lunedì 8 ottobre 2007

EBREI E INQUISIZIONE, A PALERMO



L'Università di Palermo ha promosso una bella iniziativa. Le Vie dei Tesori.
Ma ha anche perso una buona occasione.
Sono stati restituiti ai cittadini luoghi e testimonianze della loro storia. Tanti e accurati sono stati i restauri.
Nella corte del Palazzo Chiaramonte, dello Steri, sorge una costruzione che fino al secolo scorso allo Steri era collegata: in quel complesso, l'Inquisizione aveva avuto il suo tribunale e le sue prigioni.
Una scala, ed era quella di Cisneros (ne scrive Sciascia, nel suo Morte dell'Inquisitore), conduceva dall'aula delle udienze alle celle.
Le mura delle celle conservano ancora alcuni dei graffiti e dei disegni lasciati dai tanti prigionieri che le occuparono: i colori si devono all'urina, allo sperma, alle feci, al sangue, e a quel poco che i prigionieri potevano comprare dai loro aguzzini.
Ai ritrovamenti commentati da Giuseppe Pitré, se ne sono ora aggiunti degli altri.
Tanti dei prigionieri erano colpevoli della loro fede. Erano ebrei, o conversi (conversos); parte di quella ricca e dotta comunità che a Palermo fiorì insieme agli arabi, ai bizantini e ai nativi. E in Sicilia, v'erano città che contavano in decine di migliaia gli ebrei.
In quei segni, tracciati faticosamente sugli intonaci, c'è una parte di quella storia sanguinosa, che a Palermo è stata rimossa, e non solo con la demolizione della nostra Giudecca (dalle parti di via del Giardinaccio) e delle tante Sinagoghe (solo di una citazione, contenuta nel disegno architettonico dell'archivio storico, siamo debitori: a Damiani Almeyda).
L'editto del 1492 venne qui ritardato, nella sua concreta attuazione. Poi, anche a Palermo, si compì la cacciata degli ebrei.
Credo che si dovrebbe ricordare quella parte della nostra storia. Con una testimonianza concreta e visibile. Una sorta di Yad Vashem. Anche qui, anche a Palermo.
Il Museo dell'Inquisizione progettato dall'Università è un Museo dedicato alla memoria dei carnefici.
Mi piacerebbe che, prima di quella, si pensasse alla memoria delle loro vittime.

4 commenti:

roberto torta ha detto...

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è il mio nuovo blog

Davide Camarrone ha detto...

Bene arrivato tra i bloggers.

Anonimo ha detto...

credo che tutto dipenda dalla mania tutta nostrana di creare musei, musei dovunque, ad ogni angolo. Poco importa che nessuno ci vada, che non si produca, che non si esponga. L'importante è fare. E allora in questa logica, si po' mai pensare un museo delle vittime? si può ragionare sulla storia?
Non è forse più facile parlare di tecniche di tortura che dei torrurati?
Si ragiona sola su unica cosa, il denaro. Il denaro usato per creare luoghi inituli. Il denaro mangiato e digerito da menti poco pensanti

Davide Camarrone ha detto...

Qualcuno, anni fa, pensò pure ad un Museo sulla Mafia, a Palermo. E' da dire, certo, che lo Yad Vashem, a Gerusalemme, mostra i flaconi metallici del famigerato gas Zyklon B, usato nelle "docce" finali: in quel Museo, si parla dei carnefici, s'illustrano le loro tecniche di sterminio. Ma in quelle sale oscure, insieme alle urla di Eichmann, di Mengele, dei Kapò, puoi avvertire distintamente il lamento di sei milioni di vittime innocenti: e piangi le loro lacrime, guardando gli stracci, i capelli, i denti d'oro, gli occhiali e le scarpe accumulati come estremo tributo alla follia dell'uomo.