sabato 22 ottobre 2011
Un Homo novus per Palermo
Servirebbe un homo novus: uno che non sia passato per il vaglio largo della politica e per il vaglio stretto dei politicanti; uno che abbia vissuto davvero, senza negarsi al mondo; uno di quelli che la città la conosca e le voglia bene; uno che abbia delle idee e non contrabbandi per nuovi dei vecchi slogan; uno che sappia vedere nel futuro e non sia appesantito dal passato; uno che ragioni di persone e interessi e che non deliri di vecchie insignificanti alleanze; uno che voglia ricostruire Palermo e non precipitarla più in basso di come si trova. Il resto è dibattito.
domenica 18 settembre 2011
Universal Palermo
In questi giorni, Palermo è scossa da un dibattito su un romanzo che la racconti in modo universale. Esistono idee diverse, al riguardo. Io sento un certo afrore: di inchiostro moscovita, o newyorkese. Non so. Vaghi ricordi. Perciò, mi spiego a modo mio. Con la traccia di un romanzo universale.Soggetto.
Due gemelli di 14 anni, nati alla periferia di Palermo e universalmente appassionati di Spinoza e letteratura afroamericana, vengono scippati lungo la strada per la scuola: frequentano un alberghiero a indirizzo macrobiotico. Per ottenere la restituzione degli zaini, si rivolgono ad un boss condominiale e pagano un pizzo universale in lezioni private. Divenuti adulti, leader di una potente banca d'affari olandese, comprano il loro quartiere, lo spianano e ne fanno un campo da golf miliardario. Il figlio del boss viene assunto come raccattapalle. Il significato è universale e la mafia viene finalmente sprovincializzata. Titolo possibile: Due palle (da golf).
sabato 18 giugno 2011
IL FABBRO
Palazzo delle Tuileries, verso il 10 agosto 1792Il braccio su un enorme martello, tremendo
d'ebbrezza e d'imponenza, vasta la fronte, ridente
come una tromba di bronzo, con tutta la sua bocca,
spogliando il grassone con sguardo feroce
il fabbro parlava a Luigi Sedici, un giorno
che il popolo era lì, a stringersi intorno
mentre sui fregi dorati spandeva le sporche vesti.
Ora il buon Re, ritto sul suo ventre, era pallido,
pallido come un vinto trascinato alla forca,
e sottomesso come un cane non si ribellava
perché il fabbro marrano dalle enormi spalle
gli diceva parole antiche, cose assai strambe,
da agguantarlo dritto in fronte, così!
«Tu lo sai bene, Signor mio, cantavamo tra la la
e spingevamo i buoi attraverso gli altrui solchi:
il canonico al sole sgranava padrenostri
su rosari brillanti guarniti di monete d'oro.
Il Signore a cavallo passava, al suono del corno,
ed uno con la corda, l'altro col nerbo
ci sferzavano - Ebeti come occhi di vacca
i nostri occhi non davano più lacrime: così tiravamo
avanti, e quando avevamo arato tutto il paese
quando avevamo lasciato in questa nera terra
un po' delle nostre carni... eccola la ricompensa:
incendiavano le nostre topaie di notte, facevano
dei nostri piccoli un dolce assai ben cotto.
... «Oh, non mi compiango. T'ho detto le mie fandonie,
che restino fra noi. Puoi anche contraddirmi.
Non è forse una gioia vedere, al mese di Giugno
nei granai entrare dei carri di fieno
così grandi? Sentire l'odore di ciò che cresce
nell'orto, quando piove, dall'erba rossastra?
Vedere le biade, le biade e le spighe colme di grano
e capire che ci porteranno tanto pane?
Oh, di più gran lena andremmo al forno che s'infuoca
cantando con gioia e battendo l'incudine,
se fossimo certi di poterne avere un po'
- siamo uomini, in fondo - di quei doni di Dio!
- Ma ecco, è sempre la solita vecchia storia!
«Lo so a memoria! Non posso più crederci,
quando ho due buone mani, una fronte ed un martello
che un uomo venga, con la daga sul mantello,
a dirmi: ragazzo mio, semina la mia terra;
e che ancora verrà, se ci sarà la guerra
a prendere via mio figlio dalla mia casa!
- Io sarei un uomo e tu, tu saresti Re,
tu mi diresti: «Voglio!», vedi, è da sciocchi,
credi che io ammiri la tua splendida baracca,
i tuoi ufficiali dorati, i mille tuoi furfanti,
i tuoi accidenti di bastardi, che starnazzano come pavoni?
Hanno riempito il tuo nido dell'odore di nostre figlie
e biglietti per rinchiuderci in Bastiglie,
gli diremo: sta bene: i poveri in ginocchio!
Indoreremo il Louvre con le nostre elemosine!
E tu ti ubriacherai, darai una grande festa
- e questi signori se la spasseranno, seduti sulla nostra testa!
«No. Queste schifezze sono più vecchie dei nostri padri!
Oh! Un popolo non è più una puttana. Tre passi
e abbiamo ridotto la Bastiglia in polvere.
La bestia trasudava sangue da ogni pietra,
era raccapricciante la Bastiglia in piedi
con le sue mura lebbrose che ci dicevano tutto
mentre ci abbracciava rinchiusi nella sua ombra!
- Cittadini, oh cittadini! Era l'oscuro passato
che in rantoli rovinava, quando prendemmo la torre!
Nel cuore c'era qualcosa di simile all'amore,
avevamo stretti al petto i nostri figli.
E come cavalli, sbuffando dalle nari
andammo, fieri e forti, e il petto palpitava...
marciavamo nel sole, a fronte alta - così -
dentro Parigi! Tutti si facevano attorno ai nostri stracci
alfine ci sentivamo uomini! Pallidi,
Sire, ed ebbri di terribili speranze:
e quando fummo là, di fronte alle nere torri
agitammo le trombe e i nostri allori,
le picche in mano, non c'era odio in noi,
ci sentivamo così forti, che volevamo esser dolci!
«E da quel giorno siamo come folli!
Montagne d'operai per le strade,
e questi maledetti vanno, folla sempre più grande,
come oscuri fantasmi, alle porte dei ricchi.
Con loro io corro ad accoppar le spie:
e vado per Parigi, nero il mantello in spalla
e feroce, spazzando da ogni angolo i sospetti,
e se mi riderai in faccia, t'ammazzerò!
- Poi, ci puoi contare, sarai nei guai
tu e i tuoi uomini neri, che prendono le nostre richieste
per rimpallarle come con le racchette,
E, basso basso, i furbacchioni si dicono: «Che minchioni!»
per cucinare leggi, e in vasetti etichettati,
pieni di graziosi decreti rosa e spezie,
si divertiranno ad appiopparci tasse
per poi turarsi il naso quando gli siamo accanto,
- i nostri dolci tribuni ci trovano luridi! -
per non temere nulla, fuorché le baionette...,
e va bene. Basta con le loro meschine balle!
Ne abbiamo abbastanza di quei piatti cervelli
di quei gaglioffi! Ah, son dunque questi i piatti
che ci servi, borghese, quando siamo inferociti
quando già abbiamo infranto gli scettri e le croci!...»
Lo prende per un braccio strappa i velluti
delle tende, e gli addita giù il grande viale
dove formicola e cresce la folla,
la folla spaventosa che fluttua tuonando
che sbraita come un cane, urla come il mare
con i suoi duri bastoni e le picche di ferro,
i tamburi, i suoi grandi strepiti da bettola e da fiera,
stracci scuri, sanguinanti berretti rossi:
l'uomo dalla finestra aperta mostra il tutto
al pallido re che suda e barcolla
e si sente male per quello che vede!
«È la canaglia,
Sire, che sbava contro i muri, cresce, pullula
- perché non mangiano, Sire, sono pezzenti!
Io sono un fabbro: mia moglie è con loro,
la folle! Crede di trovarlo alle Tuileries il pane!
- gente come noi i panettieri non la vogliono:
ho tre figli. Sono una canaglia. Io conosco
delle vecchie che piangono sotto i cappelli
perché derubate del figlio o della figlia:
sono canaglie. - C'era un uomo alla Bastiglia,
un altro era forzato: entrambi cittadini
onesti.- Liberati, ora son lì come cani:
li insultano! Così in loro nasce qualcosa
che fa tanto male! È terribile, è colpa
del sentirsi spezzati, sentirsi dannati
il loro stare là ad urlarvi sotto il naso!
Canaglia. - Lì in mezzo ci son ragazze infami
perché - Voi sapete, le donne son fragili,
signori della Corte - ci stanno sempre.
Gli avete sputato sull'anima, come fosse nulla!
Le vostre belle ora son là, son la Canaglia.
«Oh, tutti i disgraziati con la schiena che brucia
sotto il sole feroce, che vanno e tornano,
che in questo lavoro senton scoppiare la fronte...
Giù il cappello, miei borghesi! Oh, questi son gli uomini!
Siamo operai, sire, operai! Noi siamo
per i grandi tempi nuovi in cui si vorrà sapere
e l'uomo forgerà da mane a sera,
cacciatore di grandi effetti, di grandi cause,
in cui vincendo lentamente dominerà le cose
e monterà sul Tutto come su di un cavallo!
Oh! Splendidi lumi di fucine! Peggio,
ancor peggio! - Ciò che non conosciamo, questo può essere terribile:
noi lo sapremo! - Coi nostri martelli, in mano, passiamo al setaccio
tutto ciò che sappiamo: e poi, Fratelli, avanti!
Facciamo talvolta sogni emozionanti
di vivere semplice, con ardore, senza dire
malvagità, lavorando col regale sorriso
di una donna che amiamo di nobile amore:
lavoreremo con foga tutto il giorno,
ascoltando il dovere come una tromba squillante:
allora saremo felici, e nessuno, nessuno,
ci potrebbe mai piegare!
Ed avremo un fucile sul focolare...
«Oh, ma l'aria è tutta piena d'odore di battaglia.
Dunque, che ti dicevo? Sono una canaglia!
Restano ancora spie e profittatori.
Siamo liberi, noi, abbiamo paure
che ci fanno più grandi, più grandi! Or ora
parlavo di quieto dovere, d'una dimora....
Guarda il cielo! - È troppo piccolo per noi,
si crepa di caldo, soffocheremo in ginocchio!
Guarda il cielo! - Io torno alla folla
nel grande, tremendo marciume, che trascina
Sire, i tuoi vecchi cannoni sul lurido selciato:
- Oh, solo da morti li avremo mondati!
- E se, dinanzi alle nostre urla, alla nostra vendetta,
le zampe dei vecchi re dorati sulla Francia
spingono reggimenti in abiti di gala,
ebbene, cosa fate, voi tutti? Merda a quei cani!»
Si rimise il martello in spalla.
La folla
intorno a quell'uomo sentiva l'anima ebbra,
e nella grande corte e nelle stanze
dove Parigi ansava nelle sue urla,
un fremito attraversò l'immensa plebaglia,
Allora, con la sua mano grande e superba di grasso,
benché l'obeso re sudasse, il fabbro
terribile gli gettò sulla fronte il rosso berretto!
venerdì 17 giugno 2011
PRIMA E POI

Bisognerà ammettere prima o poi che dal prima al poi qualcosa è accaduta. Alcuni di quelli che si fregiavano di scudi antimafia sono passati, armi, armature e bagagli, con la mafia. Alcuni di quelli che stavano con la mafia, oggi indossano i fregi dismessi dai primi. Non meritanddoli, ovviamente, come i predecessori. Se prima si rubava un poco, oggi ho l'impressione che si rubi di più. Se prima lo Stato redistribuiva più reddito, oggi ho l'impressione che lo faccia di meno. Se prima l'informazione era quel che era, oggi è quel che è. E la Cultura è un attrezzo sgangherato. Paese tristissimo, il nostro. Dal prima al poi qualcosa è cambiato. Forse siamo cambiati noi. Prima o poi, bisognerà dirlo.
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I gioielli indiscreti
venerdì 4 febbraio 2011
LO STATO UMANO E LA MAFIA DISUMANA
Ciò che ha fatto Bernardo Provenzano nella sua vita è francamente ripugnante, e non può esservi alcuna pietà per gli uomini di Cosa Nostra, colpevoli di vessazioni e violenze d'ogni tipo. Ma lo Stato, che è comunità di uomini liberi, deve saper sempre mostrare la propria superiorità. Anche un boss come Provenzano va curato, se ammalato, e se le sue condizioni sono incompatibili con la detenzione in carcere, allora va ricoverato altrove. Non rinunciando, è ovvio, alla sicurezza.
venerdì 24 dicembre 2010
PERCHÉ NON MI PIACE LA VIOLENZA

La violenza non mi piace. Non mi piacciono quelli che vanno alle manifestazioni con caschi e bastoni. Non mi piacciono quelli che prendono a pietrate il prossimo. Non mi piacciono quelli che pensano di avere ragione sempre. Non mi piacciono quelli che insultano il prossimo con la scusa che almeno loro (e solo loro, evidentemente) sono onesti. Non mi piacciono quelli che si fanno scudo del loro altruismo per dire che a volte la violenza è lecita. Non mi piacciono quelli che vedono l'avversario come un nemico da abbattere. Non mi piacciono quelli che dimenticano in fretta. Non mi piacciono quelli che, nel caso in discussione, hanno dimenticato cosa è stata la violenza in Italia. Non mi piacciono quelli che non capiscono che la violenza chiama altra violenza, e che a questo gioco puoi solo perdere.
domenica 10 ottobre 2010
LETTERA A PIETRO CALABRESE
Al Festival delle Lettere di Milano una concorrente - Gianna, si chiama - ha inviato una sua lettera, ricordando Pietro Calabrese e Gino, l'alter ego che Pietro si era scelto sul Magazine del Corriere della Sera per raccontare della sua malattia. E' una lettera bellissima. Non so le altre, ma questa meriterebbe un premio.PIETRO – GINO
La settimana passada
Sù la soa mezza pagina de giornal
gh’era manca una paròla.
Domà duu disegn piscinitt,
duu liber con scritt sora:
“ Ciao Pietro ” – “ Ciao Gino “.
In quatter paròll gh’è la vita
d’on brao giornalista
e d’on grand òmm.
Hoo semper leggiuu le “Molesckine”
del giornalista Pietro.
Me piaseva la soa manera de commentà,
cont ironia e sensibilità,
quell che succedeva.
Da on poo de temp el scriveva
Del sò amis Gino
E de la lòtta che lù el faseva
ai “tegnoeur” che el gh’aveva in di polmoni.
Eren paròll che diseven de paura,
de speranza in del miracol,
de attaccament a la vita.
Hoo speraa che Gino ghe l’avariss fada
a vinc i “tegnoeur”, ma l’è staa nò inscì.
Gino-Pietro l’ha lasaa on voeui.
Me mancarà el pontell del gioedì,
ma resterann amnò i moment intelligent
e anca spassus che lù el m’ha regalaa.
L’è staa on piasè vegh incontraa i sò penser.
La settimana passada
Sù la soa mezza pagina de giornal
gh’era manca una paròla.
Domà duu disegn piscinitt,
duu liber con scritt sora:
“ Ciao Pietro ” – “ Ciao Gino “.
In quatter paròll gh’è la vita
d’on brao giornalista
e d’on grand òmm.
Hoo semper leggiuu le “Molesckine”
del giornalista Pietro.
Me piaseva la soa manera de commentà,
cont ironia e sensibilità,
quell che succedeva.
Da on poo de temp el scriveva
Del sò amis Gino
E de la lòtta che lù el faseva
ai “tegnoeur” che el gh’aveva in di polmoni.
Eren paròll che diseven de paura,
de speranza in del miracol,
de attaccament a la vita.
Hoo speraa che Gino ghe l’avariss fada
a vinc i “tegnoeur”, ma l’è staa nò inscì.
Gino-Pietro l’ha lasaa on voeui.
Me mancarà el pontell del gioedì,
ma resterann amnò i moment intelligent
e anca spassus che lù el m’ha regalaa.
L’è staa on piasè vegh incontraa i sò penser.
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Giornalismo e letteratura
mercoledì 16 giugno 2010
LA CROSTA DELL'INFERNO
Da oggi in libreria, "La crosta dell'Inferno", Rizzoli HD.Palermo può essere una città feroce. Sara Salemi, vicecapo della Sezione Minori, viene aggredita e accoltellata in uno stanzino della questura. Solo un caso fortuito la salva da una morte certa. La convalescenza è lunga, la paura e il rancore la tormentano ma, più forte di ogni cosa, un pensiero la guida: trovare la Bestia, la minaccia sospesa sulla città che colpisce, si nasconde e ogni volta scompare senza lasciare traccia. È lui l'assassino, lo psicopatico prezzolato che permette un traffico ignobile di innocenti, un giro di affari gestito da insospettabili professionisti e padri di famiglia. Solo con l'aiuto del suo capo Marcello Porzio, Sara potrà scoprire l'ultima verità. Simon Daniels è lo pseudonimo di uno scrittore che conosce il mondo criminale siciliano e i suoi retroscena più inquietanti.
domenica 4 aprile 2010
4 APRILE, LA RIVOLTA DIMENTICATA
Sarebbe Festa Nazionale, il 4 aprile, centocinquantesimo anniversario di un evento che fu la premessa indispensabile dell’Unità d’Italia.La Festa fu disposta un decreto del governo reggente: decreto mai abolito.
Mentre i palermitani si sollevavano, dinanzi alla Chiesa della Gancia, Garibaldi era a Caprera e i Mille erano ancora lontani da Quarto e dalle navi che li avrebbero condotti a Marsala.
La Sicilia intera si sollevò, alla notizia di quel gesto di rivolta: a Palermo, un gruppo di patrioti era insorto contro gli oppressori.
I Borboni fecero delle concessioni, che ritirarono presto.
La popolazione tentò di salvare gli insorti, attraverso un foro praticato in una parete della Chiesa della Gancia (la buca della salvezza) ma 13 di essi furono fucilati, ed uno, Sebastiano Camarrone, sopravvisse al plotone d’esecuzione: ma contro la legge, che in quel caso imponeva la commutazione della pena, fu finito, con un colpo in testa.
A ricordare il sacrificio delle Tredici vittime, non ci sarà né una corona di fiori né l’ombra di una cerimonia pubblica.
Niente!
Palermo dimentica i suoi morti, così come li dimenticano la Sicilia e il Paese.
Fino a qualche mese fa, ricorderete, non era stato previsto neanche un comitato preparatorio per il centocinquantesimo dell’Unità, che cadrà nel 2011; o per Camillo Benso Conte di Cavour, che morì poco prima dell’Unità.
Come se negli Stati Uniti dimenticassero i patrioti della loro guerra d’indipendenza, la strage di Boston, la battaglia di Yorktown o George Washington.
Brutti tempi, i nostri.
domenica 7 marzo 2010
IL MITO DELLA RAGIONE
Dietro un cespuglio, sotto una pietraia, in fondo ad una grotta buia.Se fosse una divinità, la Ragione si nasconderebbe nei luoghi meno ospitali, in attesa di un cercatore d'eccezione, di un personaggio comprensibile nel Mito.
Le comparse vocianti del nostro tempo, si capisce, abbaiano contro la Ragione, contro quel sussurro appena udibile che dagli anfratti indica una verità diversa dall'ufficio, dall'obbligo.
Il sentimento che ne deriva è la nausea: per le comparse, per la sopraffazione, per l'ipocrisia che ieri indicava nell'assenza di alcuni intellettuali il problema del nostro tempo ed oggi, nella loro sopravvivenza, la causa del pessimismo dominante.
Difficile oggi incarnare la Ragione.
Difficilissimo sottrarre la Ragione al rumore di fondo.
Pericoloso alzar la voce, per riuscirci.
La Ragione, da luminosa che era, si è fatta oscura.
Mito.
venerdì 29 gennaio 2010
L'IMPORTANZA DEL MALE
A proposito di un certo giornalismo, e di una certa televisione.Un luogo comune recita: dev'esserci del marcio, se la perversione eccita gli animi, ed è morboso quest'interesse della gente alla cronaca nera, alla violenza.
Io penso che le cose non stiano così. Non esattamente.
Io penso che le cose non stiano così. Non esattamente.
Il punto, a mio parere, è come se ne scrive.
Un secolo fa, a farlo, era André Gide. Prendete ad esempio i "Ricordi della Corte d'Assise", ripubblicati da Sellerio. Raccontano delle crudeltà di provincia, in Francia: gesti efferati, e in apparenza incomprensibili.
Sempre nel Novecento, Truman Capote volle farsi cronista delle ragioni che potevano avere indotto due ragazzi del profondo Sud americano a compiere una strage, e i pochi giorni che intendeva dedicare ad un reportage, lievitarono fino a sei anni, per un romanzo, "A Sangue freddo", che divenne il suo capolavoro.
E poi, anche se non proprio di cronaca nera si trattava, c'è il caso di Hannah Arendt. Filosofa, storica. Seguì il processo ad Adolf Eichmann, a Gerusalemme. A giudizio, non vide un ministro di Hitler, e nemmeno un criminale, bensì un omuncolo, obbediente agli ordini di un pazzo. Hannah Arendt ne trasse la "Banalità del Male".
E poi, per farsi un'idea della differenza tra il passato ed il presente, occorrerebbe pure rileggere le cronache e le interviste di Enzo Biagi, di Oriana Fallaci, dei grandi giornalisti che seppero raccontare l'Italia del dopoguerra.
La conoscenza del Male è indispensabile, quasi quanto la conoscenza del Bene. L'interesse è legittimo. Il punto, ripeto, è come se ne scrive. E non ci sono più, fatte salve delle rare eccezioni, i cronisti di un tempo: straordinari, o perché occasionalmente dediti alla cronaca e pronti a liberarsi d'ogni pregiudizio, o perché capaci di penetrare a fondo nell'animo umano.
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sabato 23 gennaio 2010
TUTO VA BEN
Li licenziano e salgono sulle gru. Se ne occupa la TV. Un mecenate compra la fabbrica e promette il rilancio. Altri licenziati, altra gru. Ma sono immagini già viste. E di mecenati non ne fabbricano a dozzine. Il vento della crisi spira fortissimo. Per non sentirlo, basta coprirsi bene, e dire che tuto va ben, madama la marchesa.
LA COPPIA PIU' BELLA D'ITALIA
La coppia più bella d'Italia si è sciolta in un triste addio.I due erano da molti anni sulle prime pagine dei rotocalchi. Lui, un uomo di successo, fattosi dal nulla e approdato alla politica in tarda età, aveva guidato un partito nuovo di zecca, riportando alla rappresentanza politica e al governo i militanti di un altro vecchio partito.
Lei, bionda, bellissima in gioventù, aveva contribuito al successo del marito con classe e discrezione.
Frequentavano la buona società. Chi non ha visto le loro foto al mare, o nella loro casa di campagna, o nei salotti romani?
Con Maria Angiolillo, Mario D'Urso, al tavolo con Gianni Letta, Bruno Vespa.
I loro migliori amici preferiscono mantenere il riserbo, sull'accaduto.
Chi l'avrebbe detto?
Fausto e Lella Bertinotti!
sabato 16 gennaio 2010
IL DEPUTATO, ANNA FRANK E GLI ALTRI.
Un deputato leghista ha protestato per la lettura di brani "osceni" del Diario di Anna Frank da parte di una maestra in una scuola elementare del Nord. Per render più solida la sua presa di posizione, ha aggiunto che quel Diario non è nei programmi ministeriali! La denuncia del poveretto mi ha fatto pensare al gran bisogno che c'è ancora di leggere quel diario, nelle nostre scuole, e alla necessità di leggere anche dell'altro. Altre storie.
Sappiamo tutto degli Usa e niente dell'Africa, del vicino Oriente o di Haiti.
E' così che nasce la paura dello straniero. Quando le scuole ti insegnano tutto, tranne la storia degli altri.
lunedì 11 gennaio 2010
I FATTI DI ROSARNO
A Rosarno vivevano migliaia di irregolari. Uomini e donne che avevano abbandonato la loro terra e che non avevano più alcun diritto: non ai servizi sociali, non al sussidio di disoccupazione, non alla pensione.Quando i possidenti hanno giudicato che la crisi dell'agricoltura non consentisse più di raccogliere i frutti della terra, hanno smesso di reclutarli.
Gli irregolari si sono trovati alla fame, nelle loro case di cartone, dentro un capannone abbandonato; a vagabondare senza un centesimo per le strade di un paese che, d'improvviso, li ha riconosciuti come soggetti ostili, minacciosi.
Qualcuno sostiene che, dietro la rivolta di Rosarno, dietro quella sorta di replica del Boia chi Molla di Ciccio Franco, vi sia la mano della 'Ndrangheta, di quella mafia che qualche giorno prima aveva lanciato un altro segnale: la bomba dinanzi al Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria.
L'ipotesi non è da escludere a priori.
Non è impossibile un tentativo di distrazione, una strategia di ricatto. Chi di dovere potrebbe verificare.
Ma il punto è un altro.
Ci sono due povertà in conflitto, in Italia: quella del Sud, mai cresciuto, immaturo, e quella dei migranti, fuggiti da povertà più acute.
Un mito mai confutato recitava che il terrorismo non avesse attecchito, al Sud, per la presenza delle organizzazioni mafiose.
Come dire: niente politica, niente eversioni, niente ideologie.
Ora, il razzismo non è un semplice atteggiamento: è l'ideologia della supremazia di una razza su un'altra. Ed io non credo vi sia razzismo, né a Rosarno né altrove, in Italia. Ma so anche che la xenofobia, letteralmente la paura dello straniero, può esser brodo di coltura delle peggiori ideologie, a partire dal razzismo. E so che quella in atto tra l'Africa, l'Asia e l'Europa, è la più grande migrazione della storia umana, e che pensare di opporvisi con semplici divieti è un'illusione.
Questa rivolta dovrebbe indurci ad una serie di riflessioni.
Come si combinerà l'illegalità del nostro Sud alla xenofobia che è sotto i nostri occhi?
Poiché la criminalità ha anche, pur se non solo, un'origine sociale, quali risultati produrrà l'incrocio fatale tra le diverse criminalità?
Quali politiche occorreranno per restituire umanità alle nostre città, impoverite economicamente dalla crisi e - moralmente - dalla paura?
sabato 2 gennaio 2010
CALTAGIRONE, GIACOMO ALESSI E UN RACCONTO
Ritratto di Giacomo AlessiLa scala, illuminata a candele, nelle sere d'estate.
Le maioliche brillano di mille riflessi.
Il blu. Lo smalto. Il giallo. L'imperfezione della superficie.
Caltagirone è un luogo straordinario.
In piazza, il Municipio, e da un lato, la Galleria Sturzo, curioso esempio d'architettura novecentesca.
A pochi passi, in una stradina stretta, su una minuscola piazzetta, il suo negozio.
Lo incontro per caso, anni dopo un'intervista.
Giacomo Alessi mi dice: “Vuoi vedere la mia collezione di ceramiche?”.
Niente di tradizionale, spiega.
Arte contemporanea.
Ho un tuffo al cuore.
Detesto le ceramiche contemporanee.
Accetto.
L'appuntamento è per l'indomani.
Prima una visita a Maria Attanasio. La sua casa è su una collina. La terrazza toglie il fiato.
Torniamo in città. Periferia. Un palazzo grigio di cemento.
Infiliamo una scala stretta.
“Le hanno viste in pochi”, dice Giacomo.
Venti, trenta persone al massimo.
Vorrei essere altrove.
Apre la porta.
“Accomodati”.
Accende le luci, e mi guida lungo un corridoio. E la porta si apre su un bosco di maioliche, su una voliera di gufi, su una distesa di cupole, cattedrali, e moschee, e sinagoghe. Il verde, il rosso. I colonnati. Le statue, e non sono scolpite, ma plasmate, una ad una, dalle mani di un artigiano di genio.
Ora è lui a ritrarsi, ed io a fare un passo avanti, e ad inginocchiarmi, per vedere in quel caos che pare molti continenti, da un punto di vista differente.
La luce non basta. Lui apre gli scuri, e il sole di primavera irrompe e si rifrange sulle superfici tondeggianti della città di ceramica.
Potrebbe essere Venezia, o Costantinopoli, o Sofia.
Guardo quelle invenzioni, che son quello che rappresentano ed altro ancora, e provo a riportarli al rango di oggetti.
Una civetta mi osserva con le mani in tasca, e lo stomaco dignitosamente prominente.
C'è qualcosa di famigliare, in quello sguardo, in quella postura.
E l'intuzione arriva improvvisa, e così forte, che ne chiedo muta conferma a Giacomo.
“È lui?”.
Leonardo Sciascia.
In quell'animale mitologico, in quel silenzio che si vede, si sente, c'è molto di più di una semplice raffigurazione. Così come in certe forme, apparentemente astruse. E in realtà ricche di altre simmetrie, impensabili.
In quella che era una cucina ed ora è una sorta di esposizione minore, ci sono due uomini in divisa, in una posa francamente oscena. Ed è un'alta uniforme.
Giacomo Alessi è un uomo scisso in due parti gemelle.
È il conoscitore della tradizione, ed è quasi impossibile distinguere i suoi vasi e i suoi albarelli e le sue figure dal Barocco settecentesco del quale Caltagirone fu fornace. Stessa ragnatela, stessa vetrificazione, stessa morbidezza delle forme e dei colori. Proporzioni delicate. Pastelli e cotture ineccepibili.
Ed ora, questa sorpresa. Il suono di una musica mai prima ascoltata. L'infrangersi del pregiudizio su uno scoglio. Giacomo Alessi è anche uno straordinario autore contemporaneo. Vorrebbe portare la sua Caltagirone a Venezia, e rimprovera a Venezia il suo provincialismo.
Io so poco di arte contemporanea, pochissimo. E a questo forse si deve la mia diffidenza iniziale.
Amo la storia e i misteri.
Eppure, in quelle forme, c'è la stessa forza del Vulcano che ricostruì la città dopo il terremoto del 1693. Il fuoco che ha cotto le ceramiche è lo stesso.
Giacomo Alessi si rintana nel suo laboratorio, di tanto in tanto, e quelle migliaia di esperimenti, visti da pochissimi, sono il frutto delle sue fughe.
È un intellettuale, Giacomo Alessi. Sa del mondo e delle sue contraddizioni.
Dovevo finire a Caltagirone, per ritrovare un'officina, e un artigiano, in un tempo in cui nessuno sa più nulla di ciò che fa.
Le maioliche brillano di mille riflessi.
Il blu. Lo smalto. Il giallo. L'imperfezione della superficie.
Caltagirone è un luogo straordinario.
In piazza, il Municipio, e da un lato, la Galleria Sturzo, curioso esempio d'architettura novecentesca.
A pochi passi, in una stradina stretta, su una minuscola piazzetta, il suo negozio.
Lo incontro per caso, anni dopo un'intervista.
Giacomo Alessi mi dice: “Vuoi vedere la mia collezione di ceramiche?”.
Niente di tradizionale, spiega.
Arte contemporanea.
Ho un tuffo al cuore.
Detesto le ceramiche contemporanee.
Accetto.
L'appuntamento è per l'indomani.
Prima una visita a Maria Attanasio. La sua casa è su una collina. La terrazza toglie il fiato.
Torniamo in città. Periferia. Un palazzo grigio di cemento.
Infiliamo una scala stretta.
“Le hanno viste in pochi”, dice Giacomo.
Venti, trenta persone al massimo.
Vorrei essere altrove.
Apre la porta.
“Accomodati”.
Accende le luci, e mi guida lungo un corridoio. E la porta si apre su un bosco di maioliche, su una voliera di gufi, su una distesa di cupole, cattedrali, e moschee, e sinagoghe. Il verde, il rosso. I colonnati. Le statue, e non sono scolpite, ma plasmate, una ad una, dalle mani di un artigiano di genio.
Ora è lui a ritrarsi, ed io a fare un passo avanti, e ad inginocchiarmi, per vedere in quel caos che pare molti continenti, da un punto di vista differente.
La luce non basta. Lui apre gli scuri, e il sole di primavera irrompe e si rifrange sulle superfici tondeggianti della città di ceramica.
Potrebbe essere Venezia, o Costantinopoli, o Sofia.
Guardo quelle invenzioni, che son quello che rappresentano ed altro ancora, e provo a riportarli al rango di oggetti.
Una civetta mi osserva con le mani in tasca, e lo stomaco dignitosamente prominente.
C'è qualcosa di famigliare, in quello sguardo, in quella postura.
E l'intuzione arriva improvvisa, e così forte, che ne chiedo muta conferma a Giacomo.
“È lui?”.
Leonardo Sciascia.
In quell'animale mitologico, in quel silenzio che si vede, si sente, c'è molto di più di una semplice raffigurazione. Così come in certe forme, apparentemente astruse. E in realtà ricche di altre simmetrie, impensabili.
In quella che era una cucina ed ora è una sorta di esposizione minore, ci sono due uomini in divisa, in una posa francamente oscena. Ed è un'alta uniforme.
Giacomo Alessi è un uomo scisso in due parti gemelle.
È il conoscitore della tradizione, ed è quasi impossibile distinguere i suoi vasi e i suoi albarelli e le sue figure dal Barocco settecentesco del quale Caltagirone fu fornace. Stessa ragnatela, stessa vetrificazione, stessa morbidezza delle forme e dei colori. Proporzioni delicate. Pastelli e cotture ineccepibili.
Ed ora, questa sorpresa. Il suono di una musica mai prima ascoltata. L'infrangersi del pregiudizio su uno scoglio. Giacomo Alessi è anche uno straordinario autore contemporaneo. Vorrebbe portare la sua Caltagirone a Venezia, e rimprovera a Venezia il suo provincialismo.
Io so poco di arte contemporanea, pochissimo. E a questo forse si deve la mia diffidenza iniziale.
Amo la storia e i misteri.
Eppure, in quelle forme, c'è la stessa forza del Vulcano che ricostruì la città dopo il terremoto del 1693. Il fuoco che ha cotto le ceramiche è lo stesso.
Giacomo Alessi si rintana nel suo laboratorio, di tanto in tanto, e quelle migliaia di esperimenti, visti da pochissimi, sono il frutto delle sue fughe.
È un intellettuale, Giacomo Alessi. Sa del mondo e delle sue contraddizioni.
Dovevo finire a Caltagirone, per ritrovare un'officina, e un artigiano, in un tempo in cui nessuno sa più nulla di ciò che fa.
In libreria è appena arrivato “Giacomo Alessi e le ceramiche. Una lunga tradizione per il futuro”, un prezioso volume ricco di fotografie d'autore dei capolavori del maestro calatino. Il suo lavoro è raccontato dagli scritti di sedici fra archeologi, artisti, critici, giornalisti, manager, scrittori, studiosi (Silvana Editoriale, 288 pagine, 52 euro).
Il mio racconto.
Per tre volte, e ancora...
Accadde tre volte e forse sarebbe accaduto ancora, nella città di quel monte che aveva un nome che sapeva d'aria ed era invece di zolfo, di calcare e di un'argilla di pasta soffice e ricca.
La prima volta che Caltagirone rinacque dal fango si dovette all'editto che d'improvviso era giunto dall'altra parte di quel mare che aveva accolto l'Isola al suo centro e al centro ancora c'era il monte.
Gli uomini con la croce e la spada dissero che tutti gli adoratori di Satanasso che dimoravano al San Giuliano, e tutti coloro che dagli adoratori discendevano, per linea di padre o di madre, dovevano andar via, e lasciare alla terra ciò che della terra solamente era, e dunque le vesti, l'oro e le pergamene precipitarono in fondo ad un pozzo che fu presto sigillato.
Le case furono vendute e i pochi arredi accesero i fuochi delle altrui divozioni.
Gli uomini dissero alle donne di prendere un figlio soltanto e di andare verso l'origine del sole, verso la Germania. Quanto a loro, avrebbero preso l'altro figlio, o tutti gli altri, e avrebbero inseguito il sole fino alla sua morte, sul mare, verso il Garbo.
Se la donna e il figlio fossero morti, o fossero stati depredati, e resi schiavi e venduti, allora vi era ancora la speranza che loro, gli uomini, insieme agli altri figli, si salvassero, all'Impronunciabile piacendo.
Poiché le ricchezze dovevano esser lasciate alle loro spalle, essi conservarono quel poco d'oro che poteva esser dissimulato, tra le pieghe dei loro corpi, e si cucirono addosso dei cilindri di rame con le lettere e le frasi che un giorno li avrebbero condotti alla prima terra perduta. Una notte, ad uno, tra di loro, venne in sogno un vulcano, e la lava infuocata che ne fuoriusciva si stendeva sugli uomini, li ricopriva, e quando gli uomini strisciavano sotto quella coltre oramai fredda e si liberavano, lasciavano la loro impronta, perché tutti potessero guardarla e aver memoria di loro e del passato.
Egli, si chiamava Shmuel, impiegò il tempo che gli era concesso di rimanere nella città del monte per plasmare con l'argilla i volti degli uomini e delle donne, e i libri di Dio e della Legge. Poi, era tempo di Pesach, camminò giù per i sentieri, lungo la vallata, fino al Maroglio, e sul greto del fiume dispose le pietre d'argilla che recavano le scritte, e i vasi che riproducevano i volti di Yoshua, Robina, Iosep, Salomon, Alba.
Chi si fosse bagnato in quelle acque, avrebbe ascoltato le loro voci pronunciare tutti i nomi di colui che doveva esser taciuto.
Accadde ancora, due secoli dopo.
Nelle chiese sorte sopra i templi, lo scuotimento del Dio irato frantumò i segni della ricchezza, che avevano sopravanzato la divozione e oscurato la luce.
Le case dei signori e dei miserabili vennero egualmente sbriciolate. Alla sera del giorno nono del 1693 e al mezzogiorno del giorno undicesimo, a Caltagirone, ad Occhiolà, a Noto, a Modica, dalle viscere del globo si levò un lamento di morte, e quella rabbia non si placò che due anni dopo.
Al sordo lamento della terra, s'aggiunsero i pianti delle madri e dei padri e dei figli, le grida si fecero mormorazioni e poi sospiri, e chi aveva da perdere qualcuno, lo perse per sempre. Quando la vendetta dell'Ignoto finalmente cessò, la città del monte era spoglia di cose e di anime, e si dovette ricominciare, ancora una volta, com'era già accaduto dopo la cacciata dei giudei, e la perdita dei dottori, degli speziali, delle botteghe, dei manuali.
In sogno, ad un frate dalla lunga barba candida, venne un vulcano, e la lava infuocata che ne fuoriusciva, raffreddandosi si mostrava in forme di calice, crocefisso, e tabernacolo. Il sacerdote si riscosse, si mise in cammino nel freddo della notte nebbiosa d'inverno e lì dove 'argilla era abbondante, egli principiò a plasmarla come albero, e sole, e bambino.
Chi lo vide al mattino seguente, lo descrisse nero di umido e bianco di polvere, tra centinaia di alberi, e soli, e bambini, che parevano vivi e sul punto di dar frutti, illuminare e piangere di felicità.
La città del monte crebbe di nuove case e gli oggetti quotidiani furono d'argilla, e non più d'oro, e argento, e stagno, e rame, e legno. I piatti erano di terra cotta, e così i bicchieri, e il vasellame, e nelle chiese, la divozione s'era riaccesa intorno a polveri indurite dall'acqua e dal fuoco, e a tutti sembrava giusto che così fosse: quia pulvis es, in pulverem reverteris.
La città provvide al presente, all'oggi, e quella Quaresima durò per secoli.
Accadde ancora, poco prima che il secondo millennio si chiudesse.
Un fischio preannunciò il volo basso di un grifone, e quel fischio crebbe fino a farsi urlo di Apocalisse, e i grifoni si moltiplicarono, fino ad oscurare il cielo, e la terra riprese a tremare come nei racconti che i vecchi indovinavano nelle crepe dei muri di cinta ancora intatti.
Le uova che i grifoni lasciavano cadere al loro passaggio, si schiudevano sulle strade e sulle case dando alla vita la morte, e alla morte la vita.
Le case si facevano di fuoco e le strade si aprivano fino all'inferno, e quelle bocche ingoiavano ogni cosa: le macerie, e gli uomini, e gli animali.
Si ballava senza musica.
La guerra che era stata ladra di figli, ora giungeva nelle case dei padri, a depredarle di miseria. Ciò che era stato convertito da un Dio all'altro, e ciò che era sopravvissuto all'ira del più misericordioso, venne additato dall'uomo: questo finirà, quell'altro si reggerà su poche pietre.
Nessuno, stavolta, aveva più voglia di ricostruire le case e le chiese.
Ma si dice che ad un sordo fosse tornato l'udito, o forse fu ad un cieco che era tornata la vista, e che il prescelto volesse innalzare un altare, per dirsi grato di quel miracolo.
Camminò per le strade della città del monte e vide quel che non aveva visto, ed erano i bambini, per le strade, senza più vita, o forse sentì quel che non aveva sentito, ed erano le lacrime delle loro madri.
Sembrava fosse impazzito. Avrebbe preferito restar cieco, o sordo.
In luogo di quell'altare, l'uomo decise di alzare un muro, dov'erano le finestre della sua casa, e di nascondersi nella stanza più remota. Dormì sulla paglia scampata al fuoco, e la paglia era ancora odorosa del mulo che aveva ospitato, e in sogno gli venne un vulcano, e la lava infuocata che ne fuoriusciva, aveva i lineamenti dolci dei bambini e quelli gravi delle madri. Sconfortato, l'uomo decise che avrebbe rinunciato di nuovo al suo silenzio, per raccontare ciò che aveva
visto, o sentito.
Nelle sue mani, da generazioni, era l'abilità del plasmatore, e quei pensieri, e i sogni gioiosi e oscuri, li modellò sull'argilla raccolta alla fonte di ogni rinascita della città del monte, affinché nel futuro l'uomo sapesse che il confine da non superarsi era già stato superato, e il bene era al di qua, e non al di là di quel confine, dov'erano solo il dolore e la morte.
La prima volta che Caltagirone rinacque dal fango si dovette all'editto che d'improvviso era giunto dall'altra parte di quel mare che aveva accolto l'Isola al suo centro e al centro ancora c'era il monte.
Gli uomini con la croce e la spada dissero che tutti gli adoratori di Satanasso che dimoravano al San Giuliano, e tutti coloro che dagli adoratori discendevano, per linea di padre o di madre, dovevano andar via, e lasciare alla terra ciò che della terra solamente era, e dunque le vesti, l'oro e le pergamene precipitarono in fondo ad un pozzo che fu presto sigillato.
Le case furono vendute e i pochi arredi accesero i fuochi delle altrui divozioni.
Gli uomini dissero alle donne di prendere un figlio soltanto e di andare verso l'origine del sole, verso la Germania. Quanto a loro, avrebbero preso l'altro figlio, o tutti gli altri, e avrebbero inseguito il sole fino alla sua morte, sul mare, verso il Garbo.
Se la donna e il figlio fossero morti, o fossero stati depredati, e resi schiavi e venduti, allora vi era ancora la speranza che loro, gli uomini, insieme agli altri figli, si salvassero, all'Impronunciabile piacendo.
Poiché le ricchezze dovevano esser lasciate alle loro spalle, essi conservarono quel poco d'oro che poteva esser dissimulato, tra le pieghe dei loro corpi, e si cucirono addosso dei cilindri di rame con le lettere e le frasi che un giorno li avrebbero condotti alla prima terra perduta. Una notte, ad uno, tra di loro, venne in sogno un vulcano, e la lava infuocata che ne fuoriusciva si stendeva sugli uomini, li ricopriva, e quando gli uomini strisciavano sotto quella coltre oramai fredda e si liberavano, lasciavano la loro impronta, perché tutti potessero guardarla e aver memoria di loro e del passato.
Egli, si chiamava Shmuel, impiegò il tempo che gli era concesso di rimanere nella città del monte per plasmare con l'argilla i volti degli uomini e delle donne, e i libri di Dio e della Legge. Poi, era tempo di Pesach, camminò giù per i sentieri, lungo la vallata, fino al Maroglio, e sul greto del fiume dispose le pietre d'argilla che recavano le scritte, e i vasi che riproducevano i volti di Yoshua, Robina, Iosep, Salomon, Alba.
Chi si fosse bagnato in quelle acque, avrebbe ascoltato le loro voci pronunciare tutti i nomi di colui che doveva esser taciuto.
Accadde ancora, due secoli dopo.
Nelle chiese sorte sopra i templi, lo scuotimento del Dio irato frantumò i segni della ricchezza, che avevano sopravanzato la divozione e oscurato la luce.
Le case dei signori e dei miserabili vennero egualmente sbriciolate. Alla sera del giorno nono del 1693 e al mezzogiorno del giorno undicesimo, a Caltagirone, ad Occhiolà, a Noto, a Modica, dalle viscere del globo si levò un lamento di morte, e quella rabbia non si placò che due anni dopo.
Al sordo lamento della terra, s'aggiunsero i pianti delle madri e dei padri e dei figli, le grida si fecero mormorazioni e poi sospiri, e chi aveva da perdere qualcuno, lo perse per sempre. Quando la vendetta dell'Ignoto finalmente cessò, la città del monte era spoglia di cose e di anime, e si dovette ricominciare, ancora una volta, com'era già accaduto dopo la cacciata dei giudei, e la perdita dei dottori, degli speziali, delle botteghe, dei manuali.
In sogno, ad un frate dalla lunga barba candida, venne un vulcano, e la lava infuocata che ne fuoriusciva, raffreddandosi si mostrava in forme di calice, crocefisso, e tabernacolo. Il sacerdote si riscosse, si mise in cammino nel freddo della notte nebbiosa d'inverno e lì dove 'argilla era abbondante, egli principiò a plasmarla come albero, e sole, e bambino.
Chi lo vide al mattino seguente, lo descrisse nero di umido e bianco di polvere, tra centinaia di alberi, e soli, e bambini, che parevano vivi e sul punto di dar frutti, illuminare e piangere di felicità.
La città del monte crebbe di nuove case e gli oggetti quotidiani furono d'argilla, e non più d'oro, e argento, e stagno, e rame, e legno. I piatti erano di terra cotta, e così i bicchieri, e il vasellame, e nelle chiese, la divozione s'era riaccesa intorno a polveri indurite dall'acqua e dal fuoco, e a tutti sembrava giusto che così fosse: quia pulvis es, in pulverem reverteris.
La città provvide al presente, all'oggi, e quella Quaresima durò per secoli.
Accadde ancora, poco prima che il secondo millennio si chiudesse.
Un fischio preannunciò il volo basso di un grifone, e quel fischio crebbe fino a farsi urlo di Apocalisse, e i grifoni si moltiplicarono, fino ad oscurare il cielo, e la terra riprese a tremare come nei racconti che i vecchi indovinavano nelle crepe dei muri di cinta ancora intatti.
Le uova che i grifoni lasciavano cadere al loro passaggio, si schiudevano sulle strade e sulle case dando alla vita la morte, e alla morte la vita.
Le case si facevano di fuoco e le strade si aprivano fino all'inferno, e quelle bocche ingoiavano ogni cosa: le macerie, e gli uomini, e gli animali.
Si ballava senza musica.
La guerra che era stata ladra di figli, ora giungeva nelle case dei padri, a depredarle di miseria. Ciò che era stato convertito da un Dio all'altro, e ciò che era sopravvissuto all'ira del più misericordioso, venne additato dall'uomo: questo finirà, quell'altro si reggerà su poche pietre.
Nessuno, stavolta, aveva più voglia di ricostruire le case e le chiese.
Ma si dice che ad un sordo fosse tornato l'udito, o forse fu ad un cieco che era tornata la vista, e che il prescelto volesse innalzare un altare, per dirsi grato di quel miracolo.
Camminò per le strade della città del monte e vide quel che non aveva visto, ed erano i bambini, per le strade, senza più vita, o forse sentì quel che non aveva sentito, ed erano le lacrime delle loro madri.
Sembrava fosse impazzito. Avrebbe preferito restar cieco, o sordo.
In luogo di quell'altare, l'uomo decise di alzare un muro, dov'erano le finestre della sua casa, e di nascondersi nella stanza più remota. Dormì sulla paglia scampata al fuoco, e la paglia era ancora odorosa del mulo che aveva ospitato, e in sogno gli venne un vulcano, e la lava infuocata che ne fuoriusciva, aveva i lineamenti dolci dei bambini e quelli gravi delle madri. Sconfortato, l'uomo decise che avrebbe rinunciato di nuovo al suo silenzio, per raccontare ciò che aveva
visto, o sentito.
Nelle sue mani, da generazioni, era l'abilità del plasmatore, e quei pensieri, e i sogni gioiosi e oscuri, li modellò sull'argilla raccolta alla fonte di ogni rinascita della città del monte, affinché nel futuro l'uomo sapesse che il confine da non superarsi era già stato superato, e il bene era al di qua, e non al di là di quel confine, dov'erano solo il dolore e la morte.
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I Love Sicilia - 31 dicembre 2009
RILEGGERE GUARESCHI
My Sky è fondamentale. In un tempo di palinsesti scombiccherati, aggiusta ogni cosa. Puoi recuperare vecchi film e registrare documentari preziosissimi.In questi giorni, ho ripescato i film dedicati a Peppone e Don Camillo, tratti dai romanzi di Giovannino Guareschi. Tutti quanti, dalla prima all'ultima pellicola.
La serie cinematografica durò vent'anni: dal Don Camillo del '52 fino al Don Camillo e i giovani d'oggi del '72, in cui Gastone Moschin e Lionel Stander interpretano appena dignitosamente i personaggi immortali che erano appartenuti a Fernandel e Gino Cervi.
Ad un paio di metri dalla mia tv, occhieggia una vecchia raccolta del Candido. Copertina rigida. Satira e vignette imperdibili. La storia d'Italia si rilegge anche così, tra Guareschi e il suo omologo di parte comunista, Fortebraccio. Ma i libri di Guareschi, per me, sono altrettanto importanti dei film che ne furon tratti. Esempi di buona scrittura novecentesca e ingiustamente dimenticati.
Il mio amico Marco Ferrazzoli ha scritto un saggio, il suo secondo, su Giovannino Guareschi, Non solo Don Camillo, uscito a fine 2008 per L’Uomo Libero e mio primo consiglio di lettura, per quest'anno.
Cito da un'intervista de Il Fondo a Marco Ferrazzoli:
Indro Montanelli fu lapidario: “La storia del XX secolo la si può fare senza chiunque altro ma non senza Guareschi”. Io lo confermo, evidenziando che Guareschi non solo fu un grande scrittore, giornalista, disegnatore e umorista, ma soprattutto un grande intellettuale e personaggio italiano. È un autore centrale della nostra letteratura, un giornalista politico fondamentale e un raro esempio di coerenza umana e intellettuale.
Già nella prima metà del ‘900 Giovannino Guareschi è un celebre giornalista del Bertoldo. Nel 1943 viene deportato nei lager nazisti, divenendo una figura di spicco della “resistenza bianca”. Al rientro fonda e dirige il Candido, il maggior settimanale politico-satirico del dopoguerra. Nel ’46 sostiene la monarchia al referendum istituzionale. Fornisce un contributo essenziale alla vittoria democristiana nelle elezioni del 1948 con i famosi manifesti «Nell’urna Dio ti vede, Stalin no» e «Mamma votagli contro anche per me». Diviene un importante opinion-leader, uno dei più feroci fustigatori del partitismo e il principale polemista anti-comunista. Nel ’53 finisce in carcere per diffamazione di Einaudi e De Gasperi.
Già questa sommaria lettura della sua biografia dimostra come l’autore di Don Camillo sia stato uno dei più importanti intellettuali civili italiani del ‘900. Naturalmente, ci sono anche i libri del Mondo piccolo e molti altri: venduti e tradotti in milioni di copie, hanno ispirato film ancor oggi di grande audience. Ma, forse, a questo successo si deve un paradossale fraintendimento: l’edulcorazione dell’importanza storica e culturale di Guareschi e la sottovalutazione della sua statura morale. Un rischio che egli corre a causa sia dei “nemici” ansiosi di minimizzarne l’importanza, sia di taluni “amici” che sembrano confermarne l’immagine debole.
Guareschi è invece un autore centrale della nostra letteratura, un giornalista politico fondamentale e un raro esempio di coerenza umana e intellettuale.
Sottoscrivo.
sabato 26 dicembre 2009
POSSIBILI USI DELL'INFLUENZA A
Ci sono giorni in cui non avresti voglia di fingere nemmeno una pettinatura, e invece, quell'abbozzo d'individuo maltonso che eviti ad ogni scavalcamento di marciapiede ti viene incontro con la mano destra tesa, sudaticcia.Ha nel volto i tratti abitudinari dell'accattone, le sopracciglia adagiate sullo scavo della finzione, le labbra stirate in un sorriso pendulo. Pare appena uscito dalla sesta bolgia dell'Inferno dantesco, quella degli ipocriti: piegato sotto una cappa di piombo dorata.
Non hai scampo: un'auto con una ruota sul marciapiede ti impedisce la fuga, una mamma accucciata su un bambino in lacrime ti taglia la ritirata.
Devi rispondere a quel saluto.
In uno scatto, l'invenzione.
"Di questi tempi, niente effusioni. Sa, l'influenza A!".
Ecco, a qualcosa è servito, il maledetto virus.
sabato 12 dicembre 2009
MA COS'E' QUEST'INFLUENZA?
L'Influenza A era stata presentata come la Pandemia del secolo, e l'attendevamo con la serenità d'animo dei milanesi dinanzi alla peste che nei Promessi Sposi bussava alle porte della città.Abbiamo fatto incetta di antivirali, mentre il governo commissionava alle multinazionali farmaceutiche milioni di dosi di un vaccino da distribuire prima ai medici ed ai poliziotti poi ai soggetti a rischio e infine a tutti coloro che tra un'età ed un'altra avessero deciso di sottoporsi al marchio.
Ma i medici, in gran parte, non si sono sottoposti al quasi obbligo del vaccino, e nulla si sa dei poliziotti, o dei carabinieri.
In Sicilia, con prussiana determinazione, si è ordinato di rivolgersi ai medici di famiglia ed ai pediatri che a loro volta consigliavano o sconsigliavano il marchio, per via della presenza di Squalene nel vaccino e delle eventuali complicanze neurologiche, e nella migliore o peggiore delle ipotesi indirizzavano i pazienti ai centri di vaccinazione: prima pieni come un centro commerciale nel giorno dell'inaugurazione poi desolatamente vuoti come alla presentazione di un libro di un critico letterario che non cito.
L'Influenza A, che da mesi infettava delicatamente la popolazione, si è a questo punto diffusa senza alcun freno inibitorio, e la stessa nozione di rischio è mutata, insieme a quella dei soggetti titolari del rischio medesimo.
La programmazione della vaccinazione, così farseggiando, è scivolata in avanti.
All'inizio di questa costosissima commedia, il picco della malattia era stato annunciato tra novembre e Natale, e i soggetti a rischio - s'era detto, con malcelato disprezzo della logica - sarebbero stati marchiati non prima di gennaio.
Poi, le dosi avanzate hanno abbondantemente superato il previsto, e dunque - a questo punto è solo un si dice senza alcuna conferma ufficiale - tutti quanti potranno richiedere d'esser vaccinati, e in qualsiasi momento essi preferiranno.
L'Influenza A, si è anche scoperto, non fa male: è un taxi che al momento trasporta un passeggero di buon carattere, un taxi veloce, che non bara sul percorso e sul tassametro.
Il virus, però, potrebbe mutare.
In genere, dicono i soliti esperti, le mutazioni abbattono la pericolosità del virus primario. Ma non è detto che una mutazione x non smentisca le statistiche, sicché, un giorno, su quel taxi potrebbe salire un passeggero malintenzionato, e chiedere d'esser condotto ovunque, in un batter d'occhio.
Il bello è che non ce accorgeremmo in tempo. I tamponi e le analisi sugli infetti si fanno solo a campione. E i vaccini avanzati, accumulati a milioni di dosi nei centri di vaccinazione, sarebbero ancor meno utili di quanto non si siano rivelati finora.
E allora, ricapitolando: l'influenza A, così com'è, non fa male; i vaccini sono stati solo un grande spreco di danaro pubblico; se l'influenza A dovesse far male, servirebbero altri vaccini.
Non ci avete capito niente? Vi pare ridicolo, tutto questo?
E' la Sanità, Bellezza.
Ci sarebbe anche da dire dei dirigenti che a più riprese mi hanno detto: "Guardi che se Lei dice così, si crea il panico... Non è sbagliato, ma insomma... Non so che dirle, io rispondo agli ordini... Lei, piuttosto, dovrebbe dire...".
Ci sarebbe da dire che noi giornalisti avremmo dovuto insorgere contro questa commedia.
venerdì 11 dicembre 2009
RACCONTARE LA MAFIA
Ieri sera, a Palermo, nel corso di un dibattito, qualcuno ha sostenuto che non si debba parlar di mafia, nei film, nelle fiction, nei libri, perché così si rafforza la mafia medesima.Ho risposto che in Sicilia possiamo raccontare la Sicilia.
La Sicilia è modernità, multiculturalismo; è anche mito e storia.
Possiamo raccontare, in Sicilia e attraverso la Sicilia, il mondo intero.
C'è anche la mafia. E non solo c'è ancora, in Sicilia, ma è così diffusa da controllare intere porzioni del nostro territorio, ed è così crudele che il mondo resta a bocca aperta, dinanzi all'efferatezza dei suoi crimini.
La mafia è così crudele da farsi naturalmente oggetto privilegiato di narrazione.
Eros e Thanatos, ricordate?
La mafia, però, è così difficile da raccontare, che tutto ciò che di recente l'ha rappresentata (su libri e piccoli e grandi schermi), è o comico o osceno.
Dire che la mafia non va più raccontata, è solo una scusa.
La mafia - quella vera, quella dei giorni nostri, quella dello Zen 2, di Brancaccio, del Capo o di certi paesi della provincia - è così difficile da raccontare, che servirebbero il coraggio e il talento di un grande autore.
Per raccontare la mafia, occorre rischiare il capolavoro.
SON TORNATI I CANNIBALI
Sono tempi duri, e ciascuno vive a modo suo la paura del futuro.Al mattino, vedo di frequente un tizio che in tv che dà del manganellatore agli altri ospiti di una nota trasmissione, e si vede che vorrebbe mangiarseli, gli interlocutori che non la pensano come lui. Non in senso figurato, io sospetto.
L'uomo, emotivamente scosso, sostiene che viviamo in un Regime. Lo dice con il volto teso allo spasimo, i muscoli tremanti, costretti - da uno sforzo disumano - ad una simulazione di calma, di ragionamento.
Mi chiedo se dietro quella sua ossessione - per "Il Regime", in apparenza - non si nasconda una tentazione di tornare al Cannibalismo, ad un mondo in cui il dialogo sia sostituito da un gran pasto rituale.
Quel pasto tragico che sconvolse l'Italia negli anni Settanta e che chiamammo Terrorismo.
mercoledì 2 dicembre 2009
UOMINI IN VENDITA
Il punto è: come si cambia? Meglio: cosa si perde, e cosa si guadagna?Da ragazzino pensavo: perché quei due litigano? Come mai non riescono a trovare un accordo?
Poi, più adulto: come mai uno muore per difendere un'idea? Cosa conta, un'idea, di fronte alla vita?
E infine, a metà del cammino tra allora ed oggi, tra l'entusiasmo perso e la chiarezza guadagnata, ho pensato: come ci si può vendere, a qualcuno, per qualcosa?
Ora che penso di avere le risposte a tutte quelle domande, rimpiango di non avere altre domande da lasciar senza risposte.
martedì 1 dicembre 2009
GLI EDITORIALI DEL TRUCIDO
Negli anni Settanta, si narra, all'interno di Potere Operaio si discuteva se la fellatio fosse di destra o di sinistra, e si racconta che un famoso conduttore televisivo passato per quelle file, avesse delle posizioni impopolari, al riguardo.Ora, certe inchieste e certi editoriali, che potrebbero benissimo esser firmati da altri eroi degli anni Settanta - "Er Trucido", "Er Monnezza"-, raccontano delle abitudini private dei politici, delle loro frequentazioni.
Diventa notizia perfino il tentativo, da parte di un ricattatore, di vendere quello che forse non c'è, un video hard: tentativo che pure nell'atto mancato (il non esserci, per l'appunto), raggiunge parzialmente il suo obiettivo: il massacro dell'immagine pubblica di una persona (sul soldo, passim: magari il ricattatore avrà comunque il suo).
Segno, il lapsus, del sonno della ragione.
E' tempo di ricatti e ricattatori, il nostro. Forse funzionano delle autentiche centrali del ricatto trash. E il giornalismo, di frequente, rischia di fare da megafono. Non stiamo parlando dello scandalo Profumo. E noi, tutto siamo fuorché inglesi.
giovedì 19 novembre 2009
LA STRADA GIUSTA
martedì 17 novembre 2009
LE CERAMICHE DI GIACOMO ALESSI
Dal sito di Silvana Editoriale:"Questo volume rappresenta un omaggio alla più alta manifestazione della lavorazione ceramica – che, nella forma di un artigianato d’eccezione, è capace di affermarsi come vera e propria espressione artistica – e a un suo grandissimo interprete: Giacomo Alessi.
Nato non a caso a Caltagirone, una delle capitali mondiali della terra cotta, Giacomo Alessi è un raro esempio di eccellenza e creatività, un artista della ceramica che ha saputo attingere a una tradizione millenaria e nello stesso tempo a innovarla, tracciando la strada per un futuro che si appalesa come ricco di promesse.
Alessi infatti ha rivisitato forme, stili, decori, simboli, persino concetti astratti, dando alle opere ceramiche calatine nuova linfa, nuova vita.
La figura di Alessi, come artista e come uomo, è raccontata nel volume attraverso sedici ritratti, tracciati da personalità appartenenti a vari mondi – intellettuali, giornalisti, stilisti, critici, studiosi, archeologi, scrittori, artisti, manager – che ben conoscono la sua produzione.
Ai testi si alternano le immagini delle più significative opere di Giacomo Alessi, alcune realizzate da grandi fotografi: in tutte – sono circa centocinquanta – il titolo è in dialetto siciliano, scelto dall’artista e sempre evocativo, pungente, ironico e persino geniale".
Presto online il mio racconto pubblicato sul catalogo.
WINE FOR LIFE
Dal sito di Studio 71."L'iniziativa è nata da un’idea di Giuseppe Zingales, patron dell’Hostaria Cycas di Castelbuono, che da tempo ha aperto il proprio spazio a mostre d’arte contemporanea. Il progetto è stata accolto con grande entusiasmo da Michele Di Donato e Marco Calcaterra dell’azienda vinicola Avide di Comiso, dall’Associazione Culturale Studio 71 di Palermo e da Filippo Lupo, anch'egli castelbuonese, presidente del Camilleri Fans Club. Tutti questi attori hanno messo in moto una “macchina” organizzativa che ha coinvolto pittori, poeti e scrittori.
Il progetto ha le sue basi nelle precedenti iniziative legate al vino ideate da Zingales. Suoi sono gli eventi: 30 artisti incontrano Bacco e Di-Vino artista (in quest’ultimo caso sono stati 35 gli artisti, tutti siciliani, che hanno creato per l’occasione delle etichette, i cui originali sono stati battuti a un’asta di beneficenza a New York).
L'idea è semplice, ma originale: "vestire" il vino con etichette che riproducono un'opera d'arte.
In Territori: Arte, Parole, Vino al dipinto si affianca un pensiero sul vino uscito dalla penna di uno scrittore, di un poeta.
Questi gli autori che hanno dato il loro contributo: Roberto Alajmo, Giacomo Cacciatore, Andrea Camilleri, Davide Camarrone, Giancarlo De Cataldo, Piergiorgio Di Cara, Marcello Fois, Valentina Gebbia, Aldo Gerbino, Carlo Lucarelli, Rita Piangerelli, Santo Piazzese.
E questi gli artisti che hanno realizzato le opere riprodotte nelle etichette: Antonella Affronti, Luciana Anelli, Aurelio Caruso, Orazio D’Emanuele, Pippo Giambanco, Gilda Gubiotti, Paolo Malfanti, Franco Nocera, Antonino G. Perricone, Salvatore Provino, Turi Sottile, Giusto Sucato.
La Avide realizzerà, con "tiratura" limitata, una serie di 12 etichette che vestiranno due fra i vini più prestigiosi dell'Azienda: il Cerasuolo di Vittoria “Barocco” e l’Insolia “Riflessi di sole”.
Ogni bottiglia sarà corredata da un catalogo in cui saranno riprodotte tutte le etichette.
Un ringraziamento va a tutti coloro che, a diverso titolo, hanno contribuito alla riuscita di questo evento: agli autori e agli artisti, per avere prodotto o messo a disposizione i versi, gli scritti e le opere riportate nelle etichette, alla casa editrice Sellerio per aver consentito l’uso di un brano estratto da un romanzo di Andrea Camilleri, al Museo Civico di Castelbuono per l'ospitalità data alla prima presentazione dell’iniziativa.
L'iniziativa è stata presentata in prima assoluta il 25 ottobre 2009 a Castelbuono, nella Sala del Principe del Castello comunale dei Ventimiglia, con la collaborazione del Museo Civico di Castelbuono.
Seguiranno altre presentazioni a Roma, Bologna e Ragusa.
Agli eventi parteciperanno alcuni degli autori che hanno aderito al progetto. Tramite la Avide, le bottiglie dell'intera collezione contribuiranno alle iniziative sociali legate al progetto Wine for Life".
http://www.avide.it/news_leggi.cfm?id=7352
lunedì 16 novembre 2009
LA GUERRA ALLA MAFIA
Hanno arrestato un boss di primo piano, Domenico Raccuglia.Bene.
Serve un po' di ottimismo.
Ma a Napoli pagano i piccoli spacciatori 100 euro al giorno, e più o meno la stessa cosa accade a Palermo, e in molti altri luoghi, Milano inclusa.
Quando cominceremo ad occuparci di questo?
Quando ci riprenderemo Scampìa, i quartieri spagnoli, Brancaccio, lo Zen 2, Quarto Oggiaro?
giovedì 5 novembre 2009
PAGARE PER I MORTI
A Gela chiedono 1.500 euro per una tassa sulle sepolture vecchie di trent'anni: se non paghi, gettano il morto negli ossari o sottoterra.Non è il modo che offende: politica e burocrazia amano la brutalità.
E' la perdita del sacro, del mistero, semmai, che lascia senza fiato.
E non varrebbe nemmeno la pena di sottolineare come, nella città dell'abusivismo dei vivi, si regolarizzino solo i morti.
giovedì 15 ottobre 2009
domenica 11 ottobre 2009
IL NOBEL AL TALENTO FUTURO
lunedì 7 settembre 2009
IL GRANDE NEMICO DELLA CRISI E' IL FUTURO
A parte i licenziamenti, i fallimenti, il crollo della domanda e la riduzione dell'offerta.A parte tutto.
La crisi ha indotto un'autentica mutazione antropologica.
La diffidenza è aumentata in modo insopportabile, e così l'illusione di poter fronteggiare l'incertezza che sovrintende alle nostre azioni, e così, s'inventano procedure e si escogitano trame impenetrabili per difendersi.
Il grande nemico - per le banche, le imprese, persino per la Cultura - è diventato il Futuro.
Il solo risultato, al momento, è di fare a pezzi il Presente, la voglia di fare.
sabato 5 settembre 2009
QUESTO E' UN UOMO
lunedì 24 agosto 2009
DE MORTUIS
Dicevano i romani: De mortuis nihil nisi bonum. L'aver gettato infamia su Gianni Agnelli, per le probabilmente vere evasioni fiscali, è pur sempre un atto carognesco. Fino a non molti secoli fa, le Inquisizioni disotterravano le spoglie di chi non era stato vilipeso in vita, e le condannavano per colpe vere o più di frequente false. A questo si è giunti, moraleggiando da villani.
domenica 9 agosto 2009
IL RACCONTO E IL ROMANZO
mercoledì 29 luglio 2009
GIORNALISTA E SCRITTORE
Il giornalista racconta di quel poco che ha capito. Lo scrittore di quel molto che gli è incomprensibile.Il giornalista ha il dovere di esporsi, di raccontare dopo i suoi molti sforzi - e onesti, si presume - di ricostruzione della realtà, e la realtà, sovente, si presenta frammentata, ed equivoca. Ma di un solo fatto occupandosi, egli può dire ad altri ciò che presume sia accaduto.
Per uno scrittore, è la realtà intera che va ricostruita, e non un singolo frammento, e l'equivoco è la ragione stessa del racconto, e non il pericolo da schivare.
Io posso scrivere del mio tempo da giornalista e da scrittore, e in un caso e nell'altro, muterò non solo il contenuto ma, persino, ed è questo l'apparente paradosso, il mio punto di vista.
Il giornalista è circospetto, sa di aver dietro delle persone che dipendono dal suo giudizio immediato, e nella folla che circonda il fatto e i suoi protagonisti, esprime un'opinione.
Lo scrittore supera le frontiere, s'inoltra in territori ad egli stesso sconosciuti, non vuol mettere pietre miliari e soprattutto, non si guarda mai indietro.
Limitatamente ai giornalisti. Ci si occupa troppo della cosiddetta indefinibile libertà di stampa e troppo poco della conoscenza che occorre al giornalista per esercitare la suddetta libertà. Si chiede al giornalista, in altre parole, di maneggiare strumenti complessi su una realtà che potrebbe non conoscere. Libero è chi sa, anzitutto. E chi non sa è sempre e in ogni caso schiavo.
Etichette:
Giornalismo e letteratura
lunedì 27 luglio 2009
LA ROVINA DI ROMA
Consigli di lettura: "La rovina romana", di Carmine Fotia, pubblicato da Gaffi. Romanzo sulla storia possibile, tra qualche anno. Una città, Roma, travolta dalla paura, dalla xenofobia, sceglie d'esser governata dai Legionari, un gruppo politico d'estrema destra. Intrighi e violenze, del genere al quale la cronaca di questi anni ci ha abituato. La misura è quella romantica del pamphlet: romantica giacché l'autore vuol esprimere un'opinione con un libro, in un tempo in cui le opinioni degradano ad insulti televisivi, urla e slogan. Fotia coglie lo spirito del tempo, con questo libro, e annuncia, a mio parere, la necessità di un romanzo politico.
venerdì 24 luglio 2009
NIENTE EBRAICO ALL'UNIVERSITA' DI PALERMO
Quest'anno, la Facoltà di Lingua e Letterature straniere di Palermo non avrà un corso di Lingua e Cultura Ebraica.La cosa è deplorevole in sé, ma lo è ancor di più per la Sicilia, che ospitò la più cospicua comunità ebraica d'Europa, fino al 1492, e che poi obbligò poi i suoi giudei a convertirsi, perseguitò i conversi e bruciò gli ostinati: allo Steri, fra l'altro, e cioè nell'attuale sede del Rettorato Universitario. E tralasciamo la considerazione che, oggi, Israele è una realtà economicamente e politicamente rilevante del nostro Mediterraneo.
Se fosse vero quel che riferisce Luciana Pepi - docente a titolo gratuito, con 50 esami sostenuti nel 2009 - e cioè che, avendo scoperto casualmente che la sua materia era stata cancellata, a sua precisa domanda, dagli uffici dell'Università le sarebbe stato risposto: "Ci dispiace, è stato un errore", dovremmo persuaderci che non di un intento preordinato si tratterebbe, bensì di approssimazione, incompetenza, sciatteria.
Niente di nuovo, sotto il sole.
Ma è pur sempre quell'Università che anni fa pensò di far delle vecchie prigioni dello Steri un Museo dell'Inquisizione e non delle sue vittime. Un grossolano errore di valutazione. Ad Auschwitz non hanno fatto un Museo delle SS, ma un sacrario dedicato alle loro vittime.
Non ci sarà, non può, non dev'esserci un motivo diverso dall'errore, per l'aver eliminato l'insegnamento della Lingua e della Cultura Ebraica.
Sono certo che il nuovo Rettore, Roberto Lagalla, che è persona onesta e competente, vorrà rimediare.
mercoledì 22 luglio 2009
A PROPOSITO DEL BIMBO DI ACIREALE UCCISO DA UN BRANCO DI CANI RANDAGI
Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano qui i bambini?(...)
Qualche spiritoso potrebbe dirmi che quel bambino sarebbe comunque cresciuto e avrebbe peccato, ma, come vedete, egli non è cresciuto, è stato dilaniato dai cani all'età di otto anni. Oh, Alëša, non sto bestemmiando! Io capisco quale sconvolgimento universale avverrà quando ogni cosa in cielo e sotto terra si fonderà in un unico inno di lode e ogni creatura viva, o che ha vissuto, griderà: "Tu sei giusto, o Signore".
(...)
Finché c'è tempo, voglio correre ai ripari e quindi rifiuto decisamente l'armonia superiore.
(Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov trad. di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano)
venerdì 17 luglio 2009
IL PERDONO
"Se mi dicono perché l'hanno fatto, se confessano, se collaborano con la giustizia, se consentono di arrivare a una verità vera, io li perdono. Devono avere il coraggio di dire che glielo ha fatto fare, perché l'hanno fatto. Devo dirmi con coraggio quello che sanno, con lo stesso coraggio con cui mio marito è andato a morire. Di fronte al coraggio io mi inchino. Io perdono coloro che mi dicono la verità e allora avrò il massimo rispetto per loro, perché sono sicura che nella vita gli uomini si redimono, con il tempo, non tutti, ma alcuni, mi ha insegnato mio marito, si possono redimere”. Agnese Borsellino, a proposito degli assassini di suo marito, Paolo Borsellino, ucciso da Cosa Nostra e da altri poteri il 19 luglio del ’92 a Palermo.
giovedì 9 luglio 2009
HOMUNCULUS LECCACULUS
Homunculus Leccaculus - sm - Tipo umano non eretto, frutto di una involuzione della specie, dotato di lingua capace e morbida, privo della ghiandola dignitaria. Ama circondarsi di propri simili. Costruisce la propria tana sottoterra, e lontano da ogni superficie riflettente. Diffuso nei luoghi di lavoro.
mercoledì 8 luglio 2009
PICCOLO MANUALE DEL CLANDESTINO
mercoledì 24 giugno 2009
QUELLI CHE SE NE FREGANO
Ci sono di quelli che assistono ad un massacro e dicono: sì, vero, hanno ucciso degli innocenti, ma chi siamo noi per giudicare, e chi lo sa se quegli altri, con gli americani, gli inglesi, gli israeliani...Ci sono di quelli che assistono al massacro dei giovani iraniani e semplicemente non gliene importa nulla. Farsi liberamente un'opinione su qualcosa, per loro, è più faticoso che ripetere un'idiozia.
lunedì 22 giugno 2009
UN IRAN DIVERSO
Una delle colpe gravi dell'Occidente consiste nell'aver concepito la Storia, e dunque la Civiltà, come una linea orizzontale, un riverbero della Fede in un mondo migliore di questo.Questo strano miscuglio d'Illuminismo e Messianismo, ha impedito di guardare alle diversità profonde che contraddistinguono le civiltà diverse dalla nostra, e ha giusticato le pretese imperiali, il colonialismo, la divisione del mondo in aree d'influenza.
La Storia è opportuno che sia conoscenza, a mio modo di vedere, e non primato.
Sicché, risulta poco comprensibile, oggi, a mio parere, quel che accade in Iran.
A Teheran, è vero, si combatte una guerra, è in corso una rivolta.
Leggiamo che i ragazzi scendono in strada, che hanno costumi occidentali, da anni ascoltano la nostra musica, e le ragazze, sotto il velo e le tuniche, s'acconciano alla moda europea.
Ma delle scosse che attraversano il mondo religioso, e dei conversari che da giorni l'ex presidente Rafsanjani, un riformista, intrattiene con numerosi saggi e teologi musulmani, allo scopo d'interdire Khamenei e probabilmente Ahmadinejad, poco o nulla sappiamo.
Quel che m'interessa sapere è se vi sia, tra le due sole strade oggi indicate, la democrazia occidentale e la tirannia dei fanatici, una via diversa, per l'Iran, che sia originale, e magari per noi inaccettabile: espressione di una cultura diversa dalla nostra.
Ma di questo non siamo informati, né forse abbiamo voglia di discutere.
venerdì 19 giugno 2009
WEST WING
Il bello della tv on demand è che puoi inseguire un telefilm fino alla fine, fino all'ultima puntata.La serie di West Wing, con Martin Sheen, ideata da Aaron Sorkin, è diventata per me una droga.
Ho imparato sulla politica più da questa serie che da tutto quel che ho fatto, in tutti questi anni, lavorando.
E che accada adesso, poi...
giovedì 4 giugno 2009
RICORDATE LA CAP ANAMUR?
La sentenza è stata rinviata a luglio, quando saranno trascorsi cinque anni dal caso. Ai primi di luglio del 2004, una nave raccolse dei profughi, in mare, ed il suo nome era Cap Anamur.
Trentasette uomini: dicevano di esser sudanesi, originari di un paese che pratica la discriminazione religiosa e la violenza etnica.
Con una troupe della Rai, riuscii a salire a bordo della nave, quand'era ancora al largo delle coste italiane, a poche miglia di distanza da Porto Empedocle.
Nella stiva, attrezzata con letti e toilette da campo, la speranza di giovani vite sfuggite ad un destino di oppressione.
La Cap Anamur aveva cominciato a raccoglier profughi nei mari di tutto il mondo nel '79: i boat people che fuggivano dal Vietnam, su piccole e fragili imbarcazioni, come ancora oggi accade nel Canale di Sicilia.
Decine di migliaia le persone salvate, dai volontari, con i contributi di gente comune: in Africa, in Asia, in Europa, durante la guerra dei Balcani.
Cinque anni fa, dinanzi a Porto Empedocle, il comandante della nave, Stefan Schmidt, insieme al Direttore dell'associazione, Elias Bierdel, chiese di poter attraccare, e ci fu una lunga trattativa con il governo italiano, culminata nella richiesta di soccorso umanitario: richiesta inderogabile, per il diritto di navigazione.
E dunque, l'attracco, seguito in diretta dalle telecamere di mezzo mondo.
Poi, il rimpatrio dei fuggiaschi, e l'azione giudiziaria, contro i responsabili dell'organizzazione, accusati d'aver inscenato un evento mediatico per trarne un documentario: con la richiesta di 4 anni di carcere per Schmidt e Bierdel, 400 mila euro di multa e il sequestro della nave.
Trentasette uomini: dicevano di esser sudanesi, originari di un paese che pratica la discriminazione religiosa e la violenza etnica.
Con una troupe della Rai, riuscii a salire a bordo della nave, quand'era ancora al largo delle coste italiane, a poche miglia di distanza da Porto Empedocle.
Nella stiva, attrezzata con letti e toilette da campo, la speranza di giovani vite sfuggite ad un destino di oppressione.
La Cap Anamur aveva cominciato a raccoglier profughi nei mari di tutto il mondo nel '79: i boat people che fuggivano dal Vietnam, su piccole e fragili imbarcazioni, come ancora oggi accade nel Canale di Sicilia.
Decine di migliaia le persone salvate, dai volontari, con i contributi di gente comune: in Africa, in Asia, in Europa, durante la guerra dei Balcani.
Cinque anni fa, dinanzi a Porto Empedocle, il comandante della nave, Stefan Schmidt, insieme al Direttore dell'associazione, Elias Bierdel, chiese di poter attraccare, e ci fu una lunga trattativa con il governo italiano, culminata nella richiesta di soccorso umanitario: richiesta inderogabile, per il diritto di navigazione.
E dunque, l'attracco, seguito in diretta dalle telecamere di mezzo mondo.
Poi, il rimpatrio dei fuggiaschi, e l'azione giudiziaria, contro i responsabili dell'organizzazione, accusati d'aver inscenato un evento mediatico per trarne un documentario: con la richiesta di 4 anni di carcere per Schmidt e Bierdel, 400 mila euro di multa e il sequestro della nave.
martedì 2 giugno 2009
REAGAN A PALERMO
Nessun conflitto di lavoro negli anni recenti finì più più drammaticamente della collisione tra Ronald Reagan e l'organizzazione dei controllori di volo professionali (negli Usa, ndr). Due giorni dopo la protesta illegale del 3 agosto dell'81, decisa per stipendi, benefits e condizioni di lavoro, un arrabbiato Presidente ordinò all'Amministrazione dell'Aviazione Federale di licenziare 11.345 scioperanti e di rimpiazzarli. Solo 500 di loro furono riassunti. Gli altri rimasero fuorigioco.Così scriveva il Time, il 6 ottobre dell'86, a proposito di un tentativo di riorganizzazione del sindacato americano dei controllori di volo, decimato dal Presidente Reagan dopo uno sciopero illegale. Erano passati cinque anni da quello sciopero e dall'immediata reazione del capo del governo americano. Il sindacato prendeva in esame la possibilità di riorganizzarsi. Ne hanno discusso per 23 anni, ma non hanno mai più lasciato un passeggero a terra.
Chissà perché mi è tornato in mente quello sciopero, mentre cammino per le strade ricoperte d'immondizia, a causa di uno sciopero dei netturbini palermitani.
sabato 30 maggio 2009
L'IMMORALE SAGGEZZA DI ORSON WELLES

Pour mémoire.
"In Italia per 30 anni sotto i Borgia ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, avevano 500 anni di pace e democrazia. E cosa hanno prodotto? L'orologio a cucù".
Orson Welles, ne "Il terzo uomo"
P.S. Dicono gli storici contemporanei che Lucrezia Borgia fosse una ragazzina assai per bene, e che non avesse mai intrattenuto rapporti illeciti con il padre, S.E. Rodrigo Borgia, meglio conosciuto come Papa Alessandro VI, e che le dicerie sul suo conto si dovessero all'odio insanabile di Francesco Guicciardini, convinto che tutto il male d'Italia fosse da addebitarsi alla famiglia Borgia (Davide Camarrone).
venerdì 29 maggio 2009
giovedì 28 maggio 2009
NON OCCUPARSI DI POLITICA

Non occuparsi della politica di questo Paese sta diventando sempre più difficile.
Scavalcare certi torrenti melmosi, certe polemiche urticanti, schivare moralismi malpuntellati, evitare gli eroi della dimenticanza e dell'incoerenza, ignorare le dicerie su certi fatti che di sicuro devono essere avvenuti, rimanere asciutti dopo una pioggia di conferme da parte di chi sa e non dovrebbe sapere e se sapesse per mestiere dovrebbe mantenere un etico e giuridico e professionale riserbo, intendo. Ché di questo si tratta, e non di dibattito fra idee contrapposte, di analisi sul disastro presente e su quello futuro, imponente.
La lordura di questi anni copre magnificamente il cambiamento, e non occuparsi di politica è la sola condizione per osservarlo dal vero.
I riflettori scacciano le lucciole.
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