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martedì 1 dicembre 2009

GLI EDITORIALI DEL TRUCIDO

Negli anni Settanta, si narra, all'interno di Potere Operaio si discuteva se la fellatio fosse di destra o di sinistra, e si racconta che un famoso conduttore televisivo passato per quelle file, avesse delle posizioni impopolari, al riguardo.
Ora, certe inchieste e certi editoriali, che potrebbero benissimo esser firmati da altri eroi degli anni Settanta - "Er Trucido", "Er Monnezza"-, raccontano delle abitudini private dei politici, delle loro frequentazioni.
Diventa notizia perfino il tentativo, da parte di un ricattatore, di vendere quello che forse non c'è, un video hard: tentativo che pure nell'atto mancato (il non esserci, per l'appunto), raggiunge parzialmente il suo obiettivo: il massacro dell'immagine pubblica di una persona (sul soldo, passim: magari il ricattatore avrà comunque il suo).
Segno, il lapsus, del sonno della ragione.
E' tempo di ricatti e ricattatori, il nostro. Forse funzionano delle autentiche centrali del ricatto trash. E il giornalismo, di frequente, rischia di fare da megafono. Non stiamo parlando dello scandalo Profumo. E noi, tutto siamo fuorché inglesi.

giovedì 14 agosto 2008

NEL FONDO DEI GIORNALI D'ESTATE

Sono brutti, i giornali d'estate. Come idrovore, estraggono ogni cosa dal fondo dei fiumi limacciosi. Parlano dei soldi degli altri, di corna e di rapine in villa.
Quest'anno, anche delle Olimpiadi e delle guerre dei signori del gas.
Capita, però, nel fango, di scovare dei piccoli tesori.
Tra le notizie minori, e solitamente impubblicabili, ne emergono alcune straordinarie.
Come quella del rapinatore di pizzerie, che a diciott'anni, a Castrofilippo, si è preso una pala in testa, vibrata dal padrone. Interrogato, al suo risveglio, e riconosciuto dagli avventori, è stato lasciato andare. Nella notte, forse per il colpo ricevuto, ha deciso di presentarsi ai Carabinieri. Arrestatemi, ha detto. Ho tentato di rapinare una pizzeria. Denunciato, sarà processato a piede libero.
C'è un sapore vero, terragno, in questa storia. Che ha poco sangue e molta umanità.

lunedì 4 febbraio 2008

IL RACCONTO DEL DIETRO

Leggo sul sito di un famoso quotidiano dei consigli per l'acquisto (oggi) di cosette del tutto insignificanti che (domani) certamente varranno molto.
Una profezia!
Leggo anche del tempo che probabilmente durerà il matrimonio (ieri una liaison) tra Nicolàs Sarkozy e Carla Bruni.
Un'altra profezia!
Non leggo più, invece (da tempo), un editoriale, un corsivo, una lettera purchessia, di rimpianto delle capacità profetiche di alcuni nostri intellettuali scomparsi: prima d'ogni altro, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia.
Ricordate il discorso sui capelloni, su Valle Giulia, sul '68? Le polemiche su Moro, sulle BR, sul Pci e sulla Dc, sulla lotta alla mafia?
Ahi, quanto ci mancano, si leggeva, un tempo!
Nella memoria dei giorni scorsi, galleggia solo la citazione distratta, e priva di allegati, di un breve passaggio di un discorso pubblico di Niki Vendola, nel quale, il prossimo probabile candidato a Premier della Cosa Rossa (la Cosa non era una film di fantascienza?), tesseva l'elogio delle capacità profetiche del repubblicano Alberto Arbasino, che in un suo libro del 1980, "Un Paese senza", disegnava (ieri) l'Italia che (domani) sarebbe stata (oggi).
Il fatto, mi dico, è che i giornali servono oramai solo a raccontare quel che sta dietro, e non sanno più raccontare quel che c'è davanti.

martedì 15 gennaio 2008

VIVA L'IMPERATORE

Nessuno poteva prevedere che a raccogliere l'eredità della Principessa Diana fosse un piccolo ungherese asceso al trono presidenziale francese (duecento anni dopo il "piccolo còrso"). E che le sue umanissime licenze tornassero a scatenare la famelicità dei giornali, facendo riesplodere quel noto conflitto tra il coito e il senso di colpa che sta alla base di numerosi editoriali moraleggianti sull'argomento. Io, che ero dalla parte di Diana allora, sto oggi dalla parte di Nicolàs.

sabato 3 novembre 2007

LA SCOMPARSA DI ASCIOLLA



E' morto, ad 85 anni, Enzo Asciolla. Fu un giornalista, uno tra i più talentuosi cronisti di nera e giudiziaria de La Sicilia di Catania.
Nel 1961, riuscì a mettersi sulle tracce di Paolo Gallo, e a ritrovarlo in vita.
La sua inchiesta passò alla storia come il Caso del Morto Vivo. E negli Usa, avrebbe certamente meritato il Pulitzer.
Questa è la storia.
Nel 1954, per il presunto omicidio di Paolo Gallo, era stato condannato il fratello di quest'ultimo, Salvatore Gallo. Mancava un cadavere, però: quello della vittima. Il pubblico ministero aveva richiesto l'ergastolo sulla base di un'indagine che si potrebbe eufemisticamente definire approssimativa, che aveva messo insieme pochi elementi indiziari: le accuse rivolte dalla moglie di Paolo Gallo all'indirizzo del cognato (indicato come violento) e una pozza di sangue rinvenuta dinanzi all'ovile del casolare in cui, assai poco pacificamente, convivevano le due famiglie.
Enzo Asciolla condusse la sua inchiesta insieme all'avvocato Salvatore Lazzara, succeduto a Piero Fillioley nella difesa di Salvatore Gallo, e dinanzi alla manifesta ostilità degli investigatori, e dei magistrati.
Poté contare sul sostegno del giornale e dei lettori, su quei due contadini che s'erano fatti incarcerare pur di far mettere a verbale che loro, Paolo Gallo, l'avevano visto vivo, e sulla confessione della moglie di Paolo Gallo: Mio marito è vivo, e si nasconde ad Ispica. Non torna perché ha paura del fratello (della confessione, Asciolla parlò ad Antonella Ferrera, della Rai, soltanto nel 2003).
La soffiata della moglie giunse tardivamente, sette anni dopo la condanna all'ergastolo di Salvatore Gallo. E Asciolla, che non s'era mai rassegnato alla sconfitta, vinse finalmente la sua battaglia. Ma dovette intervenire il Parlamento, a modificare il Codice di Procedura Penale: secondo i giudici, infatti, nonostante Paolo Gallo fosse indiscutibilmente vivo, non si poteva scarcerare il suo (ex) assassino: mancava la giusta fattispecie dell'articolo sulla revisione dei processi (tesi poi contestata dagli studiosi di Procedura Penale).
Fu il penultimo atto della tragedia del Morto Vivo. Pochi anni dopo, Salvatore Gallo morì per i postumi d'una malattia contratta in carcere.
Salvatore Lazzara è morto nell'estate del 2006. Ora, con Enzo Asciolla, scompare un altro testimone di una vicenda che riuscì ad indignare l'Italia, e che ho reinventato nei miei Diavoli di Melùsa.

Nelle foto, Salvatore Gallo (in divisa da carcerato), e Paolo Gallo, il Morto Vivo.

lunedì 29 ottobre 2007

LE STRAGI IMPERTINENTI


Il giornale che leggo con maggiore interesse ogni mattina, il Corriere della Sera, e che per questo potrei definire il mio giornale, ha titolato oggi sulle stragi di clandestini consumatesi dinanzi alle nostre coste.
La scelta del Direttore di dedicare il titolo principale del suo e nostro quotidiano ad un argomento così scomodo, e impertinente (nei confronti della mediocrità del dibattito politico e culturale italiano), è esattamente ciò che possiamo aspettarci da Paolo Mieli. Che le banche ce lo conservino a lungo.

giovedì 5 luglio 2007

LIBERI E FAZIOSI. ADDIO, DIRETTORE.


Questa è la foto che campeggia sull'Home Page dell'Espresso, ed è l'ultimo (no, non l'ultimo!) saluto all'ex Direttore, Claudio Rinaldi. Il suo Blog - Italia Loro - è ricco di ricordi, di ringraziamenti, di commiati. Io mi ricordo di Rinaldi, delle mie letture dell'Espresso, anni fa. E devo dire che quel tipo di giornalismo, il suo, mi ha fatto capire una cosa: si può esser faziosi, e Rinaldi lo era, ma onesti. Si può rivendicare con orgoglio la propria identità, e persino la propria appartenenza ad un campo politico, e culturale, ed allo stesso tempo, affermare la propria autonomia di giudizio. Il giornalismo italiano, il migliore, è - a pensarci bene - in questo sforzo, solo in questo.

venerdì 29 giugno 2007

BRUCIA, PARIS, BRUCIA


Un'anchor woman della Msnbc, Mika Brzezinski, si è rifiutata di leggere una notizia su Paris Hilton durante il suo telegiornale. Ha tentato di bruciare il foglio, si è arrabbiata, ha commentato la scelta di metter quella notizia nel copione: "Io odio questa notizia e penso che il nostro telegiornale non dovrebbe cominciare così. Io non credo affatto nella copertura di questa notizia, non si può iniziare un telegiornale così, soprattutto quando ci sono stati altri eventi come quelli di oggi".
Cosa ricaviamo da quest'esperienza?
Sappiamo che Mika Brzezinski non è stata licenziata.
Intuiamo che quel che ha fatto, sarà oggetto di dibattito, negli Stati Uniti.
Siamo certi che in Italia troveremo il modo di dimenticare in fretta il suo gesto, e da qui all'oblio, di ridicolizzarlo.
Mika è figlia di Zbigniew, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, democratico di ferro.
Il nonno, Tadeusz, fu un patriota e un diplomatico polacco, e si adoperò per il soccorso di migliaia di ebrei, perseguitati dal nazismo.

lunedì 18 giugno 2007

TRE UOMINI IN BANCA


Prima le intercettazioni, ora i verbali. In passato, anche gli SMS. Vizi in piazza. Di uomini e donne. Potenti e arrivati, o parvenu e ancora un po' volgarotti. Se non si trattasse di patteggiamenti ad altissimi livelli su banche e istituzioni, ci sarebbe anche da ridere.
Il commento più ragionevole è arrivato, come spesso accade, da Sergio Romano, sul Corriere della Sera.
Vero: si può ragionare sullo sputtanamento - mi perdoni, Romano: la mia è una sintesi un po' elastica - e sui limiti ai quali assoggettare le tentazioni sputtanatorie di questo o quello, ma non bisogna dimenticare che se gli sputtanati non le avessero dette, certe cose, allora...
Aggiungerei soltanto, e l'ambasciatore Romano mi perdoni, che ne è passato di tempo, da quando ci si è resi conto che la perfezione non è roba di questo mondo, e che proprio per questo, la giustizia parte dalla colpa per giungere al colpevole.
Il contrario - partire dal reo per giungere al reato - è il contrario della giustizia.
Intercetta qualcuno, per un anno.
Magari, non incorrerà nei rigori del Codice Penale.
Ma se pubblicassimo le sue telefonate con l'amichetta o con l'amichetto, i suoi commenti sul capo o il sottoposto, le pietose o miserabili conversazioni delle quali si può esser capaci?
Io ho una risposta. Ma preferisco limitarmi a porre la domanda.

lunedì 11 giugno 2007

TUTTI I GIORNALISMI DEL MONDO


Ci sono scandali nati nei Blog, notizie che per la prima volta sono state scritte per il Web.
Ci sono notizie che continuano ad esser reperibili soltanto sul Web: sulle tante guerre dimenticate (in Africa e in Asia), ad esempio, o sulle gravi limitazioni dei diritti umani in molti Paesi "amici" dell'Occidente.
In Italia, Dagospia anticipa di frequente giornali e tv.
L'evoluzione tecnologica trasforma comuni cittadini in giornalisti di talento, e in più, accelera la crisi dei modelli tradizionali di giornalismo (intellettuali, professionali, organizzativi).
Se a N.Y. l'editore del New York Times annuncia l'addio alla carta (tra 5 anni), alcuni tra i nostri giornali limitano l'accesso ai loro siti.
Nelle Tv, la piena interattività è ancora lontana; i format sono arretrati; i linguaggi vetusti.
E l'Ordine dei giornalisti?
Ha un'idea arretrata del mestiere: giornalista, per lo più, è chi scrive.
E chi produce, usa, seleziona, manipola le immagini?
Tecnici, dice l'OdG.
Il giornalismo è oramai un sincretismo di competenze differenti, una forma intellettuale in continuo mutamento.
Le rivoluzioni digitali si susseguono a ritmo di chip: ogni cinque anni.
Diamoci una regolata.

domenica 3 giugno 2007

I MUSEI DELLE PAROLE



Della Voce prezzoliniana si sa qualcosa, essendo stata riesumata da Indro Montanelli. E pure dell'Omnibus di Longanesi: il nome della testata è stato di frequente rievocato. E del Selvaggio? Fu diretto da uno dei due nani dello Strapaese, Mino Maccari (l'altro era per l'appunto Leo Longanesi). Rivista nata a sostegno del fascismo, e passata poi alla fronda, sempre più spinta. Satira straordinaria, quella del Selvaggio, che fu pertanto sottoposto a continui sequestri, con il Direttore sempre ad un passo da manette e confino.
Da rileggere.
Per non dire del profluvio di riviste siciliane. Degli hebdomadaire, i settimanali, che spuntarono come funghi fino al primo dopoguerra.
Musei di parole.
Mi piacerebbe visitare un Museo del Giornalismo. Ne esistono un paio, al mondo, che io sappia. Uno a Washington ed uno a Patrasso. Ce n'è uno in rete: Newseum (il suo link è in Friendly fire).
Palermo potrebbe candidarsi ad ospitarne uno. O no?

Didascalia della vignetta. "Le vie dell'arte sono infinite".

venerdì 4 maggio 2007

IL PIACERE DEL GIORNALISMO


Non sono d'accordo, di frequente, su quel che pensano al Manifesto. Altre volte, mi sorprendo di esserlo fino in fondo. Sempre, è utile leggerlo. Come ognun sa, tra le buone ragioni di una lettura del giornale fondato da Parlato, Pintor e Rossanda, c'è la prima pagina, con titoli che rivelano il piacere del giornalismo: del giornalismo politico, ovviamente, quello che ha da rivendicare una bella e lunga tradizione, in Italia, in Francia, in Gran Bretagna. Ora, questo piacere si è smarrito, insieme alla conoscenza della storia del giornalismo. I giornali si scrivono altrove, lontano dalle redazioni; si somigliano tutti; dicono meno di quel che non dicono, tacendo l'importanza di molti fatti, e non intuendo la portata universale di singoli eventi. Il Manifesto, insieme a pochi altri giornali, riesce a far meglio. E importa più il filosofare delle sue conseguenze.