se ne tornavano in Paese, ed era grande festa, allora.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Gibellina era lontana dal mondo. Il suo tempo era quello del Feudo, come le sue coltivazioni: feudali, estensive, sulla terra ancora risvegliata dall'aratro e assaggiata dall'uomo, che ne masticava per saperne di ferro, di sali e di argilla, e indovinarne il parto di spighe.
Terra assaggiata e masticata, e ingravidata dal sudore, ancora nel 1968, nonostante le lotte contadine degli anni Quaranta e Cinquanta; nonostante la morte dell'arciprete che aveva incrinato l'abside con le sue grida: niente mafia, e niente feudi!
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Nel pomeriggio del 14 gennaio, un pomeriggio di sabato e dunque di festa, la terra si mosse. Le case oscillarono, scosse da una forza sovrumana. La frustata precipitò fuori tutti quanti: le facce giarne, scantate.
Aveva nevicato, e faceva freddo, in quel presepe, tra i vicoli di Gibellina.
Puoi osservarli ancora, nel Grande Cretto, mentre si interrogano, muti, sul da farsi; mentre soffia un vento sordo, minaccioso.
Ci fu chi decise di non sfidare l'ira di Dio, e se ne restò fuori, tutta la notte, battendo i denti, stretto nelle coperte, e chi se ne tornò a dormire, a fianco al braciere.
Poi, Dio, che pure il suo l'aveva fatto, dicendo a chi aveva orecchie per sentire che il tempo di Gibellina stava per arrivare, prese i fili delle profondità della terra e li scosse nuovamente, e stavolta le case di pietra e di tufo si fecero di polvere, il sangue scorse per gli scaluna, le cappelle del cimitero, squinternate, liberarono i morti.
Ci fu un attimo in cui si zittirono pure i vermi.
In quella notte brillavano molte stelle. Tutte sapevano, e tutte volevano esserci, e illuminare quei poveri Cristi.
Il primo lamento, forse, fu di un bambino. Piansero tutti, poi. Mentre provavano a togliersi di dosso i conci, i cantuna. Le pietre.
Era l'Italia del 1968.
Io me ne stavo a Palermo, e quello del terremoto è il mio primo ricordo. Di me, in braccio ad uno zio, in ascensore. Il palazzo aveva oscillato come un metronomo alle prese con un Improvviso. Al nostro tredicesimo piano, i letti s'erano ubriacati, e sbattevano da muro a muro.
Palermo non sapeva ancora di Gibellina. E nemmeno di Calatafimi, di Partanna, di Poggioreale, di Salaparuta, di Salemi, di Santa Margherita Belice, di Santa Ninfa.
Disgrazia nella disgrazia.
L'esercito ripeteva le esercitazioni di sempre, coi vecchi fucili regalati dagli americani. Non s'intendeva di Protezione Civile. I francesi vennero dieci giorni dopo, coi cani. Sguinzagliati a fiutare le carogne.
Gibellina contò centoundici morti. Finì che i vivi s'asciugarono le lacrime e rimisero i morti vecchi al loro posto, insieme ai nuovi; e dalla sera alla mattina, si ritrovarono con niente in mano; nelle tende; con le quarare di rame annerito a cuocere sulle pietre.
Li aspettavano vent'anni di baracche. Fogli di lamiera. Con l'Eternit sulla testa e l'amianto nei polmoni.
Quando i vecchi tornano al Cretto, si dicono: “Finìu u tempu di barracchi”. E qui, si capisce che la malinconia è per il ciauro di pomodoro e basilico che si diffondeva per la baraccopoli, per i picciriddi scalzi che giocavano sulle pozzanghere, per il primo panificio e la prima gioielleria, e la prima sala trattenimenti, che in quella città di ferro arrugginito avevano riportato la speranza. Nonostante i ritardi dei politici, ai quali aveva fatto appello Danilo Dolci, nel 1970, con la sua Radio, a Partinico, la prima libera d'Italia, con una trasmissione durata 27 ore e interrotta dai Carabinieri.
Gibellina ebbe pure un secondo terremoto. Quando il profumo dei piccioli arrivò a Palermo, a Gibellina mandarono ruspe e dinamite, per l'inevitabile trionfo del purissimo stile Geometra che contraddistingue non meno di trecento città siciliane.
Le rovine resistettero.
Ora, bisogna dire che, in Sicilia, la morte è sempre accompagnata da una rinascita che vuol contraddirla: per puntiglio, per principio. Così a Ragusa, a Noto, a Modica, a Catania, dopo il terremoto del 1693; così a Messina, dopo il terremoto e lo tsunami del 1908.
Prima che quel nefasto 1968 si chiudesse, a Gibellina elessero sindaco un giovane deputato, Ludovico Corrao, che era eretico e cristiano. Cristiano sociale. Testimone di quell'eresia politica che era stato il governo Milazzo, qualche anno prima, coi fascisti e i comunisti insieme contro Roma e la Democrazia Cristiana.
Corrao, che sarebbe rimasto Sindaco per quasi trent'anni, conosceva Berlino. Sapeva di Hansaviertel, il quartiere che dopo la seconda guerra mondiale era stato tirato su dalle visioni architettoniche di Aaalto, Gropius, Niemeyer.
Sapeva pure di Nietzsche, Corrao, a volerci scommettere: della Nascita della Tragedia, e di Apollo e Dioniso.
Corrao, dunque, che sapeva del mondo, si trovò subito d'accordo con Alberto Burri. E i gibellinesi videro che non era triste quel Sacrario.
Ad un'idea sacra, infatti, riuscì a dar forma il cemento dolce e bianchissimo versato sulle rovine e sulle molecole dei morti.
Non era il primo Cretto al quale Burri avesse lavorato, ma quello di Gibellina fu il Grande Cretto.
Un segno bianco come un lenzuolo. Un sudario dinanzi al quale, la Democrazia Cristiana di Gibellina affisse manifesti che protestavano per la follia delirante di Burri e Corrao.
Burri voleva che quelle rovine restassero, sotto il Cretto. Non si può ricostruire, pensava. E bisogna dare pace al morto. Dorma con le sue pietre.
La sua anima, però, pensava Burri, era ancora viva: Gibellina, che era greca e forse elima, in arabo era Piccola collina, e secondo altre traduzioni, Gazzella che corre sulle colline.
Altri non ebbero il coraggio.
Oltre la collina che si alza ad Oriente, c'è Poggioreale, coi suoi fantasmi, tra le rovine ancora appese le une alle altre, e i conci di questo tufo gessoso che della vicina Salemi, Shalom, tra le capitali dell'ebraismo isolano fino alla cacciata del 1492, facevano dire: “Unni viditi muntagni di issu, chissa è Salemi, passaticci arrassu. Sunnu nimici di lu Crucifissu e amici di lu Satanassu”.
Fu poi Salemi che regalò a Gibellina i vigneti sui quali far sorgere la città nuova, a venti chilometri da qui. Ludovico Corrao, che sapeva di Berlino e di Nietzsche, di Modica e di Messina, volle radunare due generazioni di scultori, fieri oppositori della retorica della statuaria.
Pietro Consagra, e Pomodoro, Cascella, Franchina, Mirko, Quaroni, Uncini, Staccioli. Per non dirne altri. E per tacere di architetti, urbanisti, pittori, scenografi.
Fecero le sculture, fecero i palazzi, fecero pure i drappi che a Pasqua le processioni recavano per i solchi del Grande Cretto che una volta erano stati le acchianate e le scinnute di Gibellina.
Diceva una vecchia profezia degli ebrei di Salemi, che mai sarebbe caduta, Salemi, come Gerusalemme.
Senonché, potrebbe intendersi, la profezia, a rovescio, e per esteso: E' volere di Dio che essa rinasca, benché distrutta, e che dia i natali a città nuove.
Salemi, dunque, ospitò Gibellina nuova. Alla quale si accede passando per la Grande Stella di Consagra, che ripeteva la visione che da queste parti, a Castelvetrano, ebbe una notte Goethe guardando attraverso un foro nel tetto di una locanda.
A dar carne alla nuova Gibellina, sono anche la Chiesa Madre, con la sfera cristiana e il parallelepipedo mussulmano; il Teatro; la fermata degli autobus; la fontana; l'orto botanico; la casa del farmacista; il corso; i giardini segreti; i palazzi; il sistema delle piazze.
Visioni. Come il gigantesco aratro di Pomodoro.
A Gibellina vecchia, nel 1985, Burri mise mano al Grande Cretto. Sei anni dopo, chi teneva la mano sul rubinetto dei soldi, decise di chiuderlo, lasciandolo incompleto.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivivi ogni cosa.
Vedi i primi giorni di lavoro.
Gli ingegneri, i capimastri, i bracci e i mezzibracci che pazientemente tentano di persuadere Burri a scegliere tutt'altra mescola, per quel sudario. L'umbro, imperturbabile, risponde che vuole un cemento che non sia liscio come il basalto. Preferisce un tessuto poroso, come la spugna dei polmoni.
Vedi i primi sopralluoghi. I gibellinesi. Corrao. E altri eretici. Buttitta, Guttuso, Sciascia. Il sole andava da Oriente a Occidente, altissimo, così luminoso che faceva notte sotto le rovine.
Ora, Burri se ne é andato, Consagra riposa nel cimitero nuovo che lui stesso ha disegnato, protetto dai più bei cancelli che un cimitero possa vantare.
I nervi e i muscoli del Cretto, le armature di ferro, si sono rigonfiati, per la ruggine. La stoffa del sudario si è strappata.
Prima del restauro, già deciso, apriranno dei Cantieri di Conoscenza. Per studiare. Per vedere.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Le rappresentazioni teatrali degli anni Ottanta. Thierry Salmon, e le sue Troiane. L'Oresteia di Xenakis. Le comparse erano i giovani e i vecchi di Gibellina. Le macchine. Le scenografie. Di Scialoja. Di Paladino.
I concerti degli anni Novanta. Franco Battiato accosciato su un tappeto, dinanzi a migliaia di persone.
Le musiche di Philip Glass, per una regia di Bob Wilson.
Se oggi guardi il Cretto, vedi che il bianco si è fatto grigio, e che il grigio è tornato a macchiarsi di giallo e di bianco, del tufo e del gesso delle cave di queste parti.
L'erba s'insinua come una volta sulle scale. Burri non voleva che la tagliassero, d'estate. E' la vita che torna, diceva.
Chiudi gli occhi, e vorresti non vedere più le pale degli impianti eolici che un'impresa ha voluto incistare sulla collina, proprio sopra il Cretto, con il benestare del Comune. Corrao non è più sindaco da quattordici anni.
Lungo i solchi, vedo tre cantuna, l'uno sull'altro. Tre pietre gialle, in prossimità di una ferita, del ferro arrugginito. Preferisco pensare che li abbiano sistemate delle mani pietose per accompagnare il riposo dei morti.

giovedì 10 aprile 2008

IL PENSIERO DEBOLE DI VATTIMO

Un signore torinese, Vattimo Gianni, che ha scritto dei libri e insegnato nelle Università, alle soglie della senescenza ha scoperto che quella della Storia è una camicia che puoi indossare rivoltata.
Il dritto è quel che ciascuno di noi miseramente può pensare, dei fatti di Lhasa: che i monaci tibetani abbiano protestato per aver più libertà, per la loro identità culturale, per il loro Paese schiacciato dalla tirannia.
Il rovescio è che, a Lhasa, i monaci hanno messo in atto "un pogrom anticinese".
Ora, poiché la parola Pogrom suscita tanti ricordi, potremmo rivoltare delle altre camicie, già indossate dalla storia: la rivolta degli ebrei rinchiusi nel Ghetto di Varsavia, fu "un pogrom antitedesco"; il pietoso tentativo d'opporsi alla morte da parte dei kolchozi fu "un pogrom antisovietico"; la resistenza italiana fu "un pogrom antifascista".
Vattimo non deve scusarsi di nulla. Lo conosciamo. E' il Maestro del Pensiero Debole. Debolissimo.

mercoledì 9 aprile 2008

UNA CERIMONIA PER IL TIBET

Sarko l'aveva solo ventilato: potrei non andare alla cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici di Pechino, per protesta contro il comportamento della Cina in Tibet.
A G.W. Bush, l'ha chiesto la Speaker democratica del Congresso, Nancy Pelosi.
Gordon Brown l'ha detto con chiarezza: non andrò a Pechino.
E l'Italia?
Un Premier uscente, ovviamente, deve aver la cortesia di lasciar decidere il successore, ma i candidati potrebbero pronunciarsi già in campagna elettorale. Anche per farci dimenticare quel che è accaduto con l'ultima visita del Dalai Lama in Italia. Avevano tutti un altro impegno. Sola a rendergli il dovuto omaggio, il Sindaco di Milano, Letizia Moratti.
Nel giorno dell'inaugurazione dell'Olimpiadi, potremmo goderci, in diretta tv, una Cerimonia alternativa: per il Tibet libero.
Da Washington, Londra, Parigi, Roma. Dal mondo libero.

LE OMBRE CHE UCCIDONO

Piombavano in casa tua, improvvisamente, e senza alcun riguardo per la tua persona, e per la tua famiglia, ti trascinavano via. I tuoi famigliari non avrebbero avuto alcuna notizia, del tuo destino. Avrebbero implorato clemenza.
E tu, dopo le torture, i tratti di corda, gli schianti al suolo, avresti ammesso ogni cosa. Firmando una falsa confessione.
Così funzionava l'Inquisizione. I tuoi beni sarebbero stati sequestrati, o venduti ad un incanto privato, ad un prezzo men che simbolico. La tua reputazione, macchiata da una colpa inesistente, avrebbe accompagnato i tuoi figli.
Intorno a te, la delazione, il ricatto.
La denuncia nei tuoi confronti era stata probabilmente sollecitata: dite quel che sapete, di quell'uomo, o anche voi sarete ritenuti responsabili delle sue offese. A te, l'impossibile compito di mostrare la tua innocenza, dinanzi a dei giudicatori, e senza alcun diritto ad una vera difesa.
Così, il processo.
Sono passati degli anni. Secoli. Ma il sospetto; la delazione; il processo ingiusto; la perdita della reputazione; l'offesa arrecata alla Fede e alla Pubblica decenza. Sembra che, per tutto ciò, il tempo non sia passato.
A questo mi vien da pensare scorrendo il Corriere della Sera, laddove si scrive di pesantissimi sospetti su Tano Grasso, promotore di una delle prime rivolte antiracket, ed oggi al vertice della FAI.
Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano, giornalista onesto di Barcellona Pozzo di Gotto, lo ha invitato a dimettersi, finché le ombre che lo circondano non si saranno diradate.
E dunque, può un'ombra far velo alla storia e al valore morale di una persona come Tano Grasso? Quante volte è accaduto che un'ombra abbia ucciso un onest'uomo?
Dovremmo pensar meglio alla Giustizia.

martedì 8 aprile 2008

L'OMICIDIO SECONDARIO

Trent'anni di galera. Per omicidio. Il giudice l'ha condannato per aver pestato a sangue la fidanzata incinta e averla sepolta viva. Per l'omicidio del figlio, no. Nessuna aggravante, per il duplice omicidio. Il giudice, secondo i giornali, avrebbe considerato la morte del bambino un effetto secondario, non voluto. L'assassino, difatti, avrà pensato che il bambino per il quale aveva litigato, sarebbe sopravvissuto: al pestaggio, alla sepoltura, alla morte della madre. Farà giurisprudenza, la sentenza? Lo sparo di un proiettile, talora, provoca l'effetto secondario della morte di qualcuno. Così, l'auto che punta il passante, la bomba sull'aeroplano, l'esplosivo su un traghetto e via ipotizzando. A volte, per citare una vecchissima filosofica vignetta di Altan, penso cose che non condivido, o mi trovo a condividere cose che non avrei mai pensato. Come certe dichiarazioni, sulla necessità di valutare periodicamente la capacità di giudizio di un magistrato.