mercoledì 2 dicembre 2009

UOMINI IN VENDITA

Il punto è: come si cambia? Meglio: cosa si perde, e cosa si guadagna?
Da ragazzino pensavo: perché quei due litigano? Come mai non riescono a trovare un accordo?
Poi, più adulto: come mai uno muore per difendere un'idea? Cosa conta, un'idea, di fronte alla vita?
E infine, a metà del cammino tra allora ed oggi, tra l'entusiasmo perso e la chiarezza guadagnata, ho pensato: come ci si può vendere, a qualcuno, per qualcosa?
Ora che penso di avere le risposte a tutte quelle domande, rimpiango di non avere altre domande da lasciar senza risposte.

martedì 1 dicembre 2009

GLI EDITORIALI DEL TRUCIDO

Negli anni Settanta, si narra, all'interno di Potere Operaio si discuteva se la fellatio fosse di destra o di sinistra, e si racconta che un famoso conduttore televisivo passato per quelle file, avesse delle posizioni impopolari, al riguardo.
Ora, certe inchieste e certi editoriali, che potrebbero benissimo esser firmati da altri eroi degli anni Settanta - "Er Trucido", "Er Monnezza"-, raccontano delle abitudini private dei politici, delle loro frequentazioni.
Diventa notizia perfino il tentativo, da parte di un ricattatore, di vendere quello che forse non c'è, un video hard: tentativo che pure nell'atto mancato (il non esserci, per l'appunto), raggiunge parzialmente il suo obiettivo: il massacro dell'immagine pubblica di una persona (sul soldo, passim: magari il ricattatore avrà comunque il suo).
Segno, il lapsus, del sonno della ragione.
E' tempo di ricatti e ricattatori, il nostro. Forse funzionano delle autentiche centrali del ricatto trash. E il giornalismo, di frequente, rischia di fare da megafono. Non stiamo parlando dello scandalo Profumo. E noi, tutto siamo fuorché inglesi.

giovedì 19 novembre 2009

LA STRADA GIUSTA


Cerchi la strada, imbocchi il boulevard de Stendhal, infili una strada laterale, rue de Tolstoj, e alla fine, il posto che cercavi è lì, dove sapevi: in place de Hemingway.

martedì 17 novembre 2009

LE CERAMICHE DI GIACOMO ALESSI

Dal sito di Silvana Editoriale:

"Questo volume rappresenta un omaggio alla più alta manifestazione della lavorazione ceramica – che, nella forma di un artigianato d’eccezione, è capace di affermarsi come vera e propria espressione artistica – e a un suo grandissimo interprete: Giacomo Alessi.
Nato non a caso a Caltagirone, una delle capitali mondiali della terra cotta, Giacomo Alessi è un raro esempio di eccellenza e creatività, un artista della ceramica che ha saputo attingere a una tradizione millenaria e nello stesso tempo a innovarla, tracciando la strada per un futuro che si appalesa come ricco di promesse.
Alessi infatti ha rivisitato forme, stili, decori, simboli, persino concetti astratti, dando alle opere ceramiche calatine nuova linfa, nuova vita.
La figura di Alessi, come artista e come uomo, è raccontata nel volume attraverso sedici ritratti, tracciati da personalità appartenenti a vari mondi – intellettuali, giornalisti, stilisti, critici, studiosi, archeologi, scrittori, artisti, manager – che ben conoscono la sua produzione.
Ai testi si alternano le immagini delle più significative opere di Giacomo Alessi, alcune realizzate da grandi fotografi: in tutte – sono circa centocinquanta – il titolo è in dialetto siciliano, scelto dall’artista e sempre evocativo, pungente, ironico e persino geniale".


Presto online il mio racconto pubblicato sul catalogo.

WINE FOR LIFE

Dal sito di Studio 71.

"L'iniziativa è nata da un’idea di Giuseppe Zingales, patron dell’Hostaria Cycas di Castelbuono, che da tempo ha aperto il proprio spazio a mostre d’arte contemporanea. Il progetto è stata accolto con grande entusiasmo da Michele Di Donato e Marco Calcaterra dell’azienda vinicola Avide di Comiso, dall’Associazione Culturale Studio 71 di Palermo e da Filippo Lupo, anch'egli castelbuonese, presidente del Camilleri Fans Club. Tutti questi attori hanno messo in moto una “macchina” organizzativa che ha coinvolto pittori, poeti e scrittori.
Il progetto ha le sue basi nelle precedenti iniziative legate al vino ideate da Zingales. Suoi sono gli eventi: 30 artisti incontrano Bacco e Di-Vino artista (in quest’ultimo caso sono stati 35 gli artisti, tutti siciliani, che hanno creato per l’occasione delle etichette, i cui originali sono stati battuti a un’asta di beneficenza a New York).
L'idea è semplice, ma originale: "vestire" il vino con etichette che riproducono un'opera d'arte.
In Territori: Arte, Parole, Vino al dipinto si affianca un pensiero sul vino uscito dalla penna di uno scrittore, di un poeta.
Questi gli autori che hanno dato il loro contributo: Roberto Alajmo, Giacomo Cacciatore, Andrea Camilleri, Davide Camarrone, Giancarlo De Cataldo, Piergiorgio Di Cara, Marcello Fois, Valentina Gebbia, Aldo Gerbino, Carlo Lucarelli, Rita Piangerelli, Santo Piazzese.
E questi gli artisti che hanno realizzato le opere riprodotte nelle etichette: Antonella Affronti, Luciana Anelli, Aurelio Caruso, Orazio D’Emanuele, Pippo Giambanco, Gilda Gubiotti, Paolo Malfanti, Franco Nocera, Antonino G. Perricone, Salvatore Provino, Turi Sottile, Giusto Sucato.
La Avide realizzerà, con "tiratura" limitata, una serie di 12 etichette che vestiranno due fra i vini più prestigiosi dell'Azienda: il Cerasuolo di Vittoria “Barocco” e l’Insolia “Riflessi di sole”.
Ogni bottiglia sarà corredata da un catalogo in cui saranno riprodotte tutte le etichette.
Un ringraziamento va a tutti coloro che, a diverso titolo, hanno contribuito alla riuscita di questo evento: agli autori e agli artisti, per avere prodotto o messo a disposizione i versi, gli scritti e le opere riportate nelle etichette, alla casa editrice Sellerio per aver consentito l’uso di un brano estratto da un romanzo di Andrea Camilleri, al Museo Civico di Castelbuono per l'ospitalità data alla prima presentazione dell’iniziativa.
L'iniziativa è stata presentata in prima assoluta il 25 ottobre 2009 a Castelbuono, nella Sala del Principe del Castello comunale dei Ventimiglia, con la collaborazione del Museo Civico di Castelbuono.
Seguiranno altre presentazioni a Roma, Bologna e Ragusa.
Agli eventi parteciperanno alcuni degli autori che hanno aderito al progetto. Tramite la Avide, le bottiglie dell'intera collezione contribuiranno alle iniziative sociali legate al progetto Wine for Life".


http://www.avide.it/news_leggi.cfm?id=7352

lunedì 16 novembre 2009

LA GUERRA ALLA MAFIA

Hanno arrestato un boss di primo piano, Domenico Raccuglia.
Bene.
Serve un po' di ottimismo.
Ma a Napoli pagano i piccoli spacciatori 100 euro al giorno, e più o meno la stessa cosa accade a Palermo, e in molti altri luoghi, Milano inclusa.
Quando cominceremo ad occuparci di questo?
Quando ci riprenderemo Scampìa, i quartieri spagnoli, Brancaccio, lo Zen 2, Quarto Oggiaro?

giovedì 5 novembre 2009

PAGARE PER I MORTI

A Gela chiedono 1.500 euro per una tassa sulle sepolture vecchie di trent'anni: se non paghi, gettano il morto negli ossari o sottoterra.
Non è il modo che offende: politica e burocrazia amano la brutalità.
E' la perdita del sacro, del mistero, semmai, che lascia senza fiato.
E non varrebbe nemmeno la pena di sottolineare come, nella città dell'abusivismo dei vivi, si regolarizzino solo i morti.

giovedì 15 ottobre 2009

QUESTO E' UN UOMO


Il 29 ottobre in libreria, il mio romanzo, pubblicato da Sellerio.

domenica 11 ottobre 2009

IL NOBEL AL TALENTO FUTURO

Ma è possibile? Un Nobel a Obama nove mesi dopo l'elezione e senza aver ritirato un solo milite dal fronte orientale?
L'avrei votato, fossi stato americano, ed ora, me lo vedo insignito come una Noemi qualsiasi: con una medaglia al Talento Futuro!

lunedì 7 settembre 2009

IL GRANDE NEMICO DELLA CRISI E' IL FUTURO

A parte i licenziamenti, i fallimenti, il crollo della domanda e la riduzione dell'offerta.
A parte tutto.
La crisi ha indotto un'autentica mutazione antropologica.
La diffidenza è aumentata in modo insopportabile, e così l'illusione di poter fronteggiare l'incertezza che sovrintende alle nostre azioni, e così, s'inventano procedure e si escogitano trame impenetrabili per difendersi.
Il grande nemico - per le banche, le imprese, persino per la Cultura - è diventato il Futuro.
Il solo risultato, al momento, è di fare a pezzi il Presente, la voglia di fare.

sabato 5 settembre 2009

QUESTO E' UN UOMO

Ad ottobre, sarà in libreria il mio "Questo è un uomo". Il racconto apparso nell'antologia "Il sogno e l'approdo" è diventato un romanzo, pubblicato sempre da Sellerio.

lunedì 24 agosto 2009

DE MORTUIS

Dicevano i romani: De mortuis nihil nisi bonum. L'aver gettato infamia su Gianni Agnelli, per le probabilmente vere evasioni fiscali, è pur sempre un atto carognesco. Fino a non molti secoli fa, le Inquisizioni disotterravano le spoglie di chi non era stato vilipeso in vita, e le condannavano per colpe vere o più di frequente false. A questo si è giunti, moraleggiando da villani.

domenica 9 agosto 2009

IL RACCONTO E IL ROMANZO

Nella misura del racconto, c'è la sola perfezione possibile.
Il romanzo è un'architettura impossibile, e per questo, ogni bel romanzo è un miracolo.

mercoledì 29 luglio 2009

GIORNALISTA E SCRITTORE

Il giornalista racconta di quel poco che ha capito. Lo scrittore di quel molto che gli è incomprensibile.
Il giornalista ha il dovere di esporsi, di raccontare dopo i suoi molti sforzi - e onesti, si presume - di ricostruzione della realtà, e la realtà, sovente, si presenta frammentata, ed equivoca. Ma di un solo fatto occupandosi, egli può dire ad altri ciò che presume sia accaduto.
Per uno scrittore, è la realtà intera che va ricostruita, e non un singolo frammento, e l'equivoco è la ragione stessa del racconto, e non il pericolo da schivare.
Io posso scrivere del mio tempo da giornalista e da scrittore, e in un caso e nell'altro, muterò non solo il contenuto ma, persino, ed è questo l'apparente paradosso, il mio punto di vista.
Il giornalista è circospetto, sa di aver dietro delle persone che dipendono dal suo giudizio immediato, e nella folla che circonda il fatto e i suoi protagonisti, esprime un'opinione.
Lo scrittore supera le frontiere, s'inoltra in territori ad egli stesso sconosciuti, non vuol mettere pietre miliari e soprattutto, non si guarda mai indietro.
Limitatamente ai giornalisti. Ci si occupa troppo della cosiddetta indefinibile libertà di stampa e troppo poco della conoscenza che occorre al giornalista per esercitare la suddetta libertà. Si chiede al giornalista, in altre parole, di maneggiare strumenti complessi su una realtà che potrebbe non conoscere. Libero è chi sa, anzitutto. E chi non sa è sempre e in ogni caso schiavo.

lunedì 27 luglio 2009

LA ROVINA DI ROMA

Consigli di lettura: "La rovina romana", di Carmine Fotia, pubblicato da Gaffi. Romanzo sulla storia possibile, tra qualche anno. Una città, Roma, travolta dalla paura, dalla xenofobia, sceglie d'esser governata dai Legionari, un gruppo politico d'estrema destra. Intrighi e violenze, del genere al quale la cronaca di questi anni ci ha abituato. La misura è quella romantica del pamphlet: romantica giacché l'autore vuol esprimere un'opinione con un libro, in un tempo in cui le opinioni degradano ad insulti televisivi, urla e slogan. Fotia coglie lo spirito del tempo, con questo libro, e annuncia, a mio parere, la necessità di un romanzo politico.

venerdì 24 luglio 2009

NIENTE EBRAICO ALL'UNIVERSITA' DI PALERMO

Quest'anno, la Facoltà di Lingua e Letterature straniere di Palermo non avrà un corso di Lingua e Cultura Ebraica.
La cosa è deplorevole in sé, ma lo è ancor di più per la Sicilia, che ospitò la più cospicua comunità ebraica d'Europa, fino al 1492, e che poi obbligò poi i suoi giudei a convertirsi, perseguitò i conversi e bruciò gli ostinati: allo Steri, fra l'altro, e cioè nell'attuale sede del Rettorato Universitario. E tralasciamo la considerazione che, oggi, Israele è una realtà economicamente e politicamente rilevante del nostro Mediterraneo.
Se fosse vero quel che riferisce Luciana Pepi - docente a titolo gratuito, con 50 esami sostenuti nel 2009 - e cioè che, avendo scoperto casualmente che la sua materia era stata cancellata, a sua precisa domanda, dagli uffici dell'Università le sarebbe stato risposto: "Ci dispiace, è stato un errore", dovremmo persuaderci che non di un intento preordinato si tratterebbe, bensì di approssimazione, incompetenza, sciatteria.
Niente di nuovo, sotto il sole.
Ma è pur sempre quell'Università che anni fa pensò di far delle vecchie prigioni dello Steri un Museo dell'Inquisizione e non delle sue vittime. Un grossolano errore di valutazione. Ad Auschwitz non hanno fatto un Museo delle SS, ma un sacrario dedicato alle loro vittime.
Non ci sarà, non può, non dev'esserci un motivo diverso dall'errore, per l'aver eliminato l'insegnamento della Lingua e della Cultura Ebraica.
Sono certo che il nuovo Rettore, Roberto Lagalla, che è persona onesta e competente, vorrà rimediare.

mercoledì 22 luglio 2009

A PROPOSITO DEL BIMBO DI ACIREALE UCCISO DA UN BRANCO DI CANI RANDAGI

Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano qui i bambini?
(...)
Qualche spiritoso potrebbe dirmi che quel bambino sarebbe comunque cresciuto e avrebbe peccato, ma, come vedete, egli non è cresciuto, è stato dilaniato dai cani all'età di otto anni. Oh, Alëša, non sto bestemmiando! Io capisco quale sconvolgimento universale avverrà quando ogni cosa in cielo e sotto terra si fonderà in un unico inno di lode e ogni creatura viva, o che ha vissuto, griderà: "Tu sei giusto, o Signore".
(...)
Finché c'è tempo, voglio correre ai ripari e quindi rifiuto decisamente l'armonia superiore.


(Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov trad. di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano)

venerdì 17 luglio 2009

IL PERDONO













"Se mi dicono perché l'hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, se consentono di arrivare a una verità vera, io li perdono. Devono avere il coraggio di dire che glielo ha fatto fare, perché l'hanno fatto. Devo dirmi con coraggio quello che sanno, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire. Di fronte al coraggio io mi inchino. Io perdono coloro che mi dicono la verità e allora avrò il massimo rispetto per loro, perché sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni, mi ha insegnato mio marito, si possono redimere”. Agnese Borsellino, a proposito degli assassini di suo marito, Paolo Borsellino, ucciso da Cosa Nostra e da altri poteri il 19 luglio del ’92 a Palermo.

giovedì 9 luglio 2009

HOMUNCULUS LECCACULUS

Homunculus Leccaculus - sm - Tipo umano non eretto, frutto di una involuzione della specie, dotato di lingua capace e morbida, privo della ghiandola dignitaria. Ama circondarsi di propri simili. Costruisce la propria tana sottoterra, e lontano da ogni superficie riflettente. Diffuso nei luoghi di lavoro.

mercoledì 8 luglio 2009

PICCOLO MANUALE DEL CLANDESTINO

Clandestini siamo noi, quando dimentichiamo chi siamo e chi siamo stati.

Clandestinità è vivere il mondo senza memoria.

Clandestino è un insulto, per mettere alla porta chi - con il suo viso, e il suo silenzio - ci ricorda che la povertà è il solo passaporto per il Paradiso.

mercoledì 24 giugno 2009

QUELLI CHE SE NE FREGANO

Ci sono di quelli che assistono ad un massacro e dicono: sì, vero, hanno ucciso degli innocenti, ma chi siamo noi per giudicare, e chi lo sa se quegli altri, con gli americani, gli inglesi, gli israeliani...
Ci sono di quelli che assistono al massacro dei giovani iraniani e semplicemente non gliene importa nulla. Farsi liberamente un'opinione su qualcosa, per loro, è più faticoso che ripetere un'idiozia.

lunedì 22 giugno 2009

UN IRAN DIVERSO

Una delle colpe gravi dell'Occidente consiste nell'aver concepito la Storia, e dunque la Civiltà, come una linea orizzontale, un riverbero della Fede in un mondo migliore di questo.
Questo strano miscuglio d'Illuminismo e Messianismo, ha impedito di guardare alle diversità profonde che contraddistinguono le civiltà diverse dalla nostra, e ha giusticato le pretese imperiali, il colonialismo, la divisione del mondo in aree d'influenza.
La Storia è opportuno che sia conoscenza, a mio modo di vedere, e non primato.
Sicché, risulta poco comprensibile, oggi, a mio parere, quel che accade in Iran.
A Teheran, è vero, si combatte una guerra, è in corso una rivolta.
Leggiamo che i ragazzi scendono in strada, che hanno costumi occidentali, da anni ascoltano la nostra musica, e le ragazze, sotto il velo e le tuniche, s'acconciano alla moda europea.
Ma delle scosse che attraversano il mondo religioso, e dei conversari che da giorni l'ex presidente Rafsanjani, un riformista, intrattiene con numerosi saggi e teologi musulmani, allo scopo d'interdire Khamenei e probabilmente Ahmadinejad, poco o nulla sappiamo.
Quel che m'interessa sapere è se vi sia, tra le due sole strade oggi indicate, la democrazia occidentale e la tirannia dei fanatici, una via diversa, per l'Iran, che sia originale, e magari per noi inaccettabile: espressione di una cultura diversa dalla nostra.
Ma di questo non siamo informati, né forse abbiamo voglia di discutere.

venerdì 19 giugno 2009

WEST WING

Il bello della tv on demand è che puoi inseguire un telefilm fino alla fine, fino all'ultima puntata.
La serie di West Wing, con Martin Sheen, ideata da Aaron Sorkin, è diventata per me una droga.
Ho imparato sulla politica più da questa serie che da tutto quel che ho fatto, in tutti questi anni, lavorando.
E che accada adesso, poi...

giovedì 4 giugno 2009

RICORDATE LA CAP ANAMUR?

La sentenza è stata rinviata a luglio, quando saranno trascorsi cinque anni dal caso.
Ai primi di luglio del 2004, una nave raccolse dei profughi, in mare, ed il suo nome era Cap Anamur.
Trentasette uomini: dicevano di esser sudanesi, originari di un paese che pratica la discriminazione religiosa e la violenza etnica.
Con una troupe della Rai, riuscii a salire a bordo della nave, quand'era ancora al largo delle coste italiane, a poche miglia di distanza da Porto Empedocle.
Nella stiva, attrezzata con letti e toilette da campo, la speranza di giovani vite sfuggite ad un destino di oppressione.
La Cap Anamur aveva cominciato a raccoglier profughi nei mari di tutto il mondo nel '79: i boat people che fuggivano dal Vietnam, su piccole e fragili imbarcazioni, come ancora oggi accade nel Canale di Sicilia.
Decine di migliaia le persone salvate, dai volontari, con i contributi di gente comune: in Africa, in Asia, in Europa, durante la guerra dei Balcani.
Cinque anni fa, dinanzi a Porto Empedocle, il comandante della nave, Stefan Schmidt, insieme al Direttore dell'associazione, Elias Bierdel, chiese di poter attraccare, e ci fu una lunga trattativa con il governo italiano, culminata nella richiesta di soccorso umanitario: richiesta inderogabile, per il diritto di navigazione.
E dunque, l'attracco, seguito in diretta dalle telecamere di mezzo mondo.
Poi, il rimpatrio dei fuggiaschi, e l'azione giudiziaria, contro i responsabili dell'organizzazione, accusati d'aver inscenato un evento mediatico per trarne un documentario: con la richiesta di 4 anni di carcere per Schmidt e Bierdel, 400 mila euro di multa e il sequestro della nave.

martedì 2 giugno 2009

REAGAN A PALERMO

Nessun conflitto di lavoro negli anni recenti finì più più drammaticamente della collisione tra Ronald Reagan e l'organizzazione dei controllori di volo professionali (negli Usa, ndr). Due giorni dopo la protesta illegale del 3 agosto dell'81, decisa per stipendi, benefits e condizioni di lavoro, un arrabbiato Presidente ordinò all'Amministrazione dell'Aviazione Federale di licenziare 11.345 scioperanti e di rimpiazzarli. Solo 500 di loro furono riassunti. Gli altri rimasero fuorigioco.

Così scriveva il Time, il 6 ottobre dell'86, a proposito di un tentativo di riorganizzazione del sindacato americano dei controllori di volo, decimato dal Presidente Reagan dopo uno sciopero illegale. Erano passati cinque anni da quello sciopero e dall'immediata reazione del capo del governo americano. Il sindacato prendeva in esame la possibilità di riorganizzarsi. Ne hanno discusso per 23 anni, ma non hanno mai più lasciato un passeggero a terra.
Chissà perché mi è tornato in mente quello sciopero, mentre cammino per le strade ricoperte d'immondizia, a causa di uno sciopero dei netturbini palermitani.

sabato 30 maggio 2009

L'IMMORALE SAGGEZZA DI ORSON WELLES


Pour mémoire.

"In Italia per 30 anni sotto i Borgia ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano 500 anni di pace e democrazia. E cosa hanno prodotto? L'orologio a cucù".

Orson Welles, ne "Il terzo uomo"

P.S. Dicono gli storici contemporanei che Lucrezia Borgia fosse una ragazzina assai per bene, e che non avesse mai intrattenuto rapporti illeciti con il padre, S.E. Rodrigo Borgia, meglio conosciuto come Papa Alessandro VI, e che le dicerie sul suo conto si dovessero all'odio insanabile di Francesco Guicciardini, convinto che tutto il male d'Italia fosse da addebitarsi alla famiglia Borgia (Davide Camarrone).

venerdì 29 maggio 2009

RIPARARE AI TORTI


Devi dar ragione a chi sembra aver torto, per riparare ai torti di chi ha sempre ragione.

giovedì 28 maggio 2009

NON OCCUPARSI DI POLITICA


Non occuparsi della politica di questo Paese sta diventando sempre più difficile.
Scavalcare certi torrenti melmosi, certe polemiche urticanti, schivare moralismi malpuntellati, evitare gli eroi della dimenticanza e dell'incoerenza, ignorare le dicerie su certi fatti che di sicuro devono essere avvenuti, rimanere asciutti dopo una pioggia di conferme da parte di chi sa e non dovrebbe sapere e se sapesse per mestiere dovrebbe mantenere un etico e giuridico e professionale riserbo, intendo. Ché di questo si tratta, e non di dibattito fra idee contrapposte, di analisi sul disastro presente e su quello futuro, imponente.
La lordura di questi anni copre magnificamente il cambiamento, e non occuparsi di politica è la sola condizione per osservarlo dal vero.
I riflettori scacciano le lucciole.

mercoledì 27 maggio 2009

SU MAURO ROSTAGNO

Nel mio personalissimo tout se tient di sciasciana memoria, dopo la svolta sull'omicidio di Mauro Rostagno - che fu voluto ed eseguito dalla mafia, dopo le inchieste antimafia del giornalista Rostagno: e per dimostrare quest'evidenza, ci son voluti vent'anni! - ho voluto per amor di contraddizione ricominciare a leggere del tempo in cui esplodevano le bombe, e Pinelli moriva, e di quel clima, in cui maturò il delitto Calabresi. Avevo già letto Deaglio, Cazzullo, Feltri, Boatti, e poi, di quegli anni, Segreto di Stato, inchieste e ricostruzioni giornalistiche. Sofri naturalmente, e Ginzburg, e tanto altro ancora. Ho ricominciato, da Sofri: "La Notte in cui Pinelli", pubblicato da Sellerio. E, da qui, rileggerò i libri di Rostagno, a cominciare da una sua autobiografia, del '78. Aveva 36 anni, ed è poco, normalmente, per un'autobiografia. Scriveva, da Trapani, al suo amico Renato Curcio: "Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania, ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno, mentre i fatti succedono. Sociologicamente si chiama "primato dell'esistenziale sul teorico": e già questo, a Trapani, è profondamente antimafioso. La vera rivoluzione è qui a Trapani".

domenica 17 maggio 2009

CINQUE DOMANDE

Poniamo che uno abbia un figlio segreto, e che, ad una certa età, senta il bisogno di stargli vicino, a suo modo.
Avremmo, noi, il dovere di occuparcene? Il diritto di urlare, ai quattro venti, che quell'uomo ha un figlio? Potremmo scavare nel passato di entrambi, e disseppellire gli indizi di quella paternità a lungo nascosta? Potremmo fare tutto questo, ad ogni costo?
E se quell'uomo fosse, come si dice, un uomo pubblico, avremmo per questo il diritto di far ciò che ci è negato dinanzi a chiunque altro?
Non è difficile rispondere a queste cinque domande.
La mia risposta è no.

sabato 16 maggio 2009

IL CONFORTO

Guardo e ascolto, e sono vuoto d'ogni cosa.
Se in quel vuoto mi perdo, cerco il conforto dell'errore.
La rottura dell'incanto è quasi insopportabile,
ma l'attendo come una salvezza.
Non sopravviverei alla perfezione.
La bellezza induce alla disperazione,
e solo la disperazione conduce alla bellezza.

martedì 12 maggio 2009

"SOTTO UN VELO DI SABBIA" ALLA FIERA DEL LIBRO

Quest'anno, il tema della Fiera Internazionale del Libro di Torino è "Io, gli altri". Lo straniero, il diverso da noi. L'altro riconosciuto e l'altro rinnegato, il clandestino. La sera dell'apertura, giovedì 14 maggio, alle 20, alla sala gialla, io e Giosuè Calaciura racconteremo dei nostri racconti - "Questo è un uomo" e "Il mare è piccolo ma Dio è grande" - che insieme ad altri formano l'antologia "Il Sogno e l'Approdo", pubblicata da Sellerio. E subito dopo, in quella sala, andrà in scena "Sotto un velo di sabbia", lo spettacolo che ne ha tratto Sandro Tranchina con Alessandro Haber e Caterina Deregibus. Il progetto è di Ivan Tagliavia, per "Scenario Mediterraneo".

lunedì 11 maggio 2009

I MATTI

Alla Stazione Centrale di Palermo, un matto, dicono sia un matto, ha assalito due anziani, marito e moglie. Li ha colpiti a martellate, sul capo, ferendoli gravemente.
Mi è tornato alla mente un altro episodio, simile a questo.
Anni fa, un matto aveva colpito dei passanti, sotto i portici di Via Ruggero Settimo. A martellate, anche quella volta. Prima di allora, la polizia aveva ricevuto delle segnalazioni, delle telefonate. C'è un matto, che s'aggira in Via Ruggero Settimo. Sembra pericoloso.
Non era servito a nulla.
Cos'avrebbero dovuto fare, i poliziotti?
I manicomi non ci sono più, e le case famiglia, da finanziarsi con fondi pubblici, sono poche, pochissime, rispetto alle necessità di una città grande come Palermo.
Anche oggi, l'assistenza psichiatrica pubblica è ai minimi termini. I privati suppliscono come possono, ed anche loro hanno sofferto i tagli decisi dal governo regionale.
E le famiglie dei matti, sulle quali resta tutto il peso del problema, vivono un grave disagio: per assistere il congiunto, per non essere isolati.
Nelle città è più difficile: nei piccoli paesi, il matto, il più diverso tra i diversi, non fa tanta paura.
Mi chiedo: quando accade un fatto del genere, quando un matto imbraccia un martello e ferisce un savio, di chi è la colpa?

sabato 9 maggio 2009

I MORTI BUONI

Ho imparato presto che c'erano morti buoni e meno buoni. Alle medie. A proposito di Peppino Impastato non ricordo nulla. Di Aldo Moro, ricordo invece i telegiornali in bianco e nero, ascoltati in silenzio, nelle stanze buie, come ad una veglia, e un disco flessibile, in allegato all'Espresso comperato da mio padre, con la voce di Mario Moretti che annunciava l'esecuzione di Moro. A scuola, dove entrambe le notizie - di Impastato e di Moro - erano state cancellate, tre settimane dopo ci dissero di alzarci e di pregare, ché un uomo buono era morto. Io pensai che fosse Moro, e mi parve ingiustificabile pregare così tanti giorni dopo i funerali. Mi sbagliavo. Il professore, un sacerdote, ci spiegò affranto che era morto Giuseppe di Cristina, di Riesi. Anni dopo, scoprii che l'uomo ammazzato a Palermo, in via Leonardo Da Vinci, era stato un boss potentissimo, un patriarca. Ci volle molto tempo perché si sapesse che per paura d'essere ammazzato, Di Cristina era diventato un collaboratore di giustizia. Cominciava la guerra di mafia.

giovedì 7 maggio 2009

VOGLIA


La voglia è una soglia oltre la quale
cade la foglia
che copriva la noglia.

IL SECCHIO E IL MARE

E' la storia di quel secchio immobile sulla sabbia che guarda l'Oceano e pensa: potrei svuotarti, se solo lo volessi.
O di quell'altro secchio immobile sulla sabbia che guarda l'Oceano e pensa: tutto merito mio.
C'è anche la storia di quel secchio immobile sulla sabbia che guarda l'Oceano e pensa: coraggio, l'importante è restare a galla.
E la storia di quel secchio immobile sulla sabbia che guarda l'Oceano e pensa: dov'è finita la paletta?

Il carnevale della mosca - TOTI SCIALOJA (Roma 1914 - 1998)

Questa mosca si maschera da vespa
perché si sente mesta e un po' nerastra
quando era vispa vispa e zampettava
quando era azzurra azzurra e ruzzolava
si mascherava sempre da zanzara.

lunedì 4 maggio 2009

Legate il mio Valentino - EMILY DICKINSON (Amherst 1830 - 1886)

Destatevi nove muse, cantatemi una melodia divina,
dipanate il sacro nastro, e legate il mio Valentino!
Oh la Terra fu creata per amanti, damigelle, e spasimanti disperati,
per sospiri, e dolci sussurri, e unità fatte di due,
tutte le cose si vanno corteggiando, in terra, o mare, o aria,
Dio non ha fatto celibe nessuno eccetto te nel suo mondo così bello!
La sposa, e poi lo sposo, i due, e poi l'uno,
Adamo, ed Eva, sua consorte, la luna, e poi il sole;
la vita fornisce la norma, chi obbedisce sarà felice,
chi non serve il sovrano, sia appeso all'albero fatale.
Il superbo cerca l'umile, il grande cerca il piccolo,
nessuno non trova chi ha cercato, su questa terrestre sfera;
L'ape fa la corte al fiore, il fiore risponde al suo appello,
ed essi celebrano nozze gioiose, i cui invitati sono cento foglie;
il vento corteggia i rami, i rami si fanno conquistare,
e il padre affettuoso cerca la fanciulla per il figlio.
La tempesta si aggira sulla riva mormorando un dolente canto,
il frangente con occhio pensoso, volge lo sguardo alla luna,
i loro spiriti si fondono, si scambiano solenni giuramenti,
mai più canterà lui dolente, e lei scaccerà la sua tristezza.
Il verme corteggia il mortale, la morte reclama una sposa viva,
la notte al giorno è sposata, l'aurora al vespro;
la Terra è un'allegra damigella, e il Cielo un cavaliere tanto sincero,
e la Terra è alquanto civettuola, e a lui sembra vano implorare.
Ora l'applicazione pratica, al lettore dell'elenco,
per portarti sulla retta via, e mettere in riga la tua anima;
tu sei un assolo umano, un essere freddo, e solitario,
non avrai una dolce compagna, raccoglierai ciò che hai seminato.
Non hai mai ore silenti, e minuti sempre troppo lunghi,
e un sacco di tristi pensieri, e lamenti invece di canti?
C'è Sarah, ed Eliza, ed Emeline così bella,
e Harriet, e Susan, e quella con la chioma arricciata!
I tuoi occhi sono tristemente accecati, eppure puoi ancora vedere
sei vere, e avvenenti fanciulle sedute sull'albero;
accostati a quell'albero con prudenza, poi arrampicati ardito,
e cogli colei che ami di più, non curarti dello spazio, né del tempo!
Poi portala tra le fronde del bosco, e costruisci per lei un pergolato,
e dalle ciò che chiede, gioielli, o uccelli, o fiori;
e porta il piffero, e la tromba, e batti sul tamburo -
e da' il Buongiorno al mondo, e avviati alla gloria casalinga!

domenica 3 maggio 2009

CARO PALAZZO STERI (che mi ha chiesto d'essergli amico su FB...)

Caro Palazzo Steri, vorrei che l'Università di Palermo decidesse di darsi una sede diversa e, in un empito di generosità, facesse di te il Museo dell'Ebraismo siciliano: che tu, che sei stato prima il Palazzo dei superbi Chiaramonte e poi sede della terribilissima "Santa Inquisizione" - di quel Tribunale demoniaco che voleva cancellare ogni traccia dei Giudei e di ogni altra diversità - diventassi il luogo della Memoria, e monito per ciò stesso: di ciò che è stato e non dovrà essere mai più. Uno Yad Vashem dei 441 ebrei condannati al rogo, delle migliaia di innocenti che per anni languirono nelle tue segrete, dei 40.000 che furono costretti all'esilio o alla conversione. I poveri graffiti che ornano le mura delle antiche celle raccontano quella disperazione.

lunedì 20 aprile 2009

LA SHOAH CHE SI RIPETE

Qualcuno s'era risentito delle immagini di Auschwitz in "Sotto un velo di sabbia", diretto da Sandro Tranchina e tratto dal mio "Questo è un uomo" e da "Il mare è piccolo ma Dio è grande" di Giosuè Calaciura.
Cosa c'entra la Shoah con le tragedie dei clandestini, aveva protestato.
Stasera, su Radio Radicale, ho sentito il rappresentante dei giovani ebrei italiani che spiegava perché la sua organizzazione promuoveva con altri la giornata per il Darfur, "tragedia dimenticata": "Altrimenti non avremmo appreso nulla dai nostri nonni, che hanno conosciuto Auschwitz".

giovedì 2 aprile 2009

UN RAPPORTO LETTERARIO


Si videro nel solo bar del vecchio Borges. Jim beveva un whisky dietro l'altro, a Gogol. John si stava disintossicando, e si accontentò di un vinello Baricco. Nel buio, miagolò un Soriano.
Jim chiese del cibo. Il barman disse che era finito tutto. Restava del vitello freddo. Le Carré. Jim fece una smorfia che significava Ok.

- Mangeresti un Caproni con la Verga, senza nemmeno preoccuparti del Puzo - gli fece John, guardando avanti a sé.

Jim gli fu addosso con un Balzac felino, e lo Stendhal con un pugno.
Intervennero in tanti, per sciogliere quella matassa Spinoza, ma i due si rialzarono, e dopo una spolverata, pagarono e s'avviarono verso l'uscita. Salirono sulla stessa auto, dopo aver tirato giù la Capote.

- Hai esagerato, John.
- Lo Hammett.

Fuori Piovene, anche se niente Nievo.

- Pansa o Magris poco importa - fece John, porgendo un Fiore a Jim, e baciandolo.

martedì 31 marzo 2009

CLANDESTINI

Tre giorni fa,
nel Canale di Sicilia,
sono morti dei clandestini.

Cento, duecento...
Erano trecento, nel ’96.
Era Natale, a Portopalo.

Uomini senza passato:
salutano la famiglia,
con un biglietto per Lampedusa.

Se sopravvivono al deserto,
e ai campi di concentramento, in Libia,
affrontano il mare, di notte.

Tengono gli occhi bassi,
quando uno muore,
e cade nel buio.

I clandestini partono da città affamate,
villaggi sconvolti dalla guerra:
danno nomi falsi, all’arrivo.

Il peso della vergogna ti sfinisce,
se hai tenuto per te il dolore.
Capita anche a noi, di tanto in tanto.

lunedì 16 marzo 2009

FALLIMENTO DI UNA PRENOTAZIONE

- Quanto costa, per mezza pensione?
- Settanta per gli adulti: stanza, colazione e cena.
- E per i bambini?
- Dipende.
- Dal tempo?
- Se hanno meno di 8 anni, 20. Se meno di 12, 25.
- Straordinario. I 5 euro in più a che servono? Alla lunghezza supplementare del lenzuolo?
- E' la nostra politica.
- Ah, ecco. E in questa cifra è tutto incluso?
- Dipende.
- Dal segno zodiacale?
- No. Il pasto è a consumo?
- Vanno a tassametro? Con l'erogatore?
- No, se mangiano...
- I miei son di quelli che mangiano, praticamente ogni giorno.
- Non tutti...
- Nei giorni comandati o avete comitive di digiunatori?
- Verrebbe 20 in più.
- Tutto qui?
- Bevande escluse.
- Com'è che me l'aspettavo?
- E' la nostra politica.
- Politica? Ma avete un direttore o un ministro in albergo?
- Non so dirle...
- Scusi: il vostro è un 3 stelle in cima all'Etna. E non mi pare siate affollati. Sa che fate pagare il doppio di un 5 stelle a Kitzbuhel? I bambini non pagano, c'è la baby sitter e le piste fanno spavento...
- Se lo dice lei...
- Kitzbuhel, ha presente? La capitale dello sci...
- E' una sua opinione.
- E' la mia politica, esprimere un'opinione.
- Senta, se non le spiace, siccome molti ci danno il bidone...
- Ma non mi dica...
- Dovrebbe farci un bonifico con la metà in anticipo dell'intero soggiorno...
- Accludo una dichiarazione di insanità mentale?
- Prego?
- Dev'esser caduta la linea...
- Allora fa il bonifico?
- Preferirei una bonifica, ma mi sa che servirebbero un paio di generazioni...
- Prego?
- Verrebbe in Austria con noi? A Kitzbuhel? Pago io.
- Aspetto il bonifico, allora?
- Aspetti tranquillamente, signora. A risentirla.

martedì 3 marzo 2009

FILOSOFIA SICULA DELLA LENTEZZA

Certe nostre espressioni dialettali fanno luce su un codice, su una filosofia della lentezza oggi soggetta a deperimento.
Costruiamo un Vocabolario Filosofico Siciliano?
Prima voce: Abbuttarsi.
Si accettano definizioni non superiori a tre righe.

mercoledì 18 febbraio 2009

STUPRATORI DELLA LINGUA ITALIANA

Ci son di quelli che il congiuntivo è sempre ipotetico: ossia allo stato di ipotesi.
Quelli che pensano al congiuntivo troppo spesso, e diventano ciechi.
Quelli che la copula mai al di fuori del matrimonio...
Quelli che la condizionale si può solo una volta: poi finisci in galera.
Quelli che l'indicativo è troppo approssimativo...
Quelli che l'Infinito sanno solo la prima strofa.
Quelli che l'accento è tutto, se vieni dal Sud.
Quelli che la gran matica è troppo gran...
Quelli che l'attributo - se insisti con la gran matica - te lo fanno vedere.
Quelli che, se ancora non ti basta, ti fanno dare due punti...
Quelli che ridono di Totò - hai aperto la parente? - solo perché tutti gli altri ridono: ma che c'era da ridere?
Quelli che il vocabolario l'hanno rivenduto dopo il liceo. Praticamente nuovo.
Quelli che la dizzione ha tre zeta.
Quelli che l'ortografia è come il giardinaggio.
Quelli che ci vorrebbero i sottotitoli, quando parlano.
Quelli che si offendono, se provi a difenderla, la lingua italiana.

venerdì 13 febbraio 2009

SCUSA

Ti chiedo scusa, Beppino,
per i giudici della tua disperazione.
Osservavi la morte nel viso di tua figlia,
mentre loro, la coscienza in pace,
seminavano altrove le sentenze.
Pensavano che che quel tempo
vien solo per alcuni, e più mite per chi
usa molte lacrime per lavar le colpe.

lunedì 9 febbraio 2009

TROVATE LA DIFFERENZA


Caino condusse suo fratello Abele a fare una passeggiata e lo uccise. Adonai gli chiese: Caino, dov'è tuo fratello? E quegli rispose: sono forse io il guardiano di mio fratello?

I cristiani chiesero al Cardinale Williamson: perché mai hai negato il sacrificio degli ebrei nei Lager? E quegli rispose: portatemi nuove prove, e io ci crederò.

IL TESTAMENTO


Vorrebbero sapere
che farò della mia morte.

Sarebbe un testamento
dal valore inconsistente.

Quando sarà il momento
cosa potrà fermarmi?

Altri forse deciderà
ed altri s’opporranno.

Non so dire: è amore
che fermerà il mio cuore.

Forse solo silenzio
desidera chi muore.

domenica 1 febbraio 2009

IL SOGNO E L'APPRODO

Megastore Feltrinelli
Via Cavour
Palermo

Giovedì 26 febbraio 2009
18.30
Ingresso libero

Presentazione di "Il sogno e l'approdo". Un'antologia sull'immigrazione e la Sicilia. Maria Attanasio, Giosuè Calaciura, Davide Camarrone, Santo Piazzese, Gaetano Savatteri, Lilia Zaouali: sei scrittori per sei racconti sul tema dello straniero, dell'altro da sé (Sellerio editore).

Il sogno e l'approdo è una raccolta di racconti ambientati in epoche diverse sulle rive del Mediterraneo, mare che separa ma anche unisce “collezioni di regioni isolate che tuttavia si cercano costantemente le une con le altre, in un costante andirivieni, nonostante le giornate di cammino o di navigazione da cui sono separate”, ha scritto Fernand Braudel. Al centro, la Sicilia, l'isola che meglio vale a illuminare la storia mediterranea, da sempre luogo di crocevia etnico, approdo di culture diverse. Luogo strategico del mare nostrum e punto di attrazione irresistibile per viaggiatori di tutti i tempi e di tutti i paesi.

I racconti saranno alla base di tre spettacoli teatrali che andranno in scena, nell'ambito del progetto Scenario mediterraneo, dal 1 aprile al 16 maggio in sette teatri dell'entroterra siciliano (Biancavilla di Sicilia, Comiso, Caltagirone, Modica, Noto, Racalmuto e Villafrati).

Per maggiori informazioni:

info@scenariomediterraneo.it

domenica 18 gennaio 2009

I MILANESI NON SANNO DOVE ABITANO

I milanesi non sanno dove abitano.
Non lo sanno i passanti, non gli edicolanti, non i negozianti. Gli chiedi: per via Tal dei Tali?
Non so, dicono, anche se quella via è indiscutibilmente a due passi, e loro vivono e lavorano lì da otto generazioni almeno.
Accade tre volte su quattro.
Una volta, poi, la risposta è articolata.

- Ma lei è fuoristrada.
- Rispetto a dove?
- A via Tal dei Tali.
- In che senso?
- Sta da un'altra parte.
- Ecco, appunto: sto provando ad arrivarci.
- E come? Da qui...
- E sì, da qui.
- Guardi, non vorrei darle indicazioni sbagliate...
- Me ne dia una approssimativa.
- Non saprei.
- Mi hanno detto che dalla via Qualunque si può arrivare alla via Tal dei Tali.
- Ah sì?
- Sì. E dunque: sa dov'è la via Qualunque?
- Guardi: è di là.
- Lì a sinistra?
- Sì.
- La prima?
- BRAVO! - E qui, il volto della Sciùra s'illumina d'immenso, nel complimentarsi per la tua brillante deduzione.

La frequenza statistica di simili accadimenti è preoccupante, sicché - sotto l'ombrello, flipperando da un passante all'altro, in cerca di indicazioni per tornare a casa - ho elaborato una serie di spiegazioni:

1) Molti milanesi, in realtà, si perdono durante il giorno, nel tragitto fra casa e lavoro, e vengono recuperati da speciali squadre addestrate al ritrovamento; di molti, però, si smarrisce ogni traccia.

2) Molti milanesi hanno dei Tom Tom innestati con una capsula invisibile dietro le orecchie, e un fischio impercettibile li guida fino al traguardo, deviandoli a destra o a sinistra.

3) Molti milanesi detestano i meridionali, in special modo coloro i quali si permettono di importunarli per strada, sotto la pioggia, con una borsa in mano, e godono come cinghiali nel prenderli per le terga.

La verità sta in mezzo, di frequente.

giovedì 8 gennaio 2009

IN ARRIVO LA VERITA' SULLE STRAGI?

Le deposizioni di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, potrebbero far luce su una pagina oscura della recente storia d'Italia: il '92, le stragi, la trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato italiano. Su L'Espresso da domani in edicola, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, due bravi giornalisti, autori fra l'altro de 'L'Agenda rossa di Paolo Borsellino', parlano di queste deposizioni. L'articolo contiene fatti e nomi. In coda, ripubblico un mio vecchio Post: risale al 19 luglio 2007, quando non si aveva ancora notizia di queste deposizioni. Post che sottoscrivo ancora oggi, anche nella parte in cui mi dico pessimista sul raggiungimento della verità.

L'Espresso - Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
Dopo il «botto» sull'autostrada di Capaci, nei 56 giorni che separarono l'attentato a Giovanni Falcone da quello a Paolo Borsellino, l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino sarebbe venuto a sapere che pezzi dello Stato avevano intavolato una «trattativa» con Cosa nostra per far cessare il terrorismo mafioso, in cambio di alcune concessioni legislative: prima fra tutte la revisione del maxiprocesso. Sarebbe stato uno dei protagonisti di quel negoziato, Vito Ciancimino, a chiedere alcune «garanzie istituzionali», tra cui quella che Mancino fosse informato. E avrebbe ottenuto, attraverso canali tuttora al vaglio dei magistrati, che l'informazione giungesse al destinatario. È uno dei passaggi più delicati delle nuove rivelazioni fatte nei giorni scorsi ai pm di Palermo da Massimo Ciancimino, il figlio prediletto di Vito, l'ex sindaco mafioso del capoluogo siciliano che fu per decenni la longa manus del boss Bernardo Provenzano nel cuore della Dc. I nuovi verbali, trasmessi subito a Caltanissetta, sono già sul tavolo del procuratore Sergio Lari, che coordina l'ultimo fascicolo rimasto aperto sui mandanti esterni della strage di via D'Amelio e contengono rivelazioni che potrebbero imprimere una svolta alle indagini sull'eliminazione di Borsellino, la pagina più inquietante della sfida mafiosa sferrata contro le istituzioni all'inizio degli anni Novanta. Gli stessi verbali sono confluiti nella nuova indagine della procura di Palermo sui «sistemi criminali» in azione in Italia durante la stagione delle stragi. E non è escluso che Nicola Mancino, oggi vicepresidente del Csm, venga chiamato dalle due procure siciliane nelle prossime settimane per fornire la sua versione dei fatti. Massimo Ciancimino, l'unico dei quattro figli di don Vito a vivere con lui fino alla fine dei suoi giorni, è un personaggio assai controverso: condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio del tesoro accumulato dal padre in quarant'anni di attività politico-amministrativa, imprenditore di una miriade di società grandi e piccole, è noto a Palermo per le sue abitudini da bon vivant, tra auto di lusso, yacht miliardari e vacanze esclusive. Da qualche mese, il figlio dell'ex sindaco "collabora" con gli inquirenti e nelle ultime settimane ha ricostruito nei dettagli con i magistrati di Palermo le fasi cruciali del negoziato che gli uomini del Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, a cavallo tra le due stragi del '92, avviarono con don Vito per chiedere al boss Totò Riina di fermare l'attacco allo Stato. «Mio padre», ha detto Ciancimino, «era molto prudente, comprendeva tutti i rischi della situazione, e voleva essere sicuro che ci fosse una copertura istituzionale al negoziato. Voleva accertarsi che gli uomini del Ros avessero concretamente l'approvazione delle istituzioni». È questa una circostanza che Mori e De Donno hanno sempre negato, sostenendo di essere andati da Ciancimino in assoluta autonomia, spinti solo dalla necessità di stringere il cerchio attorno a Riina. Ma Ciancimino jr la racconta in un modo diverso, sostenendo davanti ai pm di Palermo di aver visto con i suoi occhi il famoso «papello», il foglio con le richieste che Cosa nostra presentò allo Stato in cambio di uno stop alla stagione delle stragi. «Il medico personale di Riina, Antonino Cinà», ha raccontato, «era il collegamento diretto. Tutte le volte che mio padre ha iniziato la trattativa, l'ho visto spesso a casa mia». Ma a portare il «papello», secondo il giovane imprenditore, sarebbe stata un'altra persona, un «signore distinto», che avrebbe consegnato materialmente la busta con le rivendicazioni di Cosa nostra. «Mio padre lo conosceva», ha aggiunto Massimo Ciancimino, «lo aveva incontrato varie volte a Roma. Non so perché la busta gli venne consegnata a Palermo». Quel «signore distinto» il figlio di don Vito non lo conosce, non sa chi sia. I pm di Palermo gli hanno sottoposto una serie di fotografie, ma l'esito degli accertamenti è ancora top secret. È a questo punto della trattativa che l'ex sindaco di Palermo, secondo il figlio, avrebbe chiesto una «garanzia» istituzionale per procedere nel negoziato con lo Stato. Chiedendo di informare il ministro Mancino degli incontri avviati tra Roma e Palermo con gli uomini del Ros. Secondo Ciancimino jr, quella richiesta sarebbe stata esaudita. Il padre avrebbe avuto la conferma che Mancino era stato informato. Dopo questa rivelazione, l'attenzione investigativa si è concentrata sull'incontro del 1° luglio 1992, il giorno in cui Paolo Borsellino venne convocato al Viminale durante la cerimonia di insediamento di Mancino, che subentrò a Vincenzo Scotti alla guida del ministero degli Interni. I pm hanno acquisito l'interrogatorio reso da Mancino ai magistrati di Caltanissetta nel '98: «Non ho precisa memoria di tale circostanza, anche se non posso escluderla», ha detto Mancino ai pm, «era il giorno del mio insediamento, mi vennero presentati numerosi funzionari e direttori generali. Non escludo che tra le persone che possono essermi state presentate ci fosse anche il dottor Borsellino. Con lui però non ho avuto alcuno specifico colloquio e perciò non posso ricordare in modo sicuro la circostanza». Un incontro che, invece, ricorda l'avvocato generale di Palermo Vittorio Aliquò che quel giorno accompagnò Borsellino sulla soglia della stanza del neo-ministro. Ricorda di averlo visto entrare, di averlo visto uscire poco dopo, e di essere entrato a sua volta, ma da solo. Perché questo incontro è importante per le indagini? Perché, ipotizzano i magistrati, se è vero che Mancino fu avvertito della trattativa in corso, anche Borsellino, erede di Falcone, in quel momento uomo-simbolo della lotta alla mafia in Italia, e candidato in pectore alla Superprocura, potrebbe esserne stato a sua volta informato quel giorno al Viminale. E se davvero Borsellino avesse saputo che lo Stato era sceso a patti con Cosa nostra, è la tesi investigativa, la sua posizione di netta contrapposizione o di presa di distanza potrebbe averne determinato la morte. È certo, sottolineano in procura, che ad un certo punto la trattativa si arenò, le richieste di Cosa nostra vennero giudicate inaccettabili, e Riina decise di provocare un nuovo «botto» per riavviare i contatti istituzionali. E le sentenze di due processi, quello per la strage di Firenze e il Borsellino-bis concluso a Caltanissetta, acquisite a Palermo agli atti della nuova inchiesta, hanno sostenuto che fu proprio la trattativa interrotta a provocare una ripresa della stagione delle stragi. «Dopo la morte di Borsellino, mio padre si sentiva in colpa», ha rivelato Massimo Ciancimino. «Mi confidò le sue riflessioni su tutta questa storia: disse che avviare la trattativa era già stata una prova di debolezza da parte dello Stato, ma che fermarla aveva avuto un effetto disastroso». Fin qui le rivelazioni del figlio di don Vito, che nei giorni scorsi a Palermo è rimasto vittima di un'intimidazione che lo ha costretto ad anticipare la partenza per la città del nord Italia dove vive attualmente con la famiglia. Chiarezza sugli incontri di quel primo luglio al Viminale hanno sempre reclamato i fratelli di Paolo Borsellino, Rita e Salvatore. «Chiedo soprattutto al senatore Nicola Mancino del quale ricordo, negli anni immediatamente successivi al '92, una sua lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo», ha scritto Salvatore Borsellino in una lettera aperta nel luglio del 2007, «lacrima che mi fece indignare al punto da alzarmi e abbandonare la sala, di sforzare la memoria per raccontarci di cosa si parlò nell'incontro con Paolo».
Latinera - 19 luglio 2007
La Solitudine di Borsellino
Oggi ricordiamo Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta.Borsellino sapeva che la sua sorte era segnata. Glielo diceva la logica, e glielo dicevano le informative dei Ros sul tritolo già consegnato ai suoi assassini, i tanti segnali colti in incontri ufficiali o riservati, e infine, l'assenza di concreti provvedimenti a sua tutela.Era consapevole d'esser rimasto solo, Paolo Borsellino: contro Cosa nostra e i suoi complici.In quel dibattito alla Biblioteca Comunale, promosso da Micromega (era forse il 27 giugno, tre settimane prima del suo appuntamento con la morte), pronunciò parole insolitamente dure, su quel che aveva preceduto e accompagnato la morte di Giovanni Falcone.Credo anch'io che le cause degli eventi che si scatenarono in quel terribile periodo, iniziato nel '92 con la morte di Salvo Lima e conclusosi nel '93 con gli attentati di Firenze, Milano e Roma, siano da addebitarsi ad un complesso ragionamento, che per consuetudine sociologica si potrebbe dire "politico".Furono assunte delle decisioni, probabilmente, in Sicilia e altrove (principalmente altrove). E queste decisioni, a cascata, ne determinarono delle altre.Non credo alle teorie dette del "Grande Vecchio". Mi pare probabile, piuttosto, che si sia giocata una sorta di partita a scacchi, con più attori, molti dei quali hanno fatto presto a metter da parte ogni scrupolo.Se lo hanno fatto, o erano stretti in una falange sin troppo compatta, o intravvedevano dei vantaggi, da quel cedimento.E poiché nessuno ammetterà d'aver partecipato a quella sfida, ritengo che difficilmente si giungerà alla verità.Alcuni tra i protagonisti, assolutamente insospettabili, potrebbero essere ancora in giro, a godersi i frutti di quella stagione, e a vegliare sul silenzio.

lunedì 5 gennaio 2009

FACEBOOK NON CANCELLA I FANS CLUB MAFIOSI

Forse, la questione dei fans club mafiosi su Facebook (e dei giochi di ruolo dedicati alla mafia) non è archiviabile come un incidente di percorso.
Forse un social network del genere non può funzionare con regole assolutamente svincolate dalle leggi: inneggiare ad un boss è un reato.
E lo sarebbe anche inneggiare ad Al Qaeda.
Così come sarebbe un reato, ancora più grave, veicolare dei messaggi diretti al compimento di uno o più atti di violenza.
La domanda è: si può assistere inerti a tutto questo? Si può prevenire il peggio? E come?

sabato 3 gennaio 2009

LA CRISI E NAPOLITANO

La crisi - secondo il nostro modo corrente di pensare - si ha quando il Pil diminuisce e s'innesca quel meccanismo che si chiama decrescita.
E' una categoria complessa, la decrescita. Un mondo intero.
Serge Latouche, docente di Scienze Economiche a Parigi, sostiene che l'uomo consuma più di quel che il pianeta è in grado di produrre. E che, presto, se il Pil torna ad aumentare, svuoteremo le sue viscere.
E' l'economia "estrattiva". Alla quale s'affianca l'economia "effusiva": che non è quella dei baci e delle carezze, bensì quella delle effusioni nell'atmosfera: Co2 e altre sostanze nocive.
Nel suo discorso di fine anno, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha detto che la crisi può essere un'occasione.
Sembra solo retorica. Ma non lo è.
C'è dell'altro.
Accanto all'economia della crescita perpetua, c'è l'economia delle speculazioni. I capitali delle industrie che producono merci e servizi sono gestiti da professionisti della vendita di azioni. Questo vuol dire che quei professionisti mantengono in vita le imprese solo finché le azioni che nominalmente si riferiscono a loro hanno un tasso di redditività sufficientemente alto: sennò, le mollano e passano ad un'altra impresa. Così, accade che un'impresa in ottime condizioni, muoia improvvisamente, senza spiegazioni.
Di speculazione in speculazione, è naturale che si finisca per immettere sul mercato azioni e obbligazioni sganciate da qualsiasi produzione reale. Siamo alla cosiddetta Bolla: basta solo aspettare il botto.
Il Presidente Napolitano ha pronunciato un'altra parola chiave: sobrietà. E qui si ha la certezza che la sua non è retorica.
La sobrietà è un concetto chiave della modernità. Come la decrescita. Della quale in fondo è un sinonimo.
La crisi, allora, è un'occasione se cambia il nostro modo di pensare, e si comincia a lavorare ad una produzione buona: che non ecceda le necessità reali, che non depredi le risorse naturali, che lasci di che vivere alle prossime generazioni.
La crisi, insomma, è un'occasione se diventiamo un po' meno consumisti, e se impariamo a fidarci meno di quei truffatori che in Borsa promettono guadagni eccezionali e rapidissimi. Cose simili ha ripetuto oggi in un'intervista Giorgio Ruffolo, che è un intellettuale, ma anche un parlamentare del Pd.
Il pensiero ecologista, però, supera ogni vecchia divisione fra destra e sinistra, e dice anche delle cose sgradevoli.
Non potrebbe essere altrimenti.
Il medico pietoso, si sa, fa la piaga puzzolente. E ammazza il paziente.

sabato 27 dicembre 2008

I MORTI DI ISRAELE E PALESTINA


I missili di Hamas, e poi le bombe d'Israele, e di nuovo i missili, e le bombe...
Spero che due matti un giorno dicano a Gaza e a Gerusalemme che la pace è possibile, e che i savi ammattiscano.

lunedì 1 dicembre 2008

FACCE DI LIBRO

Dicevano che i Blog avrebbero ucciso il giornalismo e invece Facebook ha ucciso i Blog e della cosa s'occupano allegramente i giornali. Quelli di carta.
P.S. Anche il mio Blog attraversa un periodo difficile.

mercoledì 5 novembre 2008

IL MONDO NUOVO DI OBAMA

E' sempre un privilegio assistere al compiersi della storia, sebbene attraverso la televisione. Il discorso di Obama, le lacrime di Jesse Jackson, la festa popolare, l'entusiasmo, l'uscita di scena di George W. Bush. La Casa bianca ospiterà un nero, meno di cinquant'anni dopo la fine della segregazione negli Usa, quarant'anni dopo l'assassinio di Martin Luther King, e pochi anni dopo il giuramento dei primi segretari (ministri) di colore, Colin Powell e Condoleeza Rice.
Ciò che ieri sembrava impossibile, o ancora improbabile, oggi è accaduto.
La storia accelera, ed ora si appresta a cambiare radicalmente il volto di un intero paese.
E' importante, la vittoria di Obama. Straordinariamente importante.
Ma ora che gli Stati Uniti si apprestano ad esser governati da un nero, ci accorgiamo che essi non sono più la guida economica del pianeta, che lo scettro economico è passato da Occidente ad Oriente.
Questo cambiamento, insomma, potrebbe esser giunto in ritardo.
Cina e India sono in grado di condizionare, di determinare, l'andamento borsistico, il prezzo del petrolio, del rame: delle azioni e delle materie prime. E se il vecchio sovrano s'illumina, il nuovo s'incarognisce.
Se domani gli Usa firmassero il Protocollo di Kyoto, la Cina avrebbe un motivo in più per non farlo.
Se l'altro ieri il problema era la Russia, e ieri il terrorismo, oggi è la competizione globale, e il conseguente impoverimento del pianeta.
Ieri, si comprimevano i diritti di alcuni.
Domani, in discussione saranno i diritti di tutti.
E possiamo occuparcene solo oggi.
E' questa l'agenda politica di Obama. E la nostra.
E' la storia, bellezza.

mercoledì 29 ottobre 2008

LA TERRA CHE VERRA'

Mi piacerebbe vedere una manifestazione per l'aria pulita, un corteo contro lo smog, l'apertura di un tg sullo sforamento dei limiti di emissione di CO2, un sit in dinanzi a Montecitorio e alla rappresentanza Onu in Italia per l'educazione alla natalità, nel nostro Occidente ed anche nei paesi poveri e in quelli in via di acceleratissimo sviluppo, una proposta di legge sull'educazione al riciclo delle materie prime sin dalle elementari, una polemica coltissima sull'opportunità di vendere le merci al dettaglio (eliminando il dannosissimo packaging) e una polemica becera con tanto d'insulti sul filtraggio delle ciminiere nei petrolchimici, un'azione di disobbedienza civile contro i metalli pesanti nei biscotti e nelle merendine e una class action contro il fumo, i grassi idrogenati e le raffinazioni alimentari, un simposio sulle vernici tossiche e un concerto in memoria delle vittime dell'amianto, un dibattito parlamentare infuocato sulla decrescita e le limitazioni allo sfruttamento delle risorse non rinnovabili.
Preferirei tutto questo ad altre manifestazioni, ad altre indignazioni.
Ma sono diventato scettico.
Mi chiedo: qual è l'agenda politica dei giovani leader di questo paese, a destra e a sinistra?, e perché sono così vecchi anche i giovani?
Avete mai visto un leader politico italiano impegnato nel semplice gesto d'andare in bicicletta, rinunciando all'auto blu?

Nella foto, il leader tory inglese David Cameron. In bicicletta.

lunedì 20 ottobre 2008

CONVERSAZIONE CON ROBERTO LAGALLA

A guardare le statistiche, vien da dire: “Zitti, Palermo studia”.
Sessantaquattromila iscritti all’Università: un palermitano su dieci; di questi, un quinto ha scelto Lettere e Filosofia. Tredicimila. Tanti da riempire uno stadio. E uno stadio, difatti, servirebbe: per le lezioni, i laboratori, gli esami. Di metafora in metafora, si potrebbe aggiungere che il transatlantico ha qualche suite e molte celle per i forzati alla ricerca, pochi ponti al sole per le classi più elevate e stive malmesse per chi viaggia in economia.
C’è un nuovo Capitano. Un Rettore eletto a primo scrutinio con milleseicento voti di ogni colore politico. Roberto Lagalla ha fondato il polo universitario di Agrigento ed è stato Assessore Regionale alla Sanità.
“Avverto la consapevolezza diffusa della necessità del cambiamento. L’università ha un ruolo fondamentale. Deve saper cogliere i fermenti della società civile. Confindustria è la punta avanzata di questa sensibilità. L’Università ha un obbligo etico di farsi motore del cambiamento. Occorrono convergenze sinergiche per raggiungere quest’obiettivo”.
Il primo indizio, il linguaggio, conduce ad un laboratorio politico. Le convergenze. Aldo Moro. Ciò per il leader della sinistra democristiana era parallelo, per Lagalla è sinergico. Tradizione e innovazione. La mediazione politica, la concertazione politica, e l’innesto del concetto contemporaneo di rete.
Mastica il sigaro, Roberto Lagalla, ed usa frasi lunghe, smussate; un periodare ben scandito.
Poi, c’è il contenuto. Il cambiamento.
Non è un momento qualsiasi, per la Sicilia.
C’è un imprenditore, il primo tra gli imprenditori dell’Isola, Ivanhoe Lo Bello, che dice a brutto muso ai suoi associati: se non denunciate gli estorsori, vi caccerò da Confindustria.
C’è un Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, che a capo dell’assessorato alla Sanità mette un pupillo di Borsellino e di Caselli, Massimo Russo, e intima ai suoi trentamila dipendenti di farsi trovare al loro posto, al lavoro, ché la pacchia è finita.
C’è un Rettore appena eletto, all’Università di Palermo, Roberto Lagalla, che annuncia un argine agli sprechi e investimenti per didattica, ricerca e relazioni internazionali.
Cosa unisce questi tre uomini? Niente, in apparenza: Lo Bello è di area democratica; Lombardo un autonomista; Lagalla vicino al centro destra. Un connotato culturale, forse. Sono dei moderati, detestano capipopolo e rivoluzioni. Ma nella semplicità dei loro obiettivi, forse, ci sono semi di cambiamento.
Lagalla ha 53 anni e 4 figli: 23 anni il primogenito, 6 l’ultimo nato. E’ entrato all’Università dopo il liceo classico, il Gonzaga, e non ne è più uscito. Si è laureato a Palermo e si è specializzato fra Palermo, Montpellier, Rotterdam e Trieste. Radiologo.
“Serve una proposta culturale”, dice. “L’Università dev’essere un assistente globale del cambiamento”.
E se, invece, fosse un consulente globale? La rivoluzione del sistema del Credito, nel bene e nel male, è iniziata quando le banche hanno smesso di farsi semplici custodi e ignave prestatrici di denaro, ed hanno cominciato ad occuparsi delle esigenze del cliente.
“Naturalmente. Esercitandosi sul terreno della legalità, innanzitutto. Contro la mafia e il racket. E poi, l’Università deve rinunciare all’autoreferenzialità del proprio ruolo. Occorrono dei cambiamenti: nei processi di spesa, nell’incremento della mobilità degli studenti, nella competitività, nell’internazionalismo”.
Dopo il tempo dei diritti, è arrivato il tempo dei doveri?
“Non sono d’accordo con il modello dei tre anni più due, e con il modo in cui il modello è stato interpretato ed applicato. Il quadro è sconfortante. Mi pare che l’Università sia vista anche come un parcheggio in attesa di un posto di lavoro, un contenitore di aspettative”.
Il dibattito italiano è stantio: l’Università dev’esser di massa o servire un’elite? Gli archeologi s’accalorano e gli iscritti lievitano, insieme a cattedre, corsi triennali, studenti fuoricorso e disoccupati intellettuali.
“Servono numeri programmati, selezioni per l’accesso e una diversa pianificazione, peraltro imposta dalla legge. Medicina, ad esempio, ha 275 iscritti al nuovo anno accademico. L’anno scorso erano ancora di meno. Tutti quanti perfettamente assorbibili dal mercato del lavoro.
Altre Facoltà hanno migliaia di iscritti. Con il record di Lettere e Filosofia. Anche qui occorrerà intervenire?
“Sì. Ma occorrerà anche migliorare l’offerta. Offrire standard accettabili di formazione: dovremo riuscirci nell’arco di un triennio. Ma servono risorse. Da anni, le finanziarie non fanno altro che ridurre i fondi. L’ultimo taglio è di 500 milioni di euro in tre anni. E non si fanno le nozze con i fichi secchi”.
La sensazione, in Sicilia, è quella della desertificazione culturale. Mentre i saperi universali evaporano, i saperi parziali spariscono, s’interrano, come certi fiumi, sotto il flusso travolgente della modernità, del sapere funzionale.
“L’Università ha diversi obiettivi, e in qualche caso, può limitarsi ad offrire una specializzazione ulteriore alle professioni normalmente svolte dai diplomati”.
Nel ragionamento di Lagalla ricorrono alcune costanti. Il far sistema, intanto. Il fare rete. L’Università deve dialogare con la scuola e scambiare esperienze con il sistema economico ed il territorio. La concertazione, poi: il cambiamento dev’esser condiviso all’interno, tra i diversi soggetti che animano l’Ateneo, e all’esterno, con gli interlocutori istituzionali.
“Lo scenario generale indica che il sistema si è rimesso in movimento. Dobbiamo potenziare la ricerca. Non possiamo essere un parcheggio. Una palestra, semmai, per testare la volontà dei giovani. Penso a dottorati interdisciplinari, con l’obbligo di trascorrere un anno all’estero. Mobilità pure dei professori: da altre Università, anche estere. Su questo, chi mi ha preceduto, il Rettore Giuseppe Silvestri, ha avviato un lavoro eccellente, recuperando un vecchio manufatto, in periferia, e destinandolo alla ricerca scientifica. Intendo proseguire su questa strada. Penso ad un Beaubourg scientifico della Sicilia Occidentale”.
Collaborando con l’impresa?
“Sì, per la ricerca applicata. Penso ad un’agenzia regionale per il trasferimento delle tecnologie, nella quale convergano le 4 università siciliane. Ma occorre ritagliare uno spazio importante anche per la ricerca di base. Non tutto può esser finalizzato all’applicazione immediata”.
L’Università non si limita a formare degli studenti: agisce nel territorio, con un proprio Policlinico. Vecchio, a dir poco. E ciò che fa vecchia la Sanità, in Italia, è anzitutto l’architettura: edifici fatiscenti, che allontanano, anziché avvicinare, settori che tra loro dovrebbero comunicare.
“Entro l’anno, conto di avviare la riqualificazione del Policlinico. Ma prima o poi, dovremo ragionare su un Policlinico nuovo di zecca”.
E il Parco d’Orleans? Palermo lo ha salvato dalla speculazione edilizia. C’è un villaggio sportivo. Che vuol farne, l’Università?
“Nel giro di un anno legheremo il villaggio sportivo al campus. Servono spazi per la cultura, poi: sale studio, ed altro ancora”.
Così, si svuoteranno le biblioteche. Peccato. E la sede del Rettorato? Palazzo Steri conserva dei graffiti straordinari, tracciati dai prigionieri che per anni abitarono le sue celle. Ho letto che vorrebbero farne il Museo dell’Inquisizione: come se ad Auschwitz avessero fatto il Museo delle SS e dei Sonderkommando. Non sarebbe meglio farne il Museo delle vittime dell’Inquisizione? Degli ebrei, anzitutto, che furono le prime vittime del primo grande sterminio di massa, perpetrato in nome della fede. In Sicilia, c’era un’enorme presenza ebraica, che fu letteralmente azzerata.
“Credo che l’intenzione fosse quella di ricordare l’orrore: le vittime, e non i carnefici”.
Il nome conta, però.
“Preferisco Museo delle vittime dell’Inquisizione”.
Cosa legge, Lagalla?
“I romanzi me li suggerisce mia moglie Paola. Leggo molto di storia: del Fascismo e della Chiesa, più che altro”.
Gli chiedo se abbia delle idee per il suo futuro politico. Risponde che in mente ha solo il suo impegno prossimo, da Rettore. “Vorrei far due mandati. E non superare, comunque, i cinque anni”.
Mi hanno insegnato che Moro ha lasciato ai morotei l’eredità dello sguardo lungo, replico: dieci anni, non di meno.
Scoppia in una risata, mentre gli s’illuminano gli occhi, e le spalle prendono a scuotersi: una movenza che mi riporta ad un uomo che non c’è più, padre Ennio Pintacuda.
“E’ stato uno dei miei maestri”.
I maestri, ecco. Chi è stato il più importante?
“Padre Antonino Gliozzo. Era il Rettore del Gonzaga, la scuola dei Padri Gesuiti. Proveniva dalla Segreteria di Stato Vaticana. Facevamo lunghe passeggiate”.
Mai stato Prefetto, al Gonzaga?
“Mai. Eppure, questa voce gira, a Palermo. Sono stato un arbitro, semmai. E finito il Liceo, insieme ad un amico di allora, Roberto Liotta, ho contribuito a fondare la Polisportiva Gonzaga”.
Bisogna dire che la figura del Prefetto, tra gli alunni dei Gesuiti, è di poca responsabilità ma di grande visibilità. Niente di più indigesto per Roberto Lagalla. A far l’arbitro, invece, s’acquisiscono virtù preziose: fiato, intuito, autorità. E bisogna figurarselo, questo siculo abruzzese di due metri, vestito di nero, fischietto in bocca e corsetta a pochi metri dal pallone. Nome per nome, cita i campioni di allora, le scoperte, i trofei conquistati.“E’ tutta questione di organizzazione”, si schernisce.

CONVERSAZIONE CON MASSIMO RUSSO

Su Panorama, che mi ha chiesto, da scrittore, un confronto con Massimo Russo, personaggio simbolo del cambiamento possibile in Sicilia (pm in aspettativa e assessore regionale della Sanità), è stata pubblicata una versione ridotta della nostra conversazione, per giuste ragioni di spazio. Questa è la versione integrale.

Ogni volta che in Sicilia s’annuncia una rivoluzione, subito scattano le contromisure. La più efficace, più della maldicenza, che pure è sempre all’opera, è l’ingiuria: il rivoluzionario è un illuso, un parolaio. Un Capopopolo, un Giuseppe Alesi qualunque, il nostro Masaniello.
Contro Massimo Russo, da pochi mesi assessore siciliano alla Sanità, dopo anni d’antimafia nelle procure di Palermo e Trapani, e contro i suoi tagli di bilancio, protestano i laboratori e gli studi convenzionati, con annunci a pagamento sui giornali, e le cliniche private fanno valere, a colpi di dichiarazioni, il loro peso politico, così ingente da doversi distribuire sull’intero campo politico.
Finora, lui aveva reagito a queste scaramucce diramando circolari, rilasciando interviste, circondandosi di fedelissimi e sostituendo alcuni dirigenti chiave. Semplice guerra di trincea.
Mancava il campo aperto, dove la battaglia infuria e gli eserciti si confondono. E il campo aperto è arrivato.
Nel giorno in cui Massimo Russo consegna al Ministero della Sanità il Piano di rientro dal deficit siciliano, una ventina di deputati del Pdl, architrave della sua maggioranza di governo, di centro destra, presentano un disegno di legge alternativo. All’assessore - dicono - spettano solo i tagli: le riforme le fa il Parlamento regionale. Il punto è che, nel suo Piano, Russo aveva ridisegnato in profondità l’intero sistema sanitario siciliano.
Il Partito Democratico l’attacca, parla di tagli eccessivi, superiori persino alle prescrizioni dell’accordo firmato un anno fa con il governo Prodi e, a sorpresa, in aperta polemica con i democratici, la Cgil lo difende, apprezzando la sua volontà riformatrice.
Il solito guazzabuglio siciliano, insomma.
Incontro Massimo Russo in assessorato. Nella sua stanza.
Ha una stretta di mano energica.
Alto come un ussaro, mocassini ai piedi. I gemelli e i polsini, perfettamente contenuti nella manica, indicano il lavoro accurato di un sarto.
Massimo Russo è impetuoso, allunga il collo all’indietro: nel linguaggio non verbale, significa “non ho paura di te”. Si vede che le domande è abituato a porle, non a riceverle.
Prima di parlare di Sanità, piccolo inciso politico. Parentopoli è il nome affibbiato all’ultimo scandalo siciliano. La figlia di un suo doppio collega, ex magistrato ed ora assessore al Personale, assunta in un ufficio di gabinetto del governo regionale. Ma come? Non lo sapevate d’essere attesi al varco? Il suo collega, Giovanni Ilarda, si fa emulo di Renato Brunetta, tuonando contro i fannulloni dell’amministrazione regionale, e poi inciampa sulla figlia?
“Quell’assunzione era inopportuna. Io avrei evitato. Ma c’è di peggio. Alle ultime politiche, nel Centro sinistra hanno fatto eleggere figlie, mogli e segretarie”.
Che al peggio non ci sia fine, è argomento francamente vecchio, assessore. Da lei, proprio, non me lo sarei mai aspettato.
“No, intendiamoci. E’ stato un errore. Ed io non l’avrei commesso”.
Lei è stato pubblico ministero a Palermo negli anni di Caselli e Grasso. Ha indagato sulle connessioni tra mafia e politica. Ora, però, si trova a ficcar le mani nel ginepraio più intricato della Sicilia, con un deficit annuale di 800 milioni di euro, e in un governo regionale presieduto da un autonomista ex democristiano, Raffaele Lombardo, mentre, da Roma, Renato Brunetta addita le responsabilità delle regioni sprecone: quelle a Statuto Speciale, e dunque, in primo luogo, la Sicilia.
Come farà ad evitare il disastro della Sanità siciliana, evitando gli sgambetti? Se bastassero le parole, avremmo già sconfitto mafia, sperperi e clientele.
“Ho buoni muscoli: per saltare oltre gli sgambetti e anche per andarmene, se capisco che non è aria. Tutti devono dare il proprio contributo. E a proposito di dichiarazioni, ce n’è un’altra, del Ministro Sacconi, che mette la Sicilia in fondo alle regioni d’Italia. Siamo al disastro. Le entrate fiscali della Regione, quest’anno, saranno inferiori al previsto, e dobbiamo assolutamente rispettare i tetti di spesa che ci siamo dati. Possiamo discutere della distribuzione dei fondi, non della loro quantità. Servono meno sprechi e più efficienza. Bisogna diminuire i posti letto e aumentare lungodegenze e riabilitazioni, accorpare Ausl e aziende ospedaliere, creare centri di eccellenza e, infine, nominare manager capaci e slegati dalla politica”.
Lei ha chiesto ai suoi amici, alle persone di cui più si fida, se accettare o no la proposta di Raffaele Lombardo di entrare nel suo governo regionale.
“Quelli che più mi conoscono, mi hanno detto che dovevo accettare. La buona Sanità è un diritto fondamentale da restituire al cittadino. Devo sporcarmi le mani e tener pulito il cuore e il cervello. E il portafogli. Avevo già detto no alla candidatura alla Camera, con gli autonomisti: con questo sistema sarebbe stata una nomina, non un’elezione”.
Quanto dura, qui all’Assessorato?
“Cinque anni”.
Dovrà diventare più politico.
“Lombardo me lo dice sempre: non è che mi diventa politico?”.
Vi date ancora del lei?
“Sempre”.
Fin qui, i politici si sono sgolati con le litanie sul deficit. Ma salvare la Sanità non è un obiettivo puramente economicistico, l’oggetto di una quadratura finanziaria. E’ innanzitutto salvare la vita alla gente.
“Nel mio primo discorso davanti all’Assemblea Regionale ho detto che al centro del sistema dev’esserci la persona umana. Insieme a regole, rigore, risultati e responsabilità: chi non è in grado, o si mette da parte, o dev’esser messo da parte”.
La persona umana? Di che cosa stiamo parlando? Lei sa che a Palermo un malato di cancro deve ottenere 4 diverse autorizzazioni per andare in farmacia a comprare un farmaco che serve a salvargli la vita? Dal reparto ospedaliero, dal medico di famiglia e da due diversi reparti della Ausl! Lo sa che questo farmaco non è considerato salvavita? E che le norme sono così contraddittorie e inadeguate da vietarne la prescrizione, in qualche caso?
Russo s’infervora. Chiama un membro del suo staff che fino a ieri ha guidato il reparto farmacologico dell’Assessorato. Si chiama Lucia Borsellino. Ed è figlia di Paolo Borsellino.
“Ho emesso una nuova circolare”, dice Russo. “Per semplificare le procedure. Da Marsala e da Trapani mi hanno scritto per ringraziarmi. Vuol dire che a Palermo – e qua batte una mano sul tavolo delle riunioni – mi stanno boicottando!”.
Questa circolare, per la verità, parla solo della distribuzione diretta da parte delle farmacie comunali. Così si passerà da una coda a un’altra. Un conto è Marsala. Un conto è una città di un milione di abitanti come Palermo.
“Dobbiamo risparmiare 20 milioni di euro che regalavamo alle case farmaceutiche!”.
Dovreste anche semplificare le cose, per metter davvero al centro il cittadino. Combattere la burocrazia come la mafia. Dar più potere ai 5000 medici di famiglia e pediatri siciliani, sul modello britannico: dar loro più responsabilità, e aumentare i controlli. Chi sbaglia e ruba, va cacciato, o va in galera.
“Non lo conosco, quel sistema. Ma voglio trasformare i medici di famiglia in presidi sanitari di base. E’ solo questione di risorse”.
Pagateli di più, allora! Scaricate i Pronto Soccorso delle funzioni improprie e girate il ricavato ai medici di famiglia: che comprino attrezzature e assumano dei collaboratori.
“E’ la mia intenzione. Dovrebbero anche potenziare il lavoro online, verso i pazienti e verso le farmacie e gli Ospedali. Abbiamo una gran quantità di ricoveri impropri. In Europa, sono solo il trenta per cento dei nostri. Ci si pensa tre volte prima di ricoverare qualcuno”.
E chi li controlla, i nostri Ospedali, i nostri medici?
“Nessuno. La rete dei controlli va ricostruita dalle fondamenta”.
In Sicilia, ci sono quasi duemila convenzionati esterni. I privati. Cliniche, medici specialisti, laboratori d’analisi. Sono stati dipinti come la fonte di tutti i mali. Lei la pensa così?
“Niente affatto. Ma anche loro devono dare il loro contributo al risanamento, adeguando le tariffe, e non scioperare davanti all’assessorato. Potrebbero persino aver più spazio, in un sistema più efficiente”.
La Sanità siciliana ha un problema architettonico, prima che morale: molti ospedali siciliani sono vecchi: andrebbero semplicemente demoliti e ricostruiti. A Palermo, il Civico e il Policlinico, i primi due che mi vengono in mente, sono la negazione di un Ospedale moderno: edifici antiquati su aree vastissime. Per un esame o un consulto, bisogna prender la macchina o l’ambulanza e far qualche chilometro. In generale, poi, i Pronto Soccorso, anziché luogo del primo esame, porta d’ingresso alle diverse specialità, sono appendici inefficienti, lardelle di un corpo morto.
“Dovremmo cederli, questi ospedali, per farne aree edificabili, e chiedere alle imprese di costruirci altrove degli ospedali nuovi di zecca e attrezzati di tutto punto”.
Pensare in grande.
“Per l’appunto”.
Pensiamo in grande, allora. Pensiamo ai medici e agli infermieri. Lei ha appena annunciato che bloccherà tutte le assunzioni. Non capisco. Su quasi cinquantamila dipendenti dell’intero sistema, amministrativi e tecnici sono tredicimila. Non è da lì che bisogna cominciare? E poi, il blocco significa rinunciare ai medici migliori, ai giovani. E’ mai possibile entrare in un Ospedale a 25 anni e uscirne a 65? Niente controlli sull’efficienza, niente formazione continua, niente sanzioni. Perché mai le Aziende sanitarie e ospedaliere non dovrebbero ricorrere ai soli contratti a tempo determinato?
“Non so se possiamo. Meglio i controlli”.
Auguri. Lei è qui da pochi mesi. Può dire di conoscere la situazione?
“Ho trovato grandi difficoltà anche per avere i dati di riferimento, in assessorato. Non sono un esperto. E non voglio diventarlo. Tra le domande che non mi ha fatto…”
Ce ne sono tante, di domande non fatte. Su mafia e antimafia, ad esempio. Bestemmio se le dico che nessun processo accorcerà di un solo minuto una coda di 8 ore dinanzi alla porta chiusa di un Pronto Soccorso, consentirà ad un medico incapace di azzeccare una diagnosi, rifornirà un Ospedale di attrezzature e farmaci?
Una cosa però devo chiedergliela. Devo proprio.
“Dica”.
La sua prima destinazione, prima da giudice e poi da pm, fu Marsala. Dove ha conosciuto una persona speciale. Era il ’91. Un anno prima delle stragi.
“Se le rispondo, diranno subito che io…”.
Lucia Borsellino si scusa. Deve lasciarci. Il ricordo di suo padre la commuove. Massimo Russo riprende dopo qualche istante.
“Dico solo che è come se facessimo parte di un disegno più grande. Ho iniziato con Paolo Borsellino il mio primo lavoro. Ed ora, questo, con sua figlia”.
Paolo Borsellino diceva che chi ha paura muore ogni giorno. Lei ha ricevuto minacce?
“Non ho mollato quando ero pm e processavo i capimafia, si figuri se mollo adesso”.
Si è fatta così stretta, la porta della storia, in Sicilia, che la politica deve camminare a fianco della letteratura: i toni sono esagerati, come i colori della terra. Pochi cambiamenti, e faticosi: ognuno di essi, però, destinato a far parlare per anni.

venerdì 12 settembre 2008

POCHE ESSENZIALI VISIONI

Bisogna portarsi appresso poche essenziali visioni, per non rimpiangere l'estate.
Santa Croce Camerina ha i colori di Tunisia, e un caldo quasi mai afoso.
Le campagne non ingialliscono.
Il mare, a pochi chilometri, è freddo.
Le pasticcerie sono luoghi dediti al vizio. Torroni, impanatigghi, nucatuli.
Una delle note più dolci delle estati orientali è nelle molteplici reinvenzioni del latte vaccino di cui sono capaci i ragusani. Lo trovi fresco nei distributori automatici, come fosse Coca Cola.
Dalla ricotta proviene un gelato bianchissimo, da macchiarsi appena con la polvere di cannella.
Il pane, poi. E' di scorza dura. Servono formaggi e carni, per ammorbidirlo, e un vino forte.

giovedì 14 agosto 2008

NEL FONDO DEI GIORNALI D'ESTATE

Sono brutti, i giornali d'estate. Come idrovore, estraggono ogni cosa dal fondo dei fiumi limacciosi. Parlano dei soldi degli altri, di corna e di rapine in villa.
Quest'anno, anche delle Olimpiadi e delle guerre dei signori del gas.
Capita, però, nel fango, di scovare dei piccoli tesori.
Tra le notizie minori, e solitamente impubblicabili, ne emergono alcune straordinarie.
Come quella del rapinatore di pizzerie, che a diciott'anni, a Castrofilippo, si è preso una pala in testa, vibrata dal padrone. Interrogato, al suo risveglio, e riconosciuto dagli avventori, è stato lasciato andare. Nella notte, forse per il colpo ricevuto, ha deciso di presentarsi ai Carabinieri. Arrestatemi, ha detto. Ho tentato di rapinare una pizzeria. Denunciato, sarà processato a piede libero.
C'è un sapore vero, terragno, in questa storia. Che ha poco sangue e molta umanità.

domenica 10 agosto 2008

IL GRIGIO IMPERO

Qualche giorno prima dell'accensione della fiaccola, i solerti organizzatori delle Olimpiadi di Pechino hanno sparato dei metalli pesanti contro le nuvole, per scaricare la pioggia che avrebbe potuto minacciare lo svolgimento dei Giochi. Per ridurre l'umidità, e per abbattere al suolo tutto ciò che va sotto la generosa definizione di smog.
In Cina, non vanno troppo per il sottile con l'inquinamento. Nei confronti dell'ambiente, hanno lo stesso atteggiamento usato nei confronti dei diritti umani. Altro che vecchia Europa.
Oggi, la corsa dei ciclisti si è svolta sotto la pioggia. Quaranta gradi e un muro di umidità da penetrare a forza di gambe e polmoni, con gli occhi che bruciano costantemente e le mucose in allarme. Sotto un cielo perennemente grigio e un sole invisibile.
E dire che la Cina era chiamata Il Celeste Impero.

sabato 9 agosto 2008

SPOT DI TIRANNIA

La propaganda, il partito principe, il centralismo contro le autonomie, il sostegno ai regimi autoritari africani e orientali, la galera per il dissenso, la repressione religiosa, la pena di morte, il controllo sul web e la censura dell'informazione.
La Cina è questo e altro ancora, e ieri ha dato vita ad un'impressionante manifestazione di potenza: una sfilata di indossatori di maschere felici, perfetti esecutori di un copione totalitario sotto lo sguardo vigile del dittatore coreografo. Con la trovata simbolica del confucianesimo a sostituire i miti rivoluzionari, e Steven Spielberg a sceneggiare lo spot più macabro del ventunesimo secolo: con l'elencazione dei primati culturali e la fiaccola che passava dalle mani dei primi vincitori cinesi delle Olimpiadi a quelle del primo ginnasta imprenditore dell'immenso paese.
Uno spot che sottintendeva un solo messaggio: un quarto dell'umanità è cinese, e su quel miliardo e trecento milioni di persone vegliano due milioni e mezzo di soldati che sfilano ancora al passo dell'Oca, reggendo la bandiera rossa.
Sembrava di assistere alla sfilata inaugurale delle Olimpiadi del 1936 a Berlino.
Speriamo in un nuovo Jesse Owens.
Post Scriptum Non è un caso che in queste ore sia scoppiata una guerra vera: tra la Russia e la Georgia. Altro spot, a significare che anche Putin fa sul serio.

domenica 3 agosto 2008

AGRODOLCE

Senza la voce di Olivia Sellerio, senza la maestria di un compositore come Andrea Guerra, senza l'arrangiamento straordinario di Pietro Leveratto, non avrei saputo mettere una parola dietro l'altra. E invece, verso dopo verso, è venuta fuori una canzone: scritta, limata e riscritta cento volte, intramata di omaggi segreti, di allusioni. Occhi neri come il vino, si chiama. Ed è la sigla di Agrodolce.

Agro e dolce vento che
Ci separa ci avvicina
E resto qui a vegliare il mare
In quest’onda che risale
Sulle mie rive tu ritornerai…

Siamo isole lontane,
arcipelago nel mare.
E nel mare, c’inseguiamo noi.

Se trovassi le parole per cantare,
questa gioia che s’avvera...
Senza vele né bandiera
Potrei ancora navigare.
Trovassi le parole, come nuvole,
su questo mare
farei piovere le lacrime
che oramai non so più piangere.

Agrodolce amore che,
canta forte sopravvento.
Uva che matura al sole,
miele arancio dentro il cuore.
E gli occhi tuoi li vedo amore ormai…

Occhi neri come il vino,
come l’alba trova il mare.
Nel soffio del maestrale tornerai…

lunedì 21 luglio 2008

MAESTRI E ALUNNI

Più dei maestri di tutti gli alunni, detesto gli alunni di tutti i maestri.

QUEI BAGNANTI DI TORREGAVETA


In Germania, prima e dopo il '33, per strada si marciava al passo dell'oca, si bruciavano i libri, si fracassavano le vetrine dei negozi degli ebrei, si pronunciavano parole deliranti, si dileggiava la vita umana e con essa ogni fondamento civile dell'Europa antica e cristiana.
O forse non è così.
In Europa, per secoli, la vita umana era stata vilipesa e derisa: gli auto da fé, i processi burla, la gogna, la giustizia asservita ai potenti, le oligarchie, le monarchie.
Vado inutilmente in cerca di una legge umana superiore che condanni, e tolga ogni sostegno all'indifferenza dei bagnanti di Torregaveta dinanzi ai corpicini di due bambine rom annegate sotto i loro occhi, stesi sulla sabbia e coperti da due poveri asciugamani.
Quei bagnanti sono rimasti ai loro posti: sulle sdraio, o distesi, esposti all'azione purificatrice del sole.
Delle leggi superiori non dico: è cosa per definizione incommentabile.
Ma la cultura? Il senso comune? La bocca aperta che regala ai bambini lo stupore dinanzi alla scoperta del vero e del bello? E quella scoperta, che fine ha fatto, in quegli adulti indifferenti?
Ogni volta che accade una cosa del genere, che si pubblica una foto così dura, una parte della mia fede nell'uomo rischia la cancrena, l'idea stessa della giustizia va in malora.
Di cosa si punisce un uomo, infatti, se non della perdita del suo senso medesimo?

POLITICA E TRADIMENTO

Le immagini imbarazzanti dell'ultimo congresso dei Verdi, le urla e gli insulti, e quel che essi nascondono, i rimaneggiamenti da corridoio e i voti preordinati, dicono della democrazia più di un libro: della sua natura, del tradimento e del doppiogiochismo connaturati al meccanismo elettivo. Se tutti mi voteranno, non potrò difendere gli interessi di alcuno. Se alcuni mi voteranno, dovrò pure occuparmi degli interessi degli altri. Sicché, sostiene Giuliano Ferrara, la politica è sangue e merda. Chi ha più voglia di far politica?

giovedì 26 giugno 2008

LA PIETRA

Renzo Bellanca ha chiesto ad alcuni autori italiani di affiancare dei racconti alle sue sculture. Ne è venuta fuori la mostra Doppio Linguaggio, che in questi giorni può esser visitata al Chiostro del Bramante, a Roma. Questo è il mio racconto.

Non c’è pietra grezza o lavorata nel mio villaggio che i Maestri non abbiano ordinato di custodire al chiuso o proteggere all’aperto, rilevandone con un raggio antimaterico l’irripetibile composizione e applicandovi un microscopico sensore a carica infinita.
I regolamenti, approvati dal Sinedrio, sono chiarissimi anche sui metalli, la proprietà dei quali spetta all’Ente Supremo: occorre denunciarne il possesso antecedente il Decreto Universale, e le leghe e gli impasti vanno autorizzati per periodi definiti, al termine dei quali, occorre restituirli agli Uffici del Ripristino.
I legni sono esposti nei Musei delle essenze viventi. Gli alberi sono stati sostituiti dagli Osmoti: apparecchiature anfibie di natura organica che si nutrono di anidride carbonica e producono ossigeno, all’aria aperta e nelle profondità marine.
Le antiche civiltà umane hanno dilapidato le ricchezze naturali.
Al termine della prima grande guerra dell’acqua, mille anni fa, i Maestri hanno deliberato la Restituzione alla terra del maltolto.
Io, Silvestre, inventore dell’inchiostro capace di cancellare ogni libro, dello specchio che mostra ciò che è alle nostre spalle, della macchina che conduce nel passato, ho ottenuto dal Sinedrio il possesso di questa pietra, sulla quale incido la nostra storia presente e rivolgo un monito ai nostri predecessori.
La tensione all’Assoluto in terra, diffusa dalla Letteratura e dalle Arti, ha condotto l’Umano al di là dei confini per esso stabiliti.
In questa Pietra, scrivo tutte le parole di tutti i libri e riproduco tutte le figure di ogni disegno, affinché siano esse riconosciute per tempo e poste al bando dalle generazioni che son venute a me e che da voi proverranno.
Ho cancellato i libri, ho guardato alle mie spalle, vi invio questa pietra con la mia macchina del tempo.
Fatene buon uso.

Questa pietra, Maestro, ho rinvenuto alcuni mesi fa nei pressi del Lago, e vi si specchiava con il suo messaggio, dal contenuto ancora per me oscuro. A prima vista, i caratteri parevano intelligibili, ma ad uno sguardo più attento, nulla di ciò che vi era inciso, era comprensibile. Mi apparve come un Codice, e ho pazientemente tentato di decifrarlo, senza però alcun apprezzabile risultato. Mi auguro che Voi, nella Vostra infinita saggezza, possiate penetrarne il mistero. A questo Convento, che mi ha accolto giovanissimo, offro pure un mio progetto, che è scaturito dall’osservazione di questo Codice. La stampa. L’incisione su pietra e su metalli mediante apposita fusione dei testi sacri e profani che ancora trascriviamo manualmente. La stampa ci consentirà di diffonderli su tutta la terra. Il vostro fratello amanuense Angelo.

NIENTE ZTL? NIENTE AUTO!

A Palermo il Tribunale Amministrativo boccia l'ordinanza comunale sull'istituzione delle Zone a Traffico Limitato, le famose Ztl, e al pasticciaccio brutto di un provvedimento costoso e inefficace, s'aggiunge il pasticcetto dei rimborsi a chi aveva già pagato per il permesso di circolazione.
Ma il mondo è cambiato, e non in meglio, e il diritto alla salute vale di più del diritto all'automobile, se l'automobile inquina.
Dunque, un appello. Niente Ztl. Un no alle auto, semplicemente, da via Libertà alla Stazione Centrale, con poche eccezioni. Per gli invalidi, quelli veri. E dei semplici corridoi d'attraversamento per i residenti.
Punto.
Il resto, verrà da sé.
Gli autobus andranno più veloci. E se si tratta di autobus vecchi ed inquinanti, pazienza: saranno sempre meno delle auto. E prima o poi funzioneranno i tram e quel po' di metropolitana che sarà possibile realizzare nel difficile sottosuolo di Palermo.
Di un paio di effetti collaterali, invece, si potrà subito disporre: l'aria buona sul viso di chi cammina o riscopre la bicicletta, e un incentivo gratuito per le case automobilistiche: sostituite il petrolio con l'idrogeno.
Per farlo, per pronunciare un secco no all'inquinamento, serve coraggio.
E la consapevolezza che il mondo è cambiato, e l'automobile non è più un diritto.

martedì 24 giugno 2008

LE SOLITUDINI DI PAOLO E GIOVANNI

Nella navata sinistra di San Francesco d’Assisi, ad una certa ora del giorno, la luce prende corpo, e stende i suoi raggi fra il tetto e il pavimento spoglio.
Non c’è modo di restare all’ombra, se non rimanendo perfettamente immobili.
Alle mie spalle, il portale era spalancato sul sole di quella mattina di giugno di sedici anni fa.
Il sacerdote diceva qualcosa, a proposito di quei morti che anch’io ero venuto a ricordare. Parlava quasi sottovoce. In suffragio di cinque anime.
Le scale, il portale spalancato, la luce. Ero appena entrato, e con un passo, mi ero spostato a sinistra, infrangendo un muriciattolo d’ombra e passando per quel reticolo di luce e polveri in sospensione.
Le cose andavano così oramai da secoli, a San Francesco.
Ombre e luci, disegnate dalle abili mani di architetti di imperscrutabile sapienza, costituivano il solo arredo celeste di una Basilica scarnificata, di pietra appena squadrata; vennero dopo, gli stucchi e i marmi.
Feci un passo, dunque, e mi spostai a sinistra.
Il caldo di quel giugno stretto tra due mesi di sangue, tra il Maggio di Capaci e il Luglio di via Mariano d’Amelio, era temperato dal soffio di vento misericordioso che giungeva dal fondo.
Superai la prima colonna, e avanzai ancora.
Solo il viso affiorava oltre la coltre di buio che avevo scelto per ripararmi.
Lui, fu scosso da un tremito. Era seduto alla mia destra, da solo, su una panca di legno, forse regalata da una famiglia di fedeli, come usa da noi, in ricordo di qualcuno, o a futura memoria. Le braccia appoggiate sulle gambe, le mani giunte, la testa un po’ incassata tra le spalle.
Si volse lentamente, come per una presa d’atto.
Il suo sguardo si poggiò su di me, ed io lo riconobbi solo un attimo dopo averlo incrociato; in quel momento esatto, compresi che non poteva esservi paura, in quegli occhi.
Lo salutai, con un piccolo movimento del capo, e forse, con le labbra, con gli occhi, riuscii a dirgli che un poco del suo dolore era anche il mio.
Quella mattina, accompagnavo alcuni giornalisti stranieri, venuti a Palermo dopo il tritolo di Capaci: come si andava a Beirut, a Saigon, a Kabul.
Quando tutto fu finito, quando il sacerdote ebbe impartito la benedizione, quando era oramai troppo tardi per un’intervista, quando lui era già andato via, dissi loro che in Chiesa avevo intravisto Paolo Borsellino.
Il vento spazzava la città. Almeno credo. Ricordo dei giorni caldi, afosi, rabbiosi. Le sere, invece, pareva che il fresco del mare aperto ripulisse le strade impolverate.
Rividi quel volto irrigidito, quei gesti secchi e rassegnati, solo pochi giorni dopo. Alla Biblioteca comunale.
Quella sera, il dibattito non sarebbe stato il solito dibattito. Non sarebbe stato uguale a nessun altro.
Paolo Borsellino volle parlare ai palermitani che s’erano dati appuntamento nell’atrio di quel convento sconsacrato nonostante qualcosa, visibilmente, glielo impedisse. Era come se avesse deciso di ribellarsi ad un ordine imperioso, all’ingiunzione del silenzio che, da qualche parte, qualcuno gli aveva rivolto.
Disse della solitudine che aveva accompagnato gli ultimi anni di Giovanni Falcone, e i suoi.
Disse del tradimento.
Disse di un Giuda.
La voce, nel racconto interminabile di ciò che, fino in fondo, non poteva esser detto, si arrochiva del fumo delle sigarette che andavano e venivano; e s’incrinava, per il dolore acutissimo.
Ero sicuro che la sua voce, quella sera, qualsiasi cosa fosse scaturita dalle sue parole, non si sarebbe spenta. Non potevo muovermi da quel gradino sul quale avevo trovato posto. Non lo avrei fatto per nulla al mondo.
La sua voce non incontrava ostacoli.
A noi, invece, la voce mancava.
Paolo Borsellino diede la sua versione dei fatti; nel suo racconto - quello di un sopravvissuto al potere reale, alle sue insidie, ai suoi trucchi, alle sue ipocrisie - disse che una ragione c’era, perché Giovanni finisse a quel modo i suoi giorni: un movente per il suo assassinio.
Credo lo chiamasse Falcone.
Falcone, e cioè Giovanni, era riuscito a penetrare i segreti di Cosa Nostra, le sue relazioni con la finanza, l’intelligenza tra poteri legali e poteri criminali. Il solo compagno di quel viaggio, era lui stesso, Borsellino. E cioè, Paolo.
Parlò, Borsellino, per un tempo che mi apparve interminabile. Nel silenzio impaurito di tutti noi. Nel silenzio complice di Palermo. Nel silenzio ebete di tutto il Paese su quel che davvero si era consumato a Capaci.
Mentre parlava, di tanto in tanto, osservavo i volti di chi ascoltava; diversi, tra loro: attenti, commossi, impietriti, preoccupati, silenziosi, rabbiosi.
Volti coscienti.
Volti incoscienti.
Se tutti quanti pagassero un piccolo tributo alla verità, mi dicevo; se tutti quanti, questa sera, aggiungessero un segno concreto di condivisione, forse, potremmo difendere quest’uomo.
Potremmo salvarlo.
A Palermo, avevano sparato in tanti su Borsellino, e su Falcone.
Ricordo odi e invidie, dentro e fuori il Palazzo di Giustizia, che fu per questo ribattezzato “Palazzo dei Veleni”.
Ricordo che, per mesi, per anni, circolarono degli anonimi, stilati da un Corvo: rimasto misterioso nonostante inchieste e processi.
Palermo, come Beirut, Saigon, Kabul, doveva formicolare di agenti segreti, in quegli anni, e questa consuetudine, fra Stato e Antistato, dovette proseguire, per molti anni ancora; le loro parole d’ordine dovevano per forza esser depistaggio, diffamazione, dissimulazione.
Ricordo che a Falcone alcuni rimproverarono la scelta di lavorare al fianco di Claudio Martelli, al Ministero di Grazia e Giustizia; ricordo che lo accusarono di voler dar vita, con la Superprocura nazionale antimafia, ad una struttura d’asservimento della magistratura al potere esecutivo.
Una delle parole che più erano di moda, in quel momento, era “normalizzazione”. Con la Superprocura, che lui stesso avrebbe guidato, Falcone avrebbe dato il suo contributo alla “normalizzazione”.
Ricordo che, dopo la morte di Falcone, qualcuno candidò Borsellino a guidarla lui, la Superprocura. Ricordo che Borsellino reagì rabbiosamente a quell’imprudente candidatura.
Ricordo Leonardo Sciascia, e la sua recensione di un libro di Christopher Duggan, “La Mafia durante il Fascismo”, e penso che una gran parte del suo ragionamento era giusto, e una parte piccola ma decisiva non lo era; e Leonardo Sciascia, sia chiaro, è per me un Maestro di etica, ragionamento e stile, difficilmente eguagliabile.
Ricordo che era difficile, per me, capire tutto quanto, per bene; districarmi in quel purgatorio di si dice, in quel roveto di allusioni, in quel cespuglio in fiamme di verità più verità di altre.
Ricordo la mia laurea, a luglio.
Pensavo di festeggiare la fine dei miei studi, il 19 di luglio.
Quel pomeriggio, il telefono squillò minaccioso. Un amico mi disse d’aver sentito un’esplosione. Lui abitava in via Marchese di Roccaforte. E il rumore, assordante, inequivocabile, proveniva dalla Fiera del Mediterraneo, da quella direzione.
Presi subito a telefonare. All’agenzia Ansa, dall’altra parte della città, non sapevano nulla. Fecero delle telefonate.
Pensammo tutti, immediatamente, ad un attentato, meno di due mesi dopo Capaci. Pensammo ad un altro magistrato. Non sapevamo che da quelle parti viveva la madre di Paolo Borsellino.
Non ci volle molto. Pochi minuti. E sapemmo quel che era accaduto.
Andammo, tutti quanti, con i ragazzi del movimento antimafia, in via Mariano d’Amelio, a respirare un poco del fumo nero della morte. E la sera, tutti quanti, andammo in piazza Pretoria.
Quella sera, per tutti noi, non c’era più Stato; non c’era più autorità.
Scalammo il Palazzo delle Aquile, approfittando di una finestra lasciata aperta, e occupammo la sala delle Lapidi.
Non ci cacciò nessuno.
Passammo giorni e notti, in piazza.
L’Italia s’era fermata.
Destra e sinistra, allora, importavano pochissimo. Concetti astratti, a Palermo.
Ricordo i funerali. La rabbia.
Poi, anche quella protesta, finì. Ci furono altre morti, e le bombe di Firenze, Milano e Roma. Ci furono gli arresti. Cosa nostra decise di consegnare Totò Riina, e di immergersi, per qualche anno, nelle acque scure delle latitanze e delle trattative occulte.
Non ho mai festeggiato la mia laurea. Il cibo finì nella spazzatura, e il vino, andò a male.
Per Palermo, cominciò tutto così. O meglio, ricominciò.
Prima, c’erano stati gli anni Sessanta, gli anni Settanta, gli anni Ottanta.
La cementificazione della Conca d’Oro, l’espansione mafiosa, la guerra dei clan, le prime indagini. I morti. La decapitazione dello Stato, l’incenerimento della società civile. Il pool. I poliziotti. Il maxi processo. I Vespri Siciliani, con le autoblindo, i soldati disarmati e i giubbotti di carta stagnola.
Quella lunghissima fase, si era chiusa con le autobomba esplose a Capaci e in via Mariano d’Amelio.
Ma si poteva non capire che quelle autobomba avrebbero aperto una fase nuova? Avrebbero potuto, almeno.
Ad ogni anniversario, mi ripassa tutto quanto per la mente, ripenso al fatto che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano rimasti soli, e che anche noi, tutti noi, li avevamo lasciati soli.
Non avevamo capito.
Non saprei dire il giorno esatto. Ricordo Paolo Borsellino ad una fiaccolata, una sera.
Sei anni dopo la sua morte, ho visitato la Terra Santa. I luoghi Santi, conosciuti attraverso le Letture. I luoghi dello studio, delle predicazioni, del martirio.
Era Natale. Tra israeliani e palestinesi covava una seconda drammatica Intifada. I militari distribuivano maschere antigas. Temendo una strage.
Vidi Betlemme, Nazareth. Gerusalemme. La città delle tre religioni, dei due popoli, del solo Dio.
Per giungere al Santo Sepolcro, occorre piegare la testa, e passare per una porticina, e discendere per una scala molto ripida, illuminata appena.
Sul tetto altissimo di Sant’Elena, nell’ombra profumata d’incenso, c’è un foro stellato, che si apre sul cielo.
Mi hanno raccontato, o forse ho letto, della cerimonia delle fiaccole, che si tiene nella Basilica, e del fuoco sacro che tutti si passano di mano in mano.
E ho compreso, il senso di quella fiaccola. Tutto quello che c’era da capire. Il ricordo del sacrificio, e il prender quel fuoco sulle proprie mani, tutti insieme. La memoria. E la promessa.

sabato 21 giugno 2008

LA CULTURA CHE PIACE ALL'IMPRESA

27 Giugno ore 19.00
Galleria d’Arte Moderna
P.zza Sant'Anna 21, Palermo

La cultura che piace all’impresa: storia, territorio e contemporaneità.

Saluti
Mario Milone, Assessore alla Cultura, Comune di Palermo

Introduce
Elisa Fulco, curatore Fondazione Borsalino

Intervengono
Antonella Purpura, Direttore Galleria d’Arte Moderna, Palermo
Roberto Gallo, Amministratore Delegato della Borsalino S.p.A. e della Fondazione Borsalino
Marco Montemaggi, Vice Presidente di Museimpresa
Vito Planeta, azienda vinicola Planeta
Francesca Appiani, curatrice del Museo Alessi

modera
Davide Camarrone, giornalista e scrittore.
Sabato 28 Giugno ore 21.00
Expa, via Alloro 97 - Rassegna sul cinema industriale d’animazione.

L’incontro è organizzato in occasione della mostra "Perdere la testa. Il cappello tra moda e follia", Collezione di arte outsider dell’Atelier di Pittura Adriano e Michele 31 Maggio / 6 Luglio Palab via Del Fondaco, Palermo tutti i giorni 18.00 / 24.00 ingresso libero / catalogo edizioni di passaggio

venerdì 20 giugno 2008

BARICCO E SAVIANO

Qualcuno di voi avrà, come me, letto della polemichina sull'editing profondo al quale sarebbero ritualmente sottoposti gli articoli di Roberto Saviano; e del giudizio di Alessandro Baricco su Gomorra: "Non mi è piaciuto".
Ora, che non si possa dir male di Saviano, mi sembra evidente, per il coraggio delle sue scelte; così come, mi sembra evidente che anche i libri di Saviano possano non piacere, a Baricco o ad altri.
Nessuno, credo, sarà rimasto sorpreso.
Non poteva che andare così. Lo scrittore più contenutistico, rasato e scamiciato, dispiace allo scrittore più formalistico, al fondatore della Scuola Holden, capelluto e button down.
E' l'eterno conflitto tra lo scrittore e il riscrittore. Tra la botte che invecchia e la barrique che affina. Tra un rosso giovane e robusto e un bianco in bollicine.
Questione di gusti.

IL POTERE E I CRETINI

Sostiene il filosofo francese Michel Onfray che la ricetta della Felicità consista anzitutto nel tenersi lontani dal Potere e dai Cretini. Pleonastico.

venerdì 13 giugno 2008

DOPPIO LINGUAGGIO

Doppio Linguaggio – Mostra-Evento di opere di Renzo Bellanca a cura di Juan Carlos García Alía, con i racconti inediti di Gaetano Savatteri, Roberto Cotroneo, Luigi Galluzzo, Fabrizio Falconi, Giosuè Calaciura, Davide Camarrone, Giacomo Cacciatore, Amara Lakhous, Paola Pastacaldi e Lia Bellanca.
Roma - Chiostro del Bramante - Sala delle Capriate - Dal 5 al 22 giugno.

Artista siciliano, residente a Roma da più di vent’anni, Renzo Bellanca mostra una tecnica personalissima, frutto di una elaborata ricerca artistica e di una profonda indagine sulla materia che è intesa non come puro mezzo di rappresentazione ma come metafora delle esperienze di vita vissuta nella quale, si deposita e si stratifica, il flusso inarrestabile di continue coesioni e di incessanti trasformazioni. Il titolo della mostra nasce da una nota incisione dell’artista che accosta il segno materico a quello linguistico e che ben sintetizza la natura dell’operazione: un dialogo tra due arti, la pittura e la letteratura, in un gioco di rimandi, di simboli, di allegorie, in cui la letteratura trae ispirazione dal testo pittorico che, a sua volta, diventa pregnante di nuovi significati e di originali suggestioni derivanti sia dalle evocazioni poetiche che da quelle letterarie.

Il progetto scaturisce dall’idea di Renzo Bellanca, Luigi Galluzzo e Gaetano Savatteri, amici di lunga data e conterranei, e dal desiderio di creare un evento che istituisse un forte ed unico filo conduttore tra le loro diverse e reciproche abilità artistiche. Si delinea, così, l’intenzione di scrivere un racconto inedito, ispirato ad un quadro dell’artista che troverà, nella Mostra-Evento Doppio Linguaggio, una prima ed immediata forma di comunicazione. La contaminazione di epoche e di linguaggi del passato e del presente, di culture e di segni è una prerogativa dell’opera di Bellanca con la quale gli scrittori citati provano affinità. Bellanca nelle sue opere scava nella memoria per capire l’origine e il divenire del nostro destino e per questo adopera alfabeti, numeri, segni, elementi, forme e colori che ci parlano del prima e del dopo che è in ognuno di noi. Arte e vita, storia ed esistenza viaggiano insieme nella sua elaborazione artistica.

La partecipazione si allarga ad altri scrittori, ognuno dei quali sceglie un’opera e, senza alcuna informazione o spiegazione in merito, vi si immerge per poi riemergere con la propria creazione letteraria. Dal Dialogo tra il mondo di Bellanca e quello degli scrittori citati, l’opera dell’artista si arricchisce , di rimando, di ulteriori significati letterari che amplificando l’idea iniziale la consegnano allo spettatore sotto una nuova prospettiva e una nuova chiave di “lettura”.

Catalogo Silvana Editoriale

MAFIA FILM

Una volta, entravi in libreria, scusandoti con il commesso, appena assunto, o scambiando uno sguardo d'intesa con il proprietario, e senza aggiungere altro, vagabondavi per tavoli e scaffali, osservando la mercanzia, sfogliandola, pesandola, osservandola dalla prima alla quarta di copertina. Con You Tube, è un po' più triste e veloce. Però. Di tanto in tanto, per intuito, o per caso, ti capita tra le dita il capolavoro. Editore sconosciuto, fattura poverissima. Autore, quello sì: te ne ricordi. Il nome. Ma sarà lui? Ugo Giuliani? Il tuo vecchio compagno di scuola? E' successo. Date uno sguardo a questo film scovato in rete. Mafia film, si chiama. Girato a Palermo. Geniale. Risposta ad un sacco di domande. Tranne una. Ma Ugo è proprio Ugo?

www.google.com/s2/sharing/stuff?user=115182503647860734563

GLI ATTI RELATIVI

Sostiene, il Procuratore della Repubblica a Palermo, Francesco Messineo, che presto a Palermo la raccolta dei rifiuti, o per dovuta precisione la mancata raccolta, ci precipiterà in una condizione simile a quella di Napoli. E al riguardo, in Procura è già stato "aperto" un fascicolo. Di atti relativi. Il che, letterariamente, ci riconduce ad altri "atti relativi", ad inchieste mai approdate a nulla, su suicidi propriamente detti, ed altrettanto inspiegabili. Se Palermo corre verso il suo, e per nulla vorremmo assistervi, non sarebbe il caso di arrestarlo, l'Angelo della Morte? Che, nel caso, si chiama imperizia, o incapacità organizzativa.
Le entità chiamate ATO, Ambiti Territoriali Ottimali, si sono rivelate delle macchine mangiasoldi. Andrebbero abolite per decreto, e sostituite con aziende a partecipazione pubblica.
Non siamo nella condizione di poter licenziare alcuno, purtroppo, e dunque, la cosiddetta privatizzazione, dalle nostre parti, è solo un modo per spendere di più, e per affidare ai privati le scelte che la politica non può legittimamente compiere: ad esempio, l'assunzione di cognati, figli e cugini di politici.
Non resteranno che "Atti relativi", altrimenti: dove il termine "relativi" mostrerà soltanto l'insufficienza degli atti medesimi.

martedì 3 giugno 2008

TERREMOTO RIFIUTI

In Campania c'è stato il terremoto rifiuti. E' ancora in corso, a dire il vero.
In Sicilia, in vitro, stiamo forse assistendo allo stesso fenomeno.
Le avvisaglie, le prime scosse, sono di questi mesi, e di questi giorni.
La chiusura temporanea di Bellolampo, da parte di un pm, per fatti amministrativi (anch'essi rivelatori: ritardi, proroghe) e l'annuncio della prossima chiusura definitiva, comunque, per via dell'inevitabile riempimento dell'ultima vasca disponibile.
I rifiuti accumulati sulle strade di Messina, per via di un vortice di stipendi non pagati, scioperi, cassonetti bruciati e inchieste della magistratura.
I rifiuti di Enna, anche qui, per via di stipendi non pagati et cetera. Qui, però, ad Enna, mancano i soldi. Le tasse sui rifiuti le pagano solo 3 cittadini su 10. Troppo care, visto che, con il nuovo tariffario, sono aumentate del 300 per cento.
Tornando a Palermo, ci sarebbe da dire dell'Amia, dei lavoratori che si apprestano ad uno sciopero dello straordinario, e in provincia, del Coinres, già al centro di uno scandalo per un'infornata di assunzioni, delle proteste dei lavoratori vecchi e nuovi.
Insomma, il sistema sta esplodendo.
Brutto affare.
Di chi è la colpa?
Qualcuno dice che sia degli Ato Rifiuti. Inefficienti e costosi? Tocca alla Regione accertarlo. E in fretta. E già che ci siamo, Palazzo d'Orleans potrebbe dare uno sguardo anche agli Ato Idrici.

sabato 24 maggio 2008

GESTI SARKOZISTI

Al programma elettorale di Raffaele Lombardo hanno lavorato sindacalisti, imprenditori e docenti universitari.
Ci sono delle novità, in quelle pagine. Dal punto di vista ambientale, anzitutto, e dell'approccio alle questioni dell'energia e dello sviluppo.
La scelta di nominare Massimo Russo alla Sanità, inoltre, può costituire un ulteriore segno di novità rispetto al passato. Un magistrato, e non dei più docili, alla guida dell'assessorato più delicato: per gli interessi in gioco, per l'enormità del deficit da ridurre, per l'efficienza da restituire al sistema.
C'è chi parla di scelta sarkozista. In piccolo. Di un laboratorio siciliano. E' presto per dirlo. Ed è prestissimo per anticipare giudizi. Vedremo quante altre intelligenze saranno coinvolte, nell'opera promessa di ricostruzione: con quale spirito, e con quali obiettivi.
Un paio di cose, però, possono esser già dette.
Lombardo, anzitutto, è stato eletto con un consenso pari quasi al 70% dei voti: il più alto mai registrato finora, probabilmente, nelle passate elezioni regionali svoltesi nel nostro Paese, con il sistema dell'elezione diretta. E questo dà all'inquilino di palazzo d'Orleans un potere d'investimento politico enorme.
In secondo luogo, il recupero del modello politico autonomistico consente un superamento delle culture politiche tradizionali, peraltro già in crisi da tempo, e una straordinaria capacità d'attrazione.
E' un capitale, questo, da amministrarsi con cura e con coraggio.
Nessuna illusione, ovviamente. Non ci vorrà molto per scoprire se questi talenti sono stati spesi bene, nell'interesse della Sicilia: per porre rimedio alle arretratezze, alle devastazioni. E naturalmente, contro la mafia.

GUAI A PARLAR BENE

Una volta si diceva: non parlar mai male di nessuno.
Ora, coi tempi che corrono, si rischia di più a parlar bene di chicchessia: un giorno, è un santo; l'indomani, scopri che trattavasi di Belzebù.
Accade coi medici, coi magistrati, coi giornalisti.
La qualifica non salva.
E' il razzolare, il problema.
A predicare, siamo quasi tutti buoni.

mercoledì 7 maggio 2008

QUANDO MARCELLETTI INVOCAVA IL CAMBIAMENTO

Per chi ha buona memoria. E per chi dimentica. Due prese di posizione di Carlo Marcelletti, il cardio chirurgo infantile arrestato per concussione, peculato e truffa. Sul Corriere della Sera e su Repubblica. Entrambe risalgono allo scorso anno. Il 2007. Buona lettura.

Corriere della Sera.

Sicilia, il chirurgo Marcelletti da Cuffaro a Veltroni

DAL NOSTRO INVIATO PALERMO - Molti fremono per la nascita del Pd. Perché la creatura potrebbe presentare qualche affanno già ai primi vagiti. Ma c' è un medico di fama, un cardiochirurgo pediatrico come Carlo Marcelletti, pronto a dare una mano in sala parto per aiutare il leader che più gli piace, Walter Veltroni. E qualcuno forse si sorprenderà di ritrovarlo nella lista dei 33 componenti del coordinamento siciliano pro Walter visto che, con sfortunate e brevi incursioni in politica, oltre al camice bianco del suo ospedale palermitano, Marcelletti ha indossato quattro casacche. Passando dall' «illusione» di Forza Italia con Gianfranco Micciché alle «promesse senza seguito» di Totò Cuffaro, dalla «ribellione» di Francesco Musotto contro gli azzurri a quello che definì il «finto autonomismo» di Raffaele Lombardo. Deluso, ma tenace, deciso a spendersi per «denunciare gli intrecci fra sanità e mafia, politica e malaffare», lo specialista zompato su tutte le tv del mondo ai tempi degli interventi sulle gemelline siamesi spera adesso nel successo di Veltroni e azzarda la diagnosi sul nascituro: «La creatura non sembra venir fuori robusta. Perché ha da fare i conti con tutte le tensioni correntizie che ci sono». Come proteggerla? Propone incubatrice e terapia intensiva? Si limita a un consiglio: «Tocca a Veltroni non cedere agli apparati. Se vuole fare una cosa buona per questo Paese non può riciclare l' 80% di quelli che hanno già avuto un ruolo. Occorrono facce nuove». Lo ha detto anche a Veltroni, dopo i contatti stabiliti attraverso uno dei candidati alla guida del Pd in Sicilia, Giuseppe Lumia, vice presidente dell' Antimafia. Una telefonata del sindaco di Roma che ringraziava, come riferisce Marcelletti: «Mi ha parlato di meritocrazia e ammodernamento del mercato, le cose che volevo sentirgli dire. Mi sono sembrate simili a quelle di Montezemolo. Quel che cattura è il Veltroni progressista, kennediano, non massimalista. I suoi discorsi non appartengono né alla destra né alla sinistra. Vi si ritrovano ideali fortemente ispirati anche da Montezemolo e non solo...». Lo dice mentre le sue mani preziose sfiorano i testi di Ichino, Giavazzi e Alesina, confusi fra quelli di patologia.

Repubblica. Edizione di Palermo.

Intervento di Carlo Marcelletti.

C’è del buono nel Regno di Sicilia. E chissà che non spazzi via il marcio. Proprio così. È entusiasmante la campagna elettorale che si profila per le prossime elezioni regionali. Addirittura travolgente, poi, potrebbe essere il dopo 13 e 14 aprile, quando si tratterà davvero di voltare pagina e di chiudere con il «cuffarismo», un «sistema» che ha allargato le distanze dell’isola dal resto del Paese tanto sul piano economico quanto, soprattutto, sul versante morale. È bello osservare che la Sicilia torna a essere quel laboratorio politico che è sempre stata. In cui il confronto avviene sulle idee, sui programmi, sulla voglia di cambiamento e non sulle logiche di schieramento, di appartenenza e, in definitiva, di puro potere.Chiaro, è un segnale importantissimo quello lanciato dal Partito democratico, che ha scelto un candidato forte. Chi meglio di Anna Finocchiaro, ex capogruppo del Pd al Senato, che di questa terra è figlia e profonda conoscitrice? Sono stato tra i primi a credere nell’importanza della nascita, in Italia, di una forza progressista moderna, pragmatica, senza lacci e laccioli ideologici, capace di rinnovare l’Italia adottando come criterio principale la valorizzazione del merito degli individui. Non ho avuto difficoltà, malgrado mi pesassero addosso le «sbandate» del passato per Raffaele Lombardo e per lo stesso Salvatore Cuffaro, ad aderire al Comitato pro-Veltroni, a poche ore dalla sua istituzione qui a Palermo. Bene, se Veltroni voleva dimostrare che il nuovo avanza realmente e che il cambiamento è possibile anche in Sicilia, con Anna Finocchiaro ha scelto la persona giusta. Tutti i siciliani liberi, davvero in buona fede, lo riconosceranno. Non solo quelli di sinistra.Ma attenzione, le carte si sono rimescolate anche nel centrodestra. Ed è stato quasi un terremoto. Temo che Gianfranco Miccichè avrà i suoi problemi a fare digerire la candidatura a Silvio Berlusconi e ai vertici del Partito della Libertà. Ma la sua «Rivoluzione siciliana» appare esattamente come una piccola, grande rivoluzione. Destinata a rompere gli schemi consolidati a destra e a porsi come una novità con la quale pure Anna Finocchiaro e il Pd dovranno fare i conti. C’è una sintesi fulminante nelle dichiarazioni programmatiche di Miccichè. Che cos’è il «cuffarismo»? «Un sistema clientelare che ha bloccato la Regione, che ha trasformato il lavoro da diritto a favore, che fa fuggire le imprese del Nord stanche di dovere passare sotto le grinfie della politica».So perfettamente che Pinocchio in confronto ai politici nostrani è un dilettante. Ma fino a prova contraria sarebbe importante dare credito a Miccichè. Anzi, prenderlo alla lettera e verificare se alle parole vuole aggiungere i fatti. Per questo non sono d’accordo con Anna Finocchiaro quando lo accomuna a Lombardo e conclude, tranciante, che nemmeno lui può diventare un interlocutore credibile. Per carità, in campagna elettorale è giusto che ognuno faccia la propria corsa. Né io caldeggio «inciuci» o grandi coalizioni che dir si voglia. Il mio sogno è un altro. Perché non provare a vedere se con Miccichè, indipendentemente dai risultati delle elezioni di aprile, fosse possibile stendere una sorta di Carta per la rinascita della Sicilia? Un accordo di metodo, le classiche regole del gioco da stabilire insieme, in perfetto stile bipartisan, su dieci punti chiave: legalità, meritocrazia nelle nomine pubbliche, sicurezza dei cittadini, trasparenza negli appalti e nei finanziamenti, snellimento degli apparati e della burocrazia, rilancio economico, lavoro e precariato, investimenti in alta tecnologia, freno alla fuga dei cervelli. E, naturalmente, riordino della Sanità, per abbattere gli sprechi e puntare al raggiungimento di standard di eccellenza.Meglio che Miccichè ci rifletta sopra, perché su questi nodi dovrà misurarsi. E tutti potranno scoprire se effettivamente, come sostiene, a muoverlo è unicamente l’amore per la Sicilia. Ma per quanto non ne abbia alcun titolo, mi sento allo stesso tempo di rivolgere un invito ad Anna Finocchiaro affinché verifichi la disponibilità dell’avversario quanto meno alla nascita di un clima di confronto. L’unico clima dentro al quale è possibile produrre un vero cambiamento. Lo chiede la Sicilia. E questa terra è la nostra terra.

lunedì 5 maggio 2008

SMETTERLA PURE CON LE AUTO

Da fumatore, ero d'accordo con il Ministro della Salute Sirchia: stop alle sigarette al chiuso.
Da automobilisti, con SUV, sono d'accordo con il Sindaco di Palermo, Cammarata, sulle restrizioni al traffico in città.
Il fatto è che dopo qualche tempo con le sigarette ho smesso.
La vedo dura, invece, per le auto.
Avete mai provato ad andare in bicicletta, a Palermo?

giovedì 24 aprile 2008

UNDICI VARIAZIONI

La scrittura piena di svolazzi e la firma, con quella Effe svettante verso Occidente, erano senz'altro di don Felipe, che conoscevo da lunghi anni. Il mio nome, abbellito da alcuni recentissimi titoli, al suo confronto appariva miserabile.
Nella sua lettera, mi lusingava con il ricordo miracolosamente dettagliato di un'udienza reale alla quale avevo preso parte, alcuni anni prima.
Il Protocollo aveva previsto che io e gli altri magistrati della Real Corte di Giustizia ci schierassimo, coi nostri pastrani, dinanzi alla statua che nel Palazzo Normanno raffigurava un uomo alquanto pensieroso; e che attendessimo lì il passaggio della Famiglia Reale, Dio Guardi.
Dopo quel far velo al pensieroso sconosciuto, compito dei giudici era di condursi rapidamente e in tutta dignità fino alla Sala del Trono – nel tredicesimo ordine, dietro la Nobiltà di sangue, l'Alto Clero, i Generali di tutte le Armi e la Nobiltà terriera, e prima dei Capitani del Regno – per rendere omaggio ai Sovrani, Dio li Conservi.

Vi chiedo dunque – diceva don Felipe, Duca de Valencia y Cordoba – di porvi alle mie dirette dipendenze, per il tempo che vi occorrerà, ospite presso il mio Palazzo, a Palermo, e di arricchire la mia Biblioteca con un saggio del vostro preziosissimo pensiero.
In considerazione della Vostra benemerita esperienza, in seno alle Corti della Corona di Spagna, Dio La Protegga, desidero che voi componiate una mirabilissima opera d'invenzione su quella perigliosa arte del navigare tra le ragioni del Bene e del Male: nel giudicare colpevoli e innocenti per l’esclusivo abbisogno del Regno.
Arte, la Vostra, del Giudicare, che il nostro popolo, sempre in procinto d'affogare nel mare delle rivoluzioni, induce all'obbedienza.
Auspico che quest'opera sia l'esca d'accensione delle nostre facoltà intellettive, sopite dal silenzio.

Era una sorta di gioco, per don Felipe.
Dietro quel linguaggio ampolloso, quelle formule così vaghe, si nascondeva un losco disegno: attrarre uno stimato magistrato a riposo, e farne un Eretico Civile, al riparo delle mura del proprio Palazzo.
Avrei formulato, in apparente libertà, la più severa delle accuse contro la Spagna e le sue Leggi: dicendo dei processi, delle pene, dell'arbitrio, delle carceri.
Nel segreto, avrei vergato una Teoria del Bene e del Male.
Sarebbe rimasta nelle sue mani, ed io, se pure fossi uscito da quel Palazzo, non avrei più vissuto un giorno senza chiedermi se i gendarmi, per strada, non stessero cercando me; se il Capitano mio genero, che con mia figlia aveva preso possesso di un piano del nostro modesto Palazzo, parte di un’eredità ricevuta da mia moglie, non avrebbe cancellato nel sangue la vergogna di un mio arresto per alto tradimento.
Ebbi per un attimo la tentazione di sfuggire a quell’invito. Mi dissi, però, che non avrei potuto sottrarmi. Don Felipe era tra i primi Famigli della Santa Inquisizione di Spagna.
Scrissi dunque la mia risposta, e la consegnai al Valletto più giovane affinché di corsa la recapitasse al Palazzo del Duca.
Salutai mia moglie e i miei famigliari come se non dovessi più rivederli, e nel congedarmi da essi, rivolsi partitamente alcune raccomandazioni.
La prima è che nessuna denuncia della mia scomparsa era da presentarsi, nel caso in cui non avessi più fatto ritorno.
Poi, dissi dell'uso del patrimonio, della salute e degli studi dei nipoti, il primo dei quali sarebbe nato entro poche settimane, da mia figlia Eleonora.
La carrozza era pronta. I bagagli erano stati preparati e caricati in pochi minuti.
Guardai le vie di Palermo e mi sorpresi ad osservare i volti dei mendicanti. Loro erano liberi. Il Cassaro era illuminato da un sole ardente come il volto del Diavolo.
Fui ricevuto dal Segretario del Duca, un giovanissimo sacerdote portoghese, di bell'aspetto, devotissimo al Sacramento e ancor di più, si diceva, al suo padrone.
Padre Alfonso mi condusse fino alla scala di marmi rossi e verdi, e sollevando appena la sua tonaca, mi fece segno di precederlo.
Spolverai la mia giubba, impolverata dal vento libico di giugno, e varcai la porta che conduceva allo studio privato del Duca.
La grande sala era deserta. La porta si richiuse alle mie spalle.
Gli affreschi, sulle altissime volte, raffiguravano le dispute olimpiche, ed i volti maschili erano indiscutibilmente quelli di Dionisos e Apollo, benché una mano pietosa avesse pennellato i nomi di Pietro e Paolo, coprendo di un velo nero e avorio piedi e zoccoli degli Dei.
Sull'imponente scrittoio di quercia, vi erano dei preziosi volumi rilegati in pelle. Ne scorsi un paio. Origene e Tertulliano. Feci appena in tempo a riporli, che alle mie spalle udii la voce tonante del Duca.

– Dovreste leggerne, don Alejandro. Dobbiamo protegger le nostre anime, esposte ai pericoli dell'eresia e del giudaismo.
– Stavo ammirando i vostri libri, e questa biblioteca, così...
– Così insultante, per la Fede. E così bella, come immagino foste per dire.
– Il Maligno usa le armi della Seduzione.
– E del Pensiero. Per questo, l'Indice abbisogna del suo contrario. E' bene che si scrivano dei libri proibiti, e che alcuni di noi possano leggerli.
– Posso parlare liberamente?
– Vi ho chiamato per scrivere liberamente. Dunque, potete anche parlare.
– Come mai mi avete chiesto di venir qui?
– Ora che siete a riposo, che avete abbandonato la bilancia e le altre insegne della magistratura, credo che possiate rispondere ad un quesito, al quale io non posso e non debbo rispondere.
– Ditemi.
– Io ho ucciso mia moglie. Sono colpevole per questo?
– Lo siete agli occhi di Dio. – Ora, la mia paura si era fatta solida, come di pietra, dinanzi ad un'eventualità che non potevo figurarmi. Pensavo di dover far filosofia, ed ero chiamato, invece, a far sofismi da avvocato.
– A quella giustizia so già che non potrò sottrarmi. Ma sono un famiglio dell'Inquisizione, e non posso essere arrestato, processato, condannato e incarcerato al pari di un suddito qualsiasi.
– Salvo che il Re non lo disponga. Vostra moglie era una sua cugina.
– Voi reagite troppo freddamente alle mie parole. Poco importa. Voglio che voi scriviate per me un breve trattato, per la mia lettura. Non provate a fornirmi gli strumenti perché altri sia accusato della morte di mia moglie. Desidero undici motivi per non considerarmi colpevole: pur se i giudici sapranno che sono stato io, in effetti, ad averla colpita. I motivi, undici come gli anni del mio matrimonio, riguarderanno me, la mia posizione, gli interessi della Giustizia, della Spagna, della Corona.
– So cosa intendete.
– Mettetevi al lavoro. Occuperete gli appartamenti che furono di Caravaggio. – E mi congedò.

Si diceva che quegli affreschi, che io vedevo per la prima volta, si dovessero alle mani di Caravaggio, che li avrebbe dipinti durante il suo esilio siciliano.

Due servi, di robusta complessione, mi accompagnarono.
Le stanze erano tre, sul margine orientale del Palazzo, affacciate sull'antico mercato della Vucciria. Stanze spoglie, le pareti tinteggiate: di azzurro, la prima, con un salotto ed un tavolo; verde, la seconda, uno spogliatoio; rosso sangue la terza, con un letto a baldacchino.
I miei vestiti erano già stati riposti. La cena era servita. Avrei vissuto in quelle stanze, a quanto pareva.
Da solo.
La famiglia era a lutto.

Non toccai cibo.
Scrissi invece un rapido brogliaccio, attingendo alla casistica dei miei processi.
Le circostanze di quell'omicidio mi erano oscure. Doveva trattarsi di un atto d'impeto. Il Duca era facile all'ira.
Undici motivi.

La Duchessa era gravemente inferma, a causa di un male oscuro che di notte la induceva a lamentazioni e sanguinamenti. Il duca aveva pietosamente posto fine a quelle sofferenze.
La Duchessa si era segretamente convertita al giudaismo, e in un'occasione, era stata vista bere del sangue, probabilmente di un bambino di religione cristiana. Il Duca, sconvolto da quell'orrore, l'aveva uccisa.
La Duchessa aveva alzato la mano contro il marito, e armata di un coltello, aveva tentato di assassinarlo. Il Duca s’era difeso.
La Duchessa era posseduta dal diavolo, e l'azione violenta del Duca era stata ispirata dalla carità divina.
La Duchessa era dominata dalla tentazione carnale, ed era stata sorpresa in compagnia di uno stalliere. Il Duca aveva il diritto di vendicarsi dell'onta subita.
La Duchessa aveva tentato d'appiccare il fuoco alla biblioteca del marito, gelosa dei libri con i quali egli soleva trascorrere la parte maggiore del suo tempo. Il Duca l’aveva colpita per impedire la distruzione dell’intero Palazzo.
La Corte palermitana era incompetente a giudicare sull'assassinio di un membro della Famiglia Reale, Dio Guardi.
Il Duca aveva agito in una condizione di ristretto raziocinio per la malattia che l'affligge, un rigonfio maligno del fegato, e che potrebbe condurlo presto alla morte.
Il Duca può esser talvolta accecato da improvvisi accessi di follia, e pertanto non è responsabile delle sue azioni.
La Duchessa aveva chiesto al marito di ucciderla, e di porre così termine alla sua vita, così difficile, e inutile, per l'assenza di figli.
La Duchessa è stata effettivamente colpita dal marito, ma è sopravvissuta, e dopo la guarigione, ha preferito partire per la Spagna.

Passai i due giorni successivi a dar corpo a quelle ipotesi. Citai a memoria passi interi di alcune mie vecchie sentenze, e trascrissi in latino i miei appunti, in bella copia, sulla carta pergamena che Don Felipe mi aveva fatto trovare sul tavolo.
Chiesi ad un servo di comunicare al Duca che il mio lavoro era da considerarsi concluso.
Fui nuovamente convocato al suo cospetto. Lo attesi nella Biblioteca di Caravaggio. Lo scrittoio era sgombro.
Dopo qualche minuto, la porta alle mie spalle, si aperse, e quel che vidi, mi paralizzò.

– Spero che sia riuscito nel suo intento.
– Ho solo osservato le indicazioni.
– Sapevo che l'avrebbe fatto. Posso avere il vostro manoscritto? Sono certa che troverò le prove di tutti i vostri crimini.

Lesse con attenzione, e approvò. Mise il manoscritto sul piano intagliato, e fece un cenno. I servi, alti e robusti come soldati, mi si fecero accanto, e mi afferrarono le braccia.

– Siete in arresto, giudice – disse Padre Alfonso.
– Non comprendo, Duchessa. Dovevate esser morta. E poi, perché questi uomini mi arrestano?
– Con il loro aiuto, ho persuaso mio marito a convocarvi, e a chiedervi, per la seconda volta, di elaborare una strategia per la sua assoluzione dalla colpa di omicidio. Il mio omicidio, stavolta. Una strategia che si componesse di undici diverse ipotesi d’innocenza: tante quanti gli anni trascorsi dal nostro matrimonio, e dall'assassinio di mio fratello Juan, che investigò sulle origini della ricchezza del mio pretendente, il Duca de Valencia y Cordoba. Don Felipe era caduto in disgrazia, in Patria. A Palermo, invece, era divenuto ricchissimo: con la Santa Inquisizione, denunciando falsi eretici e appropriandosi dei loro beni.
– Non sapevo nulla.
– Voi non dovevate sapere. Non rientrava nei vostri compiti, sapere. E poi, siete stato pagato perché nessuno sapesse. Io ho fatto solo da poco tempo la stessa scoperta che undici anni fa aveva fatto mio fratello: pagandola con la vita.
– Qual è la mia colpa?
– Siete ostinato, don Alejandro. Dovreste arrendervi all’evidenza. So tutto del vostro commercio di sentenze. Voi avete assolto l’assassino di mio fratello: un domenicano, che aveva dichiarato d'avere agito dopo aver visto Juan bere del sangue, quello di un bimbo, un cristiano. Il frate era stato pagato dal Duca, mio futuro marito.
– Io non sono stato corrotto da alcuno.
– Verissimo. Il vostro compenso lo ricevette vostra moglie, in forma di eredità. Ma la famiglia che le donò un palazzo e delle terre, era morta nelle carceri del Sant'Uffizio, dove il Duca, spietatamente, l'aveva fatta rinchiudere.
– Voi mostrate di sapere molte cose.
– Le so, don Alejandro, ed è tutto merito di Padre Alfonso. O meglio, di don Alfonso Alenteja, della Gendarmeria Reale. E' il più grande cercatore di criminali della Spagna. Mio cugino, il Re, ha voluto prestarmelo. Ha dovuto fingere un accento portoghese per non sollevare sospetti. Mio marito si fidava ciecamente di lui. E voi. Siete riuscito ad assolvere tutti gli assassini che erano in grado di pagarvi.
– Vostro marito?
– Due giorni fa, dopo aver parlato con voi, è stato imbarcato su un Postale. Tra qualche giorno, sarà accolto a Madrid e alloggiato in una fortezza. In attesa del boia.

Sono finito anch'io in una fortezza, e messo ai ceppi.
Al processo, celebrato a Madrid, l'accusa ha mostrato le mie sentenze, falsificate ad arte, e le motivazioni, riportate nelle undici variazioni riportate sulla carta pergamena del Duca, hanno convinto la Corte della mia colpevolezza.
Sono stato condannato a morte, per aver venduto la Giustizia di Spagna.
Ho scritto la mia Teoria del Male, e del Bene, e contrariamente a quel che pensavo, l'hanno letta in tanti.

martedì 22 aprile 2008

L'EMERGENZA INSICUREZZA

Ancora per qualche giorno, l'emergenza sicurezza sarà a parole in cima all'agenda politica dei nostri rappresentanti in Parlamento.
Ieri sera, a Porta a Porta, Di Pietro ha detto che agli imputati di certi reati occorrerebbe vietare il Gratuito Patrocinio. Pensavo d'aver sentito male, o d'aver capito peggio. No. L'ex pm, leader dell'Italia dei Valori, lo ha ripetuto. Eppure. Il rischio che si rinvii a giudizio un innocente è elevato. E pure un colpevole confesso di omicidio ha diritto ad un processo che con equità distingua tra occasionalità non ricercata e sistematica spietatezza. A riportare su un terreno "occidentale" il dibattito, è stato Castelli, della Lega.
Simili rovesciamenti servono. La resa dei conti con certi pregiudizi è già iniziata. Però. Mi chiedo. Quanto tempo occorrerà per giungere ad una riforma della Giustizia che restituisca a ciascuno il timore dello Stato?
Il rischio che certi reati si ripetano è una delle condizioni per l'applicazione della custodia cautelare. Ciò che potrebbe soccorrere alla durata del processo, se fosse ragionevole.
Il tema, allora, è far sì che vadano a processo le sole inchieste capaci di passare un vaglio di fondatezza, e che questo vaglio, a maggior ragione, vi sia tra il primo e il secondo grado.
Ciò però imporrebbe una qualche modifica al concetto di obbligatorietà dell'azione penale, e una qualche variazione dell'ordinamento giudiziario.
Da noi, come sempre, l'emergenza vera è l'insicurezza: dinanzi ad un problema vero, non sappiamo - quasi mai - come comportarci.

domenica 20 aprile 2008

INTELLETTUALI E POLITICA

Nel suo editoriale di oggi, Paolo Mieli analizza con proprietà e concretezza le cause della vittoria dell'alleanza tra Pdl e autonomisti, della sconfitta dell'alleanza tra Pd e Italia dei Valori, dell'esclusione dal Parlamento dei partiti della Sinistra Arcobaleno.
Nelle pagine interne, alle quali è rinviata la seconda parte del suo editoriale, Mieli scrive: "I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quello che si dibatte nel resto del Pianeta); quello di aver prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un'attenzione strutturalmente diversa".
Qualche considerazione, al riguardo.
L'editoriale di Mieli, anzitutto, è un editoriale politico. Nel senso che ha un'intenzione sommamente politica, e non punta, non solo, ad una mera analisi dei fatti secondo le categorie del Politico.
Il direttore del Corriere vuol spingere il PD ad una presa d'atto delle mutate condizioni del nostro Paese. Dal punto di vista economico e sociale.
Mieli, però, trasferisce dalla prima pagina alla trentesima (nella parte interna dell'editoriale) la riflessione che dovrebbe apparire centrale, nel suo quasi del tutto condivisibile ragionamento.
Il PD - sostiene Mieli, che è giornalista e storico di vaglia - non ha una solida base culturale di riferimento.
Il PD, tuttavia, è l'erede di almeno tre tradizioni politiche e culturali.
Quella comunista. Quella democristiana. Quella laica progressista (almeno in parte).
La prima di esse ha di fatto dominato la Cultura italiana per oltre mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, avendo di fatto rappresentato la prima delle opposizioni al Fascismo, durante il ventennio che precedette il conflitto.
Al di fuori di quell'Universo, un intellettuale non poteva dirsi tale: per la sua distanza dalle masse, per la sua non adesione allo schema gramsciano. Le conseguenze di questo stato di cose potevano esser misurate nell'insegnamento, nel giornalismo, nella letteratura, nelle arti.
Potremmo dire anche del contributo del cattolicesimo politico al nostro Paese, e di quello di parte laica.
Quasi a metà degli anni Novanta, l'avvento di un'alleanza autodefinitasi di Centro Destra violò due tabù.
Destra era parola impronunciabile: nell'accezione italiana, era sinonimo di Fascismo, Golpe, Repressione, Arretratezza.
Con il Centro Destra, si schierarono numerosi "intellettuali": Colletti, Ferrara, Melograni, Urbani (solo per citarne alcuni, tra i più celebri).
Oggi, rispetto ad allora, la situazione sembra affatto rovesciata.
Ed è da questo punto che bisogna ripartire: dalla centralità della questione culturale. La sinistra non ha più intellettuali in grado di decodificare la realtà e indicare punti d'approdo, nuovi territori. E ciò non vale solo con riferimento all'interpretazione dei segnali del popolo delle partite iva del Nord.
Non è un Tradimento dei Chierici.
E' il mondo che sta cambiando. Il mondo intero.
Siamo certi che nel Centro Destra non se ne siano accorti?

sabato 19 aprile 2008

TELEFONARE UCCIDE

Dieci al giorno. A volte, anche venti. Non riesco a farne a meno.
Se per caso non l'ho in tasca, mi sembra di impazzire.
Sono un addict anch'io, ma a volte entro in una stanza, mi guardo intorno e devo scappare: tutti quanti...
Presto, sarà riammesso sugli aereoplani.
Lo so bene che dovrei diminuire. O smettere.
I medici cominciano a parlarne. La dentista, quando le ho detto che avevo un po' di sensibilità a sinistra, un fastidio sordo, e persistente, mi ha chiesto se, per caso, non avessi un ponte metallico. Le ho detto di sì. Bé, capita, allora. Se ne fai uso regolarmente, capita.
Regolarmente?
Ora, mio figlio dice che anche lui vorrebbe. E io gli rispondo che fa male. E tu, allora? Dovrei smettere, rispondo. Tristemente. Come mi ripeto ad ogni mal di testa.
Di dati scientifici ce ne sono pochi. Diciamo che le case produttrici non incentivano le Università alla ricerca. E i governi, tutti quanti, non obbligano a scriverci sopra che fa male.
Isolati ricercatori azzardano che, tra qualche anno, il suo uso sarà forse la prima causa di morte. O la prima causa di cancro, che è poi la stessa cosa.
Dovrei spegnerlo e non riaccenderlo più.
Il telefonino.

giovedì 17 aprile 2008

GLI EFFETTI DEL VOTO

L'assenza della Sinistra Arcobaleno dal Parlamento produce già adesso i suoi primi effetti. Tra i militanti dei quattro partiti che avevano dato vita al raggruppamento, anzitutto. Sono effetti dolorosi, per il valore attribuito all'esercizio dell'attività politica. Per i valori messi in gioco. Per la funzione salvifica attribuita al partito.
Serviranno degli anni per riassorbire i conflitti che inevitabilmente si apriranno in quello schieramento, e per costruire un nuovo sistema di relazioni.
Occorre avere del rispetto per questo processo. Ed è stato un segno di raggiunta civiltà politica l'ascoltare le parole di attenzione che sono state pronunciate da numerosi esponenti degli altri schieramenti.
Ma ci saranno degli effetti anche su questi ultimi.
Per il PD, saranno effetti tendenzialmente inclusivi di porzioni della Sinistra Arcobaleno.
Nel Centro Destra attuale, una duplice probabile conseguenza: un atteggiamento di pacificazione, nei confronti della principale opposizione parlamentare (il PD), e di apertura alle istanze sociale dei ceti più deboli, che molti anni fa avevano un rapporto simbiotico con la sinistra radicale ed ora, sempre di più, si rivolgono alla Lega.
C'è un aspetto, infine, che occorrerà valutare meglio. Il mutamento del rapporto dei cittadini con la politica. Più individualistico, e più diffidente nei confronti del potere ordinativo delle istituzioni. Anche in questo, più anglosassone: vogliamo contare - sembra che dicano i cittadini elettori - sulla nostra libertà, e su uno Stato che la garantisca, e sia meno invadente. Vale per il Fisco, vale per lo Stato Sociale, per la Sicurezza e per l'Immigrazione.

mercoledì 16 aprile 2008

OLTRE IL NOVECENTO

Nel prossimo Parlamento nazionale, i soli eredi delle tradizioni politiche novecentesche saranno i rappresentanti dell'Udc, con poco più del 5 per cento dei voti, buona parte dei quali siciliani. Gli altri, comunisti e socialisti in primo luogo, resteranno fuori.
Il partito più vecchio sarà la Lega, che guarda al cuore tedesco d'Europa.
I due partito più nuovi traggono invece la loro prima ispirazione dalla tradizione politica anglosassone (nella variante d'oltre atlantico).
E' questa la Seconda Repubblica, sgusciata finalmente fuori da un uovo deposto sedici anni fa, al culmine della stagione conosciuta come Mani Pulite.
Ora, sarebbe un errore prendere atto della nuova situazione ed usare comunque i vecchi criteri d'analisi: la divisione in destra e sinistra, anzitutto.
Come hanno intuito alcuni commentatori che s'autodefiniscono di sinistra.
Non è un caso che Marco Revelli, studioso d'area della Sinistra Arcobaleno, individui nella strutturazione territoriale della Lega una possibile risposta alla crisi irreversibile del suo schieramento di riferimento (Revelli però si ferma lì, e non coglie l'elemento fondamentale del successo della Lega: i Lumbard rappresentano gli interessi popolari, siano essi il Fisco, il Welfare o la Sicurezza).
E nemmeno è un caso che il Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo, simmetrico corrispondente della Lega al Sud, abbia di fatto inaugurato la seconda e più importante fase della sua esistenza: aprendosi ad altre aree culturali, già nella fase di composizione delle liste, ed ora nel tentativo di dar vita ad una giunta regionale siciliana "nuova".
Il punto d'arrivo, per l'MPA, è un Partito del Sud. E già, tra gli scontenti del Partito Democratico, par di cogliere alcuni rilevanti segni d'interesse.
Se la Seconda Repubblica è cominciata, non tutto - del suo concretarsi - è ancora visibile. E la gestazione, ancora in corso, di PDL e PD, riserverà certamente delle sorprese. La prima delle quali potrebbe esser questa: ci saranno altre robuste formazioni politiche, nel complicato scacchiere italiano.

martedì 15 aprile 2008

X FACTOR E LE ELEZIONI

Ora che la Seconda Repubblica è fatta, con l'approdo alle sacre rive di Britannia e delle sue ex colonie (bipartitiche, obviously), non resta che occuparsi del corredo culturale di questa nuova Italia.
Ieri, ad X Factor, format dal titolo a prima vista incomprensibile (senonché, parrebbe trattarsi di quel Fattore X che qui da noi si tradurrebbe in Fattore C come il sinonimo di terga), si è esibito un concorrente, Emanuele. Suonava e cantava, in modo eccellente, e con qualche vezzo country, uno dei masterpieces degli U2, Sunday Bloody Sunday. Canzone simbolo della rivolta irlandese, e della feroce repressione inglese.
Una delle tre giurate, dal viso solitamente cattivo, ha abbozzato: "Bene bene". Simona "Simo" Ventura, che aveva mulinato le braccia come una sedicenne al suo terzo concerto, ha pronunciato una Lode senatoriale. Morgan, ex di Asia Argento, da Pirata par suo si è contraddetto: hai suonato da Dio, ma era una canzone da dilettanti. Sunday Bloody Sunday. Due giri di chitarra e stop.
Io, devo confessarlo, in quel frullatore di concetti, in quel vuoto pneumatico provocato dalla velocità della centrifuga, ho ripensato alla campagna elettorale che si era appena conclusa, e al posato periodare di uno dei candidati - assai professionale in verità, chiarezza ironia voce sguardo mani taglio d'abito gambe accavallate, con qualche vezzo country - e ho pensato che anche lui aveva suonato da Dio. Ma anche in questo caso, doveva trattarsi di una canzone da dilettanti.

sabato 12 aprile 2008

NEL CRETTO RIVIVE GIBELLINA

I vecchi passeggiano tra i vicoli del Grande Cretto e additano i luoghi della loro vita precedente, senza un filo di tristezza, sapendoli ben conservati, nella loro memoria, e sotto quella pietra dolce senza iscrizioni: la Chiesa, le case, e le putìe, i negozi, delimitati dal filo dei solchi.
Le vecchie foto in bianco e nero di Gibellina, conservate al Museo della Fondazione Orestiadi, raccontano di un paese abbarbicato al fianco scosceso di una collina esposta ai venti.
Le case, tutte affacciate sulla valle, dinanzi alla scena verde e gialla delle stagioni, erano più alte davanti, con un piano terreno per riparare gli animali e conservarne il calore, e più basse di dietro, con un solaio per dormire.
C'erano le fontane, e la piazza. Ovunque, le scale, ripide come sentieri di montagna, e ostinate, come l'erba che cresceva in ogni loro interstizio. Acchianate e scinnute si facevano a dorso di mulo, e più spesso a piedi.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Le donne portavano il bummulo di terracotta pieno d'acqua sulla testa, avendo appreso il segreto dell'equilibrio.
Gli uomini trascorrevano le settimane in campagna: a badare alla terra, madre di frumento, e agli animali: pecore, per lo più. Il sabato, la pelle cotta dal sole, o ispessita dal freddo e dalla neve, i cristiani se ne tornavano in Paese, ed era grande festa, allora.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Gibellina era lontana dal mondo. Il suo tempo era quello del Feudo, come le sue coltivazioni: feudali, estensive, sulla terra ancora risvegliata dall'aratro e assaggiata dall'uomo, che ne masticava per saperne di ferro, di sali e di argilla, e indovinarne il parto di spighe.
Terra assaggiata e masticata, e ingravidata dal sudore, ancora nel 1968, nonostante le lotte contadine degli anni Quaranta e Cinquanta; nonostante la morte dell'arciprete che aveva incrinato l'abside con le sue grida: niente mafia, e niente feudi!
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Nel pomeriggio del 14 gennaio, un pomeriggio di sabato e dunque di festa, la terra si mosse. Le case oscillarono, scosse da una forza sovrumana. La frustata precipitò fuori tutti quanti: le facce giarne, scantate.
Aveva nevicato, e faceva freddo, in quel presepe, tra i vicoli di Gibellina.
Puoi osservarli ancora, nel Grande Cretto, mentre si interrogano, muti, sul da farsi; mentre soffia un vento sordo, minaccioso.
Ci fu chi decise di non sfidare l'ira di Dio, e se ne restò fuori, tutta la notte, battendo i denti, stretto nelle coperte, e chi se ne tornò a dormire, a fianco al braciere.
Poi, Dio, che pure il suo l'aveva fatto, dicendo a chi aveva orecchie per sentire che il tempo di Gibellina stava per arrivare, prese i fili delle profondità della terra e li scosse nuovamente, e stavolta le case di pietra e di tufo si fecero di polvere, il sangue scorse per gli scaluna, le cappelle del cimitero, squinternate, liberarono i morti.
Ci fu un attimo in cui si zittirono pure i vermi.
In quella notte brillavano molte stelle. Tutte sapevano, e tutte volevano esserci, e illuminare quei poveri Cristi.
Il primo lamento, forse, fu di un bambino. Piansero tutti, poi. Mentre provavano a togliersi di dosso i conci, i cantuna. Le pietre.
Era l'Italia del 1968.
Io me ne stavo a Palermo, e quello del terremoto è il mio primo ricordo. Di me, in braccio ad uno zio, in ascensore. Il palazzo aveva oscillato come un metronomo alle prese con un Improvviso. Al nostro tredicesimo piano, i letti s'erano ubriacati, e sbattevano da muro a muro.
Palermo non sapeva ancora di Gibellina. E nemmeno di Calatafimi, di Partanna, di Poggioreale, di Salaparuta, di Salemi, di Santa Margherita Belice, di Santa Ninfa.
Disgrazia nella disgrazia.
L'esercito ripeteva le esercitazioni di sempre, coi vecchi fucili regalati dagli americani. Non s'intendeva di Protezione Civile. I francesi vennero dieci giorni dopo, coi cani. Sguinzagliati a fiutare le carogne.
Gibellina contò centoundici morti. Finì che i vivi s'asciugarono le lacrime e rimisero i morti vecchi al loro posto, insieme ai nuovi; e dalla sera alla mattina, si ritrovarono con niente in mano; nelle tende; con le quarare di rame annerito a cuocere sulle pietre.
Li aspettavano vent'anni di baracche. Fogli di lamiera. Con l'Eternit sulla testa e l'amianto nei polmoni.
Quando i vecchi tornano al Cretto, si dicono: “Finìu u tempu di barracchi”. E qui, si capisce che la malinconia è per il ciauro di pomodoro e basilico che si diffondeva per la baraccopoli, per i picciriddi scalzi che giocavano sulle pozzanghere, per il primo panificio e la prima gioielleria, e la prima sala trattenimenti, che in quella città di ferro arrugginito avevano riportato la speranza. Nonostante i ritardi dei politici, ai quali aveva fatto appello Danilo Dolci, nel 1970, con la sua Radio, a Partinico, la prima libera d'Italia, con una trasmissione durata 27 ore e interrotta dai Carabinieri.
Gibellina ebbe pure un secondo terremoto. Quando il profumo dei piccioli arrivò a Palermo, a Gibellina mandarono ruspe e dinamite, per l'inevitabile trionfo del purissimo stile Geometra che contraddistingue non meno di trecento città siciliane.
Le rovine resistettero.
Ora, bisogna dire che, in Sicilia, la morte è sempre accompagnata da una rinascita che vuol contraddirla: per puntiglio, per principio. Così a Ragusa, a Noto, a Modica, a Catania, dopo il terremoto del 1693; così a Messina, dopo il terremoto e lo tsunami del 1908.
Prima che quel nefasto 1968 si chiudesse, a Gibellina elessero sindaco un giovane deputato, Ludovico Corrao, che era eretico e cristiano. Cristiano sociale. Testimone di quell'eresia politica che era stato il governo Milazzo, qualche anno prima, coi fascisti e i comunisti insieme contro Roma e la Democrazia Cristiana.
Corrao, che sarebbe rimasto Sindaco per quasi trent'anni, conosceva Berlino. Sapeva di Hansaviertel, il quartiere che dopo la seconda guerra mondiale era stato tirato su dalle visioni architettoniche di Aaalto, Gropius, Niemeyer.
Sapeva pure di Nietzsche, Corrao, a volerci scommettere: della Nascita della Tragedia, e di Apollo e Dioniso.
Corrao, dunque, che sapeva del mondo, si trovò subito d'accordo con Alberto Burri. E i gibellinesi videro che non era triste quel Sacrario.
Ad un'idea sacra, infatti, riuscì a dar forma il cemento dolce e bianchissimo versato sulle rovine e sulle molecole dei morti.
Non era il primo Cretto al quale Burri avesse lavorato, ma quello di Gibellina fu il Grande Cretto.
Un segno bianco come un lenzuolo. Un sudario dinanzi al quale, la Democrazia Cristiana di Gibellina affisse manifesti che protestavano per la follia delirante di Burri e Corrao.
Burri voleva che quelle rovine restassero, sotto il Cretto. Non si può ricostruire, pensava. E bisogna dare pace al morto. Dorma con le sue pietre.
La sua anima, però, pensava Burri, era ancora viva: Gibellina, che era greca e forse elima, in arabo era Piccola collina, e secondo altre traduzioni, Gazzella che corre sulle colline.
Altri non ebbero il coraggio.
Oltre la collina che si alza ad Oriente, c'è Poggioreale, coi suoi fantasmi, tra le rovine ancora appese le une alle altre, e i conci di questo tufo gessoso che della vicina Salemi, Shalom, tra le capitali dell'ebraismo isolano fino alla cacciata del 1492, facevano dire: “Unni viditi muntagni di issu, chissa è Salemi, passaticci arrassu. Sunnu nimici di lu Crucifissu e amici di lu Satanassu”.
Fu poi Salemi che regalò a Gibellina i vigneti sui quali far sorgere la città nuova, a venti chilometri da qui. Ludovico Corrao, che sapeva di Berlino e di Nietzsche, di Modica e di Messina, volle radunare due generazioni di scultori, fieri oppositori della retorica della statuaria.
Pietro Consagra, e Pomodoro, Cascella, Franchina, Mirko, Quaroni, Uncini, Staccioli. Per non dirne altri. E per tacere di architetti, urbanisti, pittori, scenografi.
Fecero le sculture, fecero i palazzi, fecero pure i drappi che a Pasqua le processioni recavano per i solchi del Grande Cretto che una volta erano stati le acchianate e le scinnute di Gibellina.
Diceva una vecchia profezia degli ebrei di Salemi, che mai sarebbe caduta, Salemi, come Gerusalemme.
Senonché, potrebbe intendersi, la profezia, a rovescio, e per esteso: E' volere di Dio che essa rinasca, benché distrutta, e che dia i natali a città nuove.
Salemi, dunque, ospitò Gibellina nuova. Alla quale si accede passando per la Grande Stella di Consagra, che ripeteva la visione che da queste parti, a Castelvetrano, ebbe una notte Goethe guardando attraverso un foro nel tetto di una locanda.
A dar carne alla nuova Gibellina, sono anche la Chiesa Madre, con la sfera cristiana e il parallelepipedo mussulmano; il Teatro; la fermata degli autobus; la fontana; l'orto botanico; la casa del farmacista; il corso; i giardini segreti; i palazzi; il sistema delle piazze.
Visioni. Come il gigantesco aratro di Pomodoro.
A Gibellina vecchia, nel 1985, Burri mise mano al Grande Cretto. Sei anni dopo, chi teneva la mano sul rubinetto dei soldi, decise di chiuderlo, lasciandolo incompleto.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivivi ogni cosa.
Vedi i primi giorni di lavoro.
Gli ingegneri, i capimastri, i bracci e i mezzibracci che pazientemente tentano di persuadere Burri a scegliere tutt'altra mescola, per quel sudario. L'umbro, imperturbabile, risponde che vuole un cemento che non sia liscio come il basalto. Preferisce un tessuto poroso, come la spugna dei polmoni.
Vedi i primi sopralluoghi. I gibellinesi. Corrao. E altri eretici. Buttitta, Guttuso, Sciascia. Il sole andava da Oriente a Occidente, altissimo, così luminoso che faceva notte sotto le rovine.
Ora, Burri se ne é andato, Consagra riposa nel cimitero nuovo che lui stesso ha disegnato, protetto dai più bei cancelli che un cimitero possa vantare.
I nervi e i muscoli del Cretto, le armature di ferro, si sono rigonfiati, per la ruggine. La stoffa del sudario si è strappata.
Prima del restauro, già deciso, apriranno dei Cantieri di Conoscenza. Per studiare. Per vedere.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Le rappresentazioni teatrali degli anni Ottanta. Thierry Salmon, e le sue Troiane. L'Oresteia di Xenakis. Le comparse erano i giovani e i vecchi di Gibellina. Le macchine. Le scenografie. Di Scialoja. Di Paladino.
I concerti degli anni Novanta. Franco Battiato accosciato su un tappeto, dinanzi a migliaia di persone.
Le musiche di Philip Glass, per una regia di Bob Wilson.
Se oggi guardi il Cretto, vedi che il bianco si è fatto grigio, e che il grigio è tornato a macchiarsi di giallo e di bianco, del tufo e del gesso delle cave di queste parti.
L'erba s'insinua come una volta sulle scale. Burri non voleva che la tagliassero, d'estate. E' la vita che torna, diceva.
Chiudi gli occhi, e vorresti non vedere più le pale degli impianti eolici che un'impresa ha voluto incistare sulla collina, proprio sopra il Cretto, con il benestare del Comune. Corrao non è più sindaco da quattordici anni.
Lungo i solchi, vedo tre cantuna, l'uno sull'altro. Tre pietre gialle, in prossimità di una ferita, del ferro arrugginito. Preferisco pensare che li abbiano sistemate delle mani pietose per accompagnare il riposo dei morti.

giovedì 10 aprile 2008

IL PENSIERO DEBOLE DI VATTIMO

Un signore torinese, Vattimo Gianni, che ha scritto dei libri e insegnato nelle Università, alle soglie della senescenza ha scoperto che quella della Storia è una camicia che puoi indossare rivoltata.
Il dritto è quel che ciascuno di noi miseramente può pensare, dei fatti di Lhasa: che i monaci tibetani abbiano protestato per aver più libertà, per la loro identità culturale, per il loro Paese schiacciato dalla tirannia.
Il rovescio è che, a Lhasa, i monaci hanno messo in atto "un pogrom anticinese".
Ora, poiché la parola Pogrom suscita tanti ricordi, potremmo rivoltare delle altre camicie, già indossate dalla storia: la rivolta degli ebrei rinchiusi nel Ghetto di Varsavia, fu "un pogrom antitedesco"; il pietoso tentativo d'opporsi alla morte da parte dei kolchozi fu "un pogrom antisovietico"; la resistenza italiana fu "un pogrom antifascista".
Vattimo non deve scusarsi di nulla. Lo conosciamo. E' il Maestro del Pensiero Debole. Debolissimo.

mercoledì 9 aprile 2008

UNA CERIMONIA PER IL TIBET

Sarko l'aveva solo ventilato: potrei non andare alla cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici di Pechino, per protesta contro il comportamento della Cina in Tibet.
A G.W. Bush, l'ha chiesto la Speaker democratica del Congresso, Nancy Pelosi.
Gordon Brown l'ha detto con chiarezza: non andrò a Pechino.
E l'Italia?
Un Premier uscente, ovviamente, deve aver la cortesia di lasciar decidere il successore, ma i candidati potrebbero pronunciarsi già in campagna elettorale. Anche per farci dimenticare quel che è accaduto con l'ultima visita del Dalai Lama in Italia. Avevano tutti un altro impegno. Sola a rendergli il dovuto omaggio, il Sindaco di Milano, Letizia Moratti.
Nel giorno dell'inaugurazione dell'Olimpiadi, potremmo goderci, in diretta tv, una Cerimonia alternativa: per il Tibet libero.
Da Washington, Londra, Parigi, Roma. Dal mondo libero.

LE OMBRE CHE UCCIDONO

Piombavano in casa tua, improvvisamente, e senza alcun riguardo per la tua persona, e per la tua famiglia, ti trascinavano via. I tuoi famigliari non avrebbero avuto alcuna notizia, del tuo destino. Avrebbero implorato clemenza.
E tu, dopo le torture, i tratti di corda, gli schianti al suolo, avresti ammesso ogni cosa. Firmando una falsa confessione.
Così funzionava l'Inquisizione. I tuoi beni sarebbero stati sequestrati, o venduti ad un incanto privato, ad un prezzo men che simbolico. La tua reputazione, macchiata da una colpa inesistente, avrebbe accompagnato i tuoi figli.
Intorno a te, la delazione, il ricatto.
La denuncia nei tuoi confronti era stata probabilmente sollecitata: dite quel che sapete, di quell'uomo, o anche voi sarete ritenuti responsabili delle sue offese. A te, l'impossibile compito di mostrare la tua innocenza, dinanzi a dei giudicatori, e senza alcun diritto ad una vera difesa.
Così, il processo.
Sono passati degli anni. Secoli. Ma il sospetto; la delazione; il processo ingiusto; la perdita della reputazione; l'offesa arrecata alla Fede e alla Pubblica decenza. Sembra che, per tutto ciò, il tempo non sia passato.
A questo mi vien da pensare scorrendo il Corriere della Sera, laddove si scrive di pesantissimi sospetti su Tano Grasso, promotore di una delle prime rivolte antiracket, ed oggi al vertice della FAI.
Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano, giornalista onesto di Barcellona Pozzo di Gotto, lo ha invitato a dimettersi, finché le ombre che lo circondano non si saranno diradate.
E dunque, può un'ombra far velo alla storia e al valore morale di una persona come Tano Grasso? Quante volte è accaduto che un'ombra abbia ucciso un onest'uomo?
Dovremmo pensar meglio alla Giustizia.

martedì 8 aprile 2008

L'OMICIDIO SECONDARIO

Trent'anni di galera. Per omicidio. Il giudice l'ha condannato per aver pestato a sangue la fidanzata incinta e averla sepolta viva. Per l'omicidio del figlio, no. Nessuna aggravante, per il duplice omicidio. Il giudice, secondo i giornali, avrebbe considerato la morte del bambino un effetto secondario, non voluto. L'assassino, difatti, avrà pensato che il bambino per il quale aveva litigato, sarebbe sopravvissuto: al pestaggio, alla sepoltura, alla morte della madre. Farà giurisprudenza, la sentenza? Lo sparo di un proiettile, talora, provoca l'effetto secondario della morte di qualcuno. Così, l'auto che punta il passante, la bomba sull'aeroplano, l'esplosivo su un traghetto e via ipotizzando. A volte, per citare una vecchissima filosofica vignetta di Altan, penso cose che non condivido, o mi trovo a condividere cose che non avrei mai pensato. Come certe dichiarazioni, sulla necessità di valutare periodicamente la capacità di giudizio di un magistrato.

lunedì 7 aprile 2008

QUEL TRENO PER PUNTA RAISI

I biglietti li trovi dal tabaccaio, e fai la fila con l’ansia dell’ex fumatore. Glielo chiederò un pacchetto?
Niente binario, sul tabellone. Sarà una svista. Qualcuno dice che quello giusto è sicuramente il numero 3. La tabaccaia conferma. Una ragazzina, pietosa, t’insegue e guardandosi intorno ti dice sottovoce che è il 4, in realtà. A chi credere? Due minuti dopo, lo speaker conferma. Ufficialmente. Il treno per l’aeroporto di Punta Raisi parte dal binario 4. Alle 7 e 52.
Ma non si chiamava Falcone e Borsellino, l’aeroporto? Ci fu pure un dibattito, sull’opportunità di ricordare ai turisti che a Palermo si muore di mafia. Punta Raisi, ribadisce lo speaker. Qui, alla Stazione Notarbartolo, risolsero la questione. Niente mafia. Il paradosso è che pure Emanuele Notarbartolo, datore del proprio nome alla Stazione medesima, morì di mafia. Accoltellato su un treno.
Dunque. Ricapitoliamo. Si parte alle 7 e 52. Dovremmo farcela ad arrivare all’aeroporto rinominato per le 9.40, orario d’imbarco del volo per Milano Linate. Lo speaker non ha dubbi. E in effetti, il treno si presenta puntualmente al binario di partenza.
Ricordavo, per la verità, una specie di pendolino. L’avevo magnificato: finalmente una bella cosa, europea. Un treno modernissimo. Pulito. Luminoso. Vale la pena di risparmiarsi un taxi. E invece, qui davanti c’è una specie di reperto archeologico, tornato alla vita come per miracolo.
Sembra di stare sul set di Una Notte al Museo. Se è così, tra un poco si presentano il dinosauro, Teddy Roosvelt a cavallo, Attila con gi Unni, i soldati romani con i Confederati della guerra di secessione americana. Tutti vivificati dalla tavoletta magica del Faraone che certamente dev’esser conservato qui, da qualche parte, nel suo sarcofago.
E’ un treno tutto verde, il nostro reperto. Verde come la tela di panno della giacca dello steward dal volto rassegnato che si materializza al di là della porta scorrevole.
La porta si apre con lo sbuffo regolamentare. A vapore. Seduti ai loro posti, ci sono quelli che vanno a lavorare, i ragazzini delle scuole, i viaggiatori con trolley al seguito.
Seduti, dunque. Cinquecento metri tranquilli. L’illusione di un viaggio sereno. Libro in mano e un accenno di conversazione. Galleria. Luce spenta. Buio come la notte, sul vagone. Alla fine, appena usciti, la luce si riaccende. Se ci fossero gli interruttori, ai lati delle porte, penseremmo allo scherzo di un buontempone. Ma gli interruttori non ci sono. Che fu, allora?
C’è puzza di bruciato? Ma no. E’ un’impressione.
Solo che dalla Stazioncina nominata Francia il treno non riparte. Riaccendono i motori elettrici. Un metro e stop.
Tutti si guardano negli occhi. Bigliettai e capotreni pattinano lungo i corridoi, telefonini incollati alle orecchie. Qualcosa dev’esser successo. Niente avvisi. Niente spiegazioni.
Al terzo passaggio, a domanda uno risponde: “Sì, in effetti, c’è qualche problema. Speriamo”. E’ il massimo dell’informazione.
Il treno riparte lento lento. La puzza di bruciato si fa insopportabile. Tutti in piedi, verso le uscite.
Fino alla Stazioncina di San Lorenzo Colli. Tutti giù. “Guardate che non si sa. Forse lo ripariamo”.
Chi ci crede, resta sopra. Gli altri, tutti giù. Ad aspettare il prossimo per Punta Raisi.
Il treno verde, intanto, si è messo sul binario sbagliato. Il numero 3. Doveva mettersi sul numero 2, spiega il Capostazione, baffo gitano e camicia sbottonata sulla maglietta della salute.
E il prossimo per Punta Raisi? Passerà? Sì, certo. Tra un poco.
Va a Punta Raisi? Certo. Ma ora si deve fare tutte le fermate intermedie che l’altro non ha fatto più.
E quello delle 9? Cancellato.
Si vede che era destino.
Il nuovo treno sarà modernissimo. Pulito. Luminoso. La speranza rinfranca. Consola. E invece, ne arriva uno uguale uguale all’altro.
Lo steward ha le occhiaie.
Quasi tutti decidono di sedersi. Il passeggero di fronte aveva previsto tutto. “Ho preso il treno precedente, pensando che magari si poteva guastare e allora prendevo il successivo”. Dalla tasca, tira fuori un orario ferroviario aggiornatissimo. Sottolineato per bene.
Il milanese della compagnia, rimane nel corridoio. Una telefonata dopo l’altra. Scarpe abbottonate marroncino chiaro, pantaloni neri di lana grossa, giacca doppiopetto con bottoni d’oro stile country club e cravatta rossa regimental. Il tutto, sigillato da un impermeabile beige. Dal tascone, occhieggia il Corriere dello Sport.
Fuori, scorrono gli intestini di Palermo. Non si sa come, ma ai binari le città offrono sempre il peggio. Pareti scrostate. Balconi eccessivi. Biancheria affollata su cordoni estenuati. Serbatoi cotti dal sole. Parabole spaziali. Superato il confine, è uno spaccato sociologico sullo storico fenomeno dell’abusivismo. Case, casette e casine di tutti i tipi. Dalle parti di Isola delle Femmine, si apre osceno uno squarcio triangolare sul mare, contenuto dal cielo e su due lati da tonnellate di cemento indurito male.
Leggere è impossibile. Quel che sta fuori, urla. Anche il vagone, per la verità. Un clangore metallico. Che dopo un po’, fortunatamente, si spegne.
Arriva. Dopo 40 minuti, il secondo treno verde, finalmente arriva.
Dalla Stazione Notarbartolo all’aeroporto Punta Raisi, già Falcone e Borsellino, un’ora e venti minuti. Di corsa al check in.
La prossima volta, in taxi.

venerdì 28 marzo 2008

IL FALLIMENTO DI ALITALIA

Provate a richiamare il Call Center di Alitalia. Dopo che un addetto vi ha comunicato lo spostamento di un volo già pagato, ad un orario non concordato, quattro ore dopo il previsto, ciò che avrebbe qualche conseguenza pratica: ad esempio, quella di vanificare le ragioni stesse del tuo volo, quel giorno, in quella città. E magari sono ragioni importanti. Provate a richiamare dopo che avete provato a spiegarglielo, e lui - l'addetto - vi ha "messo in attesa". Ed è caduta la linea. Provate a chiamare il Call Center di Alitalia. Una, due, tre, quattro volte. E ogni volta l'addetto vi "mette in attesa". E cade la linea. Per singolare coincidenza, proprio dopo che avete ricordato che Alitalia non può "avvisarvi" dello spostamento di un volo: può concordare con voi uno spostamento, semmai: perché un biglietto è un contratto, un patto fra due soggetti. Provate a scontrarvi con quel muro di gomma che sono i Call Center: "Noi siamo solo degli intermediari"; "Noi non siamo autorizzati a..."; "Non so cosa dirle..."; "Faccia un reclamo"; "Vada alla Biglietteria Alitalia di Palermo. Dov'è? Ma all'aeroporto. Fuori città. Sì, a trenta chilometri da casa sua, sull'autostrada. Sotto la pioggia. Con il traffico". Provate a farlo, a guastarvi il pranzo, a ipotizzare fantastiche Class Action alla Bersani, rivoluzioni e "Prese della Magliana" (per una vaga assonanza con la Bastiglia), e infine, riaprite i giornali di oggi, laddove si parla del destino di Alitalia, e dell'obbligo morale di soccorrere questa Compagnia in crisi, con i nostri soldi. Sono certo che, al riguardo, la penseremmo allo stesso modo.

lunedì 24 marzo 2008

LE MANETTE OLIMPICHE

Il punto, forse, non è: boicottiamo o no le Olimpiadi?
Il punto, forse, è: quanto le Olimpiadi accentueranno la repressione, in un Paese enorme e inconoscibile come la Cina, per evitare di mostrare al mondo la faccia dura del cambiamento?
E dunque. Noi non boicotteremo le Olimpiadi. Ma quanti morti, quanta libertà costerà questa nostra scelta?

martedì 18 marzo 2008

LA NOSTRA SOSTANZA

Il Dalai Lama annuncia sue possibili dimissioni. Per protesta contro la Cina. Ma anche contro quella frangia di buddisti che lo contesta, per il suo rifiuto della violenza.
Segnamo questa data, nigro lapillo.
18 marzo del 2008.
La data in cui una reincarnazione divina vuol rinunciare alla sua sostanza, per il bene di tutti.
E quest'altra.
L'otto agosto del 2008.
Quando inizieranno le Olimpiadi di Pechino. Tre volte 8. Per i cinesi, così attenti ai simboli, e ai numeri, sarà tre volte 8. Tre volte l'Infinito.
La data in cui, per il bene di alcuni, rinunceremo tutti quanti, atleti e spettatori, alla nostra sostanza.

FREE TIBET

Stanno lì a pregare che questa protesta del Tibet finisca presto, che i cinesi non facciano troppo male ai monaci, che non se ne parli troppo, in ogni caso.
Sono realisti, imprenditori e politici: quasi tutti.
Ci sono le Olimpiadi, tra un po', a Pechino, e la Cina ha esteso la propria sfera d'influenza in Asia e in Medio Oriente, con ricche forniture, in Africa e in Sudamerica, con investimenti propri, e in Europa, con lauti contratti.
Gli Stati Uniti sanno di questa nuova Guerra Fredda, e ne temono l'aggravarsi. E dunque, non si può proprio pensare ad un muro contro muro diplomatico sui diritti umani e i diritti di sovranità.
Quel che accade in Tibet, d'altra parte, non è troppo diverso da quel che accade nelle periferie e nelle province del grande paese.
Le colonne di carri armati continuano a scorrere verso Lhasa.
I coloni scacciano gli indigeni. Non trovi più un tassista tibetano, nella capitale: sono tutti cinesi.
I comunicati ufficiali del Partito accusano una "cricca" di voler boicottare i Giochi Olimpici - la "cricca"del Dalai Lama, stavolta - a minare l'autorità del PCC, come ieri accusavano la "cricca"della vedova di Mao Tse Tung. C'è sempre un nemico "interno".
Chi parlava di Fine della Storia, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe dovuto guardare oltre il proprio naso, e intravvedere in questa barbarie la prosecuzione della storia che abbiamo conosciuto nel Novecento.

lunedì 17 marzo 2008

I DIAVOLI DI MELUSA DA FELTRINELLI


lunedì 3 marzo 2008

LO ZARISMO RUSSO

In Russia, il Presidente Vladimir Putin, il solo che riuscì a sopravvivere allo Zar Boris (Eltsin), gran decapitatore dei suoi propri delfini, ha nominato, attraverso il voto dei suoi concittadini, il suo temporaneo sostituto al Cremlino, tale Medvedev, e da lui ha già ricevuto la nomina a Premier.
In Russia non esiste libertà di stampa. L'omicidio di Anna Polikovskaja, e di tanti altri giornalisti, compreso l'italiano Antonio Russo, è lì a dimostrarlo.
Non esiste libertà d'impresa.
E' una democrazia di facciata, una democrazia elettorale, quella che si rinnova formalmente alle urne e che giorno dopo giorno lascia massacrare i suoi giornalisti e impedisce ogni ascesa economica o politica che non sia gradita alla Gerarchia.
Eppure, negli editoriali dei due maggiori quotidiani italiani, leggo un invito a valutare le possibili svolte di questo tal Medvedev e un'analisi fisiognomica del tal suddetto che lascerebbe ben sperare. Tutto qui. Il Corriere e Repubblica avrebbero potuto far di meglio. E in altri tempi, di meglio avrebbero fatto.
Cos'è che ha spento il nostro senso morale? Cos'è che ci impedisce di sollecitare una democratica esportazione della democrazia in quel Paese, dove la democrazia non è mai giunta? In un Paese che va di Zar in Zar, e di oppressione in oppressione.
La Russia rischia di essere un precedente, e non un cattivo esempio.