lunedì 7 aprile 2008

QUEL TRENO PER PUNTA RAISI

I biglietti li trovi dal tabaccaio, e fai la fila con l’ansia dell’ex fumatore. Glielo chiederò un pacchetto?
Niente binario, sul tabellone. Sarà una svista. Qualcuno dice che quello giusto è sicuramente il numero 3. La tabaccaia conferma. Una ragazzina, pietosa, t’insegue e guardandosi intorno ti dice sottovoce che è il 4, in realtà. A chi credere? Due minuti dopo, lo speaker conferma. Ufficialmente. Il treno per l’aeroporto di Punta Raisi parte dal binario 4. Alle 7 e 52.
Ma non si chiamava Falcone e Borsellino, l’aeroporto? Ci fu pure un dibattito, sull’opportunità di ricordare ai turisti che a Palermo si muore di mafia. Punta Raisi, ribadisce lo speaker. Qui, alla Stazione Notarbartolo, risolsero la questione. Niente mafia. Il paradosso è che pure Emanuele Notarbartolo, datore del proprio nome alla Stazione medesima, morì di mafia. Accoltellato su un treno.
Dunque. Ricapitoliamo. Si parte alle 7 e 52. Dovremmo farcela ad arrivare all’aeroporto rinominato per le 9.40, orario d’imbarco del volo per Milano Linate. Lo speaker non ha dubbi. E in effetti, il treno si presenta puntualmente al binario di partenza.
Ricordavo, per la verità, una specie di pendolino. L’avevo magnificato: finalmente una bella cosa, europea. Un treno modernissimo. Pulito. Luminoso. Vale la pena di risparmiarsi un taxi. E invece, qui davanti c’è una specie di reperto archeologico, tornato alla vita come per miracolo.
Sembra di stare sul set di Una Notte al Museo. Se è così, tra un poco si presentano il dinosauro, Teddy Roosvelt a cavallo, Attila con gi Unni, i soldati romani con i Confederati della guerra di secessione americana. Tutti vivificati dalla tavoletta magica del Faraone che certamente dev’esser conservato qui, da qualche parte, nel suo sarcofago.
E’ un treno tutto verde, il nostro reperto. Verde come la tela di panno della giacca dello steward dal volto rassegnato che si materializza al di là della porta scorrevole.
La porta si apre con lo sbuffo regolamentare. A vapore. Seduti ai loro posti, ci sono quelli che vanno a lavorare, i ragazzini delle scuole, i viaggiatori con trolley al seguito.
Seduti, dunque. Cinquecento metri tranquilli. L’illusione di un viaggio sereno. Libro in mano e un accenno di conversazione. Galleria. Luce spenta. Buio come la notte, sul vagone. Alla fine, appena usciti, la luce si riaccende. Se ci fossero gli interruttori, ai lati delle porte, penseremmo allo scherzo di un buontempone. Ma gli interruttori non ci sono. Che fu, allora?
C’è puzza di bruciato? Ma no. E’ un’impressione.
Solo che dalla Stazioncina nominata Francia il treno non riparte. Riaccendono i motori elettrici. Un metro e stop.
Tutti si guardano negli occhi. Bigliettai e capotreni pattinano lungo i corridoi, telefonini incollati alle orecchie. Qualcosa dev’esser successo. Niente avvisi. Niente spiegazioni.
Al terzo passaggio, a domanda uno risponde: “Sì, in effetti, c’è qualche problema. Speriamo”. E’ il massimo dell’informazione.
Il treno riparte lento lento. La puzza di bruciato si fa insopportabile. Tutti in piedi, verso le uscite.
Fino alla Stazioncina di San Lorenzo Colli. Tutti giù. “Guardate che non si sa. Forse lo ripariamo”.
Chi ci crede, resta sopra. Gli altri, tutti giù. Ad aspettare il prossimo per Punta Raisi.
Il treno verde, intanto, si è messo sul binario sbagliato. Il numero 3. Doveva mettersi sul numero 2, spiega il Capostazione, baffo gitano e camicia sbottonata sulla maglietta della salute.
E il prossimo per Punta Raisi? Passerà? Sì, certo. Tra un poco.
Va a Punta Raisi? Certo. Ma ora si deve fare tutte le fermate intermedie che l’altro non ha fatto più.
E quello delle 9? Cancellato.
Si vede che era destino.
Il nuovo treno sarà modernissimo. Pulito. Luminoso. La speranza rinfranca. Consola. E invece, ne arriva uno uguale uguale all’altro.
Lo steward ha le occhiaie.
Quasi tutti decidono di sedersi. Il passeggero di fronte aveva previsto tutto. “Ho preso il treno precedente, pensando che magari si poteva guastare e allora prendevo il successivo”. Dalla tasca, tira fuori un orario ferroviario aggiornatissimo. Sottolineato per bene.
Il milanese della compagnia, rimane nel corridoio. Una telefonata dopo l’altra. Scarpe abbottonate marroncino chiaro, pantaloni neri di lana grossa, giacca doppiopetto con bottoni d’oro stile country club e cravatta rossa regimental. Il tutto, sigillato da un impermeabile beige. Dal tascone, occhieggia il Corriere dello Sport.
Fuori, scorrono gli intestini di Palermo. Non si sa come, ma ai binari le città offrono sempre il peggio. Pareti scrostate. Balconi eccessivi. Biancheria affollata su cordoni estenuati. Serbatoi cotti dal sole. Parabole spaziali. Superato il confine, è uno spaccato sociologico sullo storico fenomeno dell’abusivismo. Case, casette e casine di tutti i tipi. Dalle parti di Isola delle Femmine, si apre osceno uno squarcio triangolare sul mare, contenuto dal cielo e su due lati da tonnellate di cemento indurito male.
Leggere è impossibile. Quel che sta fuori, urla. Anche il vagone, per la verità. Un clangore metallico. Che dopo un po’, fortunatamente, si spegne.
Arriva. Dopo 40 minuti, il secondo treno verde, finalmente arriva.
Dalla Stazione Notarbartolo all’aeroporto Punta Raisi, già Falcone e Borsellino, un’ora e venti minuti. Di corsa al check in.
La prossima volta, in taxi.

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