giovedì 24 aprile 2008

UNDICI VARIAZIONI

La scrittura piena di svolazzi e la firma, con quella Effe svettante verso Occidente, erano senz'altro di don Felipe, che conoscevo da lunghi anni. Il mio nome, abbellito da alcuni recentissimi titoli, al suo confronto appariva miserabile.
Nella sua lettera, mi lusingava con il ricordo miracolosamente dettagliato di un'udienza reale alla quale avevo preso parte, alcuni anni prima.
Il Protocollo aveva previsto che io e gli altri magistrati della Real Corte di Giustizia ci schierassimo, coi nostri pastrani, dinanzi alla statua che nel Palazzo Normanno raffigurava un uomo alquanto pensieroso; e che attendessimo lì il passaggio della Famiglia Reale, Dio Guardi.
Dopo quel far velo al pensieroso sconosciuto, compito dei giudici era di condursi rapidamente e in tutta dignità fino alla Sala del Trono – nel tredicesimo ordine, dietro la Nobiltà di sangue, l'Alto Clero, i Generali di tutte le Armi e la Nobiltà terriera, e prima dei Capitani del Regno – per rendere omaggio ai Sovrani, Dio li Conservi.

Vi chiedo dunque – diceva don Felipe, Duca de Valencia y Cordoba – di porvi alle mie dirette dipendenze, per il tempo che vi occorrerà, ospite presso il mio Palazzo, a Palermo, e di arricchire la mia Biblioteca con un saggio del vostro preziosissimo pensiero.
In considerazione della Vostra benemerita esperienza, in seno alle Corti della Corona di Spagna, Dio La Protegga, desidero che voi componiate una mirabilissima opera d'invenzione su quella perigliosa arte del navigare tra le ragioni del Bene e del Male: nel giudicare colpevoli e innocenti per l’esclusivo abbisogno del Regno.
Arte, la Vostra, del Giudicare, che il nostro popolo, sempre in procinto d'affogare nel mare delle rivoluzioni, induce all'obbedienza.
Auspico che quest'opera sia l'esca d'accensione delle nostre facoltà intellettive, sopite dal silenzio.

Era una sorta di gioco, per don Felipe.
Dietro quel linguaggio ampolloso, quelle formule così vaghe, si nascondeva un losco disegno: attrarre uno stimato magistrato a riposo, e farne un Eretico Civile, al riparo delle mura del proprio Palazzo.
Avrei formulato, in apparente libertà, la più severa delle accuse contro la Spagna e le sue Leggi: dicendo dei processi, delle pene, dell'arbitrio, delle carceri.
Nel segreto, avrei vergato una Teoria del Bene e del Male.
Sarebbe rimasta nelle sue mani, ed io, se pure fossi uscito da quel Palazzo, non avrei più vissuto un giorno senza chiedermi se i gendarmi, per strada, non stessero cercando me; se il Capitano mio genero, che con mia figlia aveva preso possesso di un piano del nostro modesto Palazzo, parte di un’eredità ricevuta da mia moglie, non avrebbe cancellato nel sangue la vergogna di un mio arresto per alto tradimento.
Ebbi per un attimo la tentazione di sfuggire a quell’invito. Mi dissi, però, che non avrei potuto sottrarmi. Don Felipe era tra i primi Famigli della Santa Inquisizione di Spagna.
Scrissi dunque la mia risposta, e la consegnai al Valletto più giovane affinché di corsa la recapitasse al Palazzo del Duca.
Salutai mia moglie e i miei famigliari come se non dovessi più rivederli, e nel congedarmi da essi, rivolsi partitamente alcune raccomandazioni.
La prima è che nessuna denuncia della mia scomparsa era da presentarsi, nel caso in cui non avessi più fatto ritorno.
Poi, dissi dell'uso del patrimonio, della salute e degli studi dei nipoti, il primo dei quali sarebbe nato entro poche settimane, da mia figlia Eleonora.
La carrozza era pronta. I bagagli erano stati preparati e caricati in pochi minuti.
Guardai le vie di Palermo e mi sorpresi ad osservare i volti dei mendicanti. Loro erano liberi. Il Cassaro era illuminato da un sole ardente come il volto del Diavolo.
Fui ricevuto dal Segretario del Duca, un giovanissimo sacerdote portoghese, di bell'aspetto, devotissimo al Sacramento e ancor di più, si diceva, al suo padrone.
Padre Alfonso mi condusse fino alla scala di marmi rossi e verdi, e sollevando appena la sua tonaca, mi fece segno di precederlo.
Spolverai la mia giubba, impolverata dal vento libico di giugno, e varcai la porta che conduceva allo studio privato del Duca.
La grande sala era deserta. La porta si richiuse alle mie spalle.
Gli affreschi, sulle altissime volte, raffiguravano le dispute olimpiche, ed i volti maschili erano indiscutibilmente quelli di Dionisos e Apollo, benché una mano pietosa avesse pennellato i nomi di Pietro e Paolo, coprendo di un velo nero e avorio piedi e zoccoli degli Dei.
Sull'imponente scrittoio di quercia, vi erano dei preziosi volumi rilegati in pelle. Ne scorsi un paio. Origene e Tertulliano. Feci appena in tempo a riporli, che alle mie spalle udii la voce tonante del Duca.

– Dovreste leggerne, don Alejandro. Dobbiamo protegger le nostre anime, esposte ai pericoli dell'eresia e del giudaismo.
– Stavo ammirando i vostri libri, e questa biblioteca, così...
– Così insultante, per la Fede. E così bella, come immagino foste per dire.
– Il Maligno usa le armi della Seduzione.
– E del Pensiero. Per questo, l'Indice abbisogna del suo contrario. E' bene che si scrivano dei libri proibiti, e che alcuni di noi possano leggerli.
– Posso parlare liberamente?
– Vi ho chiamato per scrivere liberamente. Dunque, potete anche parlare.
– Come mai mi avete chiesto di venir qui?
– Ora che siete a riposo, che avete abbandonato la bilancia e le altre insegne della magistratura, credo che possiate rispondere ad un quesito, al quale io non posso e non debbo rispondere.
– Ditemi.
– Io ho ucciso mia moglie. Sono colpevole per questo?
– Lo siete agli occhi di Dio. – Ora, la mia paura si era fatta solida, come di pietra, dinanzi ad un'eventualità che non potevo figurarmi. Pensavo di dover far filosofia, ed ero chiamato, invece, a far sofismi da avvocato.
– A quella giustizia so già che non potrò sottrarmi. Ma sono un famiglio dell'Inquisizione, e non posso essere arrestato, processato, condannato e incarcerato al pari di un suddito qualsiasi.
– Salvo che il Re non lo disponga. Vostra moglie era una sua cugina.
– Voi reagite troppo freddamente alle mie parole. Poco importa. Voglio che voi scriviate per me un breve trattato, per la mia lettura. Non provate a fornirmi gli strumenti perché altri sia accusato della morte di mia moglie. Desidero undici motivi per non considerarmi colpevole: pur se i giudici sapranno che sono stato io, in effetti, ad averla colpita. I motivi, undici come gli anni del mio matrimonio, riguarderanno me, la mia posizione, gli interessi della Giustizia, della Spagna, della Corona.
– So cosa intendete.
– Mettetevi al lavoro. Occuperete gli appartamenti che furono di Caravaggio. – E mi congedò.

Si diceva che quegli affreschi, che io vedevo per la prima volta, si dovessero alle mani di Caravaggio, che li avrebbe dipinti durante il suo esilio siciliano.

Due servi, di robusta complessione, mi accompagnarono.
Le stanze erano tre, sul margine orientale del Palazzo, affacciate sull'antico mercato della Vucciria. Stanze spoglie, le pareti tinteggiate: di azzurro, la prima, con un salotto ed un tavolo; verde, la seconda, uno spogliatoio; rosso sangue la terza, con un letto a baldacchino.
I miei vestiti erano già stati riposti. La cena era servita. Avrei vissuto in quelle stanze, a quanto pareva.
Da solo.
La famiglia era a lutto.

Non toccai cibo.
Scrissi invece un rapido brogliaccio, attingendo alla casistica dei miei processi.
Le circostanze di quell'omicidio mi erano oscure. Doveva trattarsi di un atto d'impeto. Il Duca era facile all'ira.
Undici motivi.

La Duchessa era gravemente inferma, a causa di un male oscuro che di notte la induceva a lamentazioni e sanguinamenti. Il duca aveva pietosamente posto fine a quelle sofferenze.
La Duchessa si era segretamente convertita al giudaismo, e in un'occasione, era stata vista bere del sangue, probabilmente di un bambino di religione cristiana. Il Duca, sconvolto da quell'orrore, l'aveva uccisa.
La Duchessa aveva alzato la mano contro il marito, e armata di un coltello, aveva tentato di assassinarlo. Il Duca s’era difeso.
La Duchessa era posseduta dal diavolo, e l'azione violenta del Duca era stata ispirata dalla carità divina.
La Duchessa era dominata dalla tentazione carnale, ed era stata sorpresa in compagnia di uno stalliere. Il Duca aveva il diritto di vendicarsi dell'onta subita.
La Duchessa aveva tentato d'appiccare il fuoco alla biblioteca del marito, gelosa dei libri con i quali egli soleva trascorrere la parte maggiore del suo tempo. Il Duca l’aveva colpita per impedire la distruzione dell’intero Palazzo.
La Corte palermitana era incompetente a giudicare sull'assassinio di un membro della Famiglia Reale, Dio Guardi.
Il Duca aveva agito in una condizione di ristretto raziocinio per la malattia che l'affligge, un rigonfio maligno del fegato, e che potrebbe condurlo presto alla morte.
Il Duca può esser talvolta accecato da improvvisi accessi di follia, e pertanto non è responsabile delle sue azioni.
La Duchessa aveva chiesto al marito di ucciderla, e di porre così termine alla sua vita, così difficile, e inutile, per l'assenza di figli.
La Duchessa è stata effettivamente colpita dal marito, ma è sopravvissuta, e dopo la guarigione, ha preferito partire per la Spagna.

Passai i due giorni successivi a dar corpo a quelle ipotesi. Citai a memoria passi interi di alcune mie vecchie sentenze, e trascrissi in latino i miei appunti, in bella copia, sulla carta pergamena che Don Felipe mi aveva fatto trovare sul tavolo.
Chiesi ad un servo di comunicare al Duca che il mio lavoro era da considerarsi concluso.
Fui nuovamente convocato al suo cospetto. Lo attesi nella Biblioteca di Caravaggio. Lo scrittoio era sgombro.
Dopo qualche minuto, la porta alle mie spalle, si aperse, e quel che vidi, mi paralizzò.

– Spero che sia riuscito nel suo intento.
– Ho solo osservato le indicazioni.
– Sapevo che l'avrebbe fatto. Posso avere il vostro manoscritto? Sono certa che troverò le prove di tutti i vostri crimini.

Lesse con attenzione, e approvò. Mise il manoscritto sul piano intagliato, e fece un cenno. I servi, alti e robusti come soldati, mi si fecero accanto, e mi afferrarono le braccia.

– Siete in arresto, giudice – disse Padre Alfonso.
– Non comprendo, Duchessa. Dovevate esser morta. E poi, perché questi uomini mi arrestano?
– Con il loro aiuto, ho persuaso mio marito a convocarvi, e a chiedervi, per la seconda volta, di elaborare una strategia per la sua assoluzione dalla colpa di omicidio. Il mio omicidio, stavolta. Una strategia che si componesse di undici diverse ipotesi d’innocenza: tante quanti gli anni trascorsi dal nostro matrimonio, e dall'assassinio di mio fratello Juan, che investigò sulle origini della ricchezza del mio pretendente, il Duca de Valencia y Cordoba. Don Felipe era caduto in disgrazia, in Patria. A Palermo, invece, era divenuto ricchissimo: con la Santa Inquisizione, denunciando falsi eretici e appropriandosi dei loro beni.
– Non sapevo nulla.
– Voi non dovevate sapere. Non rientrava nei vostri compiti, sapere. E poi, siete stato pagato perché nessuno sapesse. Io ho fatto solo da poco tempo la stessa scoperta che undici anni fa aveva fatto mio fratello: pagandola con la vita.
– Qual è la mia colpa?
– Siete ostinato, don Alejandro. Dovreste arrendervi all’evidenza. So tutto del vostro commercio di sentenze. Voi avete assolto l’assassino di mio fratello: un domenicano, che aveva dichiarato d'avere agito dopo aver visto Juan bere del sangue, quello di un bimbo, un cristiano. Il frate era stato pagato dal Duca, mio futuro marito.
– Io non sono stato corrotto da alcuno.
– Verissimo. Il vostro compenso lo ricevette vostra moglie, in forma di eredità. Ma la famiglia che le donò un palazzo e delle terre, era morta nelle carceri del Sant'Uffizio, dove il Duca, spietatamente, l'aveva fatta rinchiudere.
– Voi mostrate di sapere molte cose.
– Le so, don Alejandro, ed è tutto merito di Padre Alfonso. O meglio, di don Alfonso Alenteja, della Gendarmeria Reale. E' il più grande cercatore di criminali della Spagna. Mio cugino, il Re, ha voluto prestarmelo. Ha dovuto fingere un accento portoghese per non sollevare sospetti. Mio marito si fidava ciecamente di lui. E voi. Siete riuscito ad assolvere tutti gli assassini che erano in grado di pagarvi.
– Vostro marito?
– Due giorni fa, dopo aver parlato con voi, è stato imbarcato su un Postale. Tra qualche giorno, sarà accolto a Madrid e alloggiato in una fortezza. In attesa del boia.

Sono finito anch'io in una fortezza, e messo ai ceppi.
Al processo, celebrato a Madrid, l'accusa ha mostrato le mie sentenze, falsificate ad arte, e le motivazioni, riportate nelle undici variazioni riportate sulla carta pergamena del Duca, hanno convinto la Corte della mia colpevolezza.
Sono stato condannato a morte, per aver venduto la Giustizia di Spagna.
Ho scritto la mia Teoria del Male, e del Bene, e contrariamente a quel che pensavo, l'hanno letta in tanti.

martedì 22 aprile 2008

L'EMERGENZA INSICUREZZA

Ancora per qualche giorno, l'emergenza sicurezza sarà a parole in cima all'agenda politica dei nostri rappresentanti in Parlamento.
Ieri sera, a Porta a Porta, Di Pietro ha detto che agli imputati di certi reati occorrerebbe vietare il Gratuito Patrocinio. Pensavo d'aver sentito male, o d'aver capito peggio. No. L'ex pm, leader dell'Italia dei Valori, lo ha ripetuto. Eppure. Il rischio che si rinvii a giudizio un innocente è elevato. E pure un colpevole confesso di omicidio ha diritto ad un processo che con equità distingua tra occasionalità non ricercata e sistematica spietatezza. A riportare su un terreno "occidentale" il dibattito, è stato Castelli, della Lega.
Simili rovesciamenti servono. La resa dei conti con certi pregiudizi è già iniziata. Però. Mi chiedo. Quanto tempo occorrerà per giungere ad una riforma della Giustizia che restituisca a ciascuno il timore dello Stato?
Il rischio che certi reati si ripetano è una delle condizioni per l'applicazione della custodia cautelare. Ciò che potrebbe soccorrere alla durata del processo, se fosse ragionevole.
Il tema, allora, è far sì che vadano a processo le sole inchieste capaci di passare un vaglio di fondatezza, e che questo vaglio, a maggior ragione, vi sia tra il primo e il secondo grado.
Ciò però imporrebbe una qualche modifica al concetto di obbligatorietà dell'azione penale, e una qualche variazione dell'ordinamento giudiziario.
Da noi, come sempre, l'emergenza vera è l'insicurezza: dinanzi ad un problema vero, non sappiamo - quasi mai - come comportarci.

domenica 20 aprile 2008

INTELLETTUALI E POLITICA

Nel suo editoriale di oggi, Paolo Mieli analizza con proprietà e concretezza le cause della vittoria dell'alleanza tra Pdl e autonomisti, della sconfitta dell'alleanza tra Pd e Italia dei Valori, dell'esclusione dal Parlamento dei partiti della Sinistra Arcobaleno.
Nelle pagine interne, alle quali è rinviata la seconda parte del suo editoriale, Mieli scrive: "I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quello che si dibatte nel resto del Pianeta); quello di aver prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un'attenzione strutturalmente diversa".
Qualche considerazione, al riguardo.
L'editoriale di Mieli, anzitutto, è un editoriale politico. Nel senso che ha un'intenzione sommamente politica, e non punta, non solo, ad una mera analisi dei fatti secondo le categorie del Politico.
Il direttore del Corriere vuol spingere il PD ad una presa d'atto delle mutate condizioni del nostro Paese. Dal punto di vista economico e sociale.
Mieli, però, trasferisce dalla prima pagina alla trentesima (nella parte interna dell'editoriale) la riflessione che dovrebbe apparire centrale, nel suo quasi del tutto condivisibile ragionamento.
Il PD - sostiene Mieli, che è giornalista e storico di vaglia - non ha una solida base culturale di riferimento.
Il PD, tuttavia, è l'erede di almeno tre tradizioni politiche e culturali.
Quella comunista. Quella democristiana. Quella laica progressista (almeno in parte).
La prima di esse ha di fatto dominato la Cultura italiana per oltre mezzo secolo, dopo la seconda guerra mondiale, avendo di fatto rappresentato la prima delle opposizioni al Fascismo, durante il ventennio che precedette il conflitto.
Al di fuori di quell'Universo, un intellettuale non poteva dirsi tale: per la sua distanza dalle masse, per la sua non adesione allo schema gramsciano. Le conseguenze di questo stato di cose potevano esser misurate nell'insegnamento, nel giornalismo, nella letteratura, nelle arti.
Potremmo dire anche del contributo del cattolicesimo politico al nostro Paese, e di quello di parte laica.
Quasi a metà degli anni Novanta, l'avvento di un'alleanza autodefinitasi di Centro Destra violò due tabù.
Destra era parola impronunciabile: nell'accezione italiana, era sinonimo di Fascismo, Golpe, Repressione, Arretratezza.
Con il Centro Destra, si schierarono numerosi "intellettuali": Colletti, Ferrara, Melograni, Urbani (solo per citarne alcuni, tra i più celebri).
Oggi, rispetto ad allora, la situazione sembra affatto rovesciata.
Ed è da questo punto che bisogna ripartire: dalla centralità della questione culturale. La sinistra non ha più intellettuali in grado di decodificare la realtà e indicare punti d'approdo, nuovi territori. E ciò non vale solo con riferimento all'interpretazione dei segnali del popolo delle partite iva del Nord.
Non è un Tradimento dei Chierici.
E' il mondo che sta cambiando. Il mondo intero.
Siamo certi che nel Centro Destra non se ne siano accorti?

sabato 19 aprile 2008

TELEFONARE UCCIDE

Dieci al giorno. A volte, anche venti. Non riesco a farne a meno.
Se per caso non l'ho in tasca, mi sembra di impazzire.
Sono un addict anch'io, ma a volte entro in una stanza, mi guardo intorno e devo scappare: tutti quanti...
Presto, sarà riammesso sugli aereoplani.
Lo so bene che dovrei diminuire. O smettere.
I medici cominciano a parlarne. La dentista, quando le ho detto che avevo un po' di sensibilità a sinistra, un fastidio sordo, e persistente, mi ha chiesto se, per caso, non avessi un ponte metallico. Le ho detto di sì. Bé, capita, allora. Se ne fai uso regolarmente, capita.
Regolarmente?
Ora, mio figlio dice che anche lui vorrebbe. E io gli rispondo che fa male. E tu, allora? Dovrei smettere, rispondo. Tristemente. Come mi ripeto ad ogni mal di testa.
Di dati scientifici ce ne sono pochi. Diciamo che le case produttrici non incentivano le Università alla ricerca. E i governi, tutti quanti, non obbligano a scriverci sopra che fa male.
Isolati ricercatori azzardano che, tra qualche anno, il suo uso sarà forse la prima causa di morte. O la prima causa di cancro, che è poi la stessa cosa.
Dovrei spegnerlo e non riaccenderlo più.
Il telefonino.

giovedì 17 aprile 2008

GLI EFFETTI DEL VOTO

L'assenza della Sinistra Arcobaleno dal Parlamento produce già adesso i suoi primi effetti. Tra i militanti dei quattro partiti che avevano dato vita al raggruppamento, anzitutto. Sono effetti dolorosi, per il valore attribuito all'esercizio dell'attività politica. Per i valori messi in gioco. Per la funzione salvifica attribuita al partito.
Serviranno degli anni per riassorbire i conflitti che inevitabilmente si apriranno in quello schieramento, e per costruire un nuovo sistema di relazioni.
Occorre avere del rispetto per questo processo. Ed è stato un segno di raggiunta civiltà politica l'ascoltare le parole di attenzione che sono state pronunciate da numerosi esponenti degli altri schieramenti.
Ma ci saranno degli effetti anche su questi ultimi.
Per il PD, saranno effetti tendenzialmente inclusivi di porzioni della Sinistra Arcobaleno.
Nel Centro Destra attuale, una duplice probabile conseguenza: un atteggiamento di pacificazione, nei confronti della principale opposizione parlamentare (il PD), e di apertura alle istanze sociale dei ceti più deboli, che molti anni fa avevano un rapporto simbiotico con la sinistra radicale ed ora, sempre di più, si rivolgono alla Lega.
C'è un aspetto, infine, che occorrerà valutare meglio. Il mutamento del rapporto dei cittadini con la politica. Più individualistico, e più diffidente nei confronti del potere ordinativo delle istituzioni. Anche in questo, più anglosassone: vogliamo contare - sembra che dicano i cittadini elettori - sulla nostra libertà, e su uno Stato che la garantisca, e sia meno invadente. Vale per il Fisco, vale per lo Stato Sociale, per la Sicurezza e per l'Immigrazione.

mercoledì 16 aprile 2008

OLTRE IL NOVECENTO

Nel prossimo Parlamento nazionale, i soli eredi delle tradizioni politiche novecentesche saranno i rappresentanti dell'Udc, con poco più del 5 per cento dei voti, buona parte dei quali siciliani. Gli altri, comunisti e socialisti in primo luogo, resteranno fuori.
Il partito più vecchio sarà la Lega, che guarda al cuore tedesco d'Europa.
I due partito più nuovi traggono invece la loro prima ispirazione dalla tradizione politica anglosassone (nella variante d'oltre atlantico).
E' questa la Seconda Repubblica, sgusciata finalmente fuori da un uovo deposto sedici anni fa, al culmine della stagione conosciuta come Mani Pulite.
Ora, sarebbe un errore prendere atto della nuova situazione ed usare comunque i vecchi criteri d'analisi: la divisione in destra e sinistra, anzitutto.
Come hanno intuito alcuni commentatori che s'autodefiniscono di sinistra.
Non è un caso che Marco Revelli, studioso d'area della Sinistra Arcobaleno, individui nella strutturazione territoriale della Lega una possibile risposta alla crisi irreversibile del suo schieramento di riferimento (Revelli però si ferma lì, e non coglie l'elemento fondamentale del successo della Lega: i Lumbard rappresentano gli interessi popolari, siano essi il Fisco, il Welfare o la Sicurezza).
E nemmeno è un caso che il Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo, simmetrico corrispondente della Lega al Sud, abbia di fatto inaugurato la seconda e più importante fase della sua esistenza: aprendosi ad altre aree culturali, già nella fase di composizione delle liste, ed ora nel tentativo di dar vita ad una giunta regionale siciliana "nuova".
Il punto d'arrivo, per l'MPA, è un Partito del Sud. E già, tra gli scontenti del Partito Democratico, par di cogliere alcuni rilevanti segni d'interesse.
Se la Seconda Repubblica è cominciata, non tutto - del suo concretarsi - è ancora visibile. E la gestazione, ancora in corso, di PDL e PD, riserverà certamente delle sorprese. La prima delle quali potrebbe esser questa: ci saranno altre robuste formazioni politiche, nel complicato scacchiere italiano.

martedì 15 aprile 2008

X FACTOR E LE ELEZIONI

Ora che la Seconda Repubblica è fatta, con l'approdo alle sacre rive di Britannia e delle sue ex colonie (bipartitiche, obviously), non resta che occuparsi del corredo culturale di questa nuova Italia.
Ieri, ad X Factor, format dal titolo a prima vista incomprensibile (senonché, parrebbe trattarsi di quel Fattore X che qui da noi si tradurrebbe in Fattore C come il sinonimo di terga), si è esibito un concorrente, Emanuele. Suonava e cantava, in modo eccellente, e con qualche vezzo country, uno dei masterpieces degli U2, Sunday Bloody Sunday. Canzone simbolo della rivolta irlandese, e della feroce repressione inglese.
Una delle tre giurate, dal viso solitamente cattivo, ha abbozzato: "Bene bene". Simona "Simo" Ventura, che aveva mulinato le braccia come una sedicenne al suo terzo concerto, ha pronunciato una Lode senatoriale. Morgan, ex di Asia Argento, da Pirata par suo si è contraddetto: hai suonato da Dio, ma era una canzone da dilettanti. Sunday Bloody Sunday. Due giri di chitarra e stop.
Io, devo confessarlo, in quel frullatore di concetti, in quel vuoto pneumatico provocato dalla velocità della centrifuga, ho ripensato alla campagna elettorale che si era appena conclusa, e al posato periodare di uno dei candidati - assai professionale in verità, chiarezza ironia voce sguardo mani taglio d'abito gambe accavallate, con qualche vezzo country - e ho pensato che anche lui aveva suonato da Dio. Ma anche in questo caso, doveva trattarsi di una canzone da dilettanti.

sabato 12 aprile 2008

NEL CRETTO RIVIVE GIBELLINA

I vecchi passeggiano tra i vicoli del Grande Cretto e additano i luoghi della loro vita precedente, senza un filo di tristezza, sapendoli ben conservati, nella loro memoria, e sotto quella pietra dolce senza iscrizioni: la Chiesa, le case, e le putìe, i negozi, delimitati dal filo dei solchi.
Le vecchie foto in bianco e nero di Gibellina, conservate al Museo della Fondazione Orestiadi, raccontano di un paese abbarbicato al fianco scosceso di una collina esposta ai venti.
Le case, tutte affacciate sulla valle, dinanzi alla scena verde e gialla delle stagioni, erano più alte davanti, con un piano terreno per riparare gli animali e conservarne il calore, e più basse di dietro, con un solaio per dormire.
C'erano le fontane, e la piazza. Ovunque, le scale, ripide come sentieri di montagna, e ostinate, come l'erba che cresceva in ogni loro interstizio. Acchianate e scinnute si facevano a dorso di mulo, e più spesso a piedi.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Le donne portavano il bummulo di terracotta pieno d'acqua sulla testa, avendo appreso il segreto dell'equilibrio.
Gli uomini trascorrevano le settimane in campagna: a badare alla terra, madre di frumento, e agli animali: pecore, per lo più. Il sabato, la pelle cotta dal sole, o ispessita dal freddo e dalla neve, i cristiani se ne tornavano in Paese, ed era grande festa, allora.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Gibellina era lontana dal mondo. Il suo tempo era quello del Feudo, come le sue coltivazioni: feudali, estensive, sulla terra ancora risvegliata dall'aratro e assaggiata dall'uomo, che ne masticava per saperne di ferro, di sali e di argilla, e indovinarne il parto di spighe.
Terra assaggiata e masticata, e ingravidata dal sudore, ancora nel 1968, nonostante le lotte contadine degli anni Quaranta e Cinquanta; nonostante la morte dell'arciprete che aveva incrinato l'abside con le sue grida: niente mafia, e niente feudi!
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Nel pomeriggio del 14 gennaio, un pomeriggio di sabato e dunque di festa, la terra si mosse. Le case oscillarono, scosse da una forza sovrumana. La frustata precipitò fuori tutti quanti: le facce giarne, scantate.
Aveva nevicato, e faceva freddo, in quel presepe, tra i vicoli di Gibellina.
Puoi osservarli ancora, nel Grande Cretto, mentre si interrogano, muti, sul da farsi; mentre soffia un vento sordo, minaccioso.
Ci fu chi decise di non sfidare l'ira di Dio, e se ne restò fuori, tutta la notte, battendo i denti, stretto nelle coperte, e chi se ne tornò a dormire, a fianco al braciere.
Poi, Dio, che pure il suo l'aveva fatto, dicendo a chi aveva orecchie per sentire che il tempo di Gibellina stava per arrivare, prese i fili delle profondità della terra e li scosse nuovamente, e stavolta le case di pietra e di tufo si fecero di polvere, il sangue scorse per gli scaluna, le cappelle del cimitero, squinternate, liberarono i morti.
Ci fu un attimo in cui si zittirono pure i vermi.
In quella notte brillavano molte stelle. Tutte sapevano, e tutte volevano esserci, e illuminare quei poveri Cristi.
Il primo lamento, forse, fu di un bambino. Piansero tutti, poi. Mentre provavano a togliersi di dosso i conci, i cantuna. Le pietre.
Era l'Italia del 1968.
Io me ne stavo a Palermo, e quello del terremoto è il mio primo ricordo. Di me, in braccio ad uno zio, in ascensore. Il palazzo aveva oscillato come un metronomo alle prese con un Improvviso. Al nostro tredicesimo piano, i letti s'erano ubriacati, e sbattevano da muro a muro.
Palermo non sapeva ancora di Gibellina. E nemmeno di Calatafimi, di Partanna, di Poggioreale, di Salaparuta, di Salemi, di Santa Margherita Belice, di Santa Ninfa.
Disgrazia nella disgrazia.
L'esercito ripeteva le esercitazioni di sempre, coi vecchi fucili regalati dagli americani. Non s'intendeva di Protezione Civile. I francesi vennero dieci giorni dopo, coi cani. Sguinzagliati a fiutare le carogne.
Gibellina contò centoundici morti. Finì che i vivi s'asciugarono le lacrime e rimisero i morti vecchi al loro posto, insieme ai nuovi; e dalla sera alla mattina, si ritrovarono con niente in mano; nelle tende; con le quarare di rame annerito a cuocere sulle pietre.
Li aspettavano vent'anni di baracche. Fogli di lamiera. Con l'Eternit sulla testa e l'amianto nei polmoni.
Quando i vecchi tornano al Cretto, si dicono: “Finìu u tempu di barracchi”. E qui, si capisce che la malinconia è per il ciauro di pomodoro e basilico che si diffondeva per la baraccopoli, per i picciriddi scalzi che giocavano sulle pozzanghere, per il primo panificio e la prima gioielleria, e la prima sala trattenimenti, che in quella città di ferro arrugginito avevano riportato la speranza. Nonostante i ritardi dei politici, ai quali aveva fatto appello Danilo Dolci, nel 1970, con la sua Radio, a Partinico, la prima libera d'Italia, con una trasmissione durata 27 ore e interrotta dai Carabinieri.
Gibellina ebbe pure un secondo terremoto. Quando il profumo dei piccioli arrivò a Palermo, a Gibellina mandarono ruspe e dinamite, per l'inevitabile trionfo del purissimo stile Geometra che contraddistingue non meno di trecento città siciliane.
Le rovine resistettero.
Ora, bisogna dire che, in Sicilia, la morte è sempre accompagnata da una rinascita che vuol contraddirla: per puntiglio, per principio. Così a Ragusa, a Noto, a Modica, a Catania, dopo il terremoto del 1693; così a Messina, dopo il terremoto e lo tsunami del 1908.
Prima che quel nefasto 1968 si chiudesse, a Gibellina elessero sindaco un giovane deputato, Ludovico Corrao, che era eretico e cristiano. Cristiano sociale. Testimone di quell'eresia politica che era stato il governo Milazzo, qualche anno prima, coi fascisti e i comunisti insieme contro Roma e la Democrazia Cristiana.
Corrao, che sarebbe rimasto Sindaco per quasi trent'anni, conosceva Berlino. Sapeva di Hansaviertel, il quartiere che dopo la seconda guerra mondiale era stato tirato su dalle visioni architettoniche di Aaalto, Gropius, Niemeyer.
Sapeva pure di Nietzsche, Corrao, a volerci scommettere: della Nascita della Tragedia, e di Apollo e Dioniso.
Corrao, dunque, che sapeva del mondo, si trovò subito d'accordo con Alberto Burri. E i gibellinesi videro che non era triste quel Sacrario.
Ad un'idea sacra, infatti, riuscì a dar forma il cemento dolce e bianchissimo versato sulle rovine e sulle molecole dei morti.
Non era il primo Cretto al quale Burri avesse lavorato, ma quello di Gibellina fu il Grande Cretto.
Un segno bianco come un lenzuolo. Un sudario dinanzi al quale, la Democrazia Cristiana di Gibellina affisse manifesti che protestavano per la follia delirante di Burri e Corrao.
Burri voleva che quelle rovine restassero, sotto il Cretto. Non si può ricostruire, pensava. E bisogna dare pace al morto. Dorma con le sue pietre.
La sua anima, però, pensava Burri, era ancora viva: Gibellina, che era greca e forse elima, in arabo era Piccola collina, e secondo altre traduzioni, Gazzella che corre sulle colline.
Altri non ebbero il coraggio.
Oltre la collina che si alza ad Oriente, c'è Poggioreale, coi suoi fantasmi, tra le rovine ancora appese le une alle altre, e i conci di questo tufo gessoso che della vicina Salemi, Shalom, tra le capitali dell'ebraismo isolano fino alla cacciata del 1492, facevano dire: “Unni viditi muntagni di issu, chissa è Salemi, passaticci arrassu. Sunnu nimici di lu Crucifissu e amici di lu Satanassu”.
Fu poi Salemi che regalò a Gibellina i vigneti sui quali far sorgere la città nuova, a venti chilometri da qui. Ludovico Corrao, che sapeva di Berlino e di Nietzsche, di Modica e di Messina, volle radunare due generazioni di scultori, fieri oppositori della retorica della statuaria.
Pietro Consagra, e Pomodoro, Cascella, Franchina, Mirko, Quaroni, Uncini, Staccioli. Per non dirne altri. E per tacere di architetti, urbanisti, pittori, scenografi.
Fecero le sculture, fecero i palazzi, fecero pure i drappi che a Pasqua le processioni recavano per i solchi del Grande Cretto che una volta erano stati le acchianate e le scinnute di Gibellina.
Diceva una vecchia profezia degli ebrei di Salemi, che mai sarebbe caduta, Salemi, come Gerusalemme.
Senonché, potrebbe intendersi, la profezia, a rovescio, e per esteso: E' volere di Dio che essa rinasca, benché distrutta, e che dia i natali a città nuove.
Salemi, dunque, ospitò Gibellina nuova. Alla quale si accede passando per la Grande Stella di Consagra, che ripeteva la visione che da queste parti, a Castelvetrano, ebbe una notte Goethe guardando attraverso un foro nel tetto di una locanda.
A dar carne alla nuova Gibellina, sono anche la Chiesa Madre, con la sfera cristiana e il parallelepipedo mussulmano; il Teatro; la fermata degli autobus; la fontana; l'orto botanico; la casa del farmacista; il corso; i giardini segreti; i palazzi; il sistema delle piazze.
Visioni. Come il gigantesco aratro di Pomodoro.
A Gibellina vecchia, nel 1985, Burri mise mano al Grande Cretto. Sei anni dopo, chi teneva la mano sul rubinetto dei soldi, decise di chiuderlo, lasciandolo incompleto.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivivi ogni cosa.
Vedi i primi giorni di lavoro.
Gli ingegneri, i capimastri, i bracci e i mezzibracci che pazientemente tentano di persuadere Burri a scegliere tutt'altra mescola, per quel sudario. L'umbro, imperturbabile, risponde che vuole un cemento che non sia liscio come il basalto. Preferisce un tessuto poroso, come la spugna dei polmoni.
Vedi i primi sopralluoghi. I gibellinesi. Corrao. E altri eretici. Buttitta, Guttuso, Sciascia. Il sole andava da Oriente a Occidente, altissimo, così luminoso che faceva notte sotto le rovine.
Ora, Burri se ne é andato, Consagra riposa nel cimitero nuovo che lui stesso ha disegnato, protetto dai più bei cancelli che un cimitero possa vantare.
I nervi e i muscoli del Cretto, le armature di ferro, si sono rigonfiati, per la ruggine. La stoffa del sudario si è strappata.
Prima del restauro, già deciso, apriranno dei Cantieri di Conoscenza. Per studiare. Per vedere.
Chiudi gli occhi, e al Cretto rivedi ogni cosa.
Le rappresentazioni teatrali degli anni Ottanta. Thierry Salmon, e le sue Troiane. L'Oresteia di Xenakis. Le comparse erano i giovani e i vecchi di Gibellina. Le macchine. Le scenografie. Di Scialoja. Di Paladino.
I concerti degli anni Novanta. Franco Battiato accosciato su un tappeto, dinanzi a migliaia di persone.
Le musiche di Philip Glass, per una regia di Bob Wilson.
Se oggi guardi il Cretto, vedi che il bianco si è fatto grigio, e che il grigio è tornato a macchiarsi di giallo e di bianco, del tufo e del gesso delle cave di queste parti.
L'erba s'insinua come una volta sulle scale. Burri non voleva che la tagliassero, d'estate. E' la vita che torna, diceva.
Chiudi gli occhi, e vorresti non vedere più le pale degli impianti eolici che un'impresa ha voluto incistare sulla collina, proprio sopra il Cretto, con il benestare del Comune. Corrao non è più sindaco da quattordici anni.
Lungo i solchi, vedo tre cantuna, l'uno sull'altro. Tre pietre gialle, in prossimità di una ferita, del ferro arrugginito. Preferisco pensare che li abbiano sistemate delle mani pietose per accompagnare il riposo dei morti.

giovedì 10 aprile 2008

IL PENSIERO DEBOLE DI VATTIMO

Un signore torinese, Vattimo Gianni, che ha scritto dei libri e insegnato nelle Università, alle soglie della senescenza ha scoperto che quella della Storia è una camicia che puoi indossare rivoltata.
Il dritto è quel che ciascuno di noi miseramente può pensare, dei fatti di Lhasa: che i monaci tibetani abbiano protestato per aver più libertà, per la loro identità culturale, per il loro Paese schiacciato dalla tirannia.
Il rovescio è che, a Lhasa, i monaci hanno messo in atto "un pogrom anticinese".
Ora, poiché la parola Pogrom suscita tanti ricordi, potremmo rivoltare delle altre camicie, già indossate dalla storia: la rivolta degli ebrei rinchiusi nel Ghetto di Varsavia, fu "un pogrom antitedesco"; il pietoso tentativo d'opporsi alla morte da parte dei kolchozi fu "un pogrom antisovietico"; la resistenza italiana fu "un pogrom antifascista".
Vattimo non deve scusarsi di nulla. Lo conosciamo. E' il Maestro del Pensiero Debole. Debolissimo.

mercoledì 9 aprile 2008

UNA CERIMONIA PER IL TIBET

Sarko l'aveva solo ventilato: potrei non andare alla cerimonia inaugurale dei Giochi olimpici di Pechino, per protesta contro il comportamento della Cina in Tibet.
A G.W. Bush, l'ha chiesto la Speaker democratica del Congresso, Nancy Pelosi.
Gordon Brown l'ha detto con chiarezza: non andrò a Pechino.
E l'Italia?
Un Premier uscente, ovviamente, deve aver la cortesia di lasciar decidere il successore, ma i candidati potrebbero pronunciarsi già in campagna elettorale. Anche per farci dimenticare quel che è accaduto con l'ultima visita del Dalai Lama in Italia. Avevano tutti un altro impegno. Sola a rendergli il dovuto omaggio, il Sindaco di Milano, Letizia Moratti.
Nel giorno dell'inaugurazione dell'Olimpiadi, potremmo goderci, in diretta tv, una Cerimonia alternativa: per il Tibet libero.
Da Washington, Londra, Parigi, Roma. Dal mondo libero.

LE OMBRE CHE UCCIDONO

Piombavano in casa tua, improvvisamente, e senza alcun riguardo per la tua persona, e per la tua famiglia, ti trascinavano via. I tuoi famigliari non avrebbero avuto alcuna notizia, del tuo destino. Avrebbero implorato clemenza.
E tu, dopo le torture, i tratti di corda, gli schianti al suolo, avresti ammesso ogni cosa. Firmando una falsa confessione.
Così funzionava l'Inquisizione. I tuoi beni sarebbero stati sequestrati, o venduti ad un incanto privato, ad un prezzo men che simbolico. La tua reputazione, macchiata da una colpa inesistente, avrebbe accompagnato i tuoi figli.
Intorno a te, la delazione, il ricatto.
La denuncia nei tuoi confronti era stata probabilmente sollecitata: dite quel che sapete, di quell'uomo, o anche voi sarete ritenuti responsabili delle sue offese. A te, l'impossibile compito di mostrare la tua innocenza, dinanzi a dei giudicatori, e senza alcun diritto ad una vera difesa.
Così, il processo.
Sono passati degli anni. Secoli. Ma il sospetto; la delazione; il processo ingiusto; la perdita della reputazione; l'offesa arrecata alla Fede e alla Pubblica decenza. Sembra che, per tutto ciò, il tempo non sia passato.
A questo mi vien da pensare scorrendo il Corriere della Sera, laddove si scrive di pesantissimi sospetti su Tano Grasso, promotore di una delle prime rivolte antiracket, ed oggi al vertice della FAI.
Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano, giornalista onesto di Barcellona Pozzo di Gotto, lo ha invitato a dimettersi, finché le ombre che lo circondano non si saranno diradate.
E dunque, può un'ombra far velo alla storia e al valore morale di una persona come Tano Grasso? Quante volte è accaduto che un'ombra abbia ucciso un onest'uomo?
Dovremmo pensar meglio alla Giustizia.

martedì 8 aprile 2008

L'OMICIDIO SECONDARIO

Trent'anni di galera. Per omicidio. Il giudice l'ha condannato per aver pestato a sangue la fidanzata incinta e averla sepolta viva. Per l'omicidio del figlio, no. Nessuna aggravante, per il duplice omicidio. Il giudice, secondo i giornali, avrebbe considerato la morte del bambino un effetto secondario, non voluto. L'assassino, difatti, avrà pensato che il bambino per il quale aveva litigato, sarebbe sopravvissuto: al pestaggio, alla sepoltura, alla morte della madre. Farà giurisprudenza, la sentenza? Lo sparo di un proiettile, talora, provoca l'effetto secondario della morte di qualcuno. Così, l'auto che punta il passante, la bomba sull'aeroplano, l'esplosivo su un traghetto e via ipotizzando. A volte, per citare una vecchissima filosofica vignetta di Altan, penso cose che non condivido, o mi trovo a condividere cose che non avrei mai pensato. Come certe dichiarazioni, sulla necessità di valutare periodicamente la capacità di giudizio di un magistrato.

lunedì 7 aprile 2008

QUEL TRENO PER PUNTA RAISI

I biglietti li trovi dal tabaccaio, e fai la fila con l’ansia dell’ex fumatore. Glielo chiederò un pacchetto?
Niente binario, sul tabellone. Sarà una svista. Qualcuno dice che quello giusto è sicuramente il numero 3. La tabaccaia conferma. Una ragazzina, pietosa, t’insegue e guardandosi intorno ti dice sottovoce che è il 4, in realtà. A chi credere? Due minuti dopo, lo speaker conferma. Ufficialmente. Il treno per l’aeroporto di Punta Raisi parte dal binario 4. Alle 7 e 52.
Ma non si chiamava Falcone e Borsellino, l’aeroporto? Ci fu pure un dibattito, sull’opportunità di ricordare ai turisti che a Palermo si muore di mafia. Punta Raisi, ribadisce lo speaker. Qui, alla Stazione Notarbartolo, risolsero la questione. Niente mafia. Il paradosso è che pure Emanuele Notarbartolo, datore del proprio nome alla Stazione medesima, morì di mafia. Accoltellato su un treno.
Dunque. Ricapitoliamo. Si parte alle 7 e 52. Dovremmo farcela ad arrivare all’aeroporto rinominato per le 9.40, orario d’imbarco del volo per Milano Linate. Lo speaker non ha dubbi. E in effetti, il treno si presenta puntualmente al binario di partenza.
Ricordavo, per la verità, una specie di pendolino. L’avevo magnificato: finalmente una bella cosa, europea. Un treno modernissimo. Pulito. Luminoso. Vale la pena di risparmiarsi un taxi. E invece, qui davanti c’è una specie di reperto archeologico, tornato alla vita come per miracolo.
Sembra di stare sul set di Una Notte al Museo. Se è così, tra un poco si presentano il dinosauro, Teddy Roosvelt a cavallo, Attila con gi Unni, i soldati romani con i Confederati della guerra di secessione americana. Tutti vivificati dalla tavoletta magica del Faraone che certamente dev’esser conservato qui, da qualche parte, nel suo sarcofago.
E’ un treno tutto verde, il nostro reperto. Verde come la tela di panno della giacca dello steward dal volto rassegnato che si materializza al di là della porta scorrevole.
La porta si apre con lo sbuffo regolamentare. A vapore. Seduti ai loro posti, ci sono quelli che vanno a lavorare, i ragazzini delle scuole, i viaggiatori con trolley al seguito.
Seduti, dunque. Cinquecento metri tranquilli. L’illusione di un viaggio sereno. Libro in mano e un accenno di conversazione. Galleria. Luce spenta. Buio come la notte, sul vagone. Alla fine, appena usciti, la luce si riaccende. Se ci fossero gli interruttori, ai lati delle porte, penseremmo allo scherzo di un buontempone. Ma gli interruttori non ci sono. Che fu, allora?
C’è puzza di bruciato? Ma no. E’ un’impressione.
Solo che dalla Stazioncina nominata Francia il treno non riparte. Riaccendono i motori elettrici. Un metro e stop.
Tutti si guardano negli occhi. Bigliettai e capotreni pattinano lungo i corridoi, telefonini incollati alle orecchie. Qualcosa dev’esser successo. Niente avvisi. Niente spiegazioni.
Al terzo passaggio, a domanda uno risponde: “Sì, in effetti, c’è qualche problema. Speriamo”. E’ il massimo dell’informazione.
Il treno riparte lento lento. La puzza di bruciato si fa insopportabile. Tutti in piedi, verso le uscite.
Fino alla Stazioncina di San Lorenzo Colli. Tutti giù. “Guardate che non si sa. Forse lo ripariamo”.
Chi ci crede, resta sopra. Gli altri, tutti giù. Ad aspettare il prossimo per Punta Raisi.
Il treno verde, intanto, si è messo sul binario sbagliato. Il numero 3. Doveva mettersi sul numero 2, spiega il Capostazione, baffo gitano e camicia sbottonata sulla maglietta della salute.
E il prossimo per Punta Raisi? Passerà? Sì, certo. Tra un poco.
Va a Punta Raisi? Certo. Ma ora si deve fare tutte le fermate intermedie che l’altro non ha fatto più.
E quello delle 9? Cancellato.
Si vede che era destino.
Il nuovo treno sarà modernissimo. Pulito. Luminoso. La speranza rinfranca. Consola. E invece, ne arriva uno uguale uguale all’altro.
Lo steward ha le occhiaie.
Quasi tutti decidono di sedersi. Il passeggero di fronte aveva previsto tutto. “Ho preso il treno precedente, pensando che magari si poteva guastare e allora prendevo il successivo”. Dalla tasca, tira fuori un orario ferroviario aggiornatissimo. Sottolineato per bene.
Il milanese della compagnia, rimane nel corridoio. Una telefonata dopo l’altra. Scarpe abbottonate marroncino chiaro, pantaloni neri di lana grossa, giacca doppiopetto con bottoni d’oro stile country club e cravatta rossa regimental. Il tutto, sigillato da un impermeabile beige. Dal tascone, occhieggia il Corriere dello Sport.
Fuori, scorrono gli intestini di Palermo. Non si sa come, ma ai binari le città offrono sempre il peggio. Pareti scrostate. Balconi eccessivi. Biancheria affollata su cordoni estenuati. Serbatoi cotti dal sole. Parabole spaziali. Superato il confine, è uno spaccato sociologico sullo storico fenomeno dell’abusivismo. Case, casette e casine di tutti i tipi. Dalle parti di Isola delle Femmine, si apre osceno uno squarcio triangolare sul mare, contenuto dal cielo e su due lati da tonnellate di cemento indurito male.
Leggere è impossibile. Quel che sta fuori, urla. Anche il vagone, per la verità. Un clangore metallico. Che dopo un po’, fortunatamente, si spegne.
Arriva. Dopo 40 minuti, il secondo treno verde, finalmente arriva.
Dalla Stazione Notarbartolo all’aeroporto Punta Raisi, già Falcone e Borsellino, un’ora e venti minuti. Di corsa al check in.
La prossima volta, in taxi.

venerdì 28 marzo 2008

IL FALLIMENTO DI ALITALIA

Provate a richiamare il Call Center di Alitalia. Dopo che un addetto vi ha comunicato lo spostamento di un volo già pagato, ad un orario non concordato, quattro ore dopo il previsto, ciò che avrebbe qualche conseguenza pratica: ad esempio, quella di vanificare le ragioni stesse del tuo volo, quel giorno, in quella città. E magari sono ragioni importanti. Provate a richiamare dopo che avete provato a spiegarglielo, e lui - l'addetto - vi ha "messo in attesa". Ed è caduta la linea. Provate a chiamare il Call Center di Alitalia. Una, due, tre, quattro volte. E ogni volta l'addetto vi "mette in attesa". E cade la linea. Per singolare coincidenza, proprio dopo che avete ricordato che Alitalia non può "avvisarvi" dello spostamento di un volo: può concordare con voi uno spostamento, semmai: perché un biglietto è un contratto, un patto fra due soggetti. Provate a scontrarvi con quel muro di gomma che sono i Call Center: "Noi siamo solo degli intermediari"; "Noi non siamo autorizzati a..."; "Non so cosa dirle..."; "Faccia un reclamo"; "Vada alla Biglietteria Alitalia di Palermo. Dov'è? Ma all'aeroporto. Fuori città. Sì, a trenta chilometri da casa sua, sull'autostrada. Sotto la pioggia. Con il traffico". Provate a farlo, a guastarvi il pranzo, a ipotizzare fantastiche Class Action alla Bersani, rivoluzioni e "Prese della Magliana" (per una vaga assonanza con la Bastiglia), e infine, riaprite i giornali di oggi, laddove si parla del destino di Alitalia, e dell'obbligo morale di soccorrere questa Compagnia in crisi, con i nostri soldi. Sono certo che, al riguardo, la penseremmo allo stesso modo.

lunedì 24 marzo 2008

LE MANETTE OLIMPICHE

Il punto, forse, non è: boicottiamo o no le Olimpiadi?
Il punto, forse, è: quanto le Olimpiadi accentueranno la repressione, in un Paese enorme e inconoscibile come la Cina, per evitare di mostrare al mondo la faccia dura del cambiamento?
E dunque. Noi non boicotteremo le Olimpiadi. Ma quanti morti, quanta libertà costerà questa nostra scelta?

martedì 18 marzo 2008

LA NOSTRA SOSTANZA

Il Dalai Lama annuncia sue possibili dimissioni. Per protesta contro la Cina. Ma anche contro quella frangia di buddisti che lo contesta, per il suo rifiuto della violenza.
Segnamo questa data, nigro lapillo.
18 marzo del 2008.
La data in cui una reincarnazione divina vuol rinunciare alla sua sostanza, per il bene di tutti.
E quest'altra.
L'otto agosto del 2008.
Quando inizieranno le Olimpiadi di Pechino. Tre volte 8. Per i cinesi, così attenti ai simboli, e ai numeri, sarà tre volte 8. Tre volte l'Infinito.
La data in cui, per il bene di alcuni, rinunceremo tutti quanti, atleti e spettatori, alla nostra sostanza.

FREE TIBET

Stanno lì a pregare che questa protesta del Tibet finisca presto, che i cinesi non facciano troppo male ai monaci, che non se ne parli troppo, in ogni caso.
Sono realisti, imprenditori e politici: quasi tutti.
Ci sono le Olimpiadi, tra un po', a Pechino, e la Cina ha esteso la propria sfera d'influenza in Asia e in Medio Oriente, con ricche forniture, in Africa e in Sudamerica, con investimenti propri, e in Europa, con lauti contratti.
Gli Stati Uniti sanno di questa nuova Guerra Fredda, e ne temono l'aggravarsi. E dunque, non si può proprio pensare ad un muro contro muro diplomatico sui diritti umani e i diritti di sovranità.
Quel che accade in Tibet, d'altra parte, non è troppo diverso da quel che accade nelle periferie e nelle province del grande paese.
Le colonne di carri armati continuano a scorrere verso Lhasa.
I coloni scacciano gli indigeni. Non trovi più un tassista tibetano, nella capitale: sono tutti cinesi.
I comunicati ufficiali del Partito accusano una "cricca" di voler boicottare i Giochi Olimpici - la "cricca"del Dalai Lama, stavolta - a minare l'autorità del PCC, come ieri accusavano la "cricca"della vedova di Mao Tse Tung. C'è sempre un nemico "interno".
Chi parlava di Fine della Storia, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe dovuto guardare oltre il proprio naso, e intravvedere in questa barbarie la prosecuzione della storia che abbiamo conosciuto nel Novecento.

lunedì 17 marzo 2008

lunedì 3 marzo 2008

LO ZARISMO RUSSO

In Russia, il Presidente Vladimir Putin, il solo che riuscì a sopravvivere allo Zar Boris (Eltsin), gran decapitatore dei suoi propri delfini, ha nominato, attraverso il voto dei suoi concittadini, il suo temporaneo sostituto al Cremlino, tale Medvedev, e da lui ha già ricevuto la nomina a Premier.
In Russia non esiste libertà di stampa. L'omicidio di Anna Polikovskaja, e di tanti altri giornalisti, compreso l'italiano Antonio Russo, è lì a dimostrarlo.
Non esiste libertà d'impresa.
E' una democrazia di facciata, una democrazia elettorale, quella che si rinnova formalmente alle urne e che giorno dopo giorno lascia massacrare i suoi giornalisti e impedisce ogni ascesa economica o politica che non sia gradita alla Gerarchia.
Eppure, negli editoriali dei due maggiori quotidiani italiani, leggo un invito a valutare le possibili svolte di questo tal Medvedev e un'analisi fisiognomica del tal suddetto che lascerebbe ben sperare. Tutto qui. Il Corriere e Repubblica avrebbero potuto far di meglio. E in altri tempi, di meglio avrebbero fatto.
Cos'è che ha spento il nostro senso morale? Cos'è che ci impedisce di sollecitare una democratica esportazione della democrazia in quel Paese, dove la democrazia non è mai giunta? In un Paese che va di Zar in Zar, e di oppressione in oppressione.
La Russia rischia di essere un precedente, e non un cattivo esempio.

martedì 12 febbraio 2008

IL DIAVOLO NEGLI SLOGAN

Non si può dire di molto, di questi tempi. Non degli argomenti più in voga, non dei più curiosi.
Lo fanno in tanti ed è come aggiungere dell'acqua al mare.
C'è un eccesso di opinioni, e nuotare controcorrente è davvero difficile.
Così, non resta che occuparsi dei dettagli, in cerca del diavolo che vi si nasconde.
Le elezioni, ad esempio.
La sloganistica lascia filtrare alcuni degli orrori che presumibilmente ci attendono, al chiuso delle camere votanti. I creativi, che svolgono adesso il compito che un tempo fu dei retori, mostrano segni d'afasia.
In uno dei primi manifesti di questa tripla campagna elettorale, ho letto di qualcuno che si dice "per il fare". E aggiunge: "Non amo la retorica". O meglio: gli fanno aggiungere, in un carattere più piccolo dello slogan principale, e in un colore biancastro, un po' sbiadito. Quasi un "a parte". Di un'ottava più basso rispetto alla battuta rivolta all'interlocutore. Ammiccante. E timido.
Ma come si fa a dire: non amo la retorica? E' come, dinanzi all'obiettivo, proclamare: detesto le telecamere.
Retorica è ciò che consente di mostrare in una buona luce le proprie buone idee.
E' politica.
Tra le tante forme di retorica, al contario, la più abusata, negli ultimi anni, è proprio quella del Fare.
Se non altro, per l'evidente sproporzione tra i Fatti maiuscoli che ci attenderemmo e i minuscoli che sollevano la nostra indignazione.
Detesto i moralismi, e ancora di più, quest'omeopatica applicazione di moralismo al moralismo di Caste e Bacchettoni. In attesa di una guarigione impossibile.
Cos'altro leggeremo, sui manifesti di questa tripla campagna elettorale?

martedì 5 febbraio 2008

UNA "COMMISSIONE ATTALI" PER LA SICILIA

Si fa la guerra sui nomi. A destra e a sinistra. E non dico che non sia giusto. La politica ha le sue sacrosante esigenze. Almeno finché non troviamo un altro modo per gestire la cosa pubblica.
Però.
La Sicilia ha un bilancio regionale ingessato, che per gran parte è destinato alle spese correnti. Ha una Pubblica Amministrazione inefficiente e surdimensionata. Dei servizi pubblici invecchiati e inadeguati al presente: figuriamoci al futuro.
Ora, qualcuno dirà: prima i programmi. No, non genericamente di programmi, occorre occuparsi. Ma di poche cose essenziali.
Serve uno sguardo lucido. Un principio. Una leadership intellettuale.
Partiamo dal fatto che il meglio della politica e delle competenze intellettuali e professionali siciliane - che insieme potrebbero dedicarsi a smontare il Bilancio, a liberare risorse per investimenti, a snellire l'amministrazione, a svecchiare i servizi - si trovano variamente dislocate nei due schieramenti politici e culturali.
Perché non immaginare, allora, sul modello francese, una sorta di "Commissione Attali" per la Sicilia? Senza pregiudizi. Senza etichette.
A Gettone Zero, ovviamente: che lavori per la Comunità, e non per le proprie tasche.
Lavorare per il bene comune, per inciso, è antimafia.
Perché non pensare - anche per Palermo, visto che si sta già trasversalmente ipotizzando per Roma - ad una fase costituente?
Volendo far dell'ironia, si potrebbe dire ricostituente.
Una legislatura che consenta le riforme.
Un passaggio dal vecchio al nuovo.

lunedì 4 febbraio 2008

IL RACCONTO DEL DIETRO

Leggo sul sito di un famoso quotidiano dei consigli per l'acquisto (oggi) di cosette del tutto insignificanti che (domani) certamente varranno molto.
Una profezia!
Leggo anche del tempo che probabilmente durerà il matrimonio (ieri una liaison) tra Nicolàs Sarkozy e Carla Bruni.
Un'altra profezia!
Non leggo più, invece (da tempo), un editoriale, un corsivo, una lettera purchessia, di rimpianto delle capacità profetiche di alcuni nostri intellettuali scomparsi: prima d'ogni altro, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia.
Ricordate il discorso sui capelloni, su Valle Giulia, sul '68? Le polemiche su Moro, sulle BR, sul Pci e sulla Dc, sulla lotta alla mafia?
Ahi, quanto ci mancano, si leggeva, un tempo!
Nella memoria dei giorni scorsi, galleggia solo la citazione distratta, e priva di allegati, di un breve passaggio di un discorso pubblico di Niki Vendola, nel quale, il prossimo probabile candidato a Premier della Cosa Rossa (la Cosa non era una film di fantascienza?), tesseva l'elogio delle capacità profetiche del repubblicano Alberto Arbasino, che in un suo libro del 1980, "Un Paese senza", disegnava (ieri) l'Italia che (domani) sarebbe stata (oggi).
Il fatto, mi dico, è che i giornali servono oramai solo a raccontare quel che sta dietro, e non sanno più raccontare quel che c'è davanti.

sabato 26 gennaio 2008

IL MAESTRO DEI PUPI

“Io parto da mio padre perché mi capisca mio figlio. Da un piccolo aneddoto”. E subito bisogna fermarlo, Mimmo Cuticchio, perché il suo racconto bisogna farlo precedere da un poco di storia.
Nel 1963, il quindicenne Mimmo sbarcò a Spoleto come truscia, fagotto, al seguito del padre Giacomo, invitato da quel genio di Giancarlo Menotti. Giacomo Cuticchio era un puparo, un oprante, o detto altrimenti, un teatrinaro, ché qui di Teatrino e non di Teatro si parla: con l’Opra, l’Opera dei Pupi, il piccolo è grande, e il miracolo si fa in un buco di sipario.
“Io ero abituato a fare teatro nei paesini dell’entroterra siciliano, a vedere scecchi, asini, pecore, gente che faceva l’estratto di pomodoro al sole, per le strade. Andammo con la nave per due o tre spettacolini. E invece, il giorno dopo la prima, i giornali parlavano di noi e di noi soli. Un successo. Ma noi venivamo dai paesi, che ne potevamo sapere del successo? Menotti ci chiese di rimanere per un mese, un mese e mezzo. Mio padre s’ingegnò di mettere su un piccolo ciclo, per non fare sempre la stessa cosa, ma avevamo solo cinquanta pupi: tre soldatini bianchi e tre neri, i pagani, i cristiani, i giganti, le donne, i serpenti, i diavoli. Facemmo le battaglie. Questo piaceva di vedere, ai turisti, al pubblico”.
Spade contro spade, scudi dimezzati dai gran colpi, teste che cadono, azione e ritmo che si fanno danza, con le voci profondissime del puparo che paiono levarsi dall’Oltretomba, fino a trenta, quaranta personaggi per volta, e i trucchi ottocenteschi, lo zoccolo che percuote il palcoscenico, il laminato che se lo muovi si fa tuono e tempesta. Sturm und drang.
“Qui succede il dramma. Mio padre, per la prima volta, in sala, vede dei neri. Neri di pelle, autentici. Si gira verso suo cugino, Pinuzzu Arini, e gli dice: qua ci sfasciano i pupi se continuiamo a far vincere i bianchi. E io: facciamoli vincere tutti e due, o perdere. Di solito, i tre soldatini neri che avevamo con noi combattevano contro un cavaliere molto valoroso, e perdevano. Mio padre fece in modo che i neri combattessero singolarmente contro i soldatini bianchi. Prima toccò a quelli con le lance. Poi, a quelli con le spade. E all’ultimo duello, dopo due perdite per parte, il nero e il bianco che restavano si uccisero a vicenda, decapitandosi. E da allora, fu sempre così”.
Giacomo Cuticchio incontra l’altra parte del mondo reale, che aveva solo raccontato, e decide, con il figlio, che bianchi e neri possono solo morire insieme.
“Mio padre aveva la quinta elementare, e rispetto a mio nonno, analfabeta, era un maestro. In quel momento, avvenne un cambiamento storico. Nel teatrino, però”.
Mimmo ha storia e storie da vendere. Nasce nel ’48. Suona il pianino, e aiuta in palcoscenico, fra i legni antichi e i fili che li muovono, i ferri che li reggono e gli scenari che li ospitano, e il piede – impara Mimmo - dev’esser morbido, e forte all’occorrenza, calzando lo zoccolo che simulerà i colpi della durlindana sugli scudi e le armature o le cariche di cavalleria, battendo sull’impiantito come su un tamburo.
In primisi, per Mimmo, dopo i lavori di dozzina, è la voce dell’Angelo, voce bianca di cappella e di cielo azzurro, e per i bambini è quello il ruolo, in attesa di avanzare in terza quinta, come combattente, e poi – di impresa in impresa, di ardimento in ardimento - fino alla prima quinta, dove si tiene battaglia a fianco del Puparo, che è papà Giacomo, puparo girovago, o “camminante”, fra la città e i paesi di una Sicilia dove i teatrini dei pupi erano cento e duecento.
Oh, non è infanzia, quella di Mimmo, da due lire. Nato è nato fra le mura di castelli, il gigante, che seppure di cartapesta sempre castelli sono, coi merli e i ponti e i fossati; le sue storie d’infanzia sono d’amore e di cavalleria, i suoi amici sono i Paladini di Francia, e si chiamano Orlando e Rinaldo, e subito i cavalieri difensori del Santo Sepolcro lo misero in guardia da quel Gano traditore.
Nel ’67, il suo teatrino – suo, tutto suo, per la prima volta – è a Parigi, al Boulevard St. Michel, dopo una tournée voluta dall’ambasciatore d’Italia. “Una volta, una ragazza, una ragazza nera, me lo chiese: ma perché, bianchi contro neri, guerre e morti? Avevo solo 19 anni, e le parlai del teatro elisabettiano, di Marlowe: guarda che là s’ammazzano tutti, sono tragedie, e nessuno si chiede il perché. Ma queste cose un poco mi segnavano. Il fatto di Spoleto. E ora, questa ragazza di Parigi. Avrei potuto risponderle: io faccio il mio lavoro, quello di mio padre, vai da un professore e fattelo dire, il perché. Ma io avevo aperto la mia coscienza, e cercavo di capire la mia tradizione”.
Uno si ferma e fa un giro su se stesso. Si guarda alle spalle, a quelli che sono venuti prima, mille anni prima.
“In Sicilia si dice: chi afferra un turco è suo. Ma non si sa più il perché”.
I turchi erano i pirati.
“Fino al Settecento. Sbarcavano, violentavano, razziavano, e ripartivano. E così si diceva in Sicilia: chi afferra un turco è suo”.
I pupari hanno raccontato e messo in scena documenti storici.
“La Chanson de Roland serviva a raccogliere forze nuove per le Crociate”.
Nel 1970, a Roma, Mimmo fa scuola di dizione e di fonetica fin quando non si sfascia i cabbasisi, e allora torna a Palermo, dove l’attende Peppino Celano, il suo secondo Maestro di Opra, l’Opera, dei Pupi, e di cunto (e di cos’è il cunto si parla poco più avanti).
Tre anni di studio e di travagghiu, di lavoro, quelli di Mimmo con Peppino Celano, e cummattimenti all’ultimo sangue e vivi e morti e pupi che cadono senza testa e in cinque minuti risorgono per lo sbalordimento di granni e di nutrichi, di grandi e di lattanti assisi in platea, e finalmente, finalmente, il suo Teatrino nasce in via Bara all’Olivella, a pochi passi dal Teatro Massimo, tempio dell’Opera grande, la Lirica.
Il primo spettacolo, nel 1973, manco a dirlo, ché i debiti si pagano, e quelli di cuore a più salato prezzo, è “Angelica a Parigi”. Il teatrino si fa sole di mille pianetini, e intorno nascono il laboratorio del legno, quelli del ferro, della pittura, dei costumi; un Festival, “La Macchina dei Sogni”; e una scuola di pupari.
Mimmo inscena e incarna, legge dei vecchi cicli di Roland, e i poemi in versi di Boiardo, Ariosto e Tasso, ma anche i romanzi di Luigi Natoli, l’Alexandre Dumas siciliano, vissuto tra Otto e Novecento, e scrive - Tullio Frecciato, Cagliostro, Coriolano, La passione di Cristo (ma quale melgibson), L’infanzia di Orlando, Francesco e il Sultano – e più avanti incontra Shakespeare per il Macbeth, e Mozart per il Don Giovanni, e Melville per Moby Dick.
Mimmo però è un gigante, e sa scavalcare le montagne, che in un teatrino sono di cartapesta e di tessuto. Un giorno, quando i nutrichi, i lattanti, sono sulle panche e rapiti, alluccuti, perdono il mento e le bocche si spalancano alle mosche, decide di scavalcare montagne e quinte, e di presentarsi con un pupo sulla destra e di mescolare Living Theatre e Teatrino, con quella che chiama “manovra a vista”.
“Era la visione di mio padre, che riparava il Pupo e gli dava, al centro del palco, un accenno di vita. Era lui, per me, il gigante”.
Poi, Mimmo Cuticchio perde anche il Pupo, per restare con una camicia bianca a sbuffo e una spada di cartone. E qui, il gigante affronta il Cunto, la recitazione più antica, quella di un uomo solo alle prese con un intero poema. Il Cunto è ritmo, è metrica purissima – taratà, taratà, taratatà - e induce al sogno, alla trance.
“Il Cunto me lo tengo e me lo conservo caro. Anni fa, lo feci in televisione, su Rai Due. Mi chiamarono pure nelle discoteche. Mi spaventai e smisi, ma non l’ho mai abbandonato. Certo, non lo faccio più per le strade. Sarebbe una cosa fuori tempo. Ma mi capita di recitare, con la tecnica del cuntista, che risale alla Chanson de geste, l’Iliade nelle scuole. E tutti restano incantati. Un professore mi ha detto di essersi spiegato la cecità di Omero. Lei – mi ha detto – quando recita, tiene gli occhi chiusi, serrati”.
Eccolo, l’incantamento.

giovedì 17 gennaio 2008

CAROLA, IL TERREMOTO E IL GARIBALDI



A proposito di libri e di storia, di storie. Comprerò L'Infanzia è un terremoto, di Carola Susani. Racconta del Belice. Carola è uno dei miei ricordi di scuola. Del Garibaldi. Insieme ad Anna, Ciccio, Daniele, Davide, Fabio, Federica, Francesco, Gigi, Marcella, Marcello, Milena, Nando, Olivia, Sandro, Simone. E a tantissimi altri. Anche questa è una storia. Ora il mio Liceo sembra nuovissimo. Non lo era, un quarto di secolo fa. Ha anche le luci gialle, calde, monumentali. Allora, però, era caldissimo.

martedì 15 gennaio 2008

IL PAPA A PALERMO!


L'annullamento della visita di Papa Benedetto XVI all'Università di Roma è un fatto gravissimo. Se al Vaticano fosse proibito l'ingresso di un docente universitario dalle idee sgradite, apriti Cielo! E poiché occorre rimediare, ho una proposta. Il Rettore dell'Università di Palermo inviti il Professor Joseph Ratzinger, il Pontefice, nel nostro Ateneo. La nostra città prenda le distanze dall'intolleranza.

VIVA L'IMPERATORE

Nessuno poteva prevedere che a raccogliere l'eredità della Principessa Diana fosse un piccolo ungherese asceso al trono presidenziale francese (duecento anni dopo il "piccolo còrso"). E che le sue umanissime licenze tornassero a scatenare la famelicità dei giornali, facendo riesplodere quel noto conflitto tra il coito e il senso di colpa che sta alla base di numerosi editoriali moraleggianti sull'argomento. Io, che ero dalla parte di Diana allora, sto oggi dalla parte di Nicolàs.

I LIBRI, LA MEMORIA, I CRITICI

Leggo più di storia che d'altro, oramai.
I romanzi che amo di più, giacciono negli scaffali ordinati del già letto, e riletto, e raramente trovo, sui banchi delle librerie, umidi come di pesce, ai miei occhi, un esemplare che riesca davvero ad attrarmi: che sappia promettere, e non dico mantenere.
La spiegazione non può esser però nell'indisponibilità di buoni romanzi. Ce ne devono esser molti, per forza, che mi sfuggono.
Dev'esser maturata in me una scelta segreta, allora. E se provo a ragionarci su, forse intuisco di che si tratta.
Sono trascorsi quarant'anni dal terremoto del Belice. Era una Sicilia ancora molto antica, quella che fu spazzata via dai due sciami di scosse che distrussero Gibellina, Montevago, Poggioreale, Salaparuta (e che danneggiarono gravemente Calatafimi, Camporeale, Chiusa Sclafani, Contessa Entellina, Menfi, Partanna, Salemi, Santa Margherita Belice, Santa Ninfa, Sciacca, Vita).
Io me li immagino i volti dei contadini e delle loro famiglie, sorpresi da quell'Apocalisse. Me li immagino intorno alla loro povera tavola imbandita. Quella domenica. Era il 14 gennaio del 1968. Erano i figli della rassegnazione, e i nipoti della sottomissione feudale. E vorrei raccontare quel che accadde. I fatti minuti di quelle ore. E così facendo, nuotare contro la corrente dei miei tempi. Nei quali, di frequente si legge di esistenze miserabili, espiantate dal corpo della Memoria, di questa nostra contemporaneità così acutamente predetta dal mio amatissimo Pier Paolo Pasolini.
Credo che ci sia un fondo di malinteso in tante polemiche sul ruolo della letteratura, e persino sul linguaggio di numerosi autori. Il disimpegno nel far memoria del passato è, a mio parere, il più grave, tra i disimpegni attuali, e il linguaggio che sa mostrare, che sa farsi evocazione, che sa restituire vita a corpi scheletriti, e alle polveri di un tessuto che una volta ricopriva un tavolo poverissimo, e alle macerie di una povera casa, offesa da un sussulto della terra, quello è il linguaggio che oggi può parlare alle nostre generazioni.

P.S. Torno a scrivere sul mio Blog dopo lunga necessitata assenza. Spero di farlo con maggior frequenza.

martedì 18 dicembre 2007

STORIA DI ISACCO A PALERMO


I giornali, ancora di recente, hanno detto che allo Steri, a Palermo, nascerà un “Museo dell’Inquisizione”. Io non sono d’accordo. Penso alla cacciata degli ebrei da Palermo, cinque secoli fa (così come in tutto il Regno di Spagna), e allo sterminio di quelli che vollero restare. Lo Steri conserva le poche tracce che restano di quella Catastrofe. Ed è una sorta di Nemesi: doveva cancellare, ed ora conserva. Credo che Palermo abbia un debito verso quei palermitani ebrei cacciati o torturati e costretti a rinnegare la loro fede o uccisi, e uccisi comunque, e che possa saldarlo, quel debito, facendo dello Steri una sorta di Yad Vashem. Un Museo delle vittime dell’Inquisizione. Delle vittime, e non dei carnefici. La mia proposta ha la forma di un racconto.

E’ rimasto nascosto per anni tra le preziosissime macerie accumulate dai dontotò che nel dopoguerra avevano preso possesso militare dei cortili dell’Osterio dei Chiaramonte. E’ riuscito a sfuggire miracolosamente alla vigilanza dei suoi ospiti, armati di roncole e doppiette, e a districarsi indenne tra le insidie puntute dei cerchi di rame strappati alle condutture elettriche del vecchio tribunale, le precarie torri di ruote dei vecchi camion militari, i labirinti sorti fra i cumuli di mattoni sbreccati e le tavole umidicce di panche e mobili e sedie di tortura.
A fargli compagnia, in quel girone, le carogne di un cavallo e di un cane marcescenti in un buttatoio e due metope di marmo bianchissimo inneggianti all’uomo nuovo, a braccio teso.
L’uomo che sta seduto innanzi a me sembra non avere un’età ben definita, e alla mia prima domanda - chi sei, tu? - oppone un silenzio di pietra, freddo come i suoi occhi di opale, scavati su di un viso denso di rughe desertiche, modellate dal vento.
Mi ha detto, incontrandomi, e tendendomi la sua mano freddissima, che ha il cuore gonfio di tristezza. In quei cortili e tra i palazzi che li delimitano, si trova un cimitero dimenticato, e lui, l’ultimo testimone della Catastrofe di Palermo, vuol raccontarmene la storia.
La sua storia.
Viveva nei pressi dell’antica Sinagoga, la più ricca del Ghetto, per via del contenuto del suo pozzo: la sua famiglia, che a Palermo, assai prima del Mille, era giunta al seguito di alcuni cavalieri arabi, aveva contribuito al tesoro della comunità, e lui stesso, da sarto, aveva donato, al Rabbi, le sue vesti; da mobiliere, aveva restaurato gli arredi; e da fabbro e da vetraio, aveva rimesso al loro posto le finestre distrutte dai primi accenni d’odio, dei cristiani.
Uomo di molteplici talenti, aveva custodito i rotoli di una sapienza oscura, che contemplava il prolungamento della vita, e la creazione di uomini dal fango, e di luci dal buio.
Mi state dicendo che non siete morto, gli chiedo? E lui, mi mostra il palmo delle sue mani, perfettamente lisce, come quelle di un bambino. Anche i miei piedi sono giovani, dice. Il resto, è secco, e aspetta di mutare in polvere.
Aveva, Isacco, questo è il suo nome, una moglie e sei figli, ed un giorno, aveva appena ordinato una gran festa per il bar mitzvah del suo maggiore, seppe da un cugino del Rabbi che in Sinagoga s’era discusso a lungo, tra gli anziani, dell’editto spagnolo, e che c’era da prepararsi ad una nuova fuga dall’Egitto, e che il Faraone, nelle fattezze della Regina di Castiglia, non voleva intender ragioni: gli ebrei dovevano lasciare subito il Regno, da un mare all’altro.
La voce aveva fatto rapidamente il giro di tutte le case, come l’acqua che scorre nei canali pulitissimi di un viridario e bagna uniformemente i frutti della terra, senza chiedersi di che forma siano e quale sia il loro sapore: tutti, poveri e ricchi, morigerati e peccatori, seppero allo stesso modo del loro destino. Vi fu chi si lasciò prendere dalla disperazione, e mise alla porta uno straccio di porpora, e chi, invece, si disse che erano da considerarsi tutte fandonie, e che a Palermo, gli ebrei erano da sempre ben visti, come i greci, e che se qualcosa di vero era da prendersi, in quel timore giunto sulle navi della Regina, tra i mozzi e i messaggeri, presto sarebbe sbiadito, al sole della Sicilia.
Ebbero ragione gli uni e gli altri. Sebbene molti anni dovessero ancora trascorrere, il nodo di forca infine si strinse al collo della comunità. E chi attese, guadagnò dall’incoscienza, e perse dalla ragione.
Tra la disperazione della cacciata imminente e l’euforia di un possibile ravvedimento, vi fu infatti chi mise all’incanto i propri averi, con discrezione, e ne ricavò una parte poco più che miserabile del loro valore. Per tutti gli altri, s’aprirono invece le porte dell’Inferno: vi fu chi perse le commesse, chi il diritto al pagamento, chi la licenza di svolgere le arti ed i mestieri. Chiusero le Yeshiva, e i pozzi furono scoperchiati, e depredati; le Sinagoghe ridotte a cave di pietra, e a porcilaie.
Furono rimosse le insegne, e demolite le abitazioni. L’anello del Ghetto si fece più stretto, e ancora più stretto. E più stretto.
La famiglia di Isacco subì l’onta dello smembramento, e la moglie, e i figli, furono caricati su due velieri, diretti la prima ad Oriente e i secondi in Africa, a trovar fortuna. Un giorno, dissero. Un giorno, si dissero, un giorno ci rivedremo.
Isacco provò a disfarsi del suo patrimonio. Ne ricavò insulti, e sputi. Tutto si fuse insieme, in un solo crogiuolo incandescente: l’odio, il disprezzo, la rivalsa. Negli occhi dei Gojim, dei Gentili, Isacco vide una luce che non aveva mai brillato così tanto, prima d’allora: la cupidigia. L’amore s’era interrato come l’acqua dei vecchi fiumi della città, e il mare, negli anni che seguirono, si ritirò fino a lasciarne secco il cuore. Arido come il deserto.
Isacco, senza più un chicco del metallo che per secoli la sua famiglia aveva custodito, cucito nelle vesti per il momento della fuga, che un giorno, di certo, dicevano gli anziani, sarebbe giunto, divenne un accattone, si confuse tra i rifiuti della città incancrenita. Per anni, tese la mano per raggranellare ciò che avrebbe potuto persuadere un marinaio a caricarlo in una stiva di una nave diretta ad Oriente o in Africa, dalla moglie, o dai figli. E ogni volta, il denaro, raccolto e custodito nelle sue vesti, si smarrì, fu rubato, o ceduto per un tozzo di pane.
Isacco fu riconosciuto da un buon amico, un Gojim, che lo persuase alla conversione, ed era una conversione al solo Dio del Cielo, per Isacco. Nel giro di qualche giorno, ripulito, e confortato di un giaciglio, e di vesti colorate, fu arrestato, tacciato di marranesimo e tradotto in una cella del primo carcere dell’Inquisizione.
Il racconto di Isacco si fa confuso, alle mie povere orecchie.
Non mi decidevo a morire, dice. Gli eretici, coloro che pensavano con la testa loro, venivano inceneriti. I famigli venivano scarcerati. I nobili trovavano un accordo.
I guardiani passavano. I giudici invecchiavano.
Il vecchio carcere fu chiuso e demolito.
Fu deciso che in catene giungessi, dice Isacco, insieme ai pochi conversos rimasti e ad alcune donne tacciate di stregoneria, e che solo avevano i torti di saper leggere, o far di conto, o di padroneggiare il latino ed il greco, al carcere nuovo dell’Osterio, e da qui, spiega, da quest’Inquisizione che dissero Santa non mi son più mosso. Fino ad oggi.
Scrissi le preghiere accettate nella loro lingua, ché mi salvassero la vita terrena, e nascosi le mie nelle loro empie figurazioni, ché mi salvassero la vita eterna. E per scrivere, e disegnare, usai tutte le mie miserie corporali, e le uova marce e il latte acido che le donne pagavano con le loro vergogne.
Ho visto morire tutti quanti, e il puzzo delle loro carni bruciate è giunto alle mie nari rivelandosi appieno, quasi che le polveri sospese pronunciassero gli addii, e dicessero, con i nomi, le ultime volontà dei condannati.
Il mio Atto di Fede venne dimenticato. Ripetendo i versetti della Sapienza, vidi invecchiare la corteccia del mio corpo, e fluire inspiegabilmente all’interno una linfa fresca come latte di capra.
Mi feci però incorporeo, e potevo manifestarmi ad alcuni, o solo alcuni potevano vedermi.
Durante un interrogatorio, mi scorsero due paia d’occhi, e il terrore se ne impadronì. Il Sommo Inquisitore venne ucciso, la sua testa percossa da un Frate, con violenza, contro la pietra: il sangue e le cervella dello spagnolo inumidirono il tufo e s’insinuarono nelle camere d’aria sino alle segrete, e lì giacciono ancora, tra le ossa delle streghe e dei conversos.
Il luogo che era stato dell’Inquisizione e dell’Ingiustizia divenne un Tribunale del Regno nuovo, e giunsero i carri senza cavalli, e assistetti a processi che mi ricordavano i miei, quasi che il tempo non fosse passato.
Ricordo un uomo anziano, che per un caso, giunse a scrutare tra le demolizioni, e aperse la bocca in uno sbadiglio di stupore, dinanzi ai miei graffiti. Ed altri ancora, molto più tardi. Un uomo che teneva il fuoco sulle labbra ed un altro che lampeggiava con uno strano attrezzo. Tutto fu poi chiuso, e furono padroni i dontotò.
Ora, delle donne, delle streghe che chiamano restauratrici, riportano le mie preghiere e i miei disegni al colore delle mie miserie corporali, e delle uova marce e del latte acido. E tanti, li osservano, come se ne capissero il significato.
Ora che la mia Palermo non conserva più alcun segno dei Giudei, è questo il solo luogo che ne custodisce la memoria. La memoria della loro Morte. La memoria della Catastrofe di Palermo.
Gli dico che altre Catastrofi ci sono state, e ben più sanguinose. Gli dico dei camini di Birkenau. Dell’assedio di Varsavia. Dei pogrom russi. Di Israele. Dell’undici settembre.
Gli dico della dimenticanza di Palermo per i suoi ebrei, che furono decine di migliaia. E della segreta architettura di Damiani Almeyda, di quell’Archivio ricostruito ai margini della Giudecca come una Sinagoga.
La mia Sinagoga?
Sì, Isacco, la vostra.
Gli dico che di quelle celle, che lui abitò e nelle quali non morì, e di quei graffiti, che segnarono il suo passaggio dal corporeo all’incorporeo, faranno un Museo, e gli dico cos’è un Museo. Sarà un Museo dell’Inquisizione, che tutti potranno visitare.
Degli uomini e delle donne.
Dei Gojim, dice.
Sì. Gentili. Ed ebrei.
Vorrei che fosse un Museo degli ebrei morti, dice. Un Museo dei Morti. Un Museo delle vittime dell’Inquisizione. Non dei carnefici.
Isacco va via. E per un attimo, nei suoi occhi, di vetro, si riflette il mio sguardo.

In quest'antica fotografia, il prospetto dell'antico palazzo Chiaramonte Steri: fino agli anni Sessanta, fino al massacro deciso dall'Università in forma di restauro (ne scrisse Sciascia, fra l'altro).

lunedì 10 dicembre 2007

LE NOTTI DI VALPURGA


Beppe Grillo scrive nel suo Blog della sua vergogna per il nostro Paese, con la prima della Scala affollata di quei leader politici che hanno preferito Wagner ad una notte nel Reparto Grandi Ustionati, in compagnia degli operai della ThyssenKrupp.
Così avrebbe fatto Sandro Pertini, scrive Grillo. Ed ha ragione ad indignarsi, il comico genovese. Non a stupirsi, però.
Richard Wagner m'incuriosisce. Fu la colonna sonora del Nazismo.
Le acciaierie della ThyssenKrupp non se la passarono male con Adolf Hitler, per il quale fusero cannoni, missili, sommergibili e carri armati. I famosi panzer, ricordate?
Poco tempo fa, abbiamo anche letto del Massacro di Rechnitz, in Ungheria. Nel Castello della famiglia Thyssen, che da quattro anni era stato requisito dalle SS, alcuni ospiti di una serata molto speciale, il 24 marzo del 1945, furono invitati ad un singolare dopocena.
Gli ospiti - trenta o quaranta, informa Wikipedia - erano per lo più esponenti del Partito Nazista, della Gestapo e della Gioventù Hitleriana.
Una quindicina di loro fu condotta in un fienile poco distante dal Castello e invitata a sparare su duecento ebrei ungheresi, condotti lì per l'occasione. Molti prigionieri furono uccisi a bastonate.
Credo di poter immaginare la colonna sonora di quella Notte di Valpurga.
Sessantadue anni dopo, l'inferno di Torino. E la Prima della Scala. Con Wagner.

lunedì 3 dicembre 2007

IL PESO DELL'INNOCENZA


Mi hanno chiesto: perché mai Alfredo Caltabellotta, uno dei protagonisti de "I Diavoli di Melùsa", sente il bisogno di tornare in Sicilia e di affermare la totale estraneità di suo padre alla vicenda criminale nella quale, mezzo secolo prima, era stato ingiustamente coinvolto? Era un vecchio caso giudiziario, dimenticato. E lui, Alfredo, stava per morire. Perché, dunque, rimestare nel passato?
Con la colpevolezza, dico, facciamo i conti. E' l'innocenza il problema. E l'innocenza dei padri, si sa, ricade sempre sui figli.

sabato 1 dicembre 2007

IBLA BICOLORE


A Ibla c’è qualcosa da vedere subito, prima che scompaia.
E’ il colore nascosto e ritrovato della candida Chiesa di San Giorgio: il nero asfalto di capitelli, fasce e decori.
Quel colore durerà poco tempo. Poi, inevitabilmente, sparirà.
Così dicono gli esperti, che saprebbero come richiamarlo ancora in vita.
Ma non si può essere affatto sicuri che ci riproveranno, dopo la guerra di qualche mese fa.
Bisogna andare ad Ibla, per farsene una ragione.
Il Fascismo abbatté il Castello chiaramontano, e costruì una nuova strada fra Ragusa ed Herea (Hybla Hereia). Percorrerla è attraversare la storia: come se, in sospensione, restassero degli atomi, particelle infinitesime delle mura possenti, delle sale d’armi, degli alloggi dei Chiaramonte, dei Conti che vollero farsi Re e pagarono con la testa; gli successero i Cabrera, con una capra nel blasone, e Ragusa fu sottomessa alla vicina Modica per cinquecento anni.
La strada termina dinanzi alla cancellata del giardino Ibleo, in zona pedonale. Risaliamo per i vicoli, sfiorando il ristorante di Ciccio Sultano, gli emporii con le delizie iblee in vetrina: i formaggi, il miele, la cioccolata alla vaniglia e alla cannella (“come ad Alicante, in Spagna”, ricordava Leonardo Sciascia).
La strada sbuca in una sorta d’antipiazza. Orgogliosa, l’edicola espone “Sicilia Libertaria”, affissa alla vecchia persiana. A fianco, i finestroni del Circolo di Conversazione incorniciano alte librerie di noce bene incerate, e un paio d’ospiti, intenti alla lettura.
Sono le sei, e la sera è scaldata dalle luci gialle.
In piazza del Duomo, s’intravedono pochi turisti sotto la scalinata della Chiesa di San Giorgio, attratti per lo più dallo scenario dei film televisivi del Commissario Montalbano.
Come se Ibla fosse la piazza di Vigàta, e non invece il cuore di un luogo abitato da millenni, le pareti calcaree forate, le caverne mutate in case, poi in necropoli e ancora in case, le mangiatoie costruite con pietre graffite e scolpite.
La Chiesa spagnolesca disegnata da Rosario Gagliardi, la torre campanaria al centro, si erge di sbieco su questa piazza televisiva, e ad arrivarci dal basso, si allunga biancastra come la pietra che la compone. Un ologramma, al quale occorre avvicinarsi.
Alla fine dell’ultimo restauro, smantellate le impalcature, ripiegati i teli, gli Iblei non credevano ai loro occhi: al lucore del calcare, s’era aggiunta la notte della pietra pece.
In altri tempi, un banditore sarebbe andato di strada in strada: berretto, giummo e tamburo.
“Currìti, currìti!”.
Taratatàn.
“San Giorgio si fici bianca e nivura”.
Taratatàn.
Era il primo incantamento che da secoli si potesse ricordare su Ibla; o forse, un maleficio.
Fabio Granata, che è stato un eccellente assessore, prima ai Beni Culturali e poi al Turismo, ha protestato, per il restauro di una delle Chiese più importanti della Sicilia, nel Val di Noto, oramai patrimonio mondiale dell’Umanità (e del riconoscimento Unesco, buona parte del merito va proprio a Granata).
“Una delirante interpretazione dei materiali”, ha detto.
A Granata, ha risposto la Sovrintendente ai Beni Culturali, Enza Cilia: “sono trasecolata”, ha scritto, “ritengo incauti i suoi inopinati allarmismi”. Replica ton sur ton, barocco su barocco.
La vicenda è intricata. Il reato è quello di “delirante interpretazione dei materiali”. Un abuso architettonico, commesso in luogo di un intervento “puro”, neutro.
Questa purezza è un punto quasi invisibile, su una mappa antica, e malridotta. Servono storia e filosofia, per l’investigatore: dei testimoni, delle tracce.
Non sono solo in quest’arrampicata. Ho una guida, accanto. Quasi me ne dimenticavo.
“Di me non si parla”, sussurra, scorbutica.
La pietra che fonda la città è calcarea, e l’intera Ibla ne fu cava d’estrazione.
C’è un’altra presenza, sotto terra, a queste latitudini: il petrolio.
Quando il petrolio e il calcare s’incontrano, e l’olio fossile s’insinua tra i pori che innervano la pietra cotta in antichi vulcani, nasce una pietra nera, dotata di numerose qualità: elastica, resistente alle sollecitazioni, docilissima all’intaglio dello scalpellino, dello scultore. Il petrolio può ravvivarla anche a distanza di secoli.
E dunque, dove sta il problema?
Quando l’architettura discute, e non è che lo faccia spesso, s’attacca a questo genere di sciocchezze. Del resto, non si occupa.
Dipenderà dal fatto che tutto ciò avviene a Ragusa. Mi viene da pensare a Sciascia. E’ la seconda volta, questo pomeriggio
Sciascia lo frequentava volentieri, il ragusano.
Nel suo “La Contea di Modica”, scrisse che qui era da rilevare una presenza dell’invettiva e della satira più aperta e affilata che in altre parti della Sicilia, per un più avvertito gusto di libertà.
E aveva ragione. Se tutto ciò fosse accaduto altrove? Chi se ne sarebbe preoccupato, a Palermo?
Di questo, dunque, si può discutere solo a Ragusa. Per gusto di libertà.
Non è la prima volta che qui si polemizza sui restauri. Vittorio Sgarbi denunciò l’orrore della tettoia posta a protezione di quel che rimaneva della vecchia Chiesa di San Giorgio, il portale trecentesco. E qualche anno fa, per il francescano Convento di Gèsu (così: con l’accento sulla “e”), sconciato da un terremoto, si escluse il riuso dei materiali originari, ritenendosi più “puro” l’uso di mattoni di cotto. Su un manufatto di pietra calcarea. Il vero è falso, e il falso è vero.
Miracoli della dialettica.
Oggi, il sofista Gorgia da Leontini farebbe l’architetto.
Se Atene piange, Sparta non ride.
Vuole parlare di San Giovanni, di Ragusa nuova? In piazza Gramsci hanno tolto le palme centenarie e una pregevole piazzetta novecentesca per fare il parcheggio della Stazione. Indispensabile. Per Palermo, il treno ci mette sette ore: sono 250 chilometri. Per Catania, cinque ore: 100 chilometri. Dicono che alla fine dei lavori, ricostruiranno tutto com’era.
Torniamo alla Chiesa di San Giorgio, se non le dispiace. Stiamo un poco divagando. Chi era l’architetto, Rosario Gagliardi?
Un siracusano, un Genio, a giudicare dalle sue opere: perché di lui, della sua vita, ancora oggi, si sa poco o nulla (se si eccettua la devozione al Bernini e al Barocco romano). Ricevette l’incarico di rifare San Giorgio nel 1738. Nel 1693, gli iblei avevano contato i loro morti - cinquemila: quanti un secolo prima ne aveva fatti la peste – e avevano deciso di separarsi, consensualmente, tra Sangiorgiari e Sangiovannari. La nobiltà più recente si arrampicò su per il colle; la più antica rimase dov’era sempre stata. Gagliardi si guardò intorno, chiese agli artigiani. Scelse quella pietra più scura per ragioni estetiche o strutturali, chi lo sa, e forse, la utilizzò quando l’aria l’aveva già ingrigita.
Nessuna delirante interpretazione?
No, l’interpretazione c’è stata, e i restauratori potrebbero aver calcato la mano nell’imbibire la pietra di petrolio. Ma così facendo, avrebbero solo rinviato di qualche mese l’esatta coincidenza con il grigio originario.
Si può ipotizzare un lavoro di restauro “ideale”?
Che avrebbero dovuto fare, i restauratori? Individuare le esatte intenzioni di Gagliardi? O riproporre l’interpretazione che di quelle intenzioni diedero i mastri d’Officina? Senza contare che da allora, sono trascorsi quasi tre secoli: la storia avrà pure i suoi diritti, avendo modificato il lavoro altrui e impresso il “suo” colore.
E qui arriviamo a ben altri interrogativi.
Può considerarsi “puro” l’agire sulle lancette della Storia? Ridare la vita ai morti? Rimettere del petrolio in quei fori dai quali altro petrolio era evaporato secoli prima?
Come fosse l’anima, che per Democrito è fatta di atomi, e si respira.
Tra qualche mese, o tra qualche anno, dipenderà dalla mistura usata dai restauratori, il nero della pietra degraderà in grigio, e la bicromia immaginata da Gagliardi, sparirà agli occhi dei più; si manterrà una differenza quasi impercettibile, che sarà colta, come segno distintivo, pure da chi oggi s’imbizzarisce al solo parlarne.
Converrà che ad Ibla c’era un barocco bianco, e che ora è bicolore.
Il Barocco appartiene solo al Seicento, e niente di significativo, ad Ibla, è stato riedificato prima del 1739. Di “Barocco siciliano” parlò per primo Anthony Blunt, nel 1968. Gli architetti di Ibla avevano una visione manualistica del Barocco. Lavoravano su immagini. Ma il risultato è unico. Guardi con i suoi occhi. Ha mai visto niente del genere?
Restiamo in silenzio, davanti a San Giorgio. Sono le otto, e il freddo entra nelle ossa. Si torna a casa, a Ragusa nuova, a San Giovanni. In macchina, a sorpresa, il mio Cicerone, o Virgilio che sia, ossimoro vivente, accademico e saggio, difende la polemica di Granata.
Pure se non la condivido, non è del tutto infondata: potrebbe avere un’efficacia preventiva; evitare future manipolazioni; riaccendere i riflettori su Ibla. Gagliardi - con la sua Chiesa di San Giorgio, un capolavoro assoluto - non riuscì ad opporsi alla decadenza. E nel Novecento, le case popolari tornarono a svuotare i quartieri di Herea, uno per uno. Soltanto ora Ibla si sta ripopolando, e i prezzi delle vecchie case sono saliti a dismisura.
Mi volto verso di lui. Sul sedile accanto, però, non c’è nessuno. Soltanto libri, ritagli, appunti. Sintesi di mille conversazioni, ricordi, impressioni.
Nell’aria, dev’esser rimasto anche qualche atomo dei Cabrera. A metà del Quattrocento, abolirono di fatto il feudalismo, concedendo ai contadini il possesso delle terre, in enfiteusi. Senza aspettare l’Illuminismo, il Costituzionalismo e il 1812. Ciascuno sarebbe stato proprietario del suo: della sua terra, del suo denaro, della sua casa; sicché, il ragusano ebbe ed ha ancora una sua borghesia, ante litteram, un risparmio ordinato, una civile convivenza.
Nel 1808, l’abate Paolo Balsamo, di Termini Imerese, venne nel ragusano a dorso di mulo. Economista e uomo politico, studi in Inghilterra, Balsamo sapeva di numeri e di caratteri, e nelle sue accurate relazioni, ricorrevano i paragoni con lo Yorkshire e la campagna piemontese. A Ragusa, scriveva, “abbondano quelli che si chiamano capitalisti”, e “sono sparse le mezzane fortune”.
Ma il tempo, anche qui, sta cambiando ogni cosa.
Quegli atomi, dei Chiaramonte e dei Cabrera, sono tutto quel che resta dell’incantesimo che ha fatto di Ragusa un’isola nell’Isola (senza mafia, finora, e con una pasta umana di buona qualità). Incantesimo che si deve ai Siculi, ai primi abitatori dell’Isola, e che è sopravvissuto a romani, bizantini, arabi, svevi, angioini e spagnoli.
Né ossa né ruderi sono rimasti per queste strade.
I profumi, semmai.
Gli atomi di Democrito, l’anima del passato.