mercoledì 29 luglio 2009

GIORNALISTA E SCRITTORE

Il giornalista racconta di quel poco che ha capito. Lo scrittore di quel molto che gli è incomprensibile.
Il giornalista ha il dovere di esporsi, di raccontare dopo i suoi molti sforzi - e onesti, si presume - di ricostruzione della realtà, e la realtà, sovente, si presenta frammentata, ed equivoca. Ma di un solo fatto occupandosi, egli può dire ad altri ciò che presume sia accaduto.
Per uno scrittore, è la realtà intera che va ricostruita, e non un singolo frammento, e l'equivoco è la ragione stessa del racconto, e non il pericolo da schivare.
Io posso scrivere del mio tempo da giornalista e da scrittore, e in un caso e nell'altro, muterò non solo il contenuto ma, persino, ed è questo l'apparente paradosso, il mio punto di vista.
Il giornalista è circospetto, sa di aver dietro delle persone che dipendono dal suo giudizio immediato, e nella folla che circonda il fatto e i suoi protagonisti, esprime un'opinione.
Lo scrittore supera le frontiere, s'inoltra in territori ad egli stesso sconosciuti, non vuol mettere pietre miliari e soprattutto, non si guarda mai indietro.
Limitatamente ai giornalisti. Ci si occupa troppo della cosiddetta indefinibile libertà di stampa e troppo poco della conoscenza che occorre al giornalista per esercitare la suddetta libertà. Si chiede al giornalista, in altre parole, di maneggiare strumenti complessi su una realtà che potrebbe non conoscere. Libero è chi sa, anzitutto. E chi non sa è sempre e in ogni caso schiavo.

lunedì 27 luglio 2009

LA ROVINA DI ROMA

Consigli di lettura: "La rovina romana", di Carmine Fotia, pubblicato da Gaffi. Romanzo sulla storia possibile, tra qualche anno. Una città, Roma, travolta dalla paura, dalla xenofobia, sceglie d'esser governata dai Legionari, un gruppo politico d'estrema destra. Intrighi e violenze, del genere al quale la cronaca di questi anni ci ha abituato. La misura è quella romantica del pamphlet: romantica giacché l'autore vuol esprimere un'opinione con un libro, in un tempo in cui le opinioni degradano ad insulti televisivi, urla e slogan. Fotia coglie lo spirito del tempo, con questo libro, e annuncia, a mio parere, la necessità di un romanzo politico.

venerdì 24 luglio 2009

NIENTE EBRAICO ALL'UNIVERSITA' DI PALERMO

Quest'anno, la Facoltà di Lingua e Letterature straniere di Palermo non avrà un corso di Lingua e Cultura Ebraica.
La cosa è deplorevole in sé, ma lo è ancor di più per la Sicilia, che ospitò la più cospicua comunità ebraica d'Europa, fino al 1492, e che poi obbligò poi i suoi giudei a convertirsi, perseguitò i conversi e bruciò gli ostinati: allo Steri, fra l'altro, e cioè nell'attuale sede del Rettorato Universitario. E tralasciamo la considerazione che, oggi, Israele è una realtà economicamente e politicamente rilevante del nostro Mediterraneo.
Se fosse vero quel che riferisce Luciana Pepi - docente a titolo gratuito, con 50 esami sostenuti nel 2009 - e cioè che, avendo scoperto casualmente che la sua materia era stata cancellata, a sua precisa domanda, dagli uffici dell'Università le sarebbe stato risposto: "Ci dispiace, è stato un errore", dovremmo persuaderci che non di un intento preordinato si tratterebbe, bensì di approssimazione, incompetenza, sciatteria.
Niente di nuovo, sotto il sole.
Ma è pur sempre quell'Università che anni fa pensò di far delle vecchie prigioni dello Steri un Museo dell'Inquisizione e non delle sue vittime. Un grossolano errore di valutazione. Ad Auschwitz non hanno fatto un Museo delle SS, ma un sacrario dedicato alle loro vittime.
Non ci sarà, non può, non dev'esserci un motivo diverso dall'errore, per l'aver eliminato l'insegnamento della Lingua e della Cultura Ebraica.
Sono certo che il nuovo Rettore, Roberto Lagalla, che è persona onesta e competente, vorrà rimediare.

mercoledì 22 luglio 2009

A PROPOSITO DEL BIMBO DI ACIREALE UCCISO DA UN BRANCO DI CANI RANDAGI

Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano qui i bambini?
(...)
Qualche spiritoso potrebbe dirmi che quel bambino sarebbe comunque cresciuto e avrebbe peccato, ma, come vedete, egli non è cresciuto, è stato dilaniato dai cani all'età di otto anni. Oh, Alëša, non sto bestemmiando! Io capisco quale sconvolgimento universale avverrà quando ogni cosa in cielo e sotto terra si fonderà in un unico inno di lode e ogni creatura viva, o che ha vissuto, griderà: "Tu sei giusto, o Signore".
(...)
Finché c'è tempo, voglio correre ai ripari e quindi rifiuto decisamente l'armonia superiore.


(Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov trad. di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano)

venerdì 17 luglio 2009

IL PERDONO













"Se mi dicono perché l'hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, se consentono di arrivare a una verità vera, io li perdono. Devono avere il coraggio di dire che glielo ha fatto fare, perché l'hanno fatto. Devo dirmi con coraggio quello che sanno, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire. Di fronte al coraggio io mi inchino. Io perdono coloro che mi dicono la verità e allora avrò il massimo rispetto per loro, perché sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni, mi ha insegnato mio marito, si possono redimere”. Agnese Borsellino, a proposito degli assassini di suo marito, Paolo Borsellino, ucciso da Cosa Nostra e da altri poteri il 19 luglio del ’92 a Palermo.

giovedì 9 luglio 2009

HOMUNCULUS LECCACULUS

Homunculus Leccaculus - sm - Tipo umano non eretto, frutto di una involuzione della specie, dotato di lingua capace e morbida, privo della ghiandola dignitaria. Ama circondarsi di propri simili. Costruisce la propria tana sottoterra, e lontano da ogni superficie riflettente. Diffuso nei luoghi di lavoro.

mercoledì 8 luglio 2009

PICCOLO MANUALE DEL CLANDESTINO

Clandestini siamo noi, quando dimentichiamo chi siamo e chi siamo stati.

Clandestinità è vivere il mondo senza memoria.

Clandestino è un insulto, per mettere alla porta chi - con il suo viso, e il suo silenzio - ci ricorda che la povertà è il solo passaporto per il Paradiso.

mercoledì 24 giugno 2009

QUELLI CHE SE NE FREGANO

Ci sono di quelli che assistono ad un massacro e dicono: sì, vero, hanno ucciso degli innocenti, ma chi siamo noi per giudicare, e chi lo sa se quegli altri, con gli americani, gli inglesi, gli israeliani...
Ci sono di quelli che assistono al massacro dei giovani iraniani e semplicemente non gliene importa nulla. Farsi liberamente un'opinione su qualcosa, per loro, è più faticoso che ripetere un'idiozia.

lunedì 22 giugno 2009

UN IRAN DIVERSO

Una delle colpe gravi dell'Occidente consiste nell'aver concepito la Storia, e dunque la Civiltà, come una linea orizzontale, un riverbero della Fede in un mondo migliore di questo.
Questo strano miscuglio d'Illuminismo e Messianismo, ha impedito di guardare alle diversità profonde che contraddistinguono le civiltà diverse dalla nostra, e ha giusticato le pretese imperiali, il colonialismo, la divisione del mondo in aree d'influenza.
La Storia è opportuno che sia conoscenza, a mio modo di vedere, e non primato.
Sicché, risulta poco comprensibile, oggi, a mio parere, quel che accade in Iran.
A Teheran, è vero, si combatte una guerra, è in corso una rivolta.
Leggiamo che i ragazzi scendono in strada, che hanno costumi occidentali, da anni ascoltano la nostra musica, e le ragazze, sotto il velo e le tuniche, s'acconciano alla moda europea.
Ma delle scosse che attraversano il mondo religioso, e dei conversari che da giorni l'ex presidente Rafsanjani, un riformista, intrattiene con numerosi saggi e teologi musulmani, allo scopo d'interdire Khamenei e probabilmente Ahmadinejad, poco o nulla sappiamo.
Quel che m'interessa sapere è se vi sia, tra le due sole strade oggi indicate, la democrazia occidentale e la tirannia dei fanatici, una via diversa, per l'Iran, che sia originale, e magari per noi inaccettabile: espressione di una cultura diversa dalla nostra.
Ma di questo non siamo informati, né forse abbiamo voglia di discutere.

venerdì 19 giugno 2009

WEST WING

Il bello della tv on demand è che puoi inseguire un telefilm fino alla fine, fino all'ultima puntata.
La serie di West Wing, con Martin Sheen, ideata da Aaron Sorkin, è diventata per me una droga.
Ho imparato sulla politica più da questa serie che da tutto quel che ho fatto, in tutti questi anni, lavorando.
E che accada adesso, poi...

giovedì 4 giugno 2009

RICORDATE LA CAP ANAMUR?

La sentenza è stata rinviata a luglio, quando saranno trascorsi cinque anni dal caso.
Ai primi di luglio del 2004, una nave raccolse dei profughi, in mare, ed il suo nome era Cap Anamur.
Trentasette uomini: dicevano di esser sudanesi, originari di un paese che pratica la discriminazione religiosa e la violenza etnica.
Con una troupe della Rai, riuscii a salire a bordo della nave, quand'era ancora al largo delle coste italiane, a poche miglia di distanza da Porto Empedocle.
Nella stiva, attrezzata con letti e toilette da campo, la speranza di giovani vite sfuggite ad un destino di oppressione.
La Cap Anamur aveva cominciato a raccoglier profughi nei mari di tutto il mondo nel '79: i boat people che fuggivano dal Vietnam, su piccole e fragili imbarcazioni, come ancora oggi accade nel Canale di Sicilia.
Decine di migliaia le persone salvate, dai volontari, con i contributi di gente comune: in Africa, in Asia, in Europa, durante la guerra dei Balcani.
Cinque anni fa, dinanzi a Porto Empedocle, il comandante della nave, Stefan Schmidt, insieme al Direttore dell'associazione, Elias Bierdel, chiese di poter attraccare, e ci fu una lunga trattativa con il governo italiano, culminata nella richiesta di soccorso umanitario: richiesta inderogabile, per il diritto di navigazione.
E dunque, l'attracco, seguito in diretta dalle telecamere di mezzo mondo.
Poi, il rimpatrio dei fuggiaschi, e l'azione giudiziaria, contro i responsabili dell'organizzazione, accusati d'aver inscenato un evento mediatico per trarne un documentario: con la richiesta di 4 anni di carcere per Schmidt e Bierdel, 400 mila euro di multa e il sequestro della nave.

martedì 2 giugno 2009

REAGAN A PALERMO

Nessun conflitto di lavoro negli anni recenti finì più più drammaticamente della collisione tra Ronald Reagan e l'organizzazione dei controllori di volo professionali (negli Usa, ndr). Due giorni dopo la protesta illegale del 3 agosto dell'81, decisa per stipendi, benefits e condizioni di lavoro, un arrabbiato Presidente ordinò all'Amministrazione dell'Aviazione Federale di licenziare 11.345 scioperanti e di rimpiazzarli. Solo 500 di loro furono riassunti. Gli altri rimasero fuorigioco.

Così scriveva il Time, il 6 ottobre dell'86, a proposito di un tentativo di riorganizzazione del sindacato americano dei controllori di volo, decimato dal Presidente Reagan dopo uno sciopero illegale. Erano passati cinque anni da quello sciopero e dall'immediata reazione del capo del governo americano. Il sindacato prendeva in esame la possibilità di riorganizzarsi. Ne hanno discusso per 23 anni, ma non hanno mai più lasciato un passeggero a terra.
Chissà perché mi è tornato in mente quello sciopero, mentre cammino per le strade ricoperte d'immondizia, a causa di uno sciopero dei netturbini palermitani.

sabato 30 maggio 2009

L'IMMORALE SAGGEZZA DI ORSON WELLES


Pour mémoire.

"In Italia per 30 anni sotto i Borgia ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano 500 anni di pace e democrazia. E cosa hanno prodotto? L'orologio a cucù".

Orson Welles, ne "Il terzo uomo"

P.S. Dicono gli storici contemporanei che Lucrezia Borgia fosse una ragazzina assai per bene, e che non avesse mai intrattenuto rapporti illeciti con il padre, S.E. Rodrigo Borgia, meglio conosciuto come Papa Alessandro VI, e che le dicerie sul suo conto si dovessero all'odio insanabile di Francesco Guicciardini, convinto che tutto il male d'Italia fosse da addebitarsi alla famiglia Borgia (Davide Camarrone).

venerdì 29 maggio 2009

RIPARARE AI TORTI


Devi dar ragione a chi sembra aver torto, per riparare ai torti di chi ha sempre ragione.

giovedì 28 maggio 2009

NON OCCUPARSI DI POLITICA


Non occuparsi della politica di questo Paese sta diventando sempre più difficile.
Scavalcare certi torrenti melmosi, certe polemiche urticanti, schivare moralismi malpuntellati, evitare gli eroi della dimenticanza e dell'incoerenza, ignorare le dicerie su certi fatti che di sicuro devono essere avvenuti, rimanere asciutti dopo una pioggia di conferme da parte di chi sa e non dovrebbe sapere e se sapesse per mestiere dovrebbe mantenere un etico e giuridico e professionale riserbo, intendo. Ché di questo si tratta, e non di dibattito fra idee contrapposte, di analisi sul disastro presente e su quello futuro, imponente.
La lordura di questi anni copre magnificamente il cambiamento, e non occuparsi di politica è la sola condizione per osservarlo dal vero.
I riflettori scacciano le lucciole.

mercoledì 27 maggio 2009

SU MAURO ROSTAGNO

Nel mio personalissimo tout se tient di sciasciana memoria, dopo la svolta sull'omicidio di Mauro Rostagno - che fu voluto ed eseguito dalla mafia, dopo le inchieste antimafia del giornalista Rostagno: e per dimostrare quest'evidenza, ci son voluti vent'anni! - ho voluto per amor di contraddizione ricominciare a leggere del tempo in cui esplodevano le bombe, e Pinelli moriva, e di quel clima, in cui maturò il delitto Calabresi. Avevo già letto Deaglio, Cazzullo, Feltri, Boatti, e poi, di quegli anni, Segreto di Stato, inchieste e ricostruzioni giornalistiche. Sofri naturalmente, e Ginzburg, e tanto altro ancora. Ho ricominciato, da Sofri: "La Notte in cui Pinelli", pubblicato da Sellerio. E, da qui, rileggerò i libri di Rostagno, a cominciare da una sua autobiografia, del '78. Aveva 36 anni, ed è poco, normalmente, per un'autobiografia. Scriveva, da Trapani, al suo amico Renato Curcio: "Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno, mentre i fatti succedono. Sociologicamente si chiama "primato dell'esistenziale sul teorico": e già questo, a Trapani, è profondamente antimafioso. La vera rivoluzione è qui a Trapani".

domenica 17 maggio 2009

CINQUE DOMANDE

Poniamo che uno abbia un figlio segreto, e che, ad una certa età, senta il bisogno di stargli vicino, a suo modo.
Avremmo, noi, il dovere di occuparcene? Il diritto di urlare, ai quattro venti, che quell'uomo ha un figlio? Potremmo scavare nel passato di entrambi, e disseppellire gli indizi di quella paternità a lungo nascosta? Potremmo fare tutto questo, ad ogni costo?
E se quell'uomo fosse, come si dice, un uomo pubblico, avremmo per questo il diritto di far ciò che ci è negato dinanzi a chiunque altro?
Non è difficile rispondere a queste cinque domande.
La mia risposta è no.

sabato 16 maggio 2009

IL CONFORTO

Guardo e ascolto, e sono vuoto d'ogni cosa.
Se in quel vuoto mi perdo, cerco il conforto dell'errore.
La rottura dell'incanto è quasi insopportabile,
ma l'attendo come una salvezza.
Non sopravviverei alla perfezione.
La bellezza induce alla disperazione,
e solo la disperazione conduce alla bellezza.

martedì 12 maggio 2009

"SOTTO UN VELO DI SABBIA" ALLA FIERA DEL LIBRO

Quest'anno, il tema della Fiera Internazionale del Libro di Torino è "Io, gli altri". Lo straniero, il diverso da noi. L'altro riconosciuto e l'altro rinnegato, il clandestino. La sera dell'apertura, giovedì 14 maggio, alle 20, alla sala gialla, io e Giosuè Calaciura racconteremo dei nostri racconti - "Questo è un uomo" e "Il mare è piccolo ma Dio è grande" - che insieme ad altri formano l'antologia "Il Sogno e l'Approdo", pubblicata da Sellerio. E subito dopo, in quella sala, andrà in scena "Sotto un velo di sabbia", lo spettacolo che ne ha tratto Sandro Tranchina con Alessandro Haber e Caterina Deregibus. Il progetto è di Ivan Tagliavia, per "Scenario Mediterraneo".

lunedì 11 maggio 2009

I MATTI

Alla Stazione Centrale di Palermo, un matto, dicono sia un matto, ha assalito due anziani, marito e moglie. Li ha colpiti a martellate, sul capo, ferendoli gravemente.
Mi è tornato alla mente un altro episodio, simile a questo.
Anni fa, un matto aveva colpito dei passanti, sotto i portici di Via Ruggero Settimo. A martellate, anche quella volta. Prima di allora, la polizia aveva ricevuto delle segnalazioni, delle telefonate. C'è un matto, che s'aggira in Via Ruggero Settimo. Sembra pericoloso.
Non era servito a nulla.
Cos'avrebbero dovuto fare, i poliziotti?
I manicomi non ci sono più, e le case famiglia, da finanziarsi con fondi pubblici, sono poche, pochissime, rispetto alle necessità di una città grande come Palermo.
Anche oggi, l'assistenza psichiatrica pubblica è ai minimi termini. I privati suppliscono come possono, ed anche loro hanno sofferto i tagli decisi dal governo regionale.
E le famiglie dei matti, sulle quali resta tutto il peso del problema, vivono un grave disagio: per assistere il congiunto, per non essere isolati.
Nelle città è più difficile: nei piccoli paesi, il matto, il più diverso tra i diversi, non fa tanta paura.
Mi chiedo: quando accade un fatto del genere, quando un matto imbraccia un martello e ferisce un savio, di chi è la colpa?

sabato 9 maggio 2009

I MORTI BUONI

Ho imparato presto che c'erano morti buoni e meno buoni. Alle medie. A proposito di Peppino Impastato non ricordo nulla. Di Aldo Moro, ricordo invece i telegiornali in bianco e nero, ascoltati in silenzio, nelle stanze buie, come ad una veglia, e un disco flessibile, in allegato all'Espresso comperato da mio padre, con la voce di Mario Moretti che annunciava l'esecuzione di Moro. A scuola, dove entrambe le notizie - di Impastato e di Moro - erano state cancellate, tre settimane dopo ci dissero di alzarci e di pregare, ché un uomo buono era morto. Io pensai che fosse Moro, e mi parve ingiustificabile pregare così tanti giorni dopo i funerali. Mi sbagliavo. Il professore, un sacerdote, ci spiegò affranto che era morto Giuseppe di Cristina, di Riesi. Anni dopo, scoprii che l'uomo ammazzato a Palermo, in via Leonardo Da Vinci, era stato un boss potentissimo, un patriarca. Ci volle molto tempo perché si sapesse che per paura d'essere ammazzato, Di Cristina era diventato un collaboratore di giustizia. Cominciava la guerra di mafia.

giovedì 7 maggio 2009

VOGLIA


La voglia è una soglia oltre la quale
cade la foglia
che copriva la noglia.

IL SECCHIO E IL MARE

E' la storia di quel secchio immobile sulla sabbia che guarda l'Oceano e pensa: potrei svuotarti, se solo lo volessi.
O di quell'altro secchio immobile sulla sabbia che guarda l'Oceano e pensa: tutto merito mio.
C'è anche la storia di quel secchio immobile sulla sabbia che guarda l'Oceano e pensa: coraggio, l'importante è restare a galla.
E la storia di quel secchio immobile sulla sabbia che guarda l'Oceano e pensa: dov'è finita la paletta?

Il carnevale della mosca - TOTI SCIALOJA (Roma 1914 - 1998)

Questa mosca si maschera da vespa
perché si sente mesta e un po' nerastra
quando era vispa vispa e zampettava
quando era azzurra azzurra e ruzzolava
si mascherava sempre da zanzara.

lunedì 4 maggio 2009

Legate il mio Valentino - EMILY DICKINSON (Amherst 1830 - 1886)

Destatevi nove muse, cantatemi una melodia divina,
dipanate il sacro nastro, e legate il mio Valentino!
Oh la Terra fu creata per amanti, damigelle, e spasimanti disperati,
per sospiri, e dolci sussurri, e unità fatte di due,
tutte le cose si vanno corteggiando, in terra, o mare, o aria,
Dio non ha fatto celibe nessuno eccetto te nel suo mondo così bello!
La sposa, e poi lo sposo, i due, e poi l'uno,
Adamo, ed Eva, sua consorte, la luna, e poi il sole;
la vita fornisce la norma, chi obbedisce sarà felice,
chi non serve il sovrano, sia appeso all'albero fatale.
Il superbo cerca l'umile, il grande cerca il piccolo,
nessuno non trova chi ha cercato, su questa terrestre sfera;
L'ape fa la corte al fiore, il fiore risponde al suo appello,
ed essi celebrano nozze gioiose, i cui invitati sono cento foglie;
il vento corteggia i rami, i rami si fanno conquistare,
e il padre affettuoso cerca la fanciulla per il figlio.
La tempesta si aggira sulla riva mormorando un dolente canto,
il frangente con occhio pensoso, volge lo sguardo alla luna,
i loro spiriti si fondono, si scambiano solenni giuramenti,
mai più canterà lui dolente, e lei scaccerà la sua tristezza.
Il verme corteggia il mortale, la morte reclama una sposa viva,
la notte al giorno è sposata, l'aurora al vespro;
la Terra è un'allegra damigella, e il Cielo un cavaliere tanto sincero,
e la Terra è alquanto civettuola, e a lui sembra vano implorare.
Ora l'applicazione pratica, al lettore dell'elenco,
per portarti sulla retta via, e mettere in riga la tua anima;
tu sei un assolo umano, un essere freddo, e solitario,
non avrai una dolce compagna, raccoglierai ciò che hai seminato.
Non hai mai ore silenti, e minuti sempre troppo lunghi,
e un sacco di tristi pensieri, e lamenti invece di canti?
C'è Sarah, ed Eliza, ed Emeline così bella,
e Harriet, e Susan, e quella con la chioma arricciata!
I tuoi occhi sono tristemente accecati, eppure puoi ancora vedere
sei vere, e avvenenti fanciulle sedute sull'albero;
accostati a quell'albero con prudenza, poi arrampicati ardito,
e cogli colei che ami di più, non curarti dello spazio, né del tempo!
Poi portala tra le fronde del bosco, e costruisci per lei un pergolato,
e dalle ciò che chiede, gioielli, o uccelli, o fiori;
e porta il piffero, e la tromba, e batti sul tamburo -
e da' il Buongiorno al mondo, e avviati alla gloria casalinga!

domenica 3 maggio 2009

CARO PALAZZO STERI (che mi ha chiesto d'essergli amico su FB...)

Caro Palazzo Steri, vorrei che l'Università di Palermo decidesse di darsi una sede diversa e, in un empito di generosità, facesse di te il Museo dell'Ebraismo siciliano: che tu, che sei stato prima il Palazzo dei superbi Chiaramonte e poi sede della terribilissima "Santa Inquisizione" - di quel Tribunale demoniaco che voleva cancellare ogni traccia dei Giudei e di ogni altra diversità - diventassi il luogo della Memoria, e monito per ciò stesso: di ciò che è stato e non dovrà essere mai più. Uno Yad Vashem dei 441 ebrei condannati al rogo, delle migliaia di innocenti che per anni languirono nelle tue segrete, dei 40.000 che furono costretti all'esilio o alla conversione. I poveri graffiti che ornano le mura delle antiche celle raccontano quella disperazione.

lunedì 20 aprile 2009

LA SHOAH CHE SI RIPETE

Qualcuno s'era risentito delle immagini di Auschwitz in "Sotto un velo di sabbia", diretto da Sandro Tranchina e tratto dal mio "Questo è un uomo" e da "Il mare è piccolo ma Dio è grande" di Giosuè Calaciura.
Cosa c'entra la Shoah con le tragedie dei clandestini, aveva protestato.
Stasera, su Radio Radicale, ho sentito il rappresentante dei giovani ebrei italiani che spiegava perché la sua organizzazione promuoveva con altri la giornata per il Darfur, "tragedia dimenticata": "Altrimenti non avremmo appreso nulla dai nostri nonni, che hanno conosciuto Auschwitz".

giovedì 2 aprile 2009

UN RAPPORTO LETTERARIO


Si videro nel solo bar del vecchio Borges. Jim beveva un whisky dietro l'altro, a Gogol. John si stava disintossicando, e si accontentò di un vinello Baricco. Nel buio, miagolò un Soriano.
Jim chiese del cibo. Il barman disse che era finito tutto. Restava del vitello freddo. Le Carré. Jim fece una smorfia che significava Ok.

- Mangeresti un Caproni con la Verga, senza nemmeno preoccuparti del Puzo - gli fece John, guardando avanti a sé.

Jim gli fu addosso con un Balzac felino, e lo Stendhal con un pugno.
Intervennero in tanti, per sciogliere quella matassa Spinoza, ma i due si rialzarono, e dopo una spolverata, pagarono e s'avviarono verso l'uscita. Salirono sulla stessa auto, dopo aver tirato giù la Capote.

- Hai esagerato, John.
- Lo Hammett.

Fuori Piovene, anche se niente Nievo.

- Pansa o Magris poco importa - fece John, porgendo un Fiore a Jim, e baciandolo.

martedì 31 marzo 2009

CLANDESTINI

Tre giorni fa,
nel Canale di Sicilia,
sono morti dei clandestini.

Cento, duecento...
Erano trecento, nel ’96.
Era Natale, a Portopalo.

Uomini senza passato:
salutano la famiglia,
con un biglietto per Lampedusa.

Se sopravvivono al deserto,
e ai campi di concentramento, in Libia,
affrontano il mare, di notte.

Tengono gli occhi bassi,
quando uno muore,
e cade nel buio.

I clandestini partono da città affamate,
villaggi sconvolti dalla guerra:
danno nomi falsi, all’arrivo.

Il peso della vergogna ti sfinisce,
se hai tenuto per te il dolore.
Capita anche a noi, di tanto in tanto.

lunedì 16 marzo 2009

FALLIMENTO DI UNA PRENOTAZIONE

- Quanto costa, per mezza pensione?
- Settanta per gli adulti: stanza, colazione e cena.
- E per i bambini?
- Dipende.
- Dal tempo?
- Se hanno meno di 8 anni, 20. Se meno di 12, 25.
- Straordinario. I 5 euro in più a che servono? Alla lunghezza supplementare del lenzuolo?
- E' la nostra politica.
- Ah, ecco. E in questa cifra è tutto incluso?
- Dipende.
- Dal segno zodiacale?
- No. Il pasto è a consumo?
- Vanno a tassametro? Con l'erogatore?
- No, se mangiano...
- I miei son di quelli che mangiano, praticamente ogni giorno.
- Non tutti...
- Nei giorni comandati o avete comitive di digiunatori?
- Verrebbe 20 in più.
- Tutto qui?
- Bevande escluse.
- Com'è che me l'aspettavo?
- E' la nostra politica.
- Politica? Ma avete un direttore o un ministro in albergo?
- Non so dirle...
- Scusi: il vostro è un 3 stelle in cima all'Etna. E non mi pare siate affollati. Sa che fate pagare il doppio di un 5 stelle a Kitzbuhel? I bambini non pagano, c'è la baby sitter e le piste fanno spavento...
- Se lo dice lei...
- Kitzbuhel, ha presente? La capitale dello sci...
- E' una sua opinione.
- E' la mia politica, esprimere un'opinione.
- Senta, se non le spiace, siccome molti ci danno il bidone...
- Ma non mi dica...
- Dovrebbe farci un bonifico con la metà in anticipo dell'intero soggiorno...
- Accludo una dichiarazione di insanità mentale?
- Prego?
- Dev'esser caduta la linea...
- Allora fa il bonifico?
- Preferirei una bonifica, ma mi sa che servirebbero un paio di generazioni...
- Prego?
- Verrebbe in Austria con noi? A Kitzbuhel? Pago io.
- Aspetto il bonifico, allora?
- Aspetti tranquillamente, signora. A risentirla.

martedì 3 marzo 2009

FILOSOFIA SICULA DELLA LENTEZZA

Certe nostre espressioni dialettali fanno luce su un codice, su una filosofia della lentezza oggi soggetta a deperimento.
Costruiamo un Vocabolario Filosofico Siciliano?
Prima voce: Abbuttarsi.
Si accettano definizioni non superiori a tre righe.

mercoledì 18 febbraio 2009

STUPRATORI DELLA LINGUA ITALIANA

Ci son di quelli che il congiuntivo è sempre ipotetico: ossia allo stato di ipotesi.
Quelli che pensano al congiuntivo troppo spesso, e diventano ciechi.
Quelli che la copula mai al di fuori del matrimonio...
Quelli che la condizionale si può solo una volta: poi finisci in galera.
Quelli che l'indicativo è troppo approssimativo...
Quelli che l'Infinito sanno solo la prima strofa.
Quelli che l'accento è tutto, se vieni dal Sud.
Quelli che la gran matica è troppo gran...
Quelli che l'attributo - se insisti con la gran matica - te lo fanno vedere.
Quelli che, se ancora non ti basta, ti fanno dare due punti...
Quelli che ridono di Totò - hai aperto la parente? - solo perché tutti gli altri ridono: ma che c'era da ridere?
Quelli che il vocabolario l'hanno rivenduto dopo il liceo. Praticamente nuovo.
Quelli che la dizzione ha tre zeta.
Quelli che l'ortografia è come il giardinaggio.
Quelli che ci vorrebbero i sottotitoli, quando parlano.
Quelli che si offendono, se provi a difenderla, la lingua italiana.

venerdì 13 febbraio 2009

SCUSA

Ti chiedo scusa, Beppino,
per i giudici della tua disperazione.
Osservavi la morte nel viso di tua figlia,
mentre loro, la coscienza in pace,
seminavano altrove le sentenze.
Pensavano che che quel tempo
vien solo per alcuni, e più mite per chi
usa molte lacrime per lavar le colpe.

lunedì 9 febbraio 2009

TROVATE LA DIFFERENZA


Caino condusse suo fratello Abele a fare una passeggiata e lo uccise. Adonai gli chiese: Caino, dov'è tuo fratello? E quegli rispose: sono forse io il guardiano di mio fratello?

I cristiani chiesero al Cardinale Williamson: perché mai hai negato il sacrificio degli ebrei nei Lager? E quegli rispose: portatemi nuove prove, e io ci crederò.

IL TESTAMENTO


Vorrebbero sapere
che farò della mia morte.

Sarebbe un testamento
dal valore inconsistente.

Quando sarà il momento
cosa potrà fermarmi?

Altri forse deciderà
ed altri s’opporranno.

Non so dire: è amore
che fermerà il mio cuore.

Forse solo silenzio
desidera chi muore.

domenica 1 febbraio 2009

IL SOGNO E L'APPRODO

Megastore Feltrinelli
Via Cavour
Palermo

Giovedì 26 febbraio 2009
18.30
Ingresso libero

Presentazione di "Il sogno e l'approdo". Un'antologia sull'immigrazione e la Sicilia. Maria Attanasio, Giosuè Calaciura, Davide Camarrone, Santo Piazzese, Gaetano Savatteri, Lilia Zaouali: sei scrittori per sei racconti sul tema dello straniero, dell'altro da sé (Sellerio editore).

Il sogno e l'approdo è una raccolta di racconti ambientati in epoche diverse sulle rive del Mediterraneo, mare che separa ma anche unisce “collezioni di regioni isolate che tuttavia si cercano costantemente le une con le altre, in un costante andirivieni, nonostante le giornate di cammino o di navigazione da cui sono separate”, ha scritto Fernand Braudel. Al centro, la Sicilia, l'isola che meglio vale a illuminare la storia mediterranea, da sempre luogo di crocevia etnico, approdo di culture diverse. Luogo strategico del mare nostrum e punto di attrazione irresistibile per viaggiatori di tutti i tempi e di tutti i paesi.

I racconti saranno alla base di tre spettacoli teatrali che andranno in scena, nell'ambito del progetto Scenario mediterraneo, dal 1 aprile al 16 maggio in sette teatri dell'entroterra siciliano (Biancavilla di Sicilia, Comiso, Caltagirone, Modica, Noto, Racalmuto e Villafrati).

Per maggiori informazioni:

info@scenariomediterraneo.it

domenica 18 gennaio 2009

I MILANESI NON SANNO DOVE ABITANO

I milanesi non sanno dove abitano.
Non lo sanno i passanti, non gli edicolanti, non i negozianti. Gli chiedi: per via Tal dei Tali?
Non so, dicono, anche se quella via è indiscutibilmente a due passi, e loro vivono e lavorano lì da otto generazioni almeno.
Accade tre volte su quattro.
Una volta, poi, la risposta è articolata.

- Ma lei è fuoristrada.
- Rispetto a dove?
- A via Tal dei Tali.
- In che senso?
- Sta da un'altra parte.
- Ecco, appunto: sto provando ad arrivarci.
- E come? Da qui...
- E sì, da qui.
- Guardi, non vorrei darle indicazioni sbagliate...
- Me ne dia una approssimativa.
- Non saprei.
- Mi hanno detto che dalla via Qualunque si può arrivare alla via Tal dei Tali.
- Ah sì?
- Sì. E dunque: sa dov'è la via Qualunque?
- Guardi: è di là.
- Lì a sinistra?
- Sì.
- La prima?
- BRAVO! - E qui, il volto della Sciùra s'illumina d'immenso, nel complimentarsi per la tua brillante deduzione.

La frequenza statistica di simili accadimenti è preoccupante, sicché - sotto l'ombrello, flipperando da un passante all'altro, in cerca di indicazioni per tornare a casa - ho elaborato una serie di spiegazioni:

1) Molti milanesi, in realtà, si perdono durante il giorno, nel tragitto fra casa e lavoro, e vengono recuperati da speciali squadre addestrate al ritrovamento; di molti, però, si smarrisce ogni traccia.

2) Molti milanesi hanno dei Tom Tom innestati con una capsula invisibile dietro le orecchie, e un fischio impercettibile li guida fino al traguardo, deviandoli a destra o a sinistra.

3) Molti milanesi detestano i meridionali, in special modo coloro i quali si permettono di importunarli per strada, sotto la pioggia, con una borsa in mano, e godono come cinghiali nel prenderli per le terga.

La verità sta in mezzo, di frequente.

giovedì 8 gennaio 2009

IN ARRIVO LA VERITA' SULLE STRAGI?

Le deposizioni di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, potrebbero far luce su una pagina oscura della recente storia d'Italia: il '92, le stragi, la trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato italiano. Su L'Espresso da domani in edicola, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, due bravi giornalisti, autori fra l'altro de 'L'Agenda rossa di Paolo Borsellino', parlano di queste deposizioni. L'articolo contiene fatti e nomi. In coda, ripubblico un mio vecchio Post: risale al 19 luglio 2007, quando non si aveva ancora notizia di queste deposizioni. Post che sottoscrivo ancora oggi, anche nella parte in cui mi dico pessimista sul raggiungimento della verità.

L'Espresso - Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
Dopo il «botto» sull'autostrada di Capaci, nei 56 giorni che separarono l'attentato a Giovanni Falcone da quello a Paolo Borsellino, l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino sarebbe venuto a sapere che pezzi dello Stato avevano intavolato una «trattativa» con Cosa nostra per far cessare il terrorismo mafioso, in cambio di alcune concessioni legislative: prima fra tutte la revisione del maxiprocesso. Sarebbe stato uno dei protagonisti di quel negoziato, Vito Ciancimino, a chiedere alcune «garanzie istituzionali», tra cui quella che Mancino fosse informato. E avrebbe ottenuto, attraverso canali tuttora al vaglio dei magistrati, che l'informazione giungesse al destinatario. È uno dei passaggi più delicati delle nuove rivelazioni fatte nei giorni scorsi ai pm di Palermo da Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di Vito, l'ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano che fu per decenni la longa manus del boss Bernardo Provenzano nel cuore della Dc. I nuovi verbali, trasmessi subito a Caltanissetta, sono già sul tavolo del procuratore Sergio Lari, che coordina l'ultimo fascicolo rimasto aperto sui mandanti esterni della strage di via D'Amelio e contengono rivelazioni che potrebbero imprimere una svolta alle indagini sull'eliminazione di Borsellino, la pagina più inquietante della sfida mafiosa sferrata contro le istituzioni all'inizio degli anni Novanta. Gli stessi verbali sono confluiti nella nuova indagine della procura di Palermo sui «sistemi criminali» in azione in Italia durante la stagione delle stragi. E non è escluso che Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, venga chiamato dalle due procure siciliane nelle prossime settimane per fornire la sua versione dei fatti. Massimo Ciancimino, l'unico dei quattro figli di don Vito a vivere con lui fino alla fine dei suoi giorni, è un personaggio assai controverso: condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio del tesoro accumulato dal padre in quarant'anni di attività politico-amministrativa, imprenditore di una miriade di società grandi e piccole, è noto a Palermo per le sue abitudini da bon vivant, tra auto di lusso, yacht miliardari e vacanze esclusive. Da qualche mese, il figlio dell'ex sindaco "collabora" con gli inquirenti e nelle ultime settimane ha ricostruito nei dettagli con i magistrati di Palermo le fasi cruciali del negoziato che gli uomini del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, a cavallo tra le due stragi del '92, avviarono con don Vito per chiedere al boss Totò Riina di fermare l'attacco allo Stato. «Mio padre», ha detto Ciancimino, «era molto prudente, comprendeva tutti i rischi della situazione, e voleva essere sicuro che ci fosse una copertura istituzionale al negoziato. Voleva accertarsi che gli uomini del Ros avessero concretamente l'approvazione delle istituzioni». È questa una circostanza che Mori e De Donno hanno sempre negato, sostenendo di essere andati da Ciancimino in assoluta autonomia, spinti solo dalla necessità di stringere il cerchio attorno a Riina. Ma Ciancimino jr la racconta in un modo diverso, sostenendo davanti ai pm di Palermo di aver visto con i suoi occhi il famoso «papello», il foglio con le richieste che Cosa nostra presentò allo Stato in cambio di uno stop alla stagione delle stragi. «Il medico personale di Riina, Antonino Cinà», ha raccontato, «era il collegamento diretto. Tutte le volte che mio padre ha iniziato la trattativa, l'ho visto spesso a casa mia». Ma a portare il «papello», secondo il giovane imprenditore, sarebbe stata un'altra persona, un «signore distinto», che avrebbe consegnato materialmente la busta con le rivendicazioni di Cosa nostra. «Mio padre lo conosceva», ha aggiunto Massimo Ciancimino, «lo aveva incontrato varie volte a Roma. Non so perché la busta gli venne consegnata a Palermo». Quel «signore distinto» il figlio di don Vito non lo conosce, non sa chi sia. I pm di Palermo gli hanno sottoposto una serie di fotografie, ma l'esito degli accertamenti è ancora top secret. È a questo punto della trattativa che l'ex sindaco di Palermo, secondo il figlio, avrebbe chiesto una «garanzia» istituzionale per procedere nel negoziato con lo Stato. Chiedendo di informare il ministro Mancino degli incontri avviati tra Roma e Palermo con gli uomini del Ros. Secondo Ciancimino jr, quella richiesta sarebbe stata esaudita. Il padre avrebbe avuto la conferma che Mancino era stato informato. Dopo questa rivelazione, l'attenzione investigativa si è concentrata sull'incontro del 1° luglio 1992, il giorno in cui Paolo Borsellino venne convocato al Viminale durante la cerimonia di insediamento di Mancino, che subentrò a Vincenzo Scotti alla guida del ministero degli Interni. I pm hanno acquisito l'interrogatorio reso da Mancino ai magistrati di Caltanissetta nel '98: «Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla», ha detto Mancino ai pm, «era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza». Un incontro che, invece, ricorda l'avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò che quel giorno accompagnò Borsellino sulla soglia della stanza del neo-ministro. Ricorda di averlo visto entrare, di averlo visto uscire poco dopo, e di essere entrato a sua volta, ma da solo. Perché questo incontro è importante per le indagini? Perché, ipotizzano i magistrati, se è vero che Mancino fu avvertito della trattativa in corso, anche Borsellino, erede di Falcone, in quel momento uomo-simbolo della lotta alla mafia in Italia, e candidato in pectore alla Superprocura, potrebbe esserne stato a sua volta informato quel giorno al Viminale. E se davvero Borsellino avesse saputo che lo Stato era sceso a patti con Cosa nostra, è la tesi investigativa, la sua posizione di netta contrapposizione o di presa di distanza potrebbe averne determinato la morte. È certo, sottolineano in procura, che ad un certo punto la trattativa si arenò, le richieste di Cosa nostra vennero giudicate inaccettabili, e Riina decise di provocare un nuovo «botto» per riavviare i contatti istituzionali. E le sentenze di due processi, quello per la strage di Firenze e il Borsellino-bis concluso a Caltanissetta, acquisite a Palermo agli atti della nuova inchiesta, hanno sostenuto che fu proprio la trattativa interrotta a provocare una ripresa della stagione delle stragi. «Dopo la morte di Borsellino, mio padre si sentiva in colpa», ha rivelato Massimo Ciancimino. «Mi confidò le sue riflessioni su tutta questa storia: disse che avviare la trattativa era già stata una prova di debolezza da parte dello Stato, ma che fermarla aveva avuto un effetto disastroso». Fin qui le rivelazioni del figlio di don Vito, che nei giorni scorsi a Palermo è rimasto vittima di un'intimidazione che lo ha costretto ad anticipare la partenza per la città del nord Italia dove vive attualmente con la famiglia. Chiarezza sugli incontri di quel primo luglio al Viminale hanno sempre reclamato i fratelli di Paolo Borsellino, Rita e Salvatore. «Chiedo soprattutto al senatore Nicola Mancino del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al '92, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo», ha scritto Salvatore Borsellino in una lettera aperta nel luglio del 2007, «lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi e abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di cosa si parlò nell'incontro con Paolo».
Latinera - 19 luglio 2007
La Solitudine di Borsellino
Oggi ricordiamo Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.Borsellino sapeva che la sua sorte era segnata. Glielo diceva la logica, e glielo dicevano le informative dei Ros sul tritolo già consegnato ai suoi assassini, i tanti segnali colti in incontri ufficiali o riservati, e infine, l'assenza di concreti provvedimenti a sua tutela.Era consapevole d'esser rimasto solo, Paolo Borsellino: contro Cosa nostra e i suoi complici.In quel dibattito alla Biblioteca Comunale, promosso da Micromega (era forse il 27 giugno, tre settimane prima del suo appuntamento con la morte), pronunciò parole insolitamente dure, su quel che aveva preceduto e accompagnato la morte di Giovanni Falcone.Credo anch'io che le cause degli eventi che si scatenarono in quel terribile periodo, iniziato nel '92 con la morte di Salvo Lima e conclusosi nel '93 con gli attentati di Firenze, Milano e Roma, siano da addebitarsi ad un complesso ragionamento, che per consuetudine sociologica si potrebbe dire "politico".Furono assunte delle decisioni, probabilmente, in Sicilia e altrove (principalmente altrove). E queste decisioni, a cascata, ne determinarono delle altre.Non credo alle teorie dette del "Grande Vecchio". Mi pare probabile, piuttosto, che si sia giocata una sorta di partita a scacchi, con più attori, molti dei quali hanno fatto presto a metter da parte ogni scrupolo.Se lo hanno fatto, o erano stretti in una falange sin troppo compatta, o intravvedevano dei vantaggi, da quel cedimento.E poiché nessuno ammetterà d'aver partecipato a quella sfida, ritengo che difficilmente si giungerà alla verità.Alcuni tra i protagonisti, assolutamente insospettabili, potrebbero essere ancora in giro, a godersi i frutti di quella stagione, e a vegliare sul silenzio.

lunedì 5 gennaio 2009

FACEBOOK NON CANCELLA I FANS CLUB MAFIOSI

Forse, la questione dei fans club mafiosi su Facebook (e dei giochi di ruolo dedicati alla mafia) non è archiviabile come un incidente di percorso.
Forse un social network del genere non può funzionare con regole assolutamente svincolate dalle leggi: inneggiare ad un boss è un reato.
E lo sarebbe anche inneggiare ad Al Qaeda.
Così come sarebbe un reato, ancora più grave, veicolare dei messaggi diretti al compimento di uno o più atti di violenza.
La domanda è: si può assistere inerti a tutto questo? Si può prevenire il peggio? E come?

sabato 3 gennaio 2009

LA CRISI E NAPOLITANO

La crisi - secondo il nostro modo corrente di pensare - si ha quando il Pil diminuisce e s'innesca quel meccanismo che si chiama decrescita.
E' una categoria complessa, la decrescita. Un mondo intero.
Serge Latouche, docente di Scienze Economiche a Parigi, sostiene che l'uomo consuma più di quel che il pianeta è in grado di produrre. E che, presto, se il Pil torna ad aumentare, svuoteremo le sue viscere.
E' l'economia "estrattiva". Alla quale s'affianca l'economia "effusiva": che non è quella dei baci e delle carezze, bensì quella delle effusioni nell'atmosfera: Co2 e altre sostanze nocive.
Nel suo discorso di fine anno, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto che la crisi può essere un'occasione.
Sembra solo retorica. Ma non lo è.
C'è dell'altro.
Accanto all'economia della crescita perpetua, c'è l'economia delle speculazioni. I capitali delle industrie che producono merci e servizi sono gestiti da professionisti della vendita di azioni. Questo vuol dire che quei professionisti mantengono in vita le imprese solo finché le azioni che nominalmente si riferiscono a loro hanno un tasso di redditività sufficientemente alto: sennò, le mollano e passano ad un'altra impresa. Così, accade che un'impresa in ottime condizioni, muoia improvvisamente, senza spiegazioni.
Di speculazione in speculazione, è naturale che si finisca per immettere sul mercato azioni e obbligazioni sganciate da qualsiasi produzione reale. Siamo alla cosiddetta Bolla: basta solo aspettare il botto.
Il Presidente Napolitano ha pronunciato un'altra parola chiave: sobrietà. E qui si ha la certezza che la sua non è retorica.
La sobrietà è un concetto chiave della modernità. Come la decrescita. Della quale in fondo è un sinonimo.
La crisi, allora, è un'occasione se cambia il nostro modo di pensare, e si comincia a lavorare ad una produzione buona: che non ecceda le necessità reali, che non depredi le risorse naturali, che lasci di che vivere alle prossime generazioni.
La crisi, insomma, è un'occasione se diventiamo un po' meno consumisti, e se impariamo a fidarci meno di quei truffatori che in Borsa promettono guadagni eccezionali e rapidissimi. Cose simili ha ripetuto oggi in un'intervista Giorgio Ruffolo, che è un intellettuale, ma anche un parlamentare del Pd.
Il pensiero ecologista, però, supera ogni vecchia divisione fra destra e sinistra, e dice anche delle cose sgradevoli.
Non potrebbe essere altrimenti.
Il medico pietoso, si sa, fa la piaga puzzolente. E ammazza il paziente.

sabato 27 dicembre 2008

I MORTI DI ISRAELE E PALESTINA


I missili di Hamas, e poi le bombe d'Israele, e di nuovo i missili, e le bombe...
Spero che due matti un giorno dicano a Gaza e a Gerusalemme che la pace è possibile, e che i savi ammattiscano.

lunedì 1 dicembre 2008

FACCE DI LIBRO

Dicevano che i Blog avrebbero ucciso il giornalismo e invece Facebook ha ucciso i Blog e della cosa s'occupano allegramente i giornali. Quelli di carta.
P.S. Anche il mio Blog attraversa un periodo difficile.

mercoledì 5 novembre 2008

IL MONDO NUOVO DI OBAMA

E' sempre un privilegio assistere al compiersi della storia, sebbene attraverso la televisione. Il discorso di Obama, le lacrime di Jesse Jackson, la festa popolare, l'entusiasmo, l'uscita di scena di George W. Bush. La Casa bianca ospiterà un nero, meno di cinquant'anni dopo la fine della segregazione negli Usa, quarant'anni dopo l'assassinio di Martin Luther King, e pochi anni dopo il giuramento dei primi segretari (ministri) di colore, Colin Powell e Condoleeza Rice.
Ciò che ieri sembrava impossibile, o ancora improbabile, oggi è accaduto.
La storia accelera, ed ora si appresta a cambiare radicalmente il volto di un intero paese.
E' importante, la vittoria di Obama. Straordinariamente importante.
Ma ora che gli Stati Uniti si apprestano ad esser governati da un nero, ci accorgiamo che essi non sono più la guida economica del pianeta, che lo scettro economico è passato da Occidente ad Oriente.
Questo cambiamento, insomma, potrebbe esser giunto in ritardo.
Cina e India sono in grado di condizionare, di determinare, l'andamento borsistico, il prezzo del petrolio, del rame: delle azioni e delle materie prime. E se il vecchio sovrano s'illumina, il nuovo s'incarognisce.
Se domani gli Usa firmassero il Protocollo di Kyoto, la Cina avrebbe un motivo in più per non farlo.
Se l'altro ieri il problema era la Russia, e ieri il terrorismo, oggi è la competizione globale, e il conseguente impoverimento del pianeta.
Ieri, si comprimevano i diritti di alcuni.
Domani, in discussione saranno i diritti di tutti.
E possiamo occuparcene solo oggi.
E' questa l'agenda politica di Obama. E la nostra.
E' la storia, bellezza.

mercoledì 29 ottobre 2008

LA TERRA CHE VERRA'

Mi piacerebbe vedere una manifestazione per l'aria pulita, un corteo contro lo smog, l'apertura di un tg sullo sforamento dei limiti di emissione di CO2, un sit in dinanzi a Montecitorio e alla rappresentanza Onu in Italia per l'educazione alla natalità, nel nostro Occidente ed anche nei paesi poveri e in quelli in via di acceleratissimo sviluppo, una proposta di legge sull'educazione al riciclo delle materie prime sin dalle elementari, una polemica coltissima sull'opportunità di vendere le merci al dettaglio (eliminando il dannosissimo packaging) e una polemica becera con tanto d'insulti sul filtraggio delle ciminiere nei petrolchimici, un'azione di disobbedienza civile contro i metalli pesanti nei biscotti e nelle merendine e una class action contro il fumo, i grassi idrogenati e le raffinazioni alimentari, un simposio sulle vernici tossiche e un concerto in memoria delle vittime dell'amianto, un dibattito parlamentare infuocato sulla decrescita e le limitazioni allo sfruttamento delle risorse non rinnovabili.
Preferirei tutto questo ad altre manifestazioni, ad altre indignazioni.
Ma sono diventato scettico.
Mi chiedo: qual è l'agenda politica dei giovani leader di questo paese, a destra e a sinistra?, e perché sono così vecchi anche i giovani?
Avete mai visto un leader politico italiano impegnato nel semplice gesto d'andare in bicicletta, rinunciando all'auto blu?

Nella foto, il leader tory inglese David Cameron. In bicicletta.

lunedì 20 ottobre 2008

CONVERSAZIONE CON ROBERTO LAGALLA

A guardare le statistiche, vien da dire: “Zitti, Palermo studia”.
Sessantaquattromila iscritti all’Università: un palermitano su dieci; di questi, un quinto ha scelto Lettere e Filosofia. Tredicimila. Tanti da riempire uno stadio. E uno stadio, difatti, servirebbe: per le lezioni, i laboratori, gli esami. Di metafora in metafora, si potrebbe aggiungere che il transatlantico ha qualche suite e molte celle per i forzati alla ricerca, pochi ponti al sole per le classi più elevate e stive malmesse per chi viaggia in economia.
C’è un nuovo Capitano. Un Rettore eletto a primo scrutinio con milleseicento voti di ogni colore politico. Roberto Lagalla ha fondato il polo universitario di Agrigento ed è stato Assessore Regionale alla Sanità.
“Avverto la consapevolezza diffusa della necessità del cambiamento. L’università ha un ruolo fondamentale. Deve saper cogliere i fermenti della società civile. Confindustria è la punta avanzata di questa sensibilità. L’Università ha un obbligo etico di farsi motore del cambiamento. Occorrono convergenze sinergiche per raggiungere quest’obiettivo”.
Il primo indizio, il linguaggio, conduce ad un laboratorio politico. Le convergenze. Aldo Moro. Ciò per il leader della sinistra democristiana era parallelo, per Lagalla è sinergico. Tradizione e innovazione. La mediazione politica, la concertazione politica, e l’innesto del concetto contemporaneo di rete.
Mastica il sigaro, Roberto Lagalla, ed usa frasi lunghe, smussate; un periodare ben scandito.
Poi, c’è il contenuto. Il cambiamento.
Non è un momento qualsiasi, per la Sicilia.
C’è un imprenditore, il primo tra gli imprenditori dell’Isola, Ivanhoe Lo Bello, che dice a brutto muso ai suoi associati: se non denunciate gli estorsori, vi caccerò da Confindustria.
C’è un Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, che a capo dell’assessorato alla Sanità mette un pupillo di Borsellino e di Caselli, Massimo Russo, e intima ai suoi trentamila dipendenti di farsi trovare al loro posto, al lavoro, ché la pacchia è finita.
C’è un Rettore appena eletto, all’Università di Palermo, Roberto Lagalla, che annuncia un argine agli sprechi e investimenti per didattica, ricerca e relazioni internazionali.
Cosa unisce questi tre uomini? Niente, in apparenza: Lo Bello è di area democratica; Lombardo un autonomista; Lagalla vicino al centro destra. Un connotato culturale, forse. Sono dei moderati, detestano capipopolo e rivoluzioni. Ma nella semplicità dei loro obiettivi, forse, ci sono semi di cambiamento.
Lagalla ha 53 anni e 4 figli: 23 anni il primogenito, 6 l’ultimo nato. E’ entrato all’Università dopo il liceo classico, il Gonzaga, e non ne è più uscito. Si è laureato a Palermo e si è specializzato fra Palermo, Montpellier, Rotterdam e Trieste. Radiologo.
“Serve una proposta culturale”, dice. “L’Università dev’essere un assistente globale del cambiamento”.
E se, invece, fosse un consulente globale? La rivoluzione del sistema del Credito, nel bene e nel male, è iniziata quando le banche hanno smesso di farsi semplici custodi e ignave prestatrici di denaro, ed hanno cominciato ad occuparsi delle esigenze del cliente.
“Naturalmente. Esercitandosi sul terreno della legalità, innanzitutto. Contro la mafia e il racket. E poi, l’Università deve rinunciare all’autoreferenzialità del proprio ruolo. Occorrono dei cambiamenti: nei processi di spesa, nell’incremento della mobilità degli studenti, nella competitività, nell’internazionalismo”.
Dopo il tempo dei diritti, è arrivato il tempo dei doveri?
“Non sono d’accordo con il modello dei tre anni più due, e con il modo in cui il modello è stato interpretato ed applicato. Il quadro è sconfortante. Mi pare che l’Università sia vista anche come un parcheggio in attesa di un posto di lavoro, un contenitore di aspettative”.
Il dibattito italiano è stantio: l’Università dev’esser di massa o servire un’elite? Gli archeologi s’accalorano e gli iscritti lievitano, insieme a cattedre, corsi triennali, studenti fuoricorso e disoccupati intellettuali.
“Servono numeri programmati, selezioni per l’accesso e una diversa pianificazione, peraltro imposta dalla legge. Medicina, ad esempio, ha 275 iscritti al nuovo anno accademico. L’anno scorso erano ancora di meno. Tutti quanti perfettamente assorbibili dal mercato del lavoro.
Altre Facoltà hanno migliaia di iscritti. Con il record di Lettere e Filosofia. Anche qui occorrerà intervenire?
“Sì. Ma occorrerà anche migliorare l’offerta. Offrire standard accettabili di formazione: dovremo riuscirci nell’arco di un triennio. Ma servono risorse. Da anni, le finanziarie non fanno altro che ridurre i fondi. L’ultimo taglio è di 500 milioni di euro in tre anni. E non si fanno le nozze con i fichi secchi”.
La sensazione, in Sicilia, è quella della desertificazione culturale. Mentre i saperi universali evaporano, i saperi parziali spariscono, s’interrano, come certi fiumi, sotto il flusso travolgente della modernità, del sapere funzionale.
“L’Università ha diversi obiettivi, e in qualche caso, può limitarsi ad offrire una specializzazione ulteriore alle professioni normalmente svolte dai diplomati”.
Nel ragionamento di Lagalla ricorrono alcune costanti. Il far sistema, intanto. Il fare rete. L’Università deve dialogare con la scuola e scambiare esperienze con il sistema economico ed il territorio. La concertazione, poi: il cambiamento dev’esser condiviso all’interno, tra i diversi soggetti che animano l’Ateneo, e all’esterno, con gli interlocutori istituzionali.
“Lo scenario generale indica che il sistema si è rimesso in movimento. Dobbiamo potenziare la ricerca. Non possiamo essere un parcheggio. Una palestra, semmai, per testare la volontà dei giovani. Penso a dottorati interdisciplinari, con l’obbligo di trascorrere un anno all’estero. Mobilità pure dei professori: da altre Università, anche estere. Su questo, chi mi ha preceduto, il Rettore Giuseppe Silvestri, ha avviato un lavoro eccellente, recuperando un vecchio manufatto, in periferia, e destinandolo alla ricerca scientifica. Intendo proseguire su questa strada. Penso ad un Beaubourg scientifico della Sicilia Occidentale”.
Collaborando con l’impresa?
“Sì, per la ricerca applicata. Penso ad un’agenzia regionale per il trasferimento delle tecnologie, nella quale convergano le 4 università siciliane. Ma occorre ritagliare uno spazio importante anche per la ricerca di base. Non tutto può esser finalizzato all’applicazione immediata”.
L’Università non si limita a formare degli studenti: agisce nel territorio, con un proprio Policlinico. Vecchio, a dir poco. E ciò che fa vecchia la Sanità, in Italia, è anzitutto l’architettura: edifici fatiscenti, che allontanano, anziché avvicinare, settori che tra loro dovrebbero comunicare.
“Entro l’anno, conto di avviare la riqualificazione del Policlinico. Ma prima o poi, dovremo ragionare su un Policlinico nuovo di zecca”.
E il Parco d’Orleans? Palermo lo ha salvato dalla speculazione edilizia. C’è un villaggio sportivo. Che vuol farne, l’Università?
“Nel giro di un anno legheremo il villaggio sportivo al campus. Servono spazi per la cultura, poi: sale studio, ed altro ancora”.
Così, si svuoteranno le biblioteche. Peccato. E la sede del Rettorato? Palazzo Steri conserva dei graffiti straordinari, tracciati dai prigionieri che per anni abitarono le sue celle. Ho letto che vorrebbero farne il Museo dell’Inquisizione: come se ad Auschwitz avessero fatto il Museo delle SS e dei Sonderkommando. Non sarebbe meglio farne il Museo delle vittime dell’Inquisizione? Degli ebrei, anzitutto, che furono le prime vittime del primo grande sterminio di massa, perpetrato in nome della fede. In Sicilia, c’era un’enorme presenza ebraica, che fu letteralmente azzerata.
“Credo che l’intenzione fosse quella di ricordare l’orrore: le vittime, e non i carnefici”.
Il nome conta, però.
“Preferisco Museo delle vittime dell’Inquisizione”.
Cosa legge, Lagalla?
“I romanzi me li suggerisce mia moglie Paola. Leggo molto di storia: del Fascismo e della Chiesa, più che altro”.
Gli chiedo se abbia delle idee per il suo futuro politico. Risponde che in mente ha solo il suo impegno prossimo, da Rettore. “Vorrei far due mandati. E non superare, comunque, i cinque anni”.
Mi hanno insegnato che Moro ha lasciato ai morotei l’eredità dello sguardo lungo, replico: dieci anni, non di meno.
Scoppia in una risata, mentre gli s’illuminano gli occhi, e le spalle prendono a scuotersi: una movenza che mi riporta ad un uomo che non c’è più, padre Ennio Pintacuda.
“E’ stato uno dei miei maestri”.
I maestri, ecco. Chi è stato il più importante?
“Padre Antonino Gliozzo. Era il Rettore del Gonzaga, la scuola dei Padri Gesuiti. Proveniva dalla Segreteria di Stato Vaticana. Facevamo lunghe passeggiate”.
Mai stato Prefetto, al Gonzaga?
“Mai. Eppure, questa voce gira, a Palermo. Sono stato un arbitro, semmai. E finito il Liceo, insieme ad un amico di allora, Roberto Liotta, ho contribuito a fondare la Polisportiva Gonzaga”.
Bisogna dire che la figura del Prefetto, tra gli alunni dei Gesuiti, è di poca responsabilità ma di grande visibilità. Niente di più indigesto per Roberto Lagalla. A far l’arbitro, invece, s’acquisiscono virtù preziose: fiato, intuito, autorità. E bisogna figurarselo, questo siculo abruzzese di due metri, vestito di nero, fischietto in bocca e corsetta a pochi metri dal pallone. Nome per nome, cita i campioni di allora, le scoperte, i trofei conquistati.“E’ tutta questione di organizzazione”, si schernisce.

CONVERSAZIONE CON MASSIMO RUSSO

Su Panorama, che mi ha chiesto, da scrittore, un confronto con Massimo Russo, personaggio simbolo del cambiamento possibile in Sicilia (pm in aspettativa e assessore regionale della Sanità), è stata pubblicata una versione ridotta della nostra conversazione, per giuste ragioni di spazio. Questa è la versione integrale.

Ogni volta che in Sicilia s’annuncia una rivoluzione, subito scattano le contromisure. La più efficace, più della maldicenza, che pure è sempre all’opera, è l’ingiuria: il rivoluzionario è un illuso, un parolaio. Un Capopopolo, un Giuseppe Alesi qualunque, il nostro Masaniello.
Contro Massimo Russo, da pochi mesi assessore siciliano alla Sanità, dopo anni d’antimafia nelle procure di Palermo e Trapani, e contro i suoi tagli di bilancio, protestano i laboratori e gli studi convenzionati, con annunci a pagamento sui giornali, e le cliniche private fanno valere, a colpi di dichiarazioni, il loro peso politico, così ingente da doversi distribuire sull’intero campo politico.
Finora, lui aveva reagito a queste scaramucce diramando circolari, rilasciando interviste, circondandosi di fedelissimi e sostituendo alcuni dirigenti chiave. Semplice guerra di trincea.
Mancava il campo aperto, dove la battaglia infuria e gli eserciti si confondono. E il campo aperto è arrivato.
Nel giorno in cui Massimo Russo consegna al Ministero della Sanità il Piano di rientro dal deficit siciliano, una ventina di deputati del Pdl, architrave della sua maggioranza di governo, di centro destra, presentano un disegno di legge alternativo. All’assessore - dicono - spettano solo i tagli: le riforme le fa il Parlamento regionale. Il punto è che, nel suo Piano, Russo aveva ridisegnato in profondità l’intero sistema sanitario siciliano.
Il Partito Democratico l’attacca, parla di tagli eccessivi, superiori persino alle prescrizioni dell’accordo firmato un anno fa con il governo Prodi e, a sorpresa, in aperta polemica con i democratici, la Cgil lo difende, apprezzando la sua volontà riformatrice.
Il solito guazzabuglio siciliano, insomma.
Incontro Massimo Russo in assessorato. Nella sua stanza.
Ha una stretta di mano energica.
Alto come un ussaro, mocassini ai piedi. I gemelli e i polsini, perfettamente contenuti nella manica, indicano il lavoro accurato di un sarto.
Massimo Russo è impetuoso, allunga il collo all’indietro: nel linguaggio non verbale, significa “non ho paura di te”. Si vede che le domande è abituato a porle, non a riceverle.
Prima di parlare di Sanità, piccolo inciso politico. Parentopoli è il nome affibbiato all’ultimo scandalo siciliano. La figlia di un suo doppio collega, ex magistrato ed ora assessore al Personale, assunta in un ufficio di gabinetto del governo regionale. Ma come? Non lo sapevate d’essere attesi al varco? Il suo collega, Giovanni Ilarda, si fa emulo di Renato Brunetta, tuonando contro i fannulloni dell’amministrazione regionale, e poi inciampa sulla figlia?
“Quell’assunzione era inopportuna. Io avrei evitato. Ma c’è di peggio. Alle ultime politiche, nel Centro sinistra hanno fatto eleggere figlie, mogli e segretarie”.
Che al peggio non ci sia fine, è argomento francamente vecchio, assessore. Da lei, proprio, non me lo sarei mai aspettato.
“No, intendiamoci. E’ stato un errore. Ed io non l’avrei commesso”.
Lei è stato pubblico ministero a Palermo negli anni di Caselli e Grasso. Ha indagato sulle connessioni tra mafia e politica. Ora, però, si trova a ficcar le mani nel ginepraio più intricato della Sicilia, con un deficit annuale di 800 milioni di euro, e in un governo regionale presieduto da un autonomista ex democristiano, Raffaele Lombardo, mentre, da Roma, Renato Brunetta addita le responsabilità delle regioni sprecone: quelle a Statuto Speciale, e dunque, in primo luogo, la Sicilia.
Come farà ad evitare il disastro della Sanità siciliana, evitando gli sgambetti? Se bastassero le parole, avremmo già sconfitto mafia, sperperi e clientele.
“Ho buoni muscoli: per saltare oltre gli sgambetti e anche per andarmene, se capisco che non è aria. Tutti devono dare il proprio contributo. E a proposito di dichiarazioni, ce n’è un’altra, del Ministro Sacconi, che mette la Sicilia in fondo alle regioni d’Italia. Siamo al disastro. Le entrate fiscali della Regione, quest’anno, saranno inferiori al previsto, e dobbiamo assolutamente rispettare i tetti di spesa che ci siamo dati. Possiamo discutere della distribuzione dei fondi, non della loro quantità. Servono meno sprechi e più efficienza. Bisogna diminuire i posti letto e aumentare lungodegenze e riabilitazioni, accorpare Ausl e aziende ospedaliere, creare centri di eccellenza e, infine, nominare manager capaci e slegati dalla politica”.
Lei ha chiesto ai suoi amici, alle persone di cui più si fida, se accettare o no la proposta di Raffaele Lombardo di entrare nel suo governo regionale.
“Quelli che più mi conoscono, mi hanno detto che dovevo accettare. La buona Sanità è un diritto fondamentale da restituire al cittadino. Devo sporcarmi le mani e tener pulito il cuore e il cervello. E il portafogli. Avevo già detto no alla candidatura alla Camera, con gli autonomisti: con questo sistema sarebbe stata una nomina, non un’elezione”.
Quanto dura, qui all’Assessorato?
“Cinque anni”.
Dovrà diventare più politico.
“Lombardo me lo dice sempre: non è che mi diventa politico?”.
Vi date ancora del lei?
“Sempre”.
Fin qui, i politici si sono sgolati con le litanie sul deficit. Ma salvare la Sanità non è un obiettivo puramente economicistico, l’oggetto di una quadratura finanziaria. E’ innanzitutto salvare la vita alla gente.
“Nel mio primo discorso davanti all’Assemblea Regionale ho detto che al centro del sistema dev’esserci la persona umana. Insieme a regole, rigore, risultati e responsabilità: chi non è in grado, o si mette da parte, o dev’esser messo da parte”.
La persona umana? Di che cosa stiamo parlando? Lei sa che a Palermo un malato di cancro deve ottenere 4 diverse autorizzazioni per andare in farmacia a comprare un farmaco che serve a salvargli la vita? Dal reparto ospedaliero, dal medico di famiglia e da due diversi reparti della Ausl! Lo sa che questo farmaco non è considerato salvavita? E che le norme sono così contraddittorie e inadeguate da vietarne la prescrizione, in qualche caso?
Russo s’infervora. Chiama un membro del suo staff che fino a ieri ha guidato il reparto farmacologico dell’Assessorato. Si chiama Lucia Borsellino. Ed è figlia di Paolo Borsellino.
“Ho emesso una nuova circolare”, dice Russo. “Per semplificare le procedure. Da Marsala e da Trapani mi hanno scritto per ringraziarmi. Vuol dire che a Palermo – e qua batte una mano sul tavolo delle riunioni – mi stanno boicottando!”.
Questa circolare, per la verità, parla solo della distribuzione diretta da parte delle farmacie comunali. Così si passerà da una coda a un’altra. Un conto è Marsala. Un conto è una città di un milione di abitanti come Palermo.
“Dobbiamo risparmiare 20 milioni di euro che regalavamo alle case farmaceutiche!”.
Dovreste anche semplificare le cose, per metter davvero al centro il cittadino. Combattere la burocrazia come la mafia. Dar più potere ai 5000 medici di famiglia e pediatri siciliani, sul modello britannico: dar loro più responsabilità, e aumentare i controlli. Chi sbaglia e ruba, va cacciato, o va in galera.
“Non lo conosco, quel sistema. Ma voglio trasformare i medici di famiglia in presidi sanitari di base. E’ solo questione di risorse”.
Pagateli di più, allora! Scaricate i Pronto Soccorso delle funzioni improprie e girate il ricavato ai medici di famiglia: che comprino attrezzature e assumano dei collaboratori.
“E’ la mia intenzione. Dovrebbero anche potenziare il lavoro online, verso i pazienti e verso le farmacie e gli Ospedali. Abbiamo una gran quantità di ricoveri impropri. In Europa, sono solo il trenta per cento dei nostri. Ci si pensa tre volte prima di ricoverare qualcuno”.
E chi li controlla, i nostri Ospedali, i nostri medici?
“Nessuno. La rete dei controlli va ricostruita dalle fondamenta”.
In Sicilia, ci sono quasi duemila convenzionati esterni. I privati. Cliniche, medici specialisti, laboratori d’analisi. Sono stati dipinti come la fonte di tutti i mali. Lei la pensa così?
“Niente affatto. Ma anche loro devono dare il loro contributo al risanamento, adeguando le tariffe, e non scioperare davanti all’assessorato. Potrebbero persino aver più spazio, in un sistema più efficiente”.
La Sanità siciliana ha un problema architettonico, prima che morale: molti ospedali siciliani sono vecchi: andrebbero semplicemente demoliti e ricostruiti. A Palermo, il Civico e il Policlinico, i primi due che mi vengono in mente, sono la negazione di un Ospedale moderno: edifici antiquati su aree vastissime. Per un esame o un consulto, bisogna prender la macchina o l’ambulanza e far qualche chilometro. In generale, poi, i Pronto Soccorso, anziché luogo del primo esame, porta d’ingresso alle diverse specialità, sono appendici inefficienti, lardelle di un corpo morto.
“Dovremmo cederli, questi ospedali, per farne aree edificabili, e chiedere alle imprese di costruirci altrove degli ospedali nuovi di zecca e attrezzati di tutto punto”.
Pensare in grande.
“Per l’appunto”.
Pensiamo in grande, allora. Pensiamo ai medici e agli infermieri. Lei ha appena annunciato che bloccherà tutte le assunzioni. Non capisco. Su quasi cinquantamila dipendenti dell’intero sistema, amministrativi e tecnici sono tredicimila. Non è da lì che bisogna cominciare? E poi, il blocco significa rinunciare ai medici migliori, ai giovani. E’ mai possibile entrare in un Ospedale a 25 anni e uscirne a 65? Niente controlli sull’efficienza, niente formazione continua, niente sanzioni. Perché mai le Aziende sanitarie e ospedaliere non dovrebbero ricorrere ai soli contratti a tempo determinato?
“Non so se possiamo. Meglio i controlli”.
Auguri. Lei è qui da pochi mesi. Può dire di conoscere la situazione?
“Ho trovato grandi difficoltà anche per avere i dati di riferimento, in assessorato. Non sono un esperto. E non voglio diventarlo. Tra le domande che non mi ha fatto…”
Ce ne sono tante, di domande non fatte. Su mafia e antimafia, ad esempio. Bestemmio se le dico che nessun processo accorcerà di un solo minuto una coda di 8 ore dinanzi alla porta chiusa di un Pronto Soccorso, consentirà ad un medico incapace di azzeccare una diagnosi, rifornirà un Ospedale di attrezzature e farmaci?
Una cosa però devo chiedergliela. Devo proprio.
“Dica”.
La sua prima destinazione, prima da giudice e poi da pm, fu Marsala. Dove ha conosciuto una persona speciale. Era il ’91. Un anno prima delle stragi.
“Se le rispondo, diranno subito che io…”.
Lucia Borsellino si scusa. Deve lasciarci. Il ricordo di suo padre la commuove. Massimo Russo riprende dopo qualche istante.
“Dico solo che è come se facessimo parte di un disegno più grande. Ho iniziato con Paolo Borsellino il mio primo lavoro. Ed ora, questo, con sua figlia”.
Paolo Borsellino diceva che chi ha paura muore ogni giorno. Lei ha ricevuto minacce?
“Non ho mollato quando ero pm e processavo i capimafia, si figuri se mollo adesso”.
Si è fatta così stretta, la porta della storia, in Sicilia, che la politica deve camminare a fianco della letteratura: i toni sono esagerati, come i colori della terra. Pochi cambiamenti, e faticosi: ognuno di essi, però, destinato a far parlare per anni.