martedì 24 giugno 2008

LE SOLITUDINI DI PAOLO E GIOVANNI

Nella navata sinistra di San Francesco d’Assisi, ad una certa ora del giorno, la luce prende corpo, e stende i suoi raggi fra il tetto e il pavimento spoglio.
Non c’è modo di restare all’ombra, se non rimanendo perfettamente immobili.
Alle mie spalle, il portale era spalancato sul sole di quella mattina di giugno di sedici anni fa.
Il sacerdote diceva qualcosa, a proposito di quei morti che anch’io ero venuto a ricordare. Parlava quasi sottovoce. In suffragio di cinque anime.
Le scale, il portale spalancato, la luce. Ero appena entrato, e con un passo, mi ero spostato a sinistra, infrangendo un muriciattolo d’ombra e passando per quel reticolo di luce e polveri in sospensione.
Le cose andavano così oramai da secoli, a San Francesco.
Ombre e luci, disegnate dalle abili mani di architetti di imperscrutabile sapienza, costituivano il solo arredo celeste di una Basilica scarnificata, di pietra appena squadrata; vennero dopo, gli stucchi e i marmi.
Feci un passo, dunque, e mi spostai a sinistra.
Il caldo di quel giugno stretto tra due mesi di sangue, tra il Maggio di Capaci e il Luglio di via Mariano d’Amelio, era temperato dal soffio di vento misericordioso che giungeva dal fondo.
Superai la prima colonna, e avanzai ancora.
Solo il viso affiorava oltre la coltre di buio che avevo scelto per ripararmi.
Lui, fu scosso da un tremito. Era seduto alla mia destra, da solo, su una panca di legno, forse regalata da una famiglia di fedeli, come usa da noi, in ricordo di qualcuno, o a futura memoria. Le braccia appoggiate sulle gambe, le mani giunte, la testa un po’ incassata tra le spalle.
Si volse lentamente, come per una presa d’atto.
Il suo sguardo si poggiò su di me, ed io lo riconobbi solo un attimo dopo averlo incrociato; in quel momento esatto, compresi che non poteva esservi paura, in quegli occhi.
Lo salutai, con un piccolo movimento del capo, e forse, con le labbra, con gli occhi, riuscii a dirgli che un poco del suo dolore era anche il mio.
Quella mattina, accompagnavo alcuni giornalisti stranieri, venuti a Palermo dopo il tritolo di Capaci: come si andava a Beirut, a Saigon, a Kabul.
Quando tutto fu finito, quando il sacerdote ebbe impartito la benedizione, quando era oramai troppo tardi per un’intervista, quando lui era già andato via, dissi loro che in Chiesa avevo intravisto Paolo Borsellino.
Il vento spazzava la città. Almeno credo. Ricordo dei giorni caldi, afosi, rabbiosi. Le sere, invece, pareva che il fresco del mare aperto ripulisse le strade impolverate.
Rividi quel volto irrigidito, quei gesti secchi e rassegnati, solo pochi giorni dopo. Alla Biblioteca comunale.
Quella sera, il dibattito non sarebbe stato il solito dibattito. Non sarebbe stato uguale a nessun altro.
Paolo Borsellino volle parlare ai palermitani che s’erano dati appuntamento nell’atrio di quel convento sconsacrato nonostante qualcosa, visibilmente, glielo impedisse. Era come se avesse deciso di ribellarsi ad un ordine imperioso, all’ingiunzione del silenzio che, da qualche parte, qualcuno gli aveva rivolto.
Disse della solitudine che aveva accompagnato gli ultimi anni di Giovanni Falcone, e i suoi.
Disse del tradimento.
Disse di un Giuda.
La voce, nel racconto interminabile di ciò che, fino in fondo, non poteva esser detto, si arrochiva del fumo delle sigarette che andavano e venivano; e s’incrinava, per il dolore acutissimo.
Ero sicuro che la sua voce, quella sera, qualsiasi cosa fosse scaturita dalle sue parole, non si sarebbe spenta. Non potevo muovermi da quel gradino sul quale avevo trovato posto. Non lo avrei fatto per nulla al mondo.
La sua voce non incontrava ostacoli.
A noi, invece, la voce mancava.
Paolo Borsellino diede la sua versione dei fatti; nel suo racconto - quello di un sopravvissuto al potere reale, alle sue insidie, ai suoi trucchi, alle sue ipocrisie - disse che una ragione c’era, perché Giovanni finisse a quel modo i suoi giorni: un movente per il suo assassinio.
Credo lo chiamasse Falcone.
Falcone, e cioè Giovanni, era riuscito a penetrare i segreti di Cosa Nostra, le sue relazioni con la finanza, l’intelligenza tra poteri legali e poteri criminali. Il solo compagno di quel viaggio, era lui stesso, Borsellino. E cioè, Paolo.
Parlò, Borsellino, per un tempo che mi apparve interminabile. Nel silenzio impaurito di tutti noi. Nel silenzio complice di Palermo. Nel silenzio ebete di tutto il Paese su quel che davvero si era consumato a Capaci.
Mentre parlava, di tanto in tanto, osservavo i volti di chi ascoltava; diversi, tra loro: attenti, commossi, impietriti, preoccupati, silenziosi, rabbiosi.
Volti coscienti.
Volti incoscienti.
Se tutti quanti pagassero un piccolo tributo alla verità, mi dicevo; se tutti quanti, questa sera, aggiungessero un segno concreto di condivisione, forse, potremmo difendere quest’uomo.
Potremmo salvarlo.
A Palermo, avevano sparato in tanti su Borsellino, e su Falcone.
Ricordo odi e invidie, dentro e fuori il Palazzo di Giustizia, che fu per questo ribattezzato “Palazzo dei Veleni”.
Ricordo che, per mesi, per anni, circolarono degli anonimi, stilati da un Corvo: rimasto misterioso nonostante inchieste e processi.
Palermo, come Beirut, Saigon, Kabul, doveva formicolare di agenti segreti, in quegli anni, e questa consuetudine, fra Stato e Antistato, dovette proseguire, per molti anni ancora; le loro parole d’ordine dovevano per forza esser depistaggio, diffamazione, dissimulazione.
Ricordo che a Falcone alcuni rimproverarono la scelta di lavorare al fianco di Claudio Martelli, al Ministero di Grazia e Giustizia; ricordo che lo accusarono di voler dar vita, con la Superprocura nazionale antimafia, ad una struttura d’asservimento della magistratura al potere esecutivo.
Una delle parole che più erano di moda, in quel momento, era “normalizzazione”. Con la Superprocura, che lui stesso avrebbe guidato, Falcone avrebbe dato il suo contributo alla “normalizzazione”.
Ricordo che, dopo la morte di Falcone, qualcuno candidò Borsellino a guidarla lui, la Superprocura. Ricordo che Borsellino reagì rabbiosamente a quell’imprudente candidatura.
Ricordo Leonardo Sciascia, e la sua recensione di un libro di Christopher Duggan, “La Mafia durante il Fascismo”, e penso che una gran parte del suo ragionamento era giusto, e una parte piccola ma decisiva non lo era; e Leonardo Sciascia, sia chiaro, è per me un Maestro di etica, ragionamento e stile, difficilmente eguagliabile.
Ricordo che era difficile, per me, capire tutto quanto, per bene; districarmi in quel purgatorio di si dice, in quel roveto di allusioni, in quel cespuglio in fiamme di verità più verità di altre.
Ricordo la mia laurea, a luglio.
Pensavo di festeggiare la fine dei miei studi, il 19 di luglio.
Quel pomeriggio, il telefono squillò minaccioso. Un amico mi disse d’aver sentito un’esplosione. Lui abitava in via Marchese di Roccaforte. E il rumore, assordante, inequivocabile, proveniva dalla Fiera del Mediterraneo, da quella direzione.
Presi subito a telefonare. All’agenzia Ansa, dall’altra parte della città, non sapevano nulla. Fecero delle telefonate.
Pensammo tutti, immediatamente, ad un attentato, meno di due mesi dopo Capaci. Pensammo ad un altro magistrato. Non sapevamo che da quelle parti viveva la madre di Paolo Borsellino.
Non ci volle molto. Pochi minuti. E sapemmo quel che era accaduto.
Andammo, tutti quanti, con i ragazzi del movimento antimafia, in via Mariano d’Amelio, a respirare un poco del fumo nero della morte. E la sera, tutti quanti, andammo in piazza Pretoria.
Quella sera, per tutti noi, non c’era più Stato; non c’era più autorità.
Scalammo il Palazzo delle Aquile, approfittando di una finestra lasciata aperta, e occupammo la sala delle Lapidi.
Non ci cacciò nessuno.
Passammo giorni e notti, in piazza.
L’Italia s’era fermata.
Destra e sinistra, allora, importavano pochissimo. Concetti astratti, a Palermo.
Ricordo i funerali. La rabbia.
Poi, anche quella protesta, finì. Ci furono altre morti, e le bombe di Firenze, Milano e Roma. Ci furono gli arresti. Cosa nostra decise di consegnare Totò Riina, e di immergersi, per qualche anno, nelle acque scure delle latitanze e delle trattative occulte.
Non ho mai festeggiato la mia laurea. Il cibo finì nella spazzatura, e il vino, andò a male.
Per Palermo, cominciò tutto così. O meglio, ricominciò.
Prima, c’erano stati gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta.
La cementificazione della Conca d’Oro, l’espansione mafiosa, la guerra dei clan, le prime indagini. I morti. La decapitazione dello Stato, l’incenerimento della società civile. Il pool. I poliziotti. Il maxi processo. I Vespri Siciliani, con le autoblindo, i soldati disarmati e i giubbotti di carta stagnola.
Quella lunghissima fase, si era chiusa con le autobomba esplose a Capaci e in via Mariano d’Amelio.
Ma si poteva non capire che quelle autobomba avrebbero aperto una fase nuova? Avrebbero potuto, almeno.
Ad ogni anniversario, mi ripassa tutto quanto per la mente, ripenso al fatto che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano rimasti soli, e che anche noi, tutti noi, li avevamo lasciati soli.
Non avevamo capito.
Non saprei dire il giorno esatto. Ricordo Paolo Borsellino ad una fiaccolata, una sera.
Sei anni dopo la sua morte, ho visitato la Terra Santa. I luoghi Santi, conosciuti attraverso le Letture. I luoghi dello studio, delle predicazioni, del martirio.
Era Natale. Tra israeliani e palestinesi covava una seconda drammatica Intifada. I militari distribuivano maschere antigas. Temendo una strage.
Vidi Betlemme, Nazareth. Gerusalemme. La città delle tre religioni, dei due popoli, del solo Dio.
Per giungere al Santo Sepolcro, occorre piegare la testa, e passare per una porticina, e discendere per una scala molto ripida, illuminata appena.
Sul tetto altissimo di Sant’Elena, nell’ombra profumata d’incenso, c’è un foro stellato, che si apre sul cielo.
Mi hanno raccontato, o forse ho letto, della cerimonia delle fiaccole, che si tiene nella Basilica, e del fuoco sacro che tutti si passano di mano in mano.
E ho compreso, il senso di quella fiaccola. Tutto quello che c’era da capire. Il ricordo del sacrificio, e il prender quel fuoco sulle proprie mani, tutti insieme. La memoria. E la promessa.

2 commenti:

Destino26 ha detto...

Grazie.

Anonimo ha detto...

quando leggo o risento parole come le tue su Giovanni e Paolo e le loro scorte, mi si accappona ancora la pelle. Sarò sempre vicino a gente forte e giusta come voi,vi voglio bene!!! Un Napoletano doc.