venerdì 28 marzo 2008

IL FALLIMENTO DI ALITALIA

Provate a richiamare il Call Center di Alitalia. Dopo che un addetto vi ha comunicato lo spostamento di un volo già pagato, ad un orario non concordato, quattro ore dopo il previsto, ciò che avrebbe qualche conseguenza pratica: ad esempio, quella di vanificare le ragioni stesse del tuo volo, quel giorno, in quella città. E magari sono ragioni importanti. Provate a richiamare dopo che avete provato a spiegarglielo, e lui - l'addetto - vi ha "messo in attesa". Ed è caduta la linea. Provate a chiamare il Call Center di Alitalia. Una, due, tre, quattro volte. E ogni volta l'addetto vi "mette in attesa". E cade la linea. Per singolare coincidenza, proprio dopo che avete ricordato che Alitalia non può "avvisarvi" dello spostamento di un volo: può concordare con voi uno spostamento, semmai: perché un biglietto è un contratto, un patto fra due soggetti. Provate a scontrarvi con quel muro di gomma che sono i Call Center: "Noi siamo solo degli intermediari"; "Noi non siamo autorizzati a..."; "Non so cosa dirle..."; "Faccia un reclamo"; "Vada alla Biglietteria Alitalia di Palermo. Dov'è? Ma all'aeroporto. Fuori città. Sì, a trenta chilometri da casa sua, sull'autostrada. Sotto la pioggia. Con il traffico". Provate a farlo, a guastarvi il pranzo, a ipotizzare fantastiche Class Action alla Bersani, rivoluzioni e "Prese della Magliana" (per una vaga assonanza con la Bastiglia), e infine, riaprite i giornali di oggi, laddove si parla del destino di Alitalia, e dell'obbligo morale di soccorrere questa Compagnia in crisi, con i nostri soldi. Sono certo che, al riguardo, la penseremmo allo stesso modo.

lunedì 24 marzo 2008

LE MANETTE OLIMPICHE

Il punto, forse, non è: boicottiamo o no le Olimpiadi?
Il punto, forse, è: quanto le Olimpiadi accentueranno la repressione, in un Paese enorme e inconoscibile come la Cina, per evitare di mostrare al mondo la faccia dura del cambiamento?
E dunque. Noi non boicotteremo le Olimpiadi. Ma quanti morti, quanta libertà costerà questa nostra scelta?

martedì 18 marzo 2008

LA NOSTRA SOSTANZA

Il Dalai Lama annuncia sue possibili dimissioni. Per protesta contro la Cina. Ma anche contro quella frangia di buddisti che lo contesta, per il suo rifiuto della violenza.
Segnamo questa data, nigro lapillo.
18 marzo del 2008.
La data in cui una reincarnazione divina vuol rinunciare alla sua sostanza, per il bene di tutti.
E quest'altra.
L'otto agosto del 2008.
Quando inizieranno le Olimpiadi di Pechino. Tre volte 8. Per i cinesi, così attenti ai simboli, e ai numeri, sarà tre volte 8. Tre volte l'Infinito.
La data in cui, per il bene di alcuni, rinunceremo tutti quanti, atleti e spettatori, alla nostra sostanza.

FREE TIBET

Stanno lì a pregare che questa protesta del Tibet finisca presto, che i cinesi non facciano troppo male ai monaci, che non se ne parli troppo, in ogni caso.
Sono realisti, imprenditori e politici: quasi tutti.
Ci sono le Olimpiadi, tra un po', a Pechino, e la Cina ha esteso la propria sfera d'influenza in Asia e in Medio Oriente, con ricche forniture, in Africa e in Sudamerica, con investimenti propri, e in Europa, con lauti contratti.
Gli Stati Uniti sanno di questa nuova Guerra Fredda, e ne temono l'aggravarsi. E dunque, non si può proprio pensare ad un muro contro muro diplomatico sui diritti umani e i diritti di sovranità.
Quel che accade in Tibet, d'altra parte, non è troppo diverso da quel che accade nelle periferie e nelle province del grande paese.
Le colonne di carri armati continuano a scorrere verso Lhasa.
I coloni scacciano gli indigeni. Non trovi più un tassista tibetano, nella capitale: sono tutti cinesi.
I comunicati ufficiali del Partito accusano una "cricca" di voler boicottare i Giochi Olimpici - la "cricca"del Dalai Lama, stavolta - a minare l'autorità del PCC, come ieri accusavano la "cricca"della vedova di Mao Tse Tung. C'è sempre un nemico "interno".
Chi parlava di Fine della Storia, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe dovuto guardare oltre il proprio naso, e intravvedere in questa barbarie la prosecuzione della storia che abbiamo conosciuto nel Novecento.

lunedì 17 marzo 2008

lunedì 3 marzo 2008

LO ZARISMO RUSSO

In Russia, il Presidente Vladimir Putin, il solo che riuscì a sopravvivere allo Zar Boris (Eltsin), gran decapitatore dei suoi propri delfini, ha nominato, attraverso il voto dei suoi concittadini, il suo temporaneo sostituto al Cremlino, tale Medvedev, e da lui ha già ricevuto la nomina a Premier.
In Russia non esiste libertà di stampa. L'omicidio di Anna Polikovskaja, e di tanti altri giornalisti, compreso l'italiano Antonio Russo, è lì a dimostrarlo.
Non esiste libertà d'impresa.
E' una democrazia di facciata, una democrazia elettorale, quella che si rinnova formalmente alle urne e che giorno dopo giorno lascia massacrare i suoi giornalisti e impedisce ogni ascesa economica o politica che non sia gradita alla Gerarchia.
Eppure, negli editoriali dei due maggiori quotidiani italiani, leggo un invito a valutare le possibili svolte di questo tal Medvedev e un'analisi fisiognomica del tal suddetto che lascerebbe ben sperare. Tutto qui. Il Corriere e Repubblica avrebbero potuto far di meglio. E in altri tempi, di meglio avrebbero fatto.
Cos'è che ha spento il nostro senso morale? Cos'è che ci impedisce di sollecitare una democratica esportazione della democrazia in quel Paese, dove la democrazia non è mai giunta? In un Paese che va di Zar in Zar, e di oppressione in oppressione.
La Russia rischia di essere un precedente, e non un cattivo esempio.

martedì 12 febbraio 2008

IL DIAVOLO NEGLI SLOGAN

Non si può dire di molto, di questi tempi. Non degli argomenti più in voga, non dei più curiosi.
Lo fanno in tanti ed è come aggiungere dell'acqua al mare.
C'è un eccesso di opinioni, e nuotare controcorrente è davvero difficile.
Così, non resta che occuparsi dei dettagli, in cerca del diavolo che vi si nasconde.
Le elezioni, ad esempio.
La sloganistica lascia filtrare alcuni degli orrori che presumibilmente ci attendono, al chiuso delle camere votanti. I creativi, che svolgono adesso il compito che un tempo fu dei retori, mostrano segni d'afasia.
In uno dei primi manifesti di questa tripla campagna elettorale, ho letto di qualcuno che si dice "per il fare". E aggiunge: "Non amo la retorica". O meglio: gli fanno aggiungere, in un carattere più piccolo dello slogan principale, e in un colore biancastro, un po' sbiadito. Quasi un "a parte". Di un'ottava più basso rispetto alla battuta rivolta all'interlocutore. Ammiccante. E timido.
Ma come si fa a dire: non amo la retorica? E' come, dinanzi all'obiettivo, proclamare: detesto le telecamere.
Retorica è ciò che consente di mostrare in una buona luce le proprie buone idee.
E' politica.
Tra le tante forme di retorica, al contario, la più abusata, negli ultimi anni, è proprio quella del Fare.
Se non altro, per l'evidente sproporzione tra i Fatti maiuscoli che ci attenderemmo e i minuscoli che sollevano la nostra indignazione.
Detesto i moralismi, e ancora di più, quest'omeopatica applicazione di moralismo al moralismo di Caste e Bacchettoni. In attesa di una guarigione impossibile.
Cos'altro leggeremo, sui manifesti di questa tripla campagna elettorale?

martedì 5 febbraio 2008

UNA "COMMISSIONE ATTALI" PER LA SICILIA

Si fa la guerra sui nomi. A destra e a sinistra. E non dico che non sia giusto. La politica ha le sue sacrosante esigenze. Almeno finché non troviamo un altro modo per gestire la cosa pubblica.
Però.
La Sicilia ha un bilancio regionale ingessato, che per gran parte è destinato alle spese correnti. Ha una Pubblica Amministrazione inefficiente e surdimensionata. Dei servizi pubblici invecchiati e inadeguati al presente: figuriamoci al futuro.
Ora, qualcuno dirà: prima i programmi. No, non genericamente di programmi, occorre occuparsi. Ma di poche cose essenziali.
Serve uno sguardo lucido. Un principio. Una leadership intellettuale.
Partiamo dal fatto che il meglio della politica e delle competenze intellettuali e professionali siciliane - che insieme potrebbero dedicarsi a smontare il Bilancio, a liberare risorse per investimenti, a snellire l'amministrazione, a svecchiare i servizi - si trovano variamente dislocate nei due schieramenti politici e culturali.
Perché non immaginare, allora, sul modello francese, una sorta di "Commissione Attali" per la Sicilia? Senza pregiudizi. Senza etichette.
A Gettone Zero, ovviamente: che lavori per la Comunità, e non per le proprie tasche.
Lavorare per il bene comune, per inciso, è antimafia.
Perché non pensare - anche per Palermo, visto che si sta già trasversalmente ipotizzando per Roma - ad una fase costituente?
Volendo far dell'ironia, si potrebbe dire ricostituente.
Una legislatura che consenta le riforme.
Un passaggio dal vecchio al nuovo.

lunedì 4 febbraio 2008

IL RACCONTO DEL DIETRO

Leggo sul sito di un famoso quotidiano dei consigli per l'acquisto (oggi) di cosette del tutto insignificanti che (domani) certamente varranno molto.
Una profezia!
Leggo anche del tempo che probabilmente durerà il matrimonio (ieri una liaison) tra Nicolàs Sarkozy e Carla Bruni.
Un'altra profezia!
Non leggo più, invece (da tempo), un editoriale, un corsivo, una lettera purchessia, di rimpianto delle capacità profetiche di alcuni nostri intellettuali scomparsi: prima d'ogni altro, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia.
Ricordate il discorso sui capelloni, su Valle Giulia, sul '68? Le polemiche su Moro, sulle BR, sul Pci e sulla Dc, sulla lotta alla mafia?
Ahi, quanto ci mancano, si leggeva, un tempo!
Nella memoria dei giorni scorsi, galleggia solo la citazione distratta, e priva di allegati, di un breve passaggio di un discorso pubblico di Niki Vendola, nel quale, il prossimo probabile candidato a Premier della Cosa Rossa (la Cosa non era una film di fantascienza?), tesseva l'elogio delle capacità profetiche del repubblicano Alberto Arbasino, che in un suo libro del 1980, "Un Paese senza", disegnava (ieri) l'Italia che (domani) sarebbe stata (oggi).
Il fatto, mi dico, è che i giornali servono oramai solo a raccontare quel che sta dietro, e non sanno più raccontare quel che c'è davanti.

sabato 26 gennaio 2008

IL MAESTRO DEI PUPI

“Io parto da mio padre perché mi capisca mio figlio. Da un piccolo aneddoto”. E subito bisogna fermarlo, Mimmo Cuticchio, perché il suo racconto bisogna farlo precedere da un poco di storia.
Nel 1963, il quindicenne Mimmo sbarcò a Spoleto come truscia, fagotto, al seguito del padre Giacomo, invitato da quel genio di Giancarlo Menotti. Giacomo Cuticchio era un puparo, un oprante, o detto altrimenti, un teatrinaro, ché qui di Teatrino e non di Teatro si parla: con l’Opra, l’Opera dei Pupi, il piccolo è grande, e il miracolo si fa in un buco di sipario.
“Io ero abituato a fare teatro nei paesini dell’entroterra siciliano, a vedere scecchi, asini, pecore, gente che faceva l’estratto di pomodoro al sole, per le strade. Andammo con la nave per due o tre spettacolini. E invece, il giorno dopo la prima, i giornali parlavano di noi e di noi soli. Un successo. Ma noi venivamo dai paesi, che ne potevamo sapere del successo? Menotti ci chiese di rimanere per un mese, un mese e mezzo. Mio padre s’ingegnò di mettere su un piccolo ciclo, per non fare sempre la stessa cosa, ma avevamo solo cinquanta pupi: tre soldatini bianchi e tre neri, i pagani, i cristiani, i giganti, le donne, i serpenti, i diavoli. Facemmo le battaglie. Questo piaceva di vedere, ai turisti, al pubblico”.
Spade contro spade, scudi dimezzati dai gran colpi, teste che cadono, azione e ritmo che si fanno danza, con le voci profondissime del puparo che paiono levarsi dall’Oltretomba, fino a trenta, quaranta personaggi per volta, e i trucchi ottocenteschi, lo zoccolo che percuote il palcoscenico, il laminato che se lo muovi si fa tuono e tempesta. Sturm und drang.
“Qui succede il dramma. Mio padre, per la prima volta, in sala, vede dei neri. Neri di pelle, autentici. Si gira verso suo cugino, Pinuzzu Arini, e gli dice: qua ci sfasciano i pupi se continuiamo a far vincere i bianchi. E io: facciamoli vincere tutti e due, o perdere. Di solito, i tre soldatini neri che avevamo con noi combattevano contro un cavaliere molto valoroso, e perdevano. Mio padre fece in modo che i neri combattessero singolarmente contro i soldatini bianchi. Prima toccò a quelli con le lance. Poi, a quelli con le spade. E all’ultimo duello, dopo due perdite per parte, il nero e il bianco che restavano si uccisero a vicenda, decapitandosi. E da allora, fu sempre così”.
Giacomo Cuticchio incontra l’altra parte del mondo reale, che aveva solo raccontato, e decide, con il figlio, che bianchi e neri possono solo morire insieme.
“Mio padre aveva la quinta elementare, e rispetto a mio nonno, analfabeta, era un maestro. In quel momento, avvenne un cambiamento storico. Nel teatrino, però”.
Mimmo ha storia e storie da vendere. Nasce nel ’48. Suona il pianino, e aiuta in palcoscenico, fra i legni antichi e i fili che li muovono, i ferri che li reggono e gli scenari che li ospitano, e il piede – impara Mimmo - dev’esser morbido, e forte all’occorrenza, calzando lo zoccolo che simulerà i colpi della durlindana sugli scudi e le armature o le cariche di cavalleria, battendo sull’impiantito come su un tamburo.
In primisi, per Mimmo, dopo i lavori di dozzina, è la voce dell’Angelo, voce bianca di cappella e di cielo azzurro, e per i bambini è quello il ruolo, in attesa di avanzare in terza quinta, come combattente, e poi – di impresa in impresa, di ardimento in ardimento - fino alla prima quinta, dove si tiene battaglia a fianco del Puparo, che è papà Giacomo, puparo girovago, o “camminante”, fra la città e i paesi di una Sicilia dove i teatrini dei pupi erano cento e duecento.
Oh, non è infanzia, quella di Mimmo, da due lire. Nato è nato fra le mura di castelli, il gigante, che seppure di cartapesta sempre castelli sono, coi merli e i ponti e i fossati; le sue storie d’infanzia sono d’amore e di cavalleria, i suoi amici sono i Paladini di Francia, e si chiamano Orlando e Rinaldo, e subito i cavalieri difensori del Santo Sepolcro lo misero in guardia da quel Gano traditore.
Nel ’67, il suo teatrino – suo, tutto suo, per la prima volta – è a Parigi, al Boulevard St. Michel, dopo una tournée voluta dall’ambasciatore d’Italia. “Una volta, una ragazza, una ragazza nera, me lo chiese: ma perché, bianchi contro neri, guerre e morti? Avevo solo 19 anni, e le parlai del teatro elisabettiano, di Marlowe: guarda che là s’ammazzano tutti, sono tragedie, e nessuno si chiede il perché. Ma queste cose un poco mi segnavano. Il fatto di Spoleto. E ora, questa ragazza di Parigi. Avrei potuto risponderle: io faccio il mio lavoro, quello di mio padre, vai da un professore e fattelo dire, il perché. Ma io avevo aperto la mia coscienza, e cercavo di capire la mia tradizione”.
Uno si ferma e fa un giro su se stesso. Si guarda alle spalle, a quelli che sono venuti prima, mille anni prima.
“In Sicilia si dice: chi afferra un turco è suo. Ma non si sa più il perché”.
I turchi erano i pirati.
“Fino al Settecento. Sbarcavano, violentavano, razziavano, e ripartivano. E così si diceva in Sicilia: chi afferra un turco è suo”.
I pupari hanno raccontato e messo in scena documenti storici.
“La Chanson de Roland serviva a raccogliere forze nuove per le Crociate”.
Nel 1970, a Roma, Mimmo fa scuola di dizione e di fonetica fin quando non si sfascia i cabbasisi, e allora torna a Palermo, dove l’attende Peppino Celano, il suo secondo Maestro di Opra, l’Opera, dei Pupi, e di cunto (e di cos’è il cunto si parla poco più avanti).
Tre anni di studio e di travagghiu, di lavoro, quelli di Mimmo con Peppino Celano, e cummattimenti all’ultimo sangue e vivi e morti e pupi che cadono senza testa e in cinque minuti risorgono per lo sbalordimento di granni e di nutrichi, di grandi e di lattanti assisi in platea, e finalmente, finalmente, il suo Teatrino nasce in via Bara all’Olivella, a pochi passi dal Teatro Massimo, tempio dell’Opera grande, la Lirica.
Il primo spettacolo, nel 1973, manco a dirlo, ché i debiti si pagano, e quelli di cuore a più salato prezzo, è “Angelica a Parigi”. Il teatrino si fa sole di mille pianetini, e intorno nascono il laboratorio del legno, quelli del ferro, della pittura, dei costumi; un Festival, “La Macchina dei Sogni”; e una scuola di pupari.
Mimmo inscena e incarna, legge dei vecchi cicli di Roland, e i poemi in versi di Boiardo, Ariosto e Tasso, ma anche i romanzi di Luigi Natoli, l’Alexandre Dumas siciliano, vissuto tra Otto e Novecento, e scrive - Tullio Frecciato, Cagliostro, Coriolano, La passione di Cristo (ma quale melgibson), L’infanzia di Orlando, Francesco e il Sultano – e più avanti incontra Shakespeare per il Macbeth, e Mozart per il Don Giovanni, e Melville per Moby Dick.
Mimmo però è un gigante, e sa scavalcare le montagne, che in un teatrino sono di cartapesta e di tessuto. Un giorno, quando i nutrichi, i lattanti, sono sulle panche e rapiti, alluccuti, perdono il mento e le bocche si spalancano alle mosche, decide di scavalcare montagne e quinte, e di presentarsi con un pupo sulla destra e di mescolare Living Theatre e Teatrino, con quella che chiama “manovra a vista”.
“Era la visione di mio padre, che riparava il Pupo e gli dava, al centro del palco, un accenno di vita. Era lui, per me, il gigante”.
Poi, Mimmo Cuticchio perde anche il Pupo, per restare con una camicia bianca a sbuffo e una spada di cartone. E qui, il gigante affronta il Cunto, la recitazione più antica, quella di un uomo solo alle prese con un intero poema. Il Cunto è ritmo, è metrica purissima – taratà, taratà, taratatà - e induce al sogno, alla trance.
“Il Cunto me lo tengo e me lo conservo caro. Anni fa, lo feci in televisione, su Rai Due. Mi chiamarono pure nelle discoteche. Mi spaventai e smisi, ma non l’ho mai abbandonato. Certo, non lo faccio più per le strade. Sarebbe una cosa fuori tempo. Ma mi capita di recitare, con la tecnica del cuntista, che risale alla Chanson de geste, l’Iliade nelle scuole. E tutti restano incantati. Un professore mi ha detto di essersi spiegato la cecità di Omero. Lei – mi ha detto – quando recita, tiene gli occhi chiusi, serrati”.
Eccolo, l’incantamento.

giovedì 17 gennaio 2008

CAROLA, IL TERREMOTO E IL GARIBALDI



A proposito di libri e di storia, di storie. Comprerò L'Infanzia è un terremoto, di Carola Susani. Racconta del Belice. Carola è uno dei miei ricordi di scuola. Del Garibaldi. Insieme ad Anna, Ciccio, Daniele, Davide, Fabio, Federica, Francesco, Gigi, Marcella, Marcello, Milena, Nando, Olivia, Sandro, Simone. E a tantissimi altri. Anche questa è una storia. Ora il mio Liceo sembra nuovissimo. Non lo era, un quarto di secolo fa. Ha anche le luci gialle, calde, monumentali. Allora, però, era caldissimo.

martedì 15 gennaio 2008

IL PAPA A PALERMO!


L'annullamento della visita di Papa Benedetto XVI all'Università di Roma è un fatto gravissimo. Se al Vaticano fosse proibito l'ingresso di un docente universitario dalle idee sgradite, apriti Cielo! E poiché occorre rimediare, ho una proposta. Il Rettore dell'Università di Palermo inviti il Professor Joseph Ratzinger, il Pontefice, nel nostro Ateneo. La nostra città prenda le distanze dall'intolleranza.

VIVA L'IMPERATORE

Nessuno poteva prevedere che a raccogliere l'eredità della Principessa Diana fosse un piccolo ungherese asceso al trono presidenziale francese (duecento anni dopo il "piccolo còrso"). E che le sue umanissime licenze tornassero a scatenare la famelicità dei giornali, facendo riesplodere quel noto conflitto tra il coito e il senso di colpa che sta alla base di numerosi editoriali moraleggianti sull'argomento. Io, che ero dalla parte di Diana allora, sto oggi dalla parte di Nicolàs.

I LIBRI, LA MEMORIA, I CRITICI

Leggo più di storia che d'altro, oramai.
I romanzi che amo di più, giacciono negli scaffali ordinati del già letto, e riletto, e raramente trovo, sui banchi delle librerie, umidi come di pesce, ai miei occhi, un esemplare che riesca davvero ad attrarmi: che sappia promettere, e non dico mantenere.
La spiegazione non può esser però nell'indisponibilità di buoni romanzi. Ce ne devono esser molti, per forza, che mi sfuggono.
Dev'esser maturata in me una scelta segreta, allora. E se provo a ragionarci su, forse intuisco di che si tratta.
Sono trascorsi quarant'anni dal terremoto del Belice. Era una Sicilia ancora molto antica, quella che fu spazzata via dai due sciami di scosse che distrussero Gibellina, Montevago, Poggioreale, Salaparuta (e che danneggiarono gravemente Calatafimi, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Menfi, Partanna, Salemi, Santa Margherita Belice, Santa Ninfa, Sciacca, Vita).
Io me li immagino i volti dei contadini e delle loro famiglie, sorpresi da quell'Apocalisse. Me li immagino intorno alla loro povera tavola imbandita. Quella domenica. Era il 14 gennaio del 1968. Erano i figli della rassegnazione, e i nipoti della sottomissione feudale. E vorrei raccontare quel che accadde. I fatti minuti di quelle ore. E così facendo, nuotare contro la corrente dei miei tempi. Nei quali, di frequente si legge di esistenze miserabili, espiantate dal corpo della Memoria, di questa nostra contemporaneità così acutamente predetta dal mio amatissimo Pier Paolo Pasolini.
Credo che ci sia un fondo di malinteso in tante polemiche sul ruolo della letteratura, e persino sul linguaggio di numerosi autori. Il disimpegno nel far memoria del passato è, a mio parere, il più grave, tra i disimpegni attuali, e il linguaggio che sa mostrare, che sa farsi evocazione, che sa restituire vita a corpi scheletriti, e alle polveri di un tessuto che una volta ricopriva un tavolo poverissimo, e alle macerie di una povera casa, offesa da un sussulto della terra, quello è il linguaggio che oggi può parlare alle nostre generazioni.

P.S. Torno a scrivere sul mio Blog dopo lunga necessitata assenza. Spero di farlo con maggior frequenza.

martedì 18 dicembre 2007

STORIA DI ISACCO A PALERMO


I giornali, ancora di recente, hanno detto che allo Steri, a Palermo, nascerà un “Museo dell’Inquisizione”. Io non sono d’accordo. Penso alla cacciata degli ebrei da Palermo, cinque secoli fa (così come in tutto il Regno di Spagna), e allo sterminio di quelli che vollero restare. Lo Steri conserva le poche tracce che restano di quella Catastrofe. Ed è una sorta di Nemesi: doveva cancellare, ed ora conserva. Credo che Palermo abbia un debito verso quei palermitani ebrei cacciati o torturati e costretti a rinnegare la loro fede o uccisi, e uccisi comunque, e che possa saldarlo, quel debito, facendo dello Steri una sorta di Yad Vashem. Un Museo delle vittime dell’Inquisizione. Delle vittime, e non dei carnefici. La mia proposta ha la forma di un racconto.

E’ rimasto nascosto per anni tra le preziosissime macerie accumulate dai dontotò che nel dopoguerra avevano preso possesso militare dei cortili dell’Osterio dei Chiaramonte. E’ riuscito a sfuggire miracolosamente alla vigilanza dei suoi ospiti, armati di roncole e doppiette, e a districarsi indenne tra le insidie puntute dei cerchi di rame strappati alle condutture elettriche del vecchio tribunale, le precarie torri di ruote dei vecchi camion militari, i labirinti sorti fra i cumuli di mattoni sbreccati e le tavole umidicce di panche e mobili e sedie di tortura.
A fargli compagnia, in quel girone, le carogne di un cavallo e di un cane marcescenti in un buttatoio e due metope di marmo bianchissimo inneggianti all’uomo nuovo, a braccio teso.
L’uomo che sta seduto innanzi a me sembra non avere un’età ben definita, e alla mia prima domanda - chi sei, tu? - oppone un silenzio di pietra, freddo come i suoi occhi di opale, scavati su di un viso denso di rughe desertiche, modellate dal vento.
Mi ha detto, incontrandomi, e tendendomi la sua mano freddissima, che ha il cuore gonfio di tristezza. In quei cortili e tra i palazzi che li delimitano, si trova un cimitero dimenticato, e lui, l’ultimo testimone della Catastrofe di Palermo, vuol raccontarmene la storia.
La sua storia.
Viveva nei pressi dell’antica Sinagoga, la più ricca del Ghetto, per via del contenuto del suo pozzo: la sua famiglia, che a Palermo, assai prima del Mille, era giunta al seguito di alcuni cavalieri arabi, aveva contribuito al tesoro della comunità, e lui stesso, da sarto, aveva donato, al Rabbi, le sue vesti; da mobiliere, aveva restaurato gli arredi; e da fabbro e da vetraio, aveva rimesso al loro posto le finestre distrutte dai primi accenni d’odio, dei cristiani.
Uomo di molteplici talenti, aveva custodito i rotoli di una sapienza oscura, che contemplava il prolungamento della vita, e la creazione di uomini dal fango, e di luci dal buio.
Mi state dicendo che non siete morto, gli chiedo? E lui, mi mostra il palmo delle sue mani, perfettamente lisce, come quelle di un bambino. Anche i miei piedi sono giovani, dice. Il resto, è secco, e aspetta di mutare in polvere.
Aveva, Isacco, questo è il suo nome, una moglie e sei figli, ed un giorno, aveva appena ordinato una gran festa per il bar mitzvah del suo maggiore, seppe da un cugino del Rabbi che in Sinagoga s’era discusso a lungo, tra gli anziani, dell’editto spagnolo, e che c’era da prepararsi ad una nuova fuga dall’Egitto, e che il Faraone, nelle fattezze della Regina di Castiglia, non voleva intender ragioni: gli ebrei dovevano lasciare subito il Regno, da un mare all’altro.
La voce aveva fatto rapidamente il giro di tutte le case, come l’acqua che scorre nei canali pulitissimi di un viridario e bagna uniformemente i frutti della terra, senza chiedersi di che forma siano e quale sia il loro sapore: tutti, poveri e ricchi, morigerati e peccatori, seppero allo stesso modo del loro destino. Vi fu chi si lasciò prendere dalla disperazione, e mise alla porta uno straccio di porpora, e chi, invece, si disse che erano da considerarsi tutte fandonie, e che a Palermo, gli ebrei erano da sempre ben visti, come i greci, e che se qualcosa di vero era da prendersi, in quel timore giunto sulle navi della Regina, tra i mozzi e i messaggeri, presto sarebbe sbiadito, al sole della Sicilia.
Ebbero ragione gli uni e gli altri. Sebbene molti anni dovessero ancora trascorrere, il nodo di forca infine si strinse al collo della comunità. E chi attese, guadagnò dall’incoscienza, e perse dalla ragione.
Tra la disperazione della cacciata imminente e l’euforia di un possibile ravvedimento, vi fu infatti chi mise all’incanto i propri averi, con discrezione, e ne ricavò una parte poco più che miserabile del loro valore. Per tutti gli altri, s’aprirono invece le porte dell’Inferno: vi fu chi perse le commesse, chi il diritto al pagamento, chi la licenza di svolgere le arti ed i mestieri. Chiusero le Yeshiva, e i pozzi furono scoperchiati, e depredati; le Sinagoghe ridotte a cave di pietra, e a porcilaie.
Furono rimosse le insegne, e demolite le abitazioni. L’anello del Ghetto si fece più stretto, e ancora più stretto. E più stretto.
La famiglia di Isacco subì l’onta dello smembramento, e la moglie, e i figli, furono caricati su due velieri, diretti la prima ad Oriente e i secondi in Africa, a trovar fortuna. Un giorno, dissero. Un giorno, si dissero, un giorno ci rivedremo.
Isacco provò a disfarsi del suo patrimonio. Ne ricavò insulti, e sputi. Tutto si fuse insieme, in un solo crogiuolo incandescente: l’odio, il disprezzo, la rivalsa. Negli occhi dei Gojim, dei Gentili, Isacco vide una luce che non aveva mai brillato così tanto, prima d’allora: la cupidigia. L’amore s’era interrato come l’acqua dei vecchi fiumi della città, e il mare, negli anni che seguirono, si ritirò fino a lasciarne secco il cuore. Arido come il deserto.
Isacco, senza più un chicco del metallo che per secoli la sua famiglia aveva custodito, cucito nelle vesti per il momento della fuga, che un giorno, di certo, dicevano gli anziani, sarebbe giunto, divenne un accattone, si confuse tra i rifiuti della città incancrenita. Per anni, tese la mano per raggranellare ciò che avrebbe potuto persuadere un marinaio a caricarlo in una stiva di una nave diretta ad Oriente o in Africa, dalla moglie, o dai figli. E ogni volta, il denaro, raccolto e custodito nelle sue vesti, si smarrì, fu rubato, o ceduto per un tozzo di pane.
Isacco fu riconosciuto da un buon amico, un Gojim, che lo persuase alla conversione, ed era una conversione al solo Dio del Cielo, per Isacco. Nel giro di qualche giorno, ripulito, e confortato di un giaciglio, e di vesti colorate, fu arrestato, tacciato di marranesimo e tradotto in una cella del primo carcere dell’Inquisizione.
Il racconto di Isacco si fa confuso, alle mie povere orecchie.
Non mi decidevo a morire, dice. Gli eretici, coloro che pensavano con la testa loro, venivano inceneriti. I famigli venivano scarcerati. I nobili trovavano un accordo.
I guardiani passavano. I giudici invecchiavano.
Il vecchio carcere fu chiuso e demolito.
Fu deciso che in catene giungessi, dice Isacco, insieme ai pochi conversos rimasti e ad alcune donne tacciate di stregoneria, e che solo avevano i torti di saper leggere, o far di conto, o di padroneggiare il latino ed il greco, al carcere nuovo dell’Osterio, e da qui, spiega, da quest’Inquisizione che dissero Santa non mi son più mosso. Fino ad oggi.
Scrissi le preghiere accettate nella loro lingua, ché mi salvassero la vita terrena, e nascosi le mie nelle loro empie figurazioni, ché mi salvassero la vita eterna. E per scrivere, e disegnare, usai tutte le mie miserie corporali, e le uova marce e il latte acido che le donne pagavano con le loro vergogne.
Ho visto morire tutti quanti, e il puzzo delle loro carni bruciate è giunto alle mie nari rivelandosi appieno, quasi che le polveri sospese pronunciassero gli addii, e dicessero, con i nomi, le ultime volontà dei condannati.
Il mio Atto di Fede venne dimenticato. Ripetendo i versetti della Sapienza, vidi invecchiare la corteccia del mio corpo, e fluire inspiegabilmente all’interno una linfa fresca come latte di capra.
Mi feci però incorporeo, e potevo manifestarmi ad alcuni, o solo alcuni potevano vedermi.
Durante un interrogatorio, mi scorsero due paia d’occhi, e il terrore se ne impadronì. Il Sommo Inquisitore venne ucciso, la sua testa percossa da un Frate, con violenza, contro la pietra: il sangue e le cervella dello spagnolo inumidirono il tufo e s’insinuarono nelle camere d’aria sino alle segrete, e lì giacciono ancora, tra le ossa delle streghe e dei conversos.
Il luogo che era stato dell’Inquisizione e dell’Ingiustizia divenne un Tribunale del Regno nuovo, e giunsero i carri senza cavalli, e assistetti a processi che mi ricordavano i miei, quasi che il tempo non fosse passato.
Ricordo un uomo anziano, che per un caso, giunse a scrutare tra le demolizioni, e aperse la bocca in uno sbadiglio di stupore, dinanzi ai miei graffiti. Ed altri ancora, molto più tardi. Un uomo che teneva il fuoco sulle labbra ed un altro che lampeggiava con uno strano attrezzo. Tutto fu poi chiuso, e furono padroni i dontotò.
Ora, delle donne, delle streghe che chiamano restauratrici, riportano le mie preghiere e i miei disegni al colore delle mie miserie corporali, e delle uova marce e del latte acido. E tanti, li osservano, come se ne capissero il significato.
Ora che la mia Palermo non conserva più alcun segno dei Giudei, è questo il solo luogo che ne custodisce la memoria. La memoria della loro Morte. La memoria della Catastrofe di Palermo.
Gli dico che altre Catastrofi ci sono state, e ben più sanguinose. Gli dico dei camini di Birkenau. Dell’assedio di Varsavia. Dei pogrom russi. Di Israele. Dell’undici settembre.
Gli dico della dimenticanza di Palermo per i suoi ebrei, che furono decine di migliaia. E della segreta architettura di Damiani Almeyda, di quell’Archivio ricostruito ai margini della Giudecca come una Sinagoga.
La mia Sinagoga?
Sì, Isacco, la vostra.
Gli dico che di quelle celle, che lui abitò e nelle quali non morì, e di quei graffiti, che segnarono il suo passaggio dal corporeo all’incorporeo, faranno un Museo, e gli dico cos’è un Museo. Sarà un Museo dell’Inquisizione, che tutti potranno visitare.
Degli uomini e delle donne.
Dei Gojim, dice.
Sì. Gentili. Ed ebrei.
Vorrei che fosse un Museo degli ebrei morti, dice. Un Museo dei Morti. Un Museo delle vittime dell’Inquisizione. Non dei carnefici.
Isacco va via. E per un attimo, nei suoi occhi, di vetro, si riflette il mio sguardo.

In quest'antica fotografia, il prospetto dell'antico palazzo Chiaramonte Steri: fino agli anni Sessanta, fino al massacro deciso dall'Università in forma di restauro (ne scrisse Sciascia, fra l'altro).

lunedì 10 dicembre 2007

LE NOTTI DI VALPURGA


Beppe Grillo scrive nel suo Blog della sua vergogna per il nostro Paese, con la prima della Scala affollata di quei leader politici che hanno preferito Wagner ad una notte nel Reparto Grandi Ustionati, in compagnia degli operai della ThyssenKrupp.
Così avrebbe fatto Sandro Pertini, scrive Grillo. Ed ha ragione ad indignarsi, il comico genovese. Non a stupirsi, però.
Richard Wagner m'incuriosisce. Fu la colonna sonora del Nazismo.
Le acciaierie della ThyssenKrupp non se la passarono male con Adolf Hitler, per il quale fusero cannoni, missili, sommergibili e carri armati. I famosi panzer, ricordate?
Poco tempo fa, abbiamo anche letto del Massacro di Rechnitz, in Ungheria. Nel Castello della famiglia Thyssen, che da quattro anni era stato requisito dalle SS, alcuni ospiti di una serata molto speciale, il 24 marzo del 1945, furono invitati ad un singolare dopocena.
Gli ospiti - trenta o quaranta, informa Wikipedia - erano per lo più esponenti del Partito Nazista, della Gestapo e della Gioventù Hitleriana.
Una quindicina di loro fu condotta in un fienile poco distante dal Castello e invitata a sparare su duecento ebrei ungheresi, condotti lì per l'occasione. Molti prigionieri furono uccisi a bastonate.
Credo di poter immaginare la colonna sonora di quella Notte di Valpurga.
Sessantadue anni dopo, l'inferno di Torino. E la Prima della Scala. Con Wagner.

lunedì 3 dicembre 2007

IL PESO DELL'INNOCENZA


Mi hanno chiesto: perché mai Alfredo Caltabellotta, uno dei protagonisti de "I Diavoli di Melùsa", sente il bisogno di tornare in Sicilia e di affermare la totale estraneità di suo padre alla vicenda criminale nella quale, mezzo secolo prima, era stato ingiustamente coinvolto? Era un vecchio caso giudiziario, dimenticato. E lui, Alfredo, stava per morire. Perché, dunque, rimestare nel passato?
Con la colpevolezza, dico, facciamo i conti. E' l'innocenza il problema. E l'innocenza dei padri, si sa, ricade sempre sui figli.

sabato 1 dicembre 2007

IBLA BICOLORE


A Ibla c’è qualcosa da vedere subito, prima che scompaia.
E’ il colore nascosto e ritrovato della candida Chiesa di San Giorgio: il nero asfalto di capitelli, fasce e decori.
Quel colore durerà poco tempo. Poi, inevitabilmente, sparirà.
Così dicono gli esperti, che saprebbero come richiamarlo ancora in vita.
Ma non si può essere affatto sicuri che ci riproveranno, dopo la guerra di qualche mese fa.
Bisogna andare ad Ibla, per farsene una ragione.
Il Fascismo abbatté il Castello chiaramontano, e costruì una nuova strada fra Ragusa ed Herea (Hybla Hereia). Percorrerla è attraversare la storia: come se, in sospensione, restassero degli atomi, particelle infinitesime delle mura possenti, delle sale d’armi, degli alloggi dei Chiaramonte, dei Conti che vollero farsi Re e pagarono con la testa; gli successero i Cabrera, con una capra nel blasone, e Ragusa fu sottomessa alla vicina Modica per cinquecento anni.
La strada termina dinanzi alla cancellata del giardino Ibleo, in zona pedonale. Risaliamo per i vicoli, sfiorando il ristorante di Ciccio Sultano, gli emporii con le delizie iblee in vetrina: i formaggi, il miele, la cioccolata alla vaniglia e alla cannella (“come ad Alicante, in Spagna”, ricordava Leonardo Sciascia).
La strada sbuca in una sorta d’antipiazza. Orgogliosa, l’edicola espone “Sicilia Libertaria”, affissa alla vecchia persiana. A fianco, i finestroni del Circolo di Conversazione incorniciano alte librerie di noce bene incerate, e un paio d’ospiti, intenti alla lettura.
Sono le sei, e la sera è scaldata dalle luci gialle.
In piazza del Duomo, s’intravedono pochi turisti sotto la scalinata della Chiesa di San Giorgio, attratti per lo più dallo scenario dei film televisivi del Commissario Montalbano.
Come se Ibla fosse la piazza di Vigàta, e non invece il cuore di un luogo abitato da millenni, le pareti calcaree forate, le caverne mutate in case, poi in necropoli e ancora in case, le mangiatoie costruite con pietre graffite e scolpite.
La Chiesa spagnolesca disegnata da Rosario Gagliardi, la torre campanaria al centro, si erge di sbieco su questa piazza televisiva, e ad arrivarci dal basso, si allunga biancastra come la pietra che la compone. Un ologramma, al quale occorre avvicinarsi.
Alla fine dell’ultimo restauro, smantellate le impalcature, ripiegati i teli, gli Iblei non credevano ai loro occhi: al lucore del calcare, s’era aggiunta la notte della pietra pece.
In altri tempi, un banditore sarebbe andato di strada in strada: berretto, giummo e tamburo.
“Currìti, currìti!”.
Taratatàn.
“San Giorgio si fici bianca e nivura”.
Taratatàn.
Era il primo incantamento che da secoli si potesse ricordare su Ibla; o forse, un maleficio.
Fabio Granata, che è stato un eccellente assessore, prima ai Beni Culturali e poi al Turismo, ha protestato, per il restauro di una delle Chiese più importanti della Sicilia, nel Val di Noto, oramai patrimonio mondiale dell’Umanità (e del riconoscimento Unesco, buona parte del merito va proprio a Granata).
“Una delirante interpretazione dei materiali”, ha detto.
A Granata, ha risposto la Sovrintendente ai Beni Culturali, Enza Cilia: “sono trasecolata”, ha scritto, “ritengo incauti i suoi inopinati allarmismi”. Replica ton sur ton, barocco su barocco.
La vicenda è intricata. Il reato è quello di “delirante interpretazione dei materiali”. Un abuso architettonico, commesso in luogo di un intervento “puro”, neutro.
Questa purezza è un punto quasi invisibile, su una mappa antica, e malridotta. Servono storia e filosofia, per l’investigatore: dei testimoni, delle tracce.
Non sono solo in quest’arrampicata. Ho una guida, accanto. Quasi me ne dimenticavo.
“Di me non si parla”, sussurra, scorbutica.
La pietra che fonda la città è calcarea, e l’intera Ibla ne fu cava d’estrazione.
C’è un’altra presenza, sotto terra, a queste latitudini: il petrolio.
Quando il petrolio e il calcare s’incontrano, e l’olio fossile s’insinua tra i pori che innervano la pietra cotta in antichi vulcani, nasce una pietra nera, dotata di numerose qualità: elastica, resistente alle sollecitazioni, docilissima all’intaglio dello scalpellino, dello scultore. Il petrolio può ravvivarla anche a distanza di secoli.
E dunque, dove sta il problema?
Quando l’architettura discute, e non è che lo faccia spesso, s’attacca a questo genere di sciocchezze. Del resto, non si occupa.
Dipenderà dal fatto che tutto ciò avviene a Ragusa. Mi viene da pensare a Sciascia. E’ la seconda volta, questo pomeriggio
Sciascia lo frequentava volentieri, il ragusano.
Nel suo “La Contea di Modica”, scrisse che qui era da rilevare una presenza dell’invettiva e della satira più aperta e affilata che in altre parti della Sicilia, per un più avvertito gusto di libertà.
E aveva ragione. Se tutto ciò fosse accaduto altrove? Chi se ne sarebbe preoccupato, a Palermo?
Di questo, dunque, si può discutere solo a Ragusa. Per gusto di libertà.
Non è la prima volta che qui si polemizza sui restauri. Vittorio Sgarbi denunciò l’orrore della tettoia posta a protezione di quel che rimaneva della vecchia Chiesa di San Giorgio, il portale trecentesco. E qualche anno fa, per il francescano Convento di Gèsu (così: con l’accento sulla “e”), sconciato da un terremoto, si escluse il riuso dei materiali originari, ritenendosi più “puro” l’uso di mattoni di cotto. Su un manufatto di pietra calcarea. Il vero è falso, e il falso è vero.
Miracoli della dialettica.
Oggi, il sofista Gorgia da Leontini farebbe l’architetto.
Se Atene piange, Sparta non ride.
Vuole parlare di San Giovanni, di Ragusa nuova? In piazza Gramsci hanno tolto le palme centenarie e una pregevole piazzetta novecentesca per fare il parcheggio della Stazione. Indispensabile. Per Palermo, il treno ci mette sette ore: sono 250 chilometri. Per Catania, cinque ore: 100 chilometri. Dicono che alla fine dei lavori, ricostruiranno tutto com’era.
Torniamo alla Chiesa di San Giorgio, se non le dispiace. Stiamo un poco divagando. Chi era l’architetto, Rosario Gagliardi?
Un siracusano, un Genio, a giudicare dalle sue opere: perché di lui, della sua vita, ancora oggi, si sa poco o nulla (se si eccettua la devozione al Bernini e al Barocco romano). Ricevette l’incarico di rifare San Giorgio nel 1738. Nel 1693, gli iblei avevano contato i loro morti - cinquemila: quanti un secolo prima ne aveva fatti la peste – e avevano deciso di separarsi, consensualmente, tra Sangiorgiari e Sangiovannari. La nobiltà più recente si arrampicò su per il colle; la più antica rimase dov’era sempre stata. Gagliardi si guardò intorno, chiese agli artigiani. Scelse quella pietra più scura per ragioni estetiche o strutturali, chi lo sa, e forse, la utilizzò quando l’aria l’aveva già ingrigita.
Nessuna delirante interpretazione?
No, l’interpretazione c’è stata, e i restauratori potrebbero aver calcato la mano nell’imbibire la pietra di petrolio. Ma così facendo, avrebbero solo rinviato di qualche mese l’esatta coincidenza con il grigio originario.
Si può ipotizzare un lavoro di restauro “ideale”?
Che avrebbero dovuto fare, i restauratori? Individuare le esatte intenzioni di Gagliardi? O riproporre l’interpretazione che di quelle intenzioni diedero i mastri d’Officina? Senza contare che da allora, sono trascorsi quasi tre secoli: la storia avrà pure i suoi diritti, avendo modificato il lavoro altrui e impresso il “suo” colore.
E qui arriviamo a ben altri interrogativi.
Può considerarsi “puro” l’agire sulle lancette della Storia? Ridare la vita ai morti? Rimettere del petrolio in quei fori dai quali altro petrolio era evaporato secoli prima?
Come fosse l’anima, che per Democrito è fatta di atomi, e si respira.
Tra qualche mese, o tra qualche anno, dipenderà dalla mistura usata dai restauratori, il nero della pietra degraderà in grigio, e la bicromia immaginata da Gagliardi, sparirà agli occhi dei più; si manterrà una differenza quasi impercettibile, che sarà colta, come segno distintivo, pure da chi oggi s’imbizzarisce al solo parlarne.
Converrà che ad Ibla c’era un barocco bianco, e che ora è bicolore.
Il Barocco appartiene solo al Seicento, e niente di significativo, ad Ibla, è stato riedificato prima del 1739. Di “Barocco siciliano” parlò per primo Anthony Blunt, nel 1968. Gli architetti di Ibla avevano una visione manualistica del Barocco. Lavoravano su immagini. Ma il risultato è unico. Guardi con i suoi occhi. Ha mai visto niente del genere?
Restiamo in silenzio, davanti a San Giorgio. Sono le otto, e il freddo entra nelle ossa. Si torna a casa, a Ragusa nuova, a San Giovanni. In macchina, a sorpresa, il mio Cicerone, o Virgilio che sia, ossimoro vivente, accademico e saggio, difende la polemica di Granata.
Pure se non la condivido, non è del tutto infondata: potrebbe avere un’efficacia preventiva; evitare future manipolazioni; riaccendere i riflettori su Ibla. Gagliardi - con la sua Chiesa di San Giorgio, un capolavoro assoluto - non riuscì ad opporsi alla decadenza. E nel Novecento, le case popolari tornarono a svuotare i quartieri di Herea, uno per uno. Soltanto ora Ibla si sta ripopolando, e i prezzi delle vecchie case sono saliti a dismisura.
Mi volto verso di lui. Sul sedile accanto, però, non c’è nessuno. Soltanto libri, ritagli, appunti. Sintesi di mille conversazioni, ricordi, impressioni.
Nell’aria, dev’esser rimasto anche qualche atomo dei Cabrera. A metà del Quattrocento, abolirono di fatto il feudalismo, concedendo ai contadini il possesso delle terre, in enfiteusi. Senza aspettare l’Illuminismo, il Costituzionalismo e il 1812. Ciascuno sarebbe stato proprietario del suo: della sua terra, del suo denaro, della sua casa; sicché, il ragusano ebbe ed ha ancora una sua borghesia, ante litteram, un risparmio ordinato, una civile convivenza.
Nel 1808, l’abate Paolo Balsamo, di Termini Imerese, venne nel ragusano a dorso di mulo. Economista e uomo politico, studi in Inghilterra, Balsamo sapeva di numeri e di caratteri, e nelle sue accurate relazioni, ricorrevano i paragoni con lo Yorkshire e la campagna piemontese. A Ragusa, scriveva, “abbondano quelli che si chiamano capitalisti”, e “sono sparse le mezzane fortune”.
Ma il tempo, anche qui, sta cambiando ogni cosa.
Quegli atomi, dei Chiaramonte e dei Cabrera, sono tutto quel che resta dell’incantesimo che ha fatto di Ragusa un’isola nell’Isola (senza mafia, finora, e con una pasta umana di buona qualità). Incantesimo che si deve ai Siculi, ai primi abitatori dell’Isola, e che è sopravvissuto a romani, bizantini, arabi, svevi, angioini e spagnoli.
Né ossa né ruderi sono rimasti per queste strade.
I profumi, semmai.
Gli atomi di Democrito, l’anima del passato.

venerdì 30 novembre 2007

LA NUOVA ANTIMAFIA


Il 2007 sembra esser l'anno della svolta.
La maggior parte dei siciliani, recita un sondaggio, si dice convinta che la mafia sarà sconfitta, e i risultati concreti di questi ultimi anni, rendono concreta quest'ipotesi: i colpi inferti a Cosa Nostra, i no alla mafia pronunciati dagli imprenditori e dai lavoratori.
Ma in questo formidabile 2007 accade anche dell'altro.
Tra ieri e oggi, a Palermo, per iniziativa dell'Università cittadina e di altri atenei italiani, si è tenuta una due giorni sulle Mafie e gli strumenti penali di contrasto, in tutt'Europa.
Tra le tante cose delle quali si è parlato, una più di altre ha meritato titoli e spazio sui giornali: il gran numero di inchieste, oltre settemila, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, e la percentuale ridottissima di sentenze, intorno all'8 per cento. Si può ipotizzare che le condanne siano la metà. E non è di certo un bell'ipotizzare.
Ora, in tanti, hanno chiesto che questo reato - d'origine giurisprudenziale, e cioè "inventato" dalla Corte di Cassazione - sia finalmente tipizzato: trasformato in fattispecie, inquadrato con apposita norma esplicita dal Parlamento.
Forse questo è un primo segno tangibile di un processo culturale più ampio, che conduce a far dei due maggiori problemi della Giustizia Italiana, l'efficienza e le garanzie delle parti, le facce di una stessa medaglia.
Se più generale, la questione dovrebbe indicare la necessità di un disboscamento del Codice Penale e di una semplificazione del Codice di Procedura Penali: meno reati e un vaglio più stretto per quelle indagini che i pm chiedono di condurre a giudizio. E per quel vaglio, che in Italia è costituito dai Gip e non dai Gran Giurì, occorrerebbero forze e risorse.
Un processo culturale che accosti efficienza e garanzie, poi, sia detto per inciso, potrebbe spingersi fino ad una più netta divisione di compiti tra le forze di polizia.
Sarebbe opportuno che di questa nuova temperie, che forse sarebbe piaciuta a Leonardo Sciascia, si tenesse conto, nel dibattito sul Testo Unico Antimafia che presto sbarcherà in Parlamento, nella forma di una Legge delega al Governo.
Palermo lancia un segnale.
Nessun doppio binario è possibile. Non si può pensare a Tribunali Speciali Antimafia. Quel che è accaduto con il Terrorismo non è ripetibile. Ma la lentezza endemica della Giustizia Italiana, quando contamina i processi di mafia, determina conseguenze orribili. Per lo Stato e per i Cittadini.

mercoledì 7 novembre 2007

I ROLEX DEI BOSS


Leggo che i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo, padre e figlio, largheggiavano in generi di lusso: orologi rolex, scarpe di gran marca, cachemire e flanelle (acquistati negli empori della ricchezza cittadina, con i 40.000 euro al mese e le stock option del pizzo); che il figlio frequentava i pub della città, la movida palermitana; che i poliziotti, in quel covo di Giardinello, così chiassoso, poco elegante, hanno ritrovato una sorta di Decalogo del perfetto mafioso, stilato dall'erede di Provenzano alla guida di Cosa Nostra: un prontuario di virtù virili, immagino, dall'omertà all'obbedienza.
Mi pare di cogliere in questi fatti una contraddizione: per quegli uomini, i segni esteriori della ricchezza contavano qualcosa, e la funzione di quei segni (l'attrazione del consenso altrui) prevaleva sulle inviolabili regole della latitanza, sin da quella aurea: la dissimulazione, l'invisibilità.
Quanta differenza con Bernardo Provenzano, arrestato, con la sua cicoria e la sua ricotta, in un vecchio casolare del corleonese!
Forse, a decretar la fine della mafia - insieme alla rivolta sociale, e alla repressione di polizia - sarà la televisione, con la pubblicità: rolex, scarpe, cachemire e flanelle.

lunedì 5 novembre 2007

LA TESTA DI COSA NOSTRA


L'hanno preso. Che sia o no l'erede di Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo ora è in manette. E con lui, il figlio Sandro.
Fuori, adesso, resta Matteo Messina Denaro. Il boss di Castelvetrano preoccupa gli investigatori più del suo (ex) concorrente al trono di Capo dei Capi, perché ritenuto più violento.
La partita che si chiude oggi, decapita definitivamente la mafia palermitana: e in che modo, gli investigatori lo scopriranno analizzando il materiale ritrovato nel covo di Giardinello, dov'era in corso un summit.
Ma l'altra partita, quella che si apre oggi, riguarda, più generalmente, il futuro della lotta alla mafia in Sicilia.

sabato 3 novembre 2007

LA SCOMPARSA DI ASCIOLLA



E' morto, ad 85 anni, Enzo Asciolla. Fu un giornalista, uno tra i più talentuosi cronisti di nera e giudiziaria de La Sicilia di Catania.
Nel 1961, riuscì a mettersi sulle tracce di Paolo Gallo, e a ritrovarlo in vita.
La sua inchiesta passò alla storia come il Caso del Morto Vivo. E negli Usa, avrebbe certamente meritato il Pulitzer.
Questa è la storia.
Nel 1954, per il presunto omicidio di Paolo Gallo, era stato condannato il fratello di quest'ultimo, Salvatore Gallo. Mancava un cadavere, però: quello della vittima. Il pubblico ministero aveva richiesto l'ergastolo sulla base di un'indagine che si potrebbe eufemisticamente definire approssimativa, che aveva messo insieme pochi elementi indiziari: le accuse rivolte dalla moglie di Paolo Gallo all'indirizzo del cognato (indicato come violento) e una pozza di sangue rinvenuta dinanzi all'ovile del casolare in cui, assai poco pacificamente, convivevano le due famiglie.
Enzo Asciolla condusse la sua inchiesta insieme all'avvocato Salvatore Lazzara, succeduto a Piero Fillioley nella difesa di Salvatore Gallo, e dinanzi alla manifesta ostilità degli investigatori, e dei magistrati.
Poté contare sul sostegno del giornale e dei lettori, su quei due contadini che s'erano fatti incarcerare pur di far mettere a verbale che loro, Paolo Gallo, l'avevano visto vivo, e sulla confessione della moglie di Paolo Gallo: Mio marito è vivo, e si nasconde ad Ispica. Non torna perché ha paura del fratello (della confessione, Asciolla parlò ad Antonella Ferrera, della Rai, soltanto nel 2003).
La soffiata della moglie giunse tardivamente, sette anni dopo la condanna all'ergastolo di Salvatore Gallo. E Asciolla, che non s'era mai rassegnato alla sconfitta, vinse finalmente la sua battaglia. Ma dovette intervenire il Parlamento, a modificare il Codice di Procedura Penale: secondo i giudici, infatti, nonostante Paolo Gallo fosse indiscutibilmente vivo, non si poteva scarcerare il suo (ex) assassino: mancava la giusta fattispecie dell'articolo sulla revisione dei processi (tesi poi contestata dagli studiosi di Procedura Penale).
Fu il penultimo atto della tragedia del Morto Vivo. Pochi anni dopo, Salvatore Gallo morì per i postumi d'una malattia contratta in carcere.
Salvatore Lazzara è morto nell'estate del 2006. Ora, con Enzo Asciolla, scompare un altro testimone di una vicenda che riuscì ad indignare l'Italia, e che ho reinventato nei miei Diavoli di Melùsa.

Nelle foto, Salvatore Gallo (in divisa da carcerato), e Paolo Gallo, il Morto Vivo.

giovedì 1 novembre 2007

IN MORTE DI G.R.


Detesto i razzisti e i razzismi, le difese della razza ariana, le comparazioni genetiche, gli sproloqui dei Nobel, i vorrei dire e non dico dei bravi commentatori serali, gli arabofobi e gli antisemiti, i KKK e le nostre piccole Vandee. E più ancora, però, disprezzo gli ipocriti, e i nasconditori della polvere sotto i tappeti. Per questa ragione, chiedo loro: cosa ci racconterete, della morte della signora Giovanna Reggiani? E cosa racconterete, a suo marito, per consolarlo? Che bisogna portar pazienza? E che radere al suolo l'inferno di Tor di Quinto è una prepotenza?

mercoledì 31 ottobre 2007

IL NUOVO DI EDMONDO BERSELLI


E' il più bravo di tutti. Ed ora, torna in libreria, con un volume che so già mi piacerà quanto e forse più degli altri. Non ne so nulla, fatta salva un'anticipazione letta sull'Espresso.
Ne conosco il titolo - "Adulti con riserva. Com'era allegra l'Italia prima del '68" - e la casa editrice: Mondadori.
E lui?
Lui è Edmondo Berselli, che mi aveva già deliziato con "Il più mancino dei tiri" e "Venerati maestri" (ve li raccomando!).
Berselli è autore di scrittura colta e grassa, ebanista di legni stagionati e tirati a lucido, ragionatore reazionario per quel che po' che basta.
Mi viene in mente, descrivendolo, che ogni giudizio contiene i germi del pregiudizio altrui.
Bene.
Se non apprezzate quelle virtù rabelaisiennes, e siete affezionati a certe modulazioni asinine della lingua e del pensiero - soggetto, predicato e complemento; tesi, antitesi e sintesi; logica e caos - Berselli non fa per voi. Tenetevene alla larga.

martedì 30 ottobre 2007

DOPO I GIORNALISTI, GLI HACKERS


In un tempo non lontano, ai giornalisti si sostituiranno i nipotini degli hackers, e magari li chiameremo seekers, truth seekers, cercatori di verità.
Cresce il numero d'informazioni che i pochi possono contendere ai molti, e al tema della difesa della Privacy s'aggiunge quello dell'impossibilità di tutelare i diritti individuali, nel gran mare di Internet, solcato da pirati in doppiopetto.
Le prede son destinate a crescere, per via dell'abolizione della moneta, e della sua sostituzione con i pagamenti telematici; della progressione inarrestabile verso il voto elettronico (embrione della democrazia elettronica); dell'accumulazione di dati sensibili da parte di soggetti economici ed istituzionali.
Ai giornalisti - a quei lavoratori intellettuali che hanno fin qui provato, bene o male, a tutelare le libertà - succederanno i possessori dei saperi tecnici indispensabili alla conservazione delle libertà residue.

lunedì 29 ottobre 2007

LE STRAGI IMPERTINENTI


Il giornale che leggo con maggiore interesse ogni mattina, il Corriere della Sera, e che per questo potrei definire il mio giornale, ha titolato oggi sulle stragi di clandestini consumatesi dinanzi alle nostre coste.
La scelta del Direttore di dedicare il titolo principale del suo e nostro quotidiano ad un argomento così scomodo, e impertinente (nei confronti della mediocrità del dibattito politico e culturale italiano), è esattamente ciò che possiamo aspettarci da Paolo Mieli. Che le banche ce lo conservino a lungo.

LE VERITA' NASCOSTE


I libri non cambiano il mondo. Raccontano il cambiamento, però, e in certe occasioni, provano ad anticiparlo.
Il carattere visionario di certe letterature è dunque solo apparente, e il profetismo di certi autori è solo un'etichetta.
E' invece il frutto di un ragionamento, di un divertimento sui segni che anticipano, in ogni epoca, i cambiamenti.
Ne deriverebbe, se tutto ciò fosse vero, che non vi è, né può essere invocata, una supremazia del realismo sulle altre forme del narrare, e che il cosiddetto impegno è una forma volgare di quella più alta forma di narrazione che legge la realtà e ne riproduce una differente, per restituire - con la manipolazione - una verità che si è nascosta.

venerdì 26 ottobre 2007

I DIAVOLI: PRIMA TAPPA, SIRACUSA


Ho chiesto alla Rizzoli, la casa editrice del mio nuovo romanzo, I Diavoli di Melùsa, di collaborare con Legambiente e di aggiungere, alle ordinarie presentazioni del libro, alcuni eventi in quei luoghi d'Italia nei quali le devastazioni ambientali hanno provocato maggior sofferenza: degli incontri che, a partire dal romanzo, raccontino del Passaggio, di quel tempo in cui si scelse di rinunciare al Passato in nome di un Futuro indistinto.
Inizieremo domani pomeriggio, a Siracusa: luogo simbolo, al centro del Val di Noto.
Nella Sicilia Orientale, e per la precisione da Gela verso Oriente, sono tanti i luoghi da risanare: Augusta, Melilli, Priolo, la stessa Gela e tanti altri.
Un tempo, laddove ora sorgono gli stabilimenti petrolchimici, le raffinerie, c'erano le dune modulate dal vento, le spiagge assolate, i casali di pesca, le campagne coltivate a grano, le masserie.
Mi hanno raccontato che, per un soffio, per un alito miracoloso, la Sicilia non ha ceduto, alle compagnie multinazionali, anche le spiagge di Marzamemi e di San Vito Lo Capo. Era tutto pronto. Stabilimenti, strade e speculazioni. E poi, la solita trafila: inquinamento delle falde, sversamenti a mare, modificazioni del dna, aborti, tumori.
Ci saranno persone diverse, domani pomeriggio, nella Sala dedicata ad Archimede, al Palazzo Comunale - per ruolo, cultura, convinzioni - unite dalla consapevolezza che l'onore perduto della Sicilia si riacquista solo a partire dal risanamento ambientale.
Un popolo che perde l'aria che respira, la terra sulla quale cammina, i colori degli alberi e l'odore del mare, non sa più distinguere tra il bene e il male, ed è preda del Caos, della violenza.
Vale per la Sicilia, vale per il Pianeta.
Siracusa è la prima tappa di questo viaggio, che toccherà Piombino, Porto Marghera, Taranto. E altre città.

ALCAMO, I LIBRI E LE ETICHETTE


Ho partecipato qualche giorno fa al Festival di Letteratura Cieli Letterari di Alcamo, promosso dalla Pro Loco e culminato, domenica 21 ottobre, nel Primo premio letterario intitolato a Ciullo d'Alcamo (Cielo, si diceva nelle nostre scuole).
Il programma mi ha regalato una conversazione con Santo Piazzese, amato autore palermitano ed eccellente osservatore della nostra città.
Un anno fa, l'ideatore e organizzatore della Rassegna, Vito Lanzarone, che di mestiere fa il libraio, aveva promosso degli incontri letterari nelle scuole di Alcamo. E mi aveva della sua idea di far fare, a quella rete di relazioni messa su con fatica ed entusiasmo, per la sua città, un salto di qualità.
Mi pare che ci sia riuscito.
Lanzarone ha coinvolto tanti autori, più o meno famosi, e in tanti hanno assistito alle manifestazioni, lettori alcamesi e delle città vicine; da Palermo c'è chi ha deciso di far qualche chilometro in più del solito, la sera, per assistere agli incontri.
Ai corsi di scrittura, poi, si sono iscritti in 180.
Domenica, a conclusione della manifestazione, la proiezione del bel documentario di Floriano Franzetti (A proposito di Palermo: gli scrittori del mistero) e dell'intervista, in video, ad Andrea Camilleri, e ancora, la premiazione della casa editrice Sellerio (con la consegna del premio nelle mani di Antonio Sellerio).
Tra i tanti scrittori, vorrei ricordarne uno soltanto (oltre al Maestro empedoclino): Nino Vetri, che ha da poco pubblicato, proprio con Sellerio, il suo primo libro: Le ultime ore dei miei occhiali. Non è un romanzo, e non è un noir. E' fuori da queste ed altre categorie. Ed è molto bello, soprattutto.
Per Alcamo, è una chance in più, quest'attivismo culturale, che aveva già un punto di forza in Giuseppe Cutino, regista teatrale e direttore di Artisti per Alcamo. E' la conferma che in provincia, talvolta, si può far meglio che nelle città più grandi.
Potrei finire qua, se non dovessi dar conto di una notazione - in tempi di magra per il parastato, un'istituzione che sa d'archeologia come la Pro Loco suscita un Amarcord dell'Italietta alla Fabrizi e Billi & Riva - e di un piccolo appello: perché non la finiamo con l'etichetta dei noiristi palermitani? Sarà pure elegante, il nero, ma non puoi indossarlo ogni giorno, in ogni stagione. Franzetti ha usato la dizione scrittori del mistero. Mi pare azzeccata.

mercoledì 24 ottobre 2007

ANCORA SU EBREI E INQUISIZIONE


Sul Post dell'otto d'ottobre, ho scritto che "L'Università di Palermo ha promosso una bella iniziativa. Le Vie dei Tesori. Ma ha anche perso una buona occasione". (Quella di dar vita ad) "una testimonianza concreta e visibile" (dello sterminio del popolo ebraico che per secoli visse in Sicilia). "Una sorta di Yad Vashem. Anche qui, anche a Palermo. Il Museo dell'Inquisizione progettato dall'Università è un Museo dedicato alla memoria dei carnefici. Mi piacerebbe che, prima di quella, si pensasse alla memoria delle loro vittime".
Su queste ultime due frasi, e sulla perdita di "una buona occasione", ho ricevuto delle critiche, garbatissime ma ferme, da parte di una delle promotrici delle Vie dei Tesori (un'iniziativa che, peraltro, io ritengo complessivamente ben fatta e capace di suscitare altre buone iniziative).
Mi è stato detto: non hai (non ho, ndr) tenuto conto di una conferenza fatta sullo sterminio e sulla cacciata degli ebrei della Sicilia, degli studi che si stanno promuovendo sull'argomento e di un convegno che si terrà nel marzo prossimo.
Faccio dunque pubblica ammenda. Il 13 ottobre si è effettivamente tenuta una conferenza sul tema. Una dei due relatori ad un incontro battezzato "I segreti dell'Inquisizione", Maria Sofia Messana, si è soffermata sulla questione. Però. Io ho scritto quel Post 5 giorni prima dello svolgimento della conferenza. E nulla, nel programma delle manifestazioni, lasciava presagire che di quell'argomento la relatrice avrebbe trattato. Così come, nel programma, nulla si dice a proposito di: ebrei, giudei, israeliti, stirpe di Mosé, figli di David, marrani, conversi. Salvo un accenno, più generale, nel tema di un altro dibattito: "Sabato 20 ottobre - ore 19.00 - Cripta delle Repentite: Santi, pentiti, convertiti (Giuffrida, Montanari, Salerno, Torcivia)". I convertiti (ebrei ed altri). I conversos. Non avendo seguito tutti i dibattiti, non sapevo si fosse discusso dell'argomento. In metà di un incontro su 39. Ripeto. Faccio pubblica ammenda.
In più - sia sull'occasione perduta sia sul tema: Il Museo dell'Inquisizione o delle vittime dell'Inquisizione? - vorrei aggiungere. Si è sempre parlato, finora, a proposito della destinazione futura dell'edificio annesso al palazzo che fu della "Santa Inquisizione", lo Steri (e cioè delle "Carceri della Santa Inquisizione"), della volontà di dar vita ad un "Museo dell'Inquisizione". Con semplificazione giornalistica, certo. Mai smentita, però.
Proponevo che - con un "Museo delle vittime dell'Inquisizione", e con l'arbitraria esaltazione di una parte della più complessa storia dell'Inquisizione medesima: la vicenda ebraica - si raccontasse la vicenda di quella Comunità laddove resiste ancora qualche segno della sua presenza. Gli altri segni, a Palermo, sono stati doviziosamente cancellati: le case, le botteghe, le sinagoghe.
Preciso pure ciò che dovrebbe esser chiarissimo (il malinteso è sempre in agguato). Con la frase "Il Museo dell'Inquisizione progettato dall'Università è un Museo dedicato alla memoria dei carnefici" volevo dire solo quel che avevo scritto: un Museo "dell'Inquisizione" è dedicato all'Inquisizione, e dunque alla sua storia (orribile), ai suoi metodi di persuasione (diabolici), alla sua intenzionale volontà di sterminio. Non attribuivo pertanto a questa volontà di dedicarlo all'Inquisizione, alcun significato che non fosse quello sano e condivisibile d'indurre alla ripulsa morale i visitatori.
Il punto è: mi sembra uno spreco.
Avevo chiesto che si privilegiasse la memoria delle vittime non per un'oziosa disquisizione nominalistica (del genere politically correct), bensì per rimediare, sia pure con gravissimo ritardo, ad un'antica colpa della nostra Comunità (di Palermo e non della sola Università): la cancellazione della Catastrofe, della Shoah, che nella nostra terra colpì la Comunità ebraica: la ghettizzazione prima, e lo sterminio o la cacciata di chi restava, poi.
Nelle nostre scuole, di questo non si parla. Sappiamo degli arabi, dei normanni. E più indietro, dei fenici e dei romani. Più avanti, dei francesi e degli spagnoli. Qualcosa sappiamo a proposito dei bizantini. Ma degli ebrei? Delle città ebraiche fondate in Sicilia? Salemi non vi ricorda forse Shalom? E sappiamo forse della convivenza tra arabi ed ebrei? E del declino di quello spirito, che indusse a formidabili atti di violenza, e d'indifferenza?
L'occasione di ricordare è persa, se è persa, dall'intera Comunità di Palermo, ancora una volta. La mia proposta, però, testardamente, resta in piedi: un Museo delle vittime dell'Inquisizione, che racconti, attraverso ciò che è raffigurato dentro quel Palazzo, quel che avvenne fuori, tra le strade e i vicoli della città, a Palermo e a Trapani e altrove in Sicilia.
La nemesi è in questo. Nel luogo che servì a cancellare, sono rimaste le ultime tracce di ciò che si voleva rassegnare all'oblìo.

lunedì 22 ottobre 2007

IL CORAGGIO DELL'OCCIDENTE


Ci vuol coraggio, per provare a guardarsi intorno con una certa onestà intellettuale.
Il Presidente iraniano dice che Israele, "l'Entità", va cancellata.
Il rappresentante iraniano ai negoziati internazionali sull'atomica si licenzia (su richiesta che dall'alto arriva, immaginiamo), perché troppo moderato.
Gli esperti dell'Aiea sostengono che tra 5, 8 anni al massimo, l'Iran avrà la sua atomica.
Gli Stati Uniti non vogliono rimanere alla finestra, e studiano un attacco convenzionale dall'alto (bombardamenti), ultimo passo prima della guerra sul terreno.
E così, con l'aggiunta dell'Iran dilagherebbe quel conflitto che già oggi coinvolge Afghanistan, Iraq e Siria (forse pronta al gran passo, per via dell'entente con l'Iran svelata da Israele e del primo atto di guerra sul suo territorio: il bombardamento di siti nucleari proprio da parte di Israele).
Un allargamento che rischia di coinvolgere altri Paesi - dalla Turchia all'Egitto - e di destabilizzare ulteriormente paesi più piccoli ma non meno importanti, Arabia Saudita in testa.
Ci vuol coraggio a restar tranquilli, mentre si studia - a Washington, Mosca, Pechino, Teheran, Damasco, Ankara, Il Cairo - sullo svolgimento di una possibile Terza Guerra Mondiale.
Non son tra quelli che difendono i cattivi - Ahmadinejad, i Talebani, Osama e Al Qaeda - e se la prendono con l'Occidente e le sue colpe coloniali ed imperiali.
Ma, per la miseria, vorrei che fosse tutto un brutto sogno.
Non c'è un luogo in cui ragionar di queste cose: l'Onu è preda di interessi oscuri e trasversali, e non vi è diplomazia che tenga, dinanzi alla scommessa folle di alcuni, dico di Cina e Russia, innanzitutto, di far saltare il banco e prender tutto il piatto, costi quel che costi.
E così, nel bel mezzo di questo caos, la Russia annuncia il riarmo, la Cina sostiene il regime assassino della Birmania, ed entrambi impediscono ogni pressione sui fondamentalisti islamici che costituisca un'alternativa alla guerra.
Negli Stati Uniti, infine, è bene cominciare a dircelo, si son commessi errori, si son dette bugie, si son fatte immonde speculazioni.
La risposta? Sarebbe l'Europa, se fosse in grado di darsi un'autonoma politica estera (forse con nuove istituzioni comunitarie), e se fosse in grado d'intrecciare nuove e inedite alleanze, a partire dal continente africano e da quello asiatico; se fosse in grado d'indurre il nostro sistema occidentale, Europa e Americhe, ad un'effettiva apertura alla collaborazione sui temi autentici della cooperazione allo sviluppo sostenibile.
Non è populismo. E' buon senso.

sabato 20 ottobre 2007

SALVIAMO I BLOG


Nessuno può dire che un altro è un ladro o un assassino: a meno che quello non lo sia davvero, e che ciò non risulti da una sentenza passata in giudicato.
Nessuno può insultare il prossimo, denigrarlo, provocargli un danno esistenziale, o economico: a parole, su carta, su un Blog.
E dunque, che servano delle regole e delle responsabilità è fuori discussione.
Quel che davvero non va, nel disegno di legge del governo sulla registrazione dei Blog come testate giornalistiche, è la previsione di norme autorizzazioni procedure.
Il fatto è che il Blog si costruisce semplicemente: si progetta, si monta, si arricchisce quotidianamente.
In Italia come altrove, l'autore è solo dinanzi al suo computer.
E in Italia, far qualcosa in modo semplice è davvero un fatto eccezionale.
Se ci si dovesse scontrare con la Burocrazia, sarebbe la fine d'ogni entusiasmo.
Il Blog è l'ultimo spazio di libertà che ci è concesso: non dall'arroganza dei politici (che hanno tante armi per ridurre qualcuno al silenzio), bensì dall'inerzia del burocrate.

giovedì 18 ottobre 2007

SCRITTORI DEL MISTERO


Bisogna portarsi appresso i propri oggetti incompresi, ciò che per la strada abbiamo raccolto senza averne intuito il senso o l'utilità.
Così, l'estate scorsa, è capitato d'inciampare in una polemica sul tradimento degli scrittori "noir" palermitani: della loro città.
Molto di buono è giunto da quell'oggetto incompreso.
C'è un documentario, di Floriano Franzetti e Chiara Lo Cascio, che opportunamente è stato dedicato agli Scrittori del Mistero: palermitani, di nessuna scuola, e di nessun tradimento.
Dal quale, ricavo che vi è almeno un fraintendimento visibile, orbitante intorno a quell'oggetto incompreso.
Se si debba scrivere "per" qualcosa, o "di" qualcosa.
Doris Lessing afferma che nel dar vita ad un Manifesto Politico, si uccide il romanzo.

In Friendly Fire c'è il sito della società di produzione di Franzetti e Lo Cascio, La Tulipe Noire.

ABBIAMO BISOGNO DI EROI?


Ci sono delle frasi che per la loro apoditticità mi hanno sempre attratto.
Ho girato loro intorno, come un'ape sul favo.
Mi sono avvicinato loro, provando a scovare un appiglio logico, un barlume di contraddizione ed una luce che la risolvesse: giacché la perfezione del ragionamento è nel superamento della contraddizione, e non nella sua assenza (il resto è Fede).
"Felice la terra che non ha bisogno di eroi" è una di quelle frasi: Bertolt Brecht la introduce in un dialogo della sua "Vita di Galileo".
Suggestiva.
Oscura.
A me ha sempre fatto pensare ad una "Terra" grigia, priva di emozioni, di vittorie eroiche, per l'appunto, del Bene sul Male: mi pareva che dietro la sparizione di quel conflitto, incarnato da eroi ed anti eroi, si nascondesse la scomparsa dei principii che quegli antagonisti incarnavano.
Ci penso ogni qual volta m'imbatto nelle nostre paurose definizioni della Paura.
E mi dico: fortunati noi, per i nostri eroi.

lunedì 8 ottobre 2007

EBREI E INQUISIZIONE, A PALERMO



L'Università di Palermo ha promosso una bella iniziativa. Le Vie dei Tesori.
Ma ha anche perso una buona occasione.
Sono stati restituiti ai cittadini luoghi e testimonianze della loro storia. Tanti e accurati sono stati i restauri.
Nella corte del Palazzo Chiaramonte, dello Steri, sorge una costruzione che fino al secolo scorso allo Steri era collegata: in quel complesso, l'Inquisizione aveva avuto il suo tribunale e le sue prigioni.
Una scala, ed era quella di Cisneros (ne scrive Sciascia, nel suo Morte dell'Inquisitore), conduceva dall'aula delle udienze alle celle.
Le mura delle celle conservano ancora alcuni dei graffiti e dei disegni lasciati dai tanti prigionieri che le occuparono: i colori si devono all'urina, allo sperma, alle feci, al sangue, e a quel poco che i prigionieri potevano comprare dai loro aguzzini.
Ai ritrovamenti commentati da Giuseppe Pitré, se ne sono ora aggiunti degli altri.
Tanti dei prigionieri erano colpevoli della loro fede. Erano ebrei, o conversi (conversos); parte di quella ricca e dotta comunità che a Palermo fiorì insieme agli arabi, ai bizantini e ai nativi. E in Sicilia, v'erano città che contavano in decine di migliaia gli ebrei.
In quei segni, tracciati faticosamente sugli intonaci, c'è una parte di quella storia sanguinosa, che a Palermo è stata rimossa, e non solo con la demolizione della nostra Giudecca (dalle parti di via del Giardinaccio) e delle tante Sinagoghe (solo di una citazione, contenuta nel disegno architettonico dell'archivio storico, siamo debitori: a Damiani Almeyda).
L'editto del 1492 venne qui ritardato, nella sua concreta attuazione. Poi, anche a Palermo, si compì la cacciata degli ebrei.
Credo che si dovrebbe ricordare quella parte della nostra storia. Con una testimonianza concreta e visibile. Una sorta di Yad Vashem. Anche qui, anche a Palermo.
Il Museo dell'Inquisizione progettato dall'Università è un Museo dedicato alla memoria dei carnefici.
Mi piacerebbe che, prima di quella, si pensasse alla memoria delle loro vittime.

SCIASCIA, STENDHAL, NAVARRO


A proposito di Leonardo Sciascia, avevo scritto: "Tra la terra e il cielo, tra il Mistero e la Luce, Sciascia non ha mai scelto per davvero. E in questa contrapposizione, in questa dialettica, ha scritto del suo meglio.
Se proprio dobbiamo celebrar qualcosa, è il funerale del nostro rimpianto: di un intellettuale capace di tagliare ogni nodo, con una spada.
"A Sciascia, che scrisse di molte eresìe, siamo debitori, in fondo, di una sola grande lezione, che potremmo sintetizzare così, con parole nostre: Non c'è Ragione senza Memoria. Nella conoscenza di quel che è stato, e nella libertà, che un autore può concedersi, di plasmar la storia, è la comprensione del presente".

Ora, sono trascorsi pochi giorni, nell'introduzione di Natale Tedesco alle "Storielle siciliane" di Emanuele Navarro della Miraglia (pubblicate da Sellerio nella Collana "Biblioteca siciliana di Storia e Letteratura"), leggo un giudizio di Navarro su Stendhal (e Tedesco lo giudica adattissimo allo stesso Navarro): "Pretendeva di agire secondo i dettami della ragione, ma fu perennemente dominato dalla fantasia e fece ogni cosa per entusiasmo".

La frase s'attaglia a Sciascia come a Stendhal e a Navarro. E fra i tre c'è un filo robustissimo. Tutto si tiene, come sempre.

giovedì 4 ottobre 2007

I FUNERALI DEL NOSTRO RIMPIANTO


Pensavo che fosse oramai giunto il tempo di celebrare i funerali di Leonardo Sciascia: quelli del Mito, dopo quelli dell'uomo. E lo pensavo da lettore di Leonardo Sciascia. Il Contesto, per spiegarmi meglio, ritenevo fosse stato spogliato, con gli anni, di quel contesto culturale (e politico) che lo aveva reso assai provocatorio nei confronti dell'establishment comunista, e democristiano a ben pensarci (oggi diremmo Casta), e che pure l'aveva reso comprensibile, agli occhi dei lettori. E su quel filone, ritenevo fossero incastonati anche altri scritti: giornalistici, per lo più.
Pensavo che occorresse recuperare l'altro Sciascia, ancora vivissimo: quello, anzitutto, de Il Consiglio d'Egitto (e dell'arabica impostura dell'Abate Vella, che, se non fosse stata struccata dall'austriaco Hager, avrebbe forse comportato la fine anticipata del latifondismo nell'Isola); e quello delle Parrocchie di Regalpetra, di Nero su Nero, del Giorno della Civetta, delle Feste Popolari: lo scrittore terragno, legato alle tradizioni profonde della Sicilia, a danno del pamphlettista ipocritamente rimpianto (ad ogni cantone di giornale, fino a pochi anni fa).
Lo pensavo, e lo penso ancora. Tra l'imperfetto ed il presente, però, c'è un frammento, che impedisce a quel pensiero di girar bene come dovrebbe: il frammento di un diverso ragionamento, scacciato, per affetto, e rientrato a forza.
Tra la terra e il cielo, tra il Mistero e la Luce, Sciascia non ha mai scelto per davvero. E in questa contrapposizione, in questa dialettica, ha scritto del suo meglio.
Se proprio dobbiamo celebrar qualcosa, è il funerale del nostro rimpianto: di un intellettuale capace di tagliare ogni nodo, con una spada.
A Sciascia, che scrisse di molte eresìe, siamo debitori, in fondo, di una sola grande lezione, che potremmo sintetizzare così, con parole nostre: Non c'è Ragione senza Memoria. Nella conoscenza di quel che è stato, e nella libertà, che un autore può concedersi, di plasmar la storia, è la comprensione del presente.